Corpo, carne e spirito

26/11/2010 | Antropologia Paolina

Antropologia paolina è una parola complicata e difficile, che deriva dal greco e significa  “l’umanità di Paolo”: come lui pensa se stesso o come pensa di essere umano davanti a Dio. Partendo da questo, noi possiamo capire meglio il suo pensiero. Toccheremo il tema dei suoi collaboratori, i rapporti con le persone, le relazioni familiari, l’amicizia e concluderemo con la speranza cristiana e come,  partendo dalla fede in Gesù risorto, Paolo vede il dramma della morte.

Per Paolo la fede in Gesù Cristo non è in un personaggio del passato, né in un’idea astratta su Dio, né sul futuro o sulla storia, ma ha a che fare con una persona e con le persone. La persona è Gesù Cristo. Quando parliamo di Dio, le nostre idee sono confuse: è luce, amore, energia totale, l’insieme della vita e dell’universo.  Ma per noi sembra più semplice se pensiamo che il volto di Dio è il volto di un ebreo, figlio di una donna ebrea, crocifisso sotto Ponzio Pilato – come recita il Credo di Nicea e come dice Tacito, storico romano, interessato non agli aspetti religiosi, ma a quelli della sicurezza pubblica.  Dio lo ha rivelato – così dice Paolo – “a me come il Figlio suo.”   Paolo parte da questa esperienza del Crocifisso – vale a dire del corpo, dell’umanità di Gesù crocifisso che ha incontrato per iniziativa e illuminazione della Grazia di Dio. Paolo inaugura tutta la sua visione dell’essere umano e lo esprime attraverso quelle forme di comunicazione a distanza, da lui privilegiate, quali sono le lettere. Non potendo incontrare personalmente le persone, egli le raggiunge attraverso i suoi collaboratori che portano i suoi scritti, li leggono e li spiegano.  Tutta la spiritualità di Paolo e il suo pensiero sono nati dalla relazione vissuta con Gesù davanti a Dio Padre, nello Spirito (che è lo stato interiore, profondo) e dalle relazioni con le persone. La sua è un’esperienza di persone, che vivono in rapporto fra di loro: questo orizzonte nuovo è inaugurato dalla vittoria sulla morte da parte del Crocifisso che Dio ha risuscitato.

E’ interessante come Paolo esprima la sua relazione con Gesù (che non è un’idea o una teoria astratta): col Figlio di Dio che mi ha amato ed ha dato se stesso per me (Gal 2,20) con la sua morte – intesa non come una fatalità o una disgrazia, ma come estrema fedeltà e obbedienza a Dio e solidale con l’umanità. Dell’umanità di Gesù Paolo parla nella sua ultima lettera ai cristiani della capitale, nella quale sperava di arrivare da cittadino libero ed invece vi giunse sotto scorta, per sfuggire alle accuse ed alle minacce dei Giudei, i quali non gli perdonavano la sua fedeltà al movimento cristiano in concorrenza con l’esperienza ebraica. In questa lettera Paolo riassume la fede in questi due aspetti. Il Vangelo riguarda il Figlio di Dio che però è nato dal seme di Davide – quindi di discendenza davidica, regale ed ebraica – ed è stato manifestato ed insediato nel suo ruolo di Figlio attraverso la resurrezione dai morti. Dunque si evidenziano due aspetti: la carne e lo Spirito, il quale è potenza di Dio. E questa concretezza è quella che sta all’origine di questa nostra ricerca o percorso spirituale.  Quando si dice spirituale non si pensi però a una cosa invisibile, impalpabile, perché ha a che fare con la carne, con i corpi, che poi sono le persone.

Le persone sono corpi viventi, coscienti, consapevoli. Insisto su quest’aspetto: le persone non sono le anime, ma i corpi viventi e pensanti. Noi leggeremo un paio di brani di Paolo riguardanti l’immersione di Gesù nella storia umana:  la lettera ai Filippesi ed quella ai Romani.

Cerchiamo ora di capire la parola “antropologia”: è il discorso sull’essere umano. Paolo parla di “àntropos”, ma usa anche il termine “soma”, cioè qualcosa che si vede e si tocca.

  

L’essere umano è fatto di carne, sangue ed anche spirito, coscienza, libertà, capacità di progettazione (la grande differenza fra noi ed il mondo dei mammiferi sta proprio nella capacità di inventare il futuro). Possiamo iniziare il nostro percorso con un’indagine sulla terminologia e sui termini che Paolo usa per parlare dell’essere umano o “àntropos”. E’ una terminologia ripresa dalla biblioteca sacra, che noi conosciamo come Bibbia.

Paolo è ebreo, radicato nell’ebraismo ed il suo modo di parlare è ebraico o aramaico, ma scrive in greco: usa cioè una lingua franca: di Alessandro Magno e dei commercianti e turisti ( e della cultura) del suo tempo. Il greco fu utilizzato dai suoi colleghi ad Alessandria (la città fondata da Alessandro) per tradurre la Bibbia tre secoli prima (250 a. C.). Gli Ebrei hanno fatto tradurre il loro patrimonio religioso e culturale nella lingua universale di allora: il greco. E’ dunque il passaggio dal mondo semitico (cioè quello degli Arabi, Egiziani e Mesopotamici) al mondo che sarà poi quello europeo (noi siamo radicati nella Grecia, ma con organizzazione romana). La testa è nel “Lògos” che viene dalla Grecia, mentre le mani ed i piedi (e l’organizzazione militare, giuridica e finanziaria) vengono dai legionari romani. Paolo fa un’immersione del patrimonio ebraico dentro la cultura greca. Egli legge la Bibbia in greco, anche se la sua lingua materna è di un altro popolo. E’ però una traduzione che ha mantenuto il modo di pensare dei suoi antenati, del mondo dei pastori e dei contadini, i quali – a differenza degli intellettuali ed impiegati – hanno a che fare con le cose concrete : la terra, le piante, gli animali.

Il linguaggio della Bibbia è concretissimo. Questa premessa è importante per capire Paolo.

Egli dice cose semplicissime, perché la sua cultura è diversa. Noi invece siamo figli di una cultura molto astratta, soprattutto nella formazione scolastica. Anche nella Chiesa è molto astratta: Dio, Spirito, l’ amore, la carità, la giustizia sono tutte cose bellissime, che fanno riempire pagine di libri e di giornali, ma che non “mordono” nel reale.  Se prendiamo la traduzione della Bibbia in friulano, le pagine meglio tradotte e più riuscite sono quelle dei Salmi, che hanno a che fare con cose concrete. Non dicono “è una grande emozione”, ma parlano di “reni, cuore, viscere”. L’antropologia dei Salmi è molto fisiologica! Ed il friulano, nato dentro la cultura contadina, è un linguaggio fisico, corporale.  Tradurre Paolo è molto difficile, perché egli usa il termine “coscienza” (termine greco e non ebraico), “giustificazione”. Fin che si parla di piante, animali, di tempo, sole e pioggia si trovano anche le parole corrispondenti, ma “giustificazione” crea veramente grossi problemi. Pur provenendo dalla cultura ebraica, Paolo ha la capacità di scrivere nella lingua colta dei greci. Ed i Greci sono i grandi maestri del pensiero perché, partendo da cose concrete, sono riusciti ad elaborare idee e concetti.  Tutta la filosofia europea e soprattutto tedesca è partita dalla filosofia greca: dai Presocratici,  Platone, Aristotele. Dal pensiero filosofico siamo arrivati al pensiero tecnico  e l’organizzazione del modo di pensare, di ragionare e di scrivere, fino alla informatica moderna.

Ma ritornando al nostro argomento, vediamo di analizzare la terminologia biblica dell’antropologia paolina: partendo da carne, corpo, passiamo all’anima, spirito, l’essere umano, la mente, cuore e coscienza.”  La “coscienza” è l’ultima cosa che è entrata nel mondo di Paolo dalla porta dei Greci, perché non è né ebraica, né biblica. Il resto è biblico-ebraico con il corrispondente greco.

La “carne” in senso antropologico si dice in greco sárx (in ebraico è bāsár). Da sárx derivano le parole “sarcasmo” (= tagliare la carne addosso ad una persona) e “sarcofago” (= mangia la carne).  In italiano abbiamo molte parole di origine greca, soprattutto nel mondo della medicina. Sárx indica l’essere umano completo, nella sua fragilità di creatura, contrapposta a “spirito” (che è solo Dio). Tutto il resto, rispetto a Dio, è “carne”: gli animali, le piante, tutto quello che ha a che fare con la morte e la fragilità di creatura. Isaia ne parla in 31,3 :

L’Egiziano è un uomo e non un dio,

              i suoi cavalli sono carne e non spirito…”

Oppure ancora: “Ogni essere umano è come l’erba

                           E tutta la sua gloria è come un fiore del campo…”  (Is 40,6)

Carne” vuol dire fragilità, morte. “Spirito” è potenza di Dio.

Alcuni testi sapienziali dell’AT, scritti in greco, riflettono il dualismo fra “carne” e “spirito”.

 

Il corpo (in greco è detto sôma) non ha corrispettivo in ebraico. Nel linguaggio paolino esso indica la persona concreta, che ha relazioni con gli altri, col Signore Gesù risorto, che sceglie il suo orientamento morale e spirituale. Da qui nasce l’espressione tipica di Paolo “corpo del peccato(Rm 6,6). Quando capitano queste espressioni, si pensi al linguaggio dei giuristi, in tribunale, che parlano di “corpo del reato” (cioè l’oggetto del contendere). Il corpo è sempre la persona vivente. E quando dice “corpo del peccato”, intende “la persona schiava di questa potenza ostile a Dio, ribelle, incapace di amare, che è il peccato.” Il peccato è una forza che travolge la persona. “Corpo del peccato” è una persona asservita al peccato, che ha scelto come padrone il peccato. Si trova anche “corpo di morte” (Rm 7,24) – oggi tradotto anche in “corpo mortale”- .E’ il corpo destinato alla morte: la persona che va inesorabilmente verso la morte, se non c’è la forza di Dio che la salva.

 

Lanima è il termine più utilizzato da venti secoli nelle prediche e nelle liturgie (“Preghiamo per l’anima dei nostri defunti,” ecc.). In greco si dice psychê, da cui deriva la parola “psicologico”. L’ebraico ha almeno due vocaboli: nepheŝ e hajjâh.

Nepheŝ è la gola, per cui quando si dice nel Salmo 42: “la mia gola è riarsa, l’anima mia ha sete”, si deve ricordare che in ebraico l’anima si dice appunto nepheŝ. Così l’espressione “la gola è riarsa” è diverso dal dire “l’anima ha sete.” Questa è una metafora per dire “Desidero Dio nel mio intimo, nella mia anima.” E questa è un’immagine fisiologica, perché il soffio passa attraverso la gola e quando uno non respirava più, (una volta si metteva una candela davanti alla bocca), era segno che non c’era nepheŝ, non c’era vita, l’anima.  Dalla parola “anima” deriva anche “animato” Quando si parla di  “animali” invece, nessuno pensa che essi abbiano l’anima (che la Bibbia chiama  nepheŝ).  Noi non sappiamo se il nostro nepheŝ vada su o giù (= nella terra): noi speriamo che torni a Dio che ce l’ha dato!  Accanto al nepheŝ, c’è anche la parola hajjâh. La parola deriva da haj (= vivere) ed indica il vivente.  Quando Adamo diede il nome a Eva dopo la sentenza di morte, la chiamò Evâ, perché fu la madre di tutti i viventi. Evâ è assonante con hajjâh: lei era la vivente, la madre dei viventi o dèa della vita.  E’ l’essere umano completo. Nel mondo greco ed anche nei libri scritti in greco (per es.: nel Libro della Sapienza) si parla dell’anima che sta in un corpo pesante, di fango, che l’appesantisce.  Lì si fa sentire l’influsso del dualismo greco che tende a separare e contrapporre l’anima al corpo (Sap 3,1; 9,15; 14,26).E’ l’impressione che abbiamo anche noi, che siamo da venti secoli (o comunque da 1600 anni) sotto l’influsso di questo dualismo greco. Tutta la letteratura cristiana e le omelie sono convinte che c’è il corpo fisico, materiale, fatto di istinti, di passione e di sangue e poi l’anima spirituale, che cerca  Dio.   Questo non è il pensiero di Paolo, ma

di Platone ed Aristotele. Questo linguaggio è passato ai catechismi, alla liturgia con S. Agostino e poi Tommaso, S. Bonaventura che insegnavano a Parigi.  Per Paolo invece la mente, corpo, anima  è tutt’uno: è l’essere umano vivente (Rm 2,9; 13,1), la vita (Rm 16,4, 2Cor 1,23; Fil 2,30).  Per questo la “salvezza cristiana” non parla di salvezza delle anime, ma di resurrezione della carne o delle persone (Si ricorda che l’ultima frase del Credo è “Credo nella resurrezione della carne.”

In una versione del Credo che si recitava ad Aquileia, si diceva “Credo nella resurrezione di questa carne”, come se cellule, atomi di azoto e di ossigeno legati al DNA  potessero tornare assieme.

 

Abbiamo dunque considerato l’anima (=evento vitale di tutta la persona, il respiro, il soffio), la carne che è tutto l’essere umano, ma con aspetti diversi. Carne indica la fragilità umana; corpo significa persona concreta che entra in rapporto con gli altri.

 

 

 

 

Lo Spirito (pnéuma, in greco) è espresso nella Bibbia ebraica con rûah, che indica “vento/aria in movimento”, “tempesta”. Ecco perché lo Spirito Santo viene rappresentato da Luca come “un turbine di vento impetuoso”.  Rûah è femminile in ebraico, neutro in greco ed in latino è diventato maschile. Per questo nella Trinità le tre Persone sono tutti maschi! Rûah è la forza. Dio, è Spirito, mentre gli esseri umani sono “carne”. Anche la grande forza militare dell’Egitto (carri e cavalli) sono “carne”. Dio è spirito.  Si consideri il dialogo di Gesù con la donna di Samaria in cui lei chiede dove si deve adorare Dio: se lì o a Gerusalemme. Gesù le risponde: “Dio è Spirito e gli adoratori lo adoreranno in Spirito e verità.”(Gv 4, 23).  A Nicodemo che protesta di non poter ritornare a nascere da vecchio, Gesù risponde: “Quello che è nato dallo Spirito è Spirito.” (Gv 3, 6-8). “Spirito/ pnéuma” esprime l’aspetto dinamico relazionale dell’essere umano.

Nella prima lettera alla chiesa di Tessalonica, (il testo più antico del NT, scritto nel 49 d. C.) nel saluto finale, in una specie di preghiera prima delle raccomandazioni, Paolo scrive “Tutta la vostra persona (in greco: tutto quello che è vostro), spirito, anima e corpo… (Paolo indica tre aspetti, non tre composti, della stessa persona)… si conservi per l’incontro con il Signore nostro”…(=Parusìa). (1Ts 5,23). Tutta la persona ha dunque molteplici aspetti: persona concreta,  vivente (“anima”), e  “spirito” (=persona aperta a Dio).  Volendo ora considerare alcuni testi di Paolo, leggiamo l’antitesi “carne/spirito” in Rm 8,5-6, anticipata in Gal 5, 18-22:

Rm 8,5-6 : “Quelli infatti che vivono secondo la carne…Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace”. I “desideri della carne” sono la logica umana, di una creatura fragile, mortale, portano alla morte; mentre i “desideri dello Spirito” sono la potenza di Dio che dà la vita.  Per Paolo i desideri da seguire sono i grandi doni della vita, perchè uno non vive senza desiderare. La “carne” è l’uomo ripiegato su di sé (egoismo che porta alla morte). Lo “spirito” è invece “vita, potenza di Dio che guida verso la verità”.

 

Consideriamo ora l’Uomo/essere umano, che Paolo chiama ànthropos. In ebraico per dire “uomo” ci sono tre termini: adám (=luogo. Non è un nome proprio!), ‘iš, ed ‘enôš. Paolo parla poi dell’uomo vecchio:

Rm 6,6:  Sappiamo bene che l’ uomo vecchio, che è in noi, è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato (cioè l’essere umano in balìa della potenza negativa che lo rende schiavo). L’uomo vecchio è quello che appartiene all’esistenza prima del Battesimo, legato alla mentalità idolatria ed egoistica, ribelle, mentoniera e violenta.  L’uomo nuovo si trova soprattutto nelle lettere della  tradizione paolina: Ef 2,15; 4,22.24 (“Dovete…rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”). All’inizio era un tipico gesto battesimale quello di togliere il vestito vecchio e di indossare la veste bianca.        Poi, nella domenica “In albis”, nella

 settimana dopo il battesimo nella notte di Pasqua, si deponeva la veste bianca. L’abito non era solo l’aspetto esterno, ma esprimeva anche un’identità: di colui che si rivestiva di Cristo uomo nuovo.

 

La mens (in latino) diventa mente in italiano; noûs in greco: indica l’interiorità dell’essere umano. Paolo la contrappone al pneûma (in 1Cor 14, 14-15) e indica più l’aspetto razionale, per cui la ragione è  noûs, non solo il logos. Pneûma è la forza di Dio. Il mondo platonico divide anima e corpo: questo è la prigione, l’abito che si lascia per essere poi liberi, come anima che vola nel mondo di Dio. Questa è un’idea di Platone, non di Paolo, né della Bibbia, per i quali l’essere umano è unitario, non diviso in anima e corpo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Cuore e coscienza sono più legati all’interiorità, alle emozioni: per esprimere come si pensa e si vive,. “Figli” dei Greci, noi per anni abbiamo insistito molto sul pensiero, sul ragionare, dimenticando però che il pensiero funziona solo se c’è il calore delle emozioni (che nella vita si dice “fegato, reni, viscere ed anche cuore”). Solo che per noi “cuore “ ormai è relegato al mondo delle emozioni.  Cuore nella Bibbia è intelligenza, volontà, emozioni: cioè l’unità dell’essere umano pensante e desiderante. Così si può dire che esso è il centro della persona (Infatti: “Amerai Dio con tutto il tuo cuore…”), rappresenta un atto di volontà pensante. Cuore è radice e sede della vita spirituale, affettiva, intellettiva e volitiva. Esso faceva parte della tipica antropologia degli anni 1930 e 1940. Oggi la visione è un po’ più unitaria: si sono riscoperte oggi le emozioni, forse troppo. Oggi si tende ad impastare assieme razionalità, pensiero, noûs, spirito ed emozioni e poi la corporeità (non separata dall’apertura allo spirito).

Coscienza è l’ultimo termine che non è biblico, ma solo paolino. Meglio: è platonico, greco, (della patria della coscienza). Paolo lo ha “preso in prestito” per farsi capire dai cristiani di Corinto ed anche per  i Romani. “Con-scienza è in latino trascrizione dal greco synéidēsis (che vuol dire “vedere o conoscere insieme” e quindi di riflesso: “consapevole”). Essa indica l’interiorità dell’essere umano nelle sue decisioni etico-religiose. E’ un termine associato a “cuore” (Rm 2,15; 9,1; 1Cor 8, 7.10.12; 10, 25.27.28.29). Rappresenta la capacità di riflessione (che deve esistere anche nel mondo animale, altrimenti non sarebbe possibile la vita di relazione).  Nel mondo paolino coscienza è un’altra cosa: è l’interiorità che dice all’essere umano se ha fatto bene o male.  Oggi essa è “il tribunale interiore”: non è un contenitore, ma qualcosa che si costruisce tutt’uno con i sentimenti, l’intelligenza, le conoscenze, le relazioni, le esperienze soprattutto emotive. Così si può parlare di “coscienza ignorante, malformata, strumentalizzata, plagiata”, ma difficilmente è “libera”, perché questa ha a che fare con la sapienza, l’intelligenza, le relazioni giuste. La vita è libertà, capacità di progettare.  Quando si parla di coscienza non si considera soltanto l’aspetto morale, ma anche il problema  della libertà dell’ essere umano.

Sarebbe utile a questo punto riflettere un po’ sulla visione unitaria di corpo, anima e spirito, rispetto alla visione che soprattutto la liturgia ed il catechismo dividono in anima e corpo.  E’ un problema che tocca anche l’organizzazione della vita pastorale e sociale. Quello che è importante è la persona concreta e non solo lo spirito. La persona non esiste se non nella concretezza di un corpo sano o malato, giovane o vecchio. Non esistono i corpi in astratto, ma le persone giovani o meno giovani, maschili o femminili, sane o malate.

Alla fine di questi nostri incontri parleremo dell’anima e dello spirito (che nel linguaggio di Paolo coincidono: l’anima è lo spirito in rapporto con Dio, che non è separabile dal corpo fisico.

La carne non risorge per Paolo: il corpo risorge! Il corpo è la persona, mentre la “carne” sono le ossa o le ceneri che vengono disperse. O si deve pensare che Dio vada a cercare le cellule e gli atomi della persona per metterla insieme?  Per Paolo il corpo è destinato alla resurrezione, mentre il “ventre” ( 1Cor 6) finisce nella morte, come il cibo.

Nella terra avete sepolto un corpo materiale e risorge un corpo “psychicos” (=animato dallo Spirito), non spirituale. Esso per noi significa “impalpabile, invisibile, quasi un gas”, mentre “Spirito” è la potenza di Dio. La tutela della salute fisica, del benessere emotivo e psichico fa parte dell’impegno a salvare la persona nella sua interezza, fatta di anima, spirito, corpo e “carne”. Questi sono aspetti diversi dell’unica persona. Nella lettera ai Romani Paolo si chiede “Cosa serve a noi battezzati se poi moriamo come tutti gli altri?” Allora precisa che il “corpo finisce nella morte, ma, grazie allo spirito che vive in te, Dio ti farà risorgere”. Risorge il “corpo”, mentre l’aspetto materiale finisce nella morte.  Ma dell’aspetto materiale cosa rimane?  Ne riparleremo quando arriveremo a parlare della resurrezione! 

 

 

A Paolo non interessa tanto sostituire la filosofia greca con la parola della Bibbia, quanto invece il rapporto con Dio. Per lui il “principio vitale” non è solo qualcosa che sta dentro l’essere umano, ma la relazione con Dio.  Così quando si dice che la “carne finisce nella morte”, solo lo spirito resta in contatto con Dio. Il problema è di relazione fra la creatura ed il Creatore (cioè non è un problema filosofico).  Ogni essere umano entra in contatto con Gesù. In più ogni battezzato ha la coscienza di essere “figlio di Dio” e di testimoniarla. Il linguaggio di Paolo è essenzialmente “religioso”: riguarda il rapporto con  Dio Creatore per mezzo di Gesù.

Delle “radici dell’antropologia”possiamo leggere qualcosa nella lettera ai Romani (cap. 8): il problema non è solo di linguaggio, ma del nuovo mondo aperto dall’incarnazione e della morte di croce.  Paolo parte dall’esperienza del cambiamento intervenuto con la morte di croce.

Noi partiamo da un testo poetico (che precede di qualche anno la lettera ai Romani):

Fil 2, 6-11:  Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:

                    Egli, pur essendo nella condizione di Dio,

                    non ritenne un privilegio

                    l’essere come Dio,

                    ma svuotò se stesso…

 

Nella lettera alla chiesa di Filippi a Paolo interessa l’immersione di Gesù, Figlio di Dio, nell’umanità. Paolo riporta le sue riflessioni in forma poetica per esortare i cristiani di Filippi all’unità profonda, usando il termine “sentimenti”, non sotto l’aspetto emotivo e affettivo, ma come “modo di sentire”, scelta. Il modo di valutare e di pensare  che sta alla base dell’agire, guida tutta la vicenda di Gesù, che è stato guidato da questo progetto: ecco i “sentimenti”.

Fil 2, 7:ma svuotò se stesso” : non appare l’aspetto glorioso, ma la fragilità umana – “assumendo la condizione di servo (rispetto a Dio), diventando simile agli uomini.” Nella vita sociale Egli è stato conosciuto come un uomo.

L’ultimo gradino dell’abbassamento – che si potrebbe chiamare “l’immersione dentro la condizione/ antropologia umana” – è espressa da

Fil 2,8:umiliò se stesso

              facendosi obbediente fino alla morte

              e ad una morte di croce.”

 

Si noti che non si dice “obbedienza a chi” (al Padre, al destino?) No, Egli diventa l’obbediente. Così che nella morte Egli appare il fedele per eccellenza, il Figlio. E la morte che Egli accetta ha l’aspetto degradante della crocifissione.

Questo testo ci fa capire che per Paolo l’essere umano è quello rivelato da Gesù uomo, che è in rapporto con Dio da Figlio e nello stesso tempo è dentro la storia senza privilegi. E la totale spoliazione e degrado è proprio quella di morire non come tutti per morte naturale, ma per morte violenta. Così Gesù rivela la dignità di figlio anche all’ultimo degli esseri umani più degradati. Questa è la grande svolta antropologica che non riguarda solo anima, corpo, spirito, materia.

 

A conferma di questo testo poetico, troviamo in prosa un altro testo che Paolo ha dettato in maniera molto più elaborata per la chiesa di Roma qualche anno più tardi: è nel cap. ottavo. In esso egli chiude il discorso della libertà dalla morte, dal peccato e dalla legge (la quale è impotente a metterci in contatto con Dio. Non è la legge che ci salva, ma è Dio per mezzo di Gesù).

 

Lettura di Rm 8, 1-4

 Nel testo di soli 4 versetti riporta per quattro volte la parola “carne”. La legge, di cui si parla sono i comandamenti o, potremmo dire, tutta la Bibbia nel suo valore normativo, è impotente a salvarci.  Non basta dire ad una persona uno o tutti i comandamenti, la legge è impotente, non salva, perché entra in ballo la fragilità umana, la “carne”. Questa dunque ha a che fare col peccato (cioè con l’egoismo, la ribellione totale ed il rifiuto del rapporto con Dio) e con la morte, che è la sua conseguenza.  Dio ha inviato il Figlio non in una condizione umana pulita e privilegiata, ma nella storia umana inquinata dal peccato: nella storia di un Paese occupato con violenze e sopraffazioni.  Questa storia, che è un po’ la parabola della storia di tutta l’umanità, ha condannato con una sentenza totale il peccato e lo ha messo fuori gioco. Quindi noi possiamo vivere secondo lo spirito e non secondo l’egoismo ribelle quella fragilità che ci porta alla morte. Per Paolo, dunque, il discorso sull’essere umano davanti a Dio non è solo un problema di mettere insieme il linguaggio greco e biblico, anima, corpo, spirito, materia, ma ha a che fare con l’immersione di Dio nella nostra umanità, che è Gesù.  E questo cambia  l’orizzonte e dà la possibilità di guardare in modo nuovo l’essere umano ed anche di considerare questa impotenza e fragilità della carne che va verso la morte. La parola Spirito con l’iniziale maiuscola, indica Dio.  Lo Spirito non è solo energia immortale che pervade l’universo o le persone: è la potenza di Dio Creatore. Paolo qui parla in termini biblici, perché solo la potenza di Dio può sfidare e vincere la morte; solo che lo Spirito viene dato tramite il Figlio, che è entrato nella nostra condizione umana.

In questo primo incontro abbiamo un quadro del linguaggio di Paolo che si muove nell’ambito biblico, a contatto col mondo greco che utilizza il dualismo filosofico-antropologico. Noi però non affrontiamo il discorso della filosofia, quanto invece quello della fede: il problema dell’agire di Dio nell’universo che Paolo scopre per mezzo di Gesù.  L’Apostolo ripensa dunque la sua vita e quella dei suoi cristiani nell’orizzonte della sua fede in Gesù.

 

(continua)