Amicizia

20/11/2010 | Antropologia Paolina

Siamo arrivati al settimo incontro e studio dell’antropologia paolina. Iniziamo subito con l’esame del linguaggio usato da Paolo nelle sue lettere. La terminologia dell’amicizia con l’aggettivo ed anche  sostantivo philòs ed il verbo philêin (= amare in senso amicale) è molto rara in Paolo. Anzi è quasi sconosciuta. Un composto di quelle parole è philadelphìa (= amore dei fratelli o della fraternità), mentre a philòs e philìa (un’autentica rarità e vedremo poi il motivo di questa scelta paolina) sono preferiti, nella tradizione cristiana sul solco di quella biblica,  agàpe, agapàn, agapetòi. La parola philìa è legata all’amicizia del mondo greco-romano. Paolo esprime la realtà dell’esperienza affettiva – amicizia – che copre una vasta gamma di rapporti (quella molto profonda, la condivisione di alcuni ideali, la sintonia di affetti e di modi di sentire di gruppi di persone), usando un linguaggio affettivo abbastanza intenso con una terminologia speciale, come philostòrgoi (amore intimo, profondo) – presente nella Rm e in 1 Cor. Lì egli unisce il linguaggio dell’amicizia a quello dell’affettività profonda, del sentire intenso, espresso in italiano con affetto fraterno. In Rm 12 e prima ancora nella prima lettera ai Tessalonicesi egli si è creato un linguaggio, chiamando i cristiani  amati, amatissimi all’amore di Dio per noi, che parte dallo Spirito e usa i termini agàpe, agapetoi, agapàn. Questo linguaggio è stato privilegiato nella tradizione biblica dai LXX, traduttori ebrei di Alessandria, che hanno tradotto il verbo ebraico h’av con agàpe, agapetòs ecc.  Il verbo philêin, che è tipico nel linguaggio dell’amicizia nel mondo greco, si trova stranamente in un testo a conclusione della 1 Cor dove Paolo chiude  l’esortazione finale:

1 Cor 16, 20- 23: Vi salutano tutti. Salutatevi a vicenda con il bacio santo.   Se qualcuno non ama il Signore, sia anàtema. Maranà tha! E usa il termine dell’amicizia philèi. E’ una frase che richiama la logica dell’alleanza, dove amare non è uno stato d’animo, ma un’adesione profonda e coerente agli impegni di alleanza. Se uno non ama, significa se uno non aderisce a Gesù come Signore, non vive in questa logica della fede. Quindi philein è impegno di alleanza.

Nella lettera a Tito, suo collaboratore, lo presenta ai fedeli con la formula inconsueta quelli che ci amano nella fede: coloro cioè hanno rapporti di amicizia e condividono il nostro modo di sentire profondo. E’ un modello molto importante per ripensare la comunità cristiana in termini di scambio. Più volte Paolo adopererà la forma di reciprocità Amatevi gli uni gli altri, quasi in forma ossessiva. E questo è un tema tipico dell’amicizia. Mentre i rapporti di parentela sono verticali, l’amicizia suppone una equi-uguaglianza, una parità con la condivisione, la solidarietà. Proprio nel gruppo delle lettere pastorali e precisamente nella lettera a Tito c’è il testo celebre che si legge nella notte di Natale:

Tt 3, 4:  Quando apparve la bontà di Dio, salvatore nostro e il suo amore per gli uomini… L’amore per gli uomini è espresso con la parola philantropìa. Dio è amante degli uomini, dell’umanità. Ed è questo amore che mette in atto il processo di riscatto e di liberazione, redenzione mediante la fede battesimale alla vita definitiva.

            Come già detto, questo linguaggio è molto sobrio, ma significativo per il rapporto di alleanza. I credenti sono dunque gli amanti di Dio, che aderiscono al modello di Dio. Quando prende congedo, Paolo adopera la parola phìlema (che significa bacio), legato ad un gesto di profonda comunicazione fra i credenti. In Oriente il bacio è una forma abbastanza frequente di comunicazione. Qui è espresso come bacio santo, perchè espresso fra i santi, i consacrati.  Salutatevi col bacio santo: Paolo fa riferimento a questo scambio, tipico di una comunità coesa, che si vuole bene; non solo fra fratelli, ma anche fra persone che vivono un rapporto di amicizia. Oggi il bacio è stato sostituito da una innocua (o sterile) stretta di mano.  Nel mondo mediterraneo e orientale quando due si incontrano, si baciano…due o tre volte. Ma non sulla bocca, come avveniva nelle comunità.            L‘amicizia per noi è molto riservata e sottende un bel rapporto fra le persone.

Vediamo ora lo sfondo culturale nel quale si colloca questo lessico molto discreto e sobrio come l’amicizia.  Paolo adopera tutti i derivati del verbo agapàn per indicare amore oblativo, disinteressato, gratuito, specie dei genitori. Esso diventa modello per parlare dell’amore di Dio che ci ama con amore gratuito. Invece l’amicizia non ha molte parole.  Troviamo due o tre ricorrenze, forse più nella Tradizione che nei testi di Paolo storico. Questo è spiegabile col modello culturale della Bibbia. In essa non si fa ricorso al modello dell’amicizia nel rapporto fra l’essere umano e Dio. Il modello è invece quello del padrone e del servo. Tipico del mondo orientale, rispetto a quello greco-romano: si parla di Dio come del Signore, del re, del sovrano, davanti al quale noi siamo servi,  non nel senso umiliante dello schiavo, ma della persona assunta per un incarico fiduciario. Corrisponderebbe più al termine nostro di ministro.  Così quando si parla dei patriarchi nella Bibbia si dice il servo Abramo, il mio servo Davide, i miei servi Profeti. In Isaia anzi si specifica che il servo è solidale con la comunità dei peccatori, è pronto alla sofferenza e poi alla morte.

Il mio sottolinea il rapporto di fiducia e di stima: non è umiliante, ma è come dare ad uno il titolo di…commendatore!  In questo contesto è chiaro che c’è poco spazio per parlare di amicizia con Dio. Solo Abramo in un paio di testi è chiamato amico di Dio. Anche i Mussulmani hanno privilegiato Abramo, chiamandolo philòs/ amico/amante di Dio, mentre gli ebrei lo chiamano sadìc (il giusto) e noi il padre nella fede. Giacomo riprende questo linguaggio quando presenta Abramo come modello di una fede attiva, il quale è disponibile ad offrire il suo unico figlio. Per questo è giustificato e chiamato amico.  Poi nell’impero romano questa espressione diventerà un titolo ufficiale: amico dell’imperatore. Anche Erode era chiamato così, ma non c’entra l’amicizia effettiva; indica una persona di fiducia, che gode della fiducia dell’imperatore.  E si capisce allora perchè il processo di Gesù viene risolto proprio su questa faccenda. Nel quarto Vangelo i Giudei dicono infatti a Pilato (Gv 19,12): se tu liberi costui, non sei amico di Cesare. Non gli sarebbe stato tolto l’affetto, ma l’onore, un titolo che sigilla una relazione a livello alto, diplomatico. La Bibbia dunque predilige l’amicizia in senso di alleanza, essere servi al servizio di Dio.  Paolo probabilmente si colloca dentro questa corrente. Nel mondo greco l’amicizia è di casa: basta leggere quello che scrive Aristotele sull’amicizia, che si fonda sulla comunanza di sentimenti, fra un padrone ed un suddito.

            Un caso unico è quello che riguarda Davide e Giònata: quando questi vide Davide introdotto nella corte del padre Saul, si innamorò di lui e lo amò come se stesso. Questa è una formula che ricalca il linguaggio che la Bibbia adopera quando cita: amerai il tuo prossimo come te stesso. Questo linguaggio è lo stesso dell’amicizia, solo espresso con la terminologia della solidarietà. Nei rapporti fra Dio e l’uomo o fra questi e Dio, nonchè nei rapporti orizzontali fra le persone, la Bibbia parla più che di amicizia – che invece, come detto sopra, è di casa nel mondo greco-romano – di corrispondenza, solidarietà e giustizia, farsi carico, più che sugli stati d’animo e sui sentimenti. Paolo è  in questa linea, più che in quella dell’erotismo ed amicizia che si trova nel mondo greco.

L’unico che fa eccezione in questo universo di amore è il quarto Vangelo: è l’unico che dirà: voi siete miei amici! (Gv 15,14). Questo non è il modo di parlare di Gesù, ma del mondo greco. Giovanni, che adopera questo linguaggio ripreso dal mondo greco-romano, lo trascrive nel contesto di alleanza, proprio nel discorso-testamento del cap. 15:

Gv 15,9-10: Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osservati i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore… Dove amare vuol dire non tanto lo stato d’animo, sentimento di simpatia, di attaccamento, quanto l’osservanza dei comandamenti, cioè dell’alleanza. E il linguaggio di alleanza sottende l’amare o l’odiare, dove c’entra l’impegno alla lealtà, non il sentimento. Amare è dunque un atto di volontà, non del cuore: per questo è comandamento. E’ vivere la lealtà all’alleanza e infine la fedeltà a Dio. Amare vuol dire dunque aderire a Lui. Non si può servire due padroni: o amerai l’uno  e odierai l’altro…! Amare significa attaccamento volontario a uno solo.            Lasciamo stare ora la nostra disamina sul linguaggio dell’amicizia, con la notevole differenza di mentalità e di cultura fra la tradizione biblico-ebraica – a cui appartenevano Paolo e prima ancora Gesù – ed i Vangeli, perchè Luca ha tentato qualcosa. E poi Giovanni scrive Voi siete amici, perchè vi ho comunicato l’amore. Il tema diventa così uno statuto più che un comando, per poter vivere in comunione con Gesù.                                       Vediamo ora un paio di testi di Paolo.

Tralasciamo quello che Paolo scrive dei suoi collaboratori. Timoteo è presentato più volte come figlio amato, diletto, accreditato, credibile, genuino, autentic“. Meno esplicito ed un po’ più riservato è il suo linguaggio nei confronti di Tito, che è più autonomo e libero nei confronti di Paolo. Anche di lui ne fa l’elogio, non tanto in termini affettivi, quanto di credibilità o di attendibilità del suo ruolo. Paolo non è un solitario, ma vive una rete di rapporti in una logica di amicizia – appunto con Timoteo e Tito.  Qualcosa di simile egli scrive ai responsabili delle comunità locali, specie quando parla della stima e amicizia nei confronti di Filèmone.  Anche per quanto riguarda i rapporti di comunità cristiana, Paolo fa riferimento al modello del padre (come abbiamo visto nella puntata precedente), i cui figli sono tutti fratelli. Il modello parentale è presente, perchè attinge alla grande tradizione biblica in cui Dio è Padre, Creatore e la sua figura è autorevole.

Anche la madre è autorevole, ma solo nella vita di corte. Però nel Libro della Sapienza si raccomanda “Ascolta tuo padre, ascolta tua madre!”, Da qui deriva il comando che indica il rapporto con Dio: “Venera padre e madre come Dio“. Lo stesso verbo è usato per Dio e per i genitori.

Cosa vuol dire questo?  Che il rapporto a livello parentale – padre e madre, figli e figlie, fratelli e sorelle – è piuttosto verticale e gerarchico. All’apice sta il padre e la madre. C’è poi il fratello maggiore che ha il diritto di trasmettere la benedizione e di dirigere la casa quando viene a mancare il padre. Questo modello gerarchico si ritrova nella Chiesa cattolica da sempre. Invece il modello “amicizia” non ha udienza nella Chiesa. C’è il Santo Padre, la madre superiora e il padre abate, poi sono i fratelli e sorelle. Anche lì c’è una sorella e un fratello maggiore.

L’amicizia suppone invece una circolarità, una parità, una reciprocità. Questo valer sempre, anche nella società, quantunque oggi si cerchi di cancellare la figura del padre e della madre in nome di una “amicizia più allargata” – che però non dice più niente a nessuno! O c’è l’amicizia erotica con tutti i suoi problemi e ambivalenze, oppure non c’è la vera amicizia né fiducia. Però, nonostante questo, nella storia della spiritualità si incontrano sempre dei personaggi che vivono l’esperienza di amicizia, anche fra uomo e donna ed addirittura consacrati. Si pensi a Francesco e Chiara, di don Bosco e la Fondatrice: normalmente accanto alla figura di un maschio fondatore, c’è una donna co-fondatrice con un rapporto di grande fiducia, anche se nel modello societario si tende a vedere la dipendenza della donna dal maschio. Tutti gli ordini femminili hanno un “capo” a Roma maschio, soprattutto nei rapporti con la S. Sede c’è un “protettore” maschile. Nella chiesa funziona sempre così: gli ordini femminili sono sempre controllati da un personaggio maschile!

Nella chiesa cattolica gli unici che hanno potere gerarchico in termini spirituali ed amministrativi (che poi vuol dire anche economici e annessi) sono maschi celibi.

Certo in Paolo non c’è molto sull’amicizia, perchè lui dipende dalla cultura dell’alleanza con Dio, ma egli adopera espressioni corrispondenti dell’amicizia.  Si propongono un paio di testi come modello di rapporti fra cristiani. Nelle lettere ai Filippesi ed ai Romani Paolo non immagina una struttura verticistica, ma circolare, in cui si presuppone la reciprocità – che è tipica dell’amicizia.

Gli amici sono uguali ed hanno tutto in comune – afferma Aristotele – soprattutto i valori, i progetti, ma soprattutto la stima.  Invece nel rapporto fra superiore ed inferiore non c’entra la stima, ma interviene l’obbedienza all’autorità. 

            La prima lettera che si propone è quella a Filemone, che abbiamo già considerato qualche tempo fa.

E’ indirizzata da Paolo al suo amico… anche se non lo chiama philòs. La Bibbia italiana ha tradotto “amico”, ma il termine greco non è esattamente così: non è “philòs, ma è un termine che nel trattato di Aristotele definisce il rapporto fra amici. Essi hanno tutto in comune. Quando negli Atti Luca parla della moltitudine dei credenti, scrive che avevano un cuor solo e un’anima sola e nessuno affermava la sua proprietà, ma tutto era in comune. Questa è la definizione dell’amicizia.

Così Paolo se anche non usa i termini philòs e philìa (amico e amicizia), esprime la realtà dell’amicizia col linguaggio corrispondente alla reciprocità, alla comune appartenenza. E’ vero che questo rapporto di reciprocità si può trovare anche nella famiglia, nei rapporti fra fratelli e sorelle, ma si tratta in questo caso più di un legame legato al sangue ed agli interessi di proprietà. La famiglia, nel mondo ebraico, greco e romano ed anche ai nostri tempi, era legata dalla “proprietà” più che da grandi affetti. Il legame familiare aveva la sua importanza, ma il legame di amore era spesso sopraffatto dagli interessi e dai problemi della proprietà immobile. Ne è nato poi nei secoli un proverbio, tutt’altro che banale: “parenti-serpenti”. Se il rapporto di  parentela non era plasmato dall’amore che diventa anche amicizia, si correva un grosso rischio!

            Un modello di comunità formata da amici, o modello dell’amicizia, è possibile ricavare da un brano della lettera a Filemone (Fm 1-25) e poi da due brevi passi della Lettera ai Filippesi (Fil 2, 1-4) ed ai Romani (Rm 12, 9-16).

Fm 2: Apfia potrebbe essere la moglie e Archippo il figlio della coppia.

Fm 4: Rendo sempre grazie a Dio…: secondo il modo odierno di leggere le lettere di Paolo, confrontandole con tutta la biblioteca di lettere che vanno dal III/ IV secolo a.C. fino a quelle dell’epoca moderna, questa sarebbe una lettera di amicizia più che “apostolica” o “pastorale” o “morale“. Salta fuori che Paolo scrive le lettere sempre su sentimenti di reciproca stima. Qui c’è un rapporto con un personaggio ben preciso, responsabile di una chiesa locale che si raccoglie a casa sua, “chiesa domestica“.

Fm 9:In nome della carità – agàpe” – piuttosto ti esorto io, Paolo, così come sono, vecchio ed anche prigioniero di Gesù Cristo.  Questi sono i titoli che accompagnano l’Apostolo, che non gli danno autorità, né autorevolezza spirituale, ma il legame di fede e di rapporto umano li tiene uniti.

Fm 11: Onésimo in greco vuol dire “utile“. Paolo gioca su questo nome. Si tratta di uno schiavo che è andato a trovare Paolo, forse per incarico di Filèmone. E’ diventato cristiano e Paolo vorrebbe tenerlo con sé, ma cerca il consenso del padrone.

Fm 15 :non molto più che schiavo,  come fratello carissimo… perchè è cristiano, credente, perchè è stato convertito da Paolo mentre era in catene.

Fm 17 : Se dunque tu mi consideri amico… Paolo non usa il termine philòs, ma koinòn (parola legata a “comune“, “comunione” ed è tipica per definire il rapporto fra amici, che hanno tutto in comune: il modo di sentire, i sentimenti ed anche la condivisione delle cose) : se mi consideri uno che ti appartiene, che ha in comune con te non solo la fede, ma anche l’umanità.

accoglilo come me stesso : come se fosse il mio sostituto.

Fm 18-19  : Per qualsiasi torto, metti tutto sul mio conto. Pagherò io. (Questa è la formula dell’assegno. E’ un tipico linguaggio commerciale).

Fm 19 : Anche tu mi sei debitore… : perchè sei diventato cristiano grazie al Vangelo. E qui, in qualche maniera gli è offerta la possibilità di ricambiare o di azzerare il debito.

Fm 21 : Ti  scrivo fiducioso nella tua docilità, sapendo che farai più di quanto ti chiedo. E’ da buon amico, che può contare sull’altro con grande libertà.  Si ricordi la parabola – tipica di Luca – di quel tale che va di notte da un amico a chiedere un pezzo di pane senza tanti protocolli.

Fm 23  : Ti saluta Epafra, mio compagno di prigionia in Cristo Gesù, insieme con Marco…. 

            Leggendo le lettere di Paolo si nota che c’è l’autorevolezza di un Incaricato di Cristo, di un Apostolo, che paga anche il prezzo della prigionia e dell’arresto. Ma il Vangelo si trasmette e contagia perchè utilizza il canale dell’amicizia, più che il canale dell’autorevolezza, del comando, della razionalità. Attraverso l’amicizia passa anche il volto di Dio che è l’amico dell’umanità.

Consideriamo ora gli altri due testi: uno è tratto da Filippesi e l’altro da Romani. Pur essendo distanti nel tempo, in entrambi si nota una consonanza nel pensare la comunità secondo il modello dell’amicizia: è una condivisione, una reciproca appartenenza che a volte è più forte di un legame familiare.

Fil 2, 1 : Se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità (=agàpe), se c’è qualche comunione di spirito…Comunione“, tipica del linguaggio cristiano, indica una unione che ha la sua fonte nello Spirito (che comunica l’amore). Paolo dice dunque: Se fate la vera esperienza cristiana di condivisione della stessa fede in Gesù Cristo, se partecipate al dinamismo dell’amore che è compassione e misericordia, “rendete piena la mia gioia…”(Fil 2,2)

Questa insistenza sullo stesso sentire, sull’unanime concordia, sull’unità o la consonanza dell’animo, fa pensare al fatto che Luca definiva la comunità di Gerusalemme “cor solum et anima una“. “Concordia” e “unanimità” sono due composti italiani che hanno a che fare con “anima e cuore“.

Un cuore solo e un’anima sola” è la definizione che Aristotele dava dell’amicizia.  Paolo propone ai cristiani una concordia ed unità che non è disciplina. L’unità cristiana non nasce dalla disciplina per essere forti, ma dalla condivisione di un’esperienza profonda tipica dell’amicizia.

Ma come distinguere la vera dalla falsa amicizia?  Paolo pone alcuni criteri: non una comunità di 5-6 mila persone, ma una più piccola di dieci o quindici che si conoscono e si stimano:

Fil 2, 4: Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà Il senso del proprio limite è fondamentale. I megalomani (cioè quelli che sono pieni di sé) non hanno amici, perchè gli altri sono spettatoti, clienti, ma non amici.  L’amicizia suppone lo scambio, la circolarità.

L’amico non cerca concorrenze, rivalità o gelosie: l’amico gode del successo dell’amico.  La prova dell’amicizia è quando tu stimi l’altro. Ci sono difetti, ma non li vedi! Ciò che conta sono le sue qualità.  Nelle comunità religiose c’è convivenza, ma non amicizia!  Come criterio dell’amicizia Paolo propone la reciproca stima e il rispettivo rispetto.

            Nella Lettera ai Romani – ad una comunità che non ha fondato  – propone rapporti che trascrivono l’esperienza di fede nel modello di amicizia nell’ambiente greco-romano.  Paolo riprende questi termini, tracciando un programma molto più ampio ed articolato:

Rm 12, 9 : L’agàpe/l’amore non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno. Qui si ha allora la combinazione di fratellanza ed amicizia – è il termine famoso che ha dato il nome ad alcune città dell’antichità greco-romana ed anche moderne: philadelphìa. Paolo invita ad essere amanti dell’amicizia, della fratellanza, in cui si combina assieme il modello dell’amicizia e della fraternità. 

Rm 12, 10: Egli però insiste molto sul modello amicale gli uni gli altri (questa è quasi una sua ossessione, perchè la ripete spesso) più che affetto.

 Usa un termine particolare che indica vibrazione emotiva affettiva profonda: la tenerezza. E l’affetto è fraterno, messo in una categoria familiare del rapporto con Dio Padre. Parla di unità nella stessa famiglia ma con il principio della  philadelphìa.

Rm 12, 10 : gareggiate nello stimarvi a vicenda… Ecco che ritorna il principio della reciprocità. L’affetto può portare all’attaccamento, all’adesione all’altro, ma potrebbe degenerare in subordinazione se non subentra la stima, che nasce dall’amore, perchè fa apparire la potenzialità dell’altro.

Gareggiate nello stimarvi a vicenda   Non la stima dell’inferiore per il superiore, ma è reciproca. Solo nella stima reciproca c’è amicizia. Altrimenti si ha concorrenza, dipendenza, subordinazione. 

Sono rapporti certo complicati, ma sono di comunità cristiana.  E quante volte si sente parlare nelle nostre parrocchie di amicizia? Di solidarietà, di comprensione, di aiuto reciproco, ma non di amicizia, che è un corroborante della vita.  Nei momenti duri della vita, se non c’è l’amicizia, ci si sente abbandonati a se stessi. L’amicizia sarebbe interessante per una comunità cristiana, in cui uno può contare, non solo per la solidarietà della Caritas (che certo è importante), ma perchè ci sono persone che ti vogliono bene, che stimi ed esse ti stimano.  La carità non ha bisogno di stima: aiuta chi è in difficoltà. La stima è un’altra cosa.

Rm 12,11: Non siate pigri nel fare il bene con zelo, siate invece ferventi…. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera.

Rm 12, 13: Condividete le necessità dei santi…La condivisione fa parte della logica dell’amicizia. Siate premurosi nell’ospitalità.

Rm 12, 14: Benedite coloro che vi perseguitano.. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto… Qui ci sono due momenti della comunione, del modo di sentire reciproco: gioia e dolore, pianto e gioia. Nella gioia dell’amicizia c’è condivisione, ma non obbligo, perchè veramente si è coinvolti nella sofferenza dell’amico e nella gioia.

Rm 12,16: Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri…   E qui sembra di leggere la lettera ai Filippesi! I sentimenti sono all’unisono, in sintonia.

Non nutrite desideri di grandezza: Non abbiate voglia di esaltazione, che è la peste delle comunità. Infatti chi cerca di emergere sempre come l’olio, è impossibile che non susciti gelosie e conflitti!

Volgetevi piuttosto a ciò che è umile… Fate spazio e unità, state coi piedi a terra ed abbiate il senso del limite: questo è alla base perchè ci sia spazio anche per gli altri.

Non stimatevi sapienti a voi stessi. La stima viene dagli altri e Dio solo apprezza. Il vostro modo di vivere sarà la credenziale della vostra sapienza, che è l’arte del vivere bene.

Riassumendo: Il modello dell’amicizia, rispetto a quella “familiare-parentale” (padre, madre, fratelli e sorelle), si fonda sulla reciprocità, uguaglianza, scambio e condivisione. Con ciò non si pensa neppure di denigrare il modello della parentela, solo che spesso essa viene vissuta o come dipendenza o in subordinazione o in lotta e conflitto. L’amicizia si vive non per dettato della comunità, ma per impulso interiore. Gli amici sono diversi e proprio per questo possono arricchire l’altro: non c’è un appiattimento (altrimenti sarebbe plagio, che non ha nulla che fare con la libertà e l’amore).

            Il segreto di riuscita di Paolo è proprio qui: nel creare non comitati di cristiani, cellule militanti, ma gruppi di amici, prendendo l’ambiente della casa, mettendoci non solo i genitori e fratelli e sorelle, ma anche degli amici. Non si dimentichi che Paolo propone il Vangelo ad adulti e fra adulti il rapporto non è quello della dipendenza, ma della reciprocità e dello scambio, pur con ideali che l’Apostolo chiama “servizio alla diaconia” (che è sempre nella logica di far crescere l’altro).

(continua)