Cuore e mente

24/11/2010 | Antropologia Paolina

Risaliamo sulla figura di Paolo, come si può ricostruire attraverso l’epistolario, documenti di prima mano. Per nessun altro personaggio del NT, nemmeno per Gesù, abbiamo informazioni così precise e sicure. Di Gesù abbiamo solo informazioni “di seconda mano”: cioè quello che hanno visto e sentito, quello che pensano gli altri. Ma cosa pensasse lui di sé non lo sappiamo. Forse in alcune sentenze è nascosto qualcosa del carattere, dell’umanità e del pensiero di Gesù.

            Il testo allegato si divide in due parti: una d’introduzione ed una di documentazione (tre testi presi dall’epistolario paolino) per riscoprire o almeno intravedere la sua capacità di fondere insieme un’intelligenza acuta, duttile e profonda, capacità di penetrare nei problemi, sviscerarli e contestualizzarli con l’ambiente del suo tempo, con la fede ebraica e soprattutto con la fede in Gesù, Signore, e poi la sua dimensione affettiva, emozionale ed anche volitiva.  Questo è indicato e suggerito dal termine o metafora “cuore”. Quando noi sentiamo parlare di “cuore”, pensiamo subito ai sentimenti ed al sentimentalismo (e questo è una lettura deteriore, tipica della cultura occidentale, figlia dell’Umanesimo. Ma noi abbiamo separato l’intelligenza dai sentimenti). Nella Bibbia “sentimenti” senza intelligenza non è intelligenza. “Sentire” è più vicino al linguaggio friulano – “sintimént” – che non all’italiano “sentimenti”. “Vê sintimént” vuol dire non solo provare emozione, ma avere anche buon senso, intelligenza e sapienza, soprattutto. In friulano nessuno pensa solo alle emozioni, ma nel linguaggio popolare vuol dire “capacità di discernere, valutare, decidere, avendo la sapienza biblica”.  Nei due paragrafi introduttivi si tratta della sapienza di Paolo. Noi siamo abituati ad un Paolo che affronta i problemi di teologia, di Dio Padre, di Gesù Cristo e dello Spirito Santo, il tema della giustificazione, le citazioni bibliche. Le sue argomentazioni sono impressionanti e scoraggiano spesso i predicatori della domenica, i quali preferiscono rimanere a commentare le parabole del Vangelo e lasciano Paolo nella sua solitudine aurea.  Invece le lettere sono un testo teologico di grande spessore, al punto che ci potremmo domandare se i cristiani di Tessalonica, Filippi, Corinto ed anche di Roma – a cui egli scrisse le sue lettere intense, dal punto di vista teologico – erano in grado di capire le sue lettere… Probabilmente Paolo li aveva preparati con la catechesi e l’istruzione per poter conoscere il suo linguaggio, il suo ritmo ed anche il modo di argomentare.

            Si diceva che Paolo aveva un’intelligenza acuta, speculativa e, nello stesso tempo, pratica.

Non è solo il Paolo delle lettere e della predicazione, ma anche quello che sa “agganciare” i suoi compagni di lavoro (perché Paolo è anche un lavoratore manuale!). Non è un professore di facoltà filosofiche o teologiche; ha frequentato le scuole superiori di diritto (che lo ha portato ad avere più una dimensione pratica, da “buon ebreo”), le scuole rabbiniche ed ha dovuto organizzare la sua vita in modo autonomo, intraprendere viaggi, prendere contatti col capitano della nave, fissare il prezzo,

trovare lavoro e lavorare nel quartiere dei montatori di tende o tessitori. Così aveva la capacità di tenere in piedi le piccole comunità o piccoli gruppi con  una “rete” di collaboratori. E questo presuppone una grande capacità organizzativa (tipica dei grandi “manager”). Paolo è un “manager” in senso organizzativo, tiene conto dei diversi livelli culturali (tratta con greci, ebrei, indigeni, persone colte ed analfabete). La gran parte dei destinatati delle lettere sono analfabeti; pochi erano quelli che erano in grado di leggere un testo scritto.  La loro cultura era soprattutto orale (pochissimi sapevano scrivere!).

Un altro aspetto che colpisce della personalità di Paolo è un’umanità integrata, equilibrata: egli aveva un’intelligenza ed anche una dimensione emotiva. Leggendo talvolta le lettere, si ha l’impressione che Paolo sia un uomo diviso. E l’idea di “carne” e “spirito” è stata letta con la mentalità ed il linguaggio dei Greci – che distinguevano l’anima ed il corpo -; è la divisione che si ritrova anche in S. Agostino: un uomo diviso fra i suoi progetti, i suoi ideali, una vita trascorsa nella ricerca della verità, ma anche ricca di passioni umane, di amori prima in Africa, poi in Asia ed in Italia. Agostino era un uomo diviso e per di più viveva accanto ai Teoretici, che dividevano “carne” dallo “spirito”, passioni e desideri spirituali. Paolo non ha questi problemi: egli è una persona integrata. E quando parla di “carne” non si riferisce – come abbiamo già detto – alla condizione fisica, ma a quella “creaturale” (alla fragilità della creatura). Anche la sua mente e il suo spirito è “carne”: fragilità e debolezza spirituale non è il fisico, come invece si ritrova in tutto il Medioevo, fino a S. Francesco che tratterà il corpo per sottometterlo.

Anche il modo di vivere la sensibilità, l’affettività, l’emozione  – per Paolo – non ha censura, perché viene dal mondo biblico e parla di queste cose senza i pudori e senza gli scrupoli tipici di una cultura “vittoriana” (quella che prima dal mondo greco è passata alla cultura occidentale, attraverso il filtro del Medioevo d è rimasta almeno fino a 30-40 anni fa, quando non si poteva parlare di alcune “cose” e soprattutto non si potevano esternare i sentimenti. Era impensabile che un papa, per esempio, potesse parlare dei suoi scrupoli, dei suoi dubbi, delle sue lacrime e delle sue malattie. Sia per Pio XII, per Giovanni XXIII che per Giov. Paolo II la malattia era “censurata” sia dalla radio vaticana, sia dall’Osservatore Romano”, quando invece i due papi avevano un tumore che si propagava!). Per loro il “sacro corpo” era fuori dalla realtà, perché il papa non era considerato una creatura normale, che può ammalarsi, avere le sue disgrazie, come tutti i poveri “diavoli”!    Questa idea che la persona “in alto”, soprattutto se ha autorità spirituale, non ha un corpo, ma solo una testa e un’anima, è fuori dalla visione di Paolo.  Questi infatti parla della sua malattia e lo dice chiaramente nelle sue lettere, e senza scrupoli! Anche lui aveva le sue crisi, i dubbi, le incertezze: in questo senso era una persona abbastanza equilibrata.

Anche il problema “cruciale” nella nostra società – il rapporto fra maschile e femminile – e, per noi oggi, l’omosessualità e la trans-sessualità è una materia pericolosa, per Paolo era normale parlare al maschile ed al femminile: parlare come una madre e come un padre. E questa è una componente tipica di tutti gli esseri umani che, a parte l’aspetto biologico e fisiologico, hanno nel loro intimo, nel loro “animus” profondo, una dimensione di tenerezza e di forza, maschile e femminile. E Paolo userà le due metafore – come vedremo – per evidenziare che i due elementi della persona sono presenti in tutta l’umanità su una base, prima di tutto, genetica. Così abbiamo una parte che prevale sull’altra, ma anche nel sentire i rapporti con Dio e con i cristiani.  Leggeremo un testo dove lui si presenta padre, madre e sposo di una comunità, con la tendenza al possesso. Paolo è una persona di grandi sentimenti, di grande intensità volitiva e tende ad occupare tutta la scena da protagonista. Questo capita a tanti personaggi che, nei rapporti con gli altri, tendono a essere sempre i padri o le madri o i protettori, mentre gli altri sono vittime o figlie o figli che non sono mai cresciuti.   Questo è un problema molto delicato nei rapporti. Nel caso di Paolo, il fatto che egli abbia fondato delle comunità (“io vi ho generato mediante il Vangelo”) è un rapporto paterno che tende a diventare protettivo come madre e possessivo come padre.

Paolo parla tranquillamente di questo suo modo di porsi. Di fronte ad una personalità così forte nei sentimenti, egli diventa intollerante, estremista. Quanto è tenero, affezionato fino alle lacrime nei confronti dei suoi cristiani, altrettanto è feroce, implacabile, fanatico verso gli avversari.  Ma come facciamo noi ad imitare un santo come lui?  Per noi un santo è uno che non ha problemi, è una specie di “pezzo di marmo”, in cui non ci sono difetti, né problemi; una forte carica emotiva non ha nulla a che fare col peccato, anzi è una grande risorsa quando la si può incanalare, come l’energia atomica!  Paolo è una centrale ad alta produzione di energia spirituale: l’ha investita per il Vangelo, per costruire rapporti. E quando trova un ostacolo, diventa – come l’acqua – distruttivo: è Paolo che si scontra con gli avversari, soprattutto quando toccano i punti centrali del Vangelo, la fede in Gesù… e allora si trovano quelle parole infamanti e denigratorie “Guardatevi dai cani! Guardatevi dai cattivi operai, dai mutilati (=quelli che si fanno circoncidere)!” 

Se sono missionari come lui, hanno la croce come lui: ma questo per lui è intollerabile. Allora va su tutte le furie…ma questo non è peccato. E’ solo una grande emozione. Il peccato è un’altra cosa: l’invidia, la cattiveria, il fare il male. Lo stato d’animo alterato fa parte della nostra struttura psico-fisica, tanto per evitare di farsi venire mal di fegato, trattenendo tutto dentro.

L’attaccamento che egli ha nei confronti dei cristiani, la sua grande capacità affettiva forse sono derivati dal fatto che non ha la famiglia, forse ha “rotto” con la moglie, il fatto di non aver avuto figli, l’ha portato a riversare tutto il suo affetto verso i cristiani che egli considera “suoi figli amatissimi”. Ecco dunque il padre e la madre che viveva in maniera metaforica di transfert i rapporti con i cristiani. In questo modo egli rende presente l’amore di Dio. Quando noi diciamo di annunciare il Vangelo di Gesù, esso non può passare che attraverso l’attaccamento, l’affetto, la dedizione che si vede (con tutti i problemi e rischi che questo comporta!). Riuscire a trasmettere la fede senza creare persone dipendenti, ma libere, capaci di gestire la propria vita, questo è l’ideale di ogni educatore alla fede.

Qui di seguito c’è una decina di parole che Paolo adopera e che rappresentano una specie di “radiografia” della psiche e della personalità di Paolo, attraverso il suo linguaggio. Questo è importante perché il linguaggio è la spia del modo di sentire e di essere di una persona. Egli usa la parola “splágchna/viscere” – che è una metafora concreta, per parlare della sua affettività profonda.

Su 11 volte nel NT, Paolo usa questa parola ben otto volte. Ciò significa che fa parte del suo linguaggio, per esprimere “amore intenso, profondo, viscerale”. Altre parole molto usate sono:

agapân/amare” (34 volte); “agápē/ amore” (75 volte) “epipotheîn/ desiderare intensamente, avere una nostalgia struggente”. E’ una parola che ricorre sette volte su nove ed è del linguaggio tipico di Paolo. “eucaristeîn/ rendere grazie”; “phroneîn” è il “sentire profondo” (23 volte su 26 nel NT): sentire non solo con la testa, ma anche col cuore.

chaîrein” è “gioire” (29 volte su 74): Paolo è un ottimista e parla molto della gioia, dell’aspetto positivo della vita. E usa anche molto “chará/gioia”.

paráklēsis” è la “consolazione, il conforto” (usato 20 volte su 26 nel NT!). Nel IV Vangelo è una parola per indicare lo Spirito (Paràclito/Consolatore ed anche Colui che ti dà forza).  Paolo usa molto questa parola perché i suoi cristiani hanno problemi, perché sono in minoranza.

Anche la “praütēs/ mitezza” è una parola paolina, anche se in bocca a Paolo sembra un controsenso, perché lui è tutto fuorché mite! Indica una persona che ama vivere in pace, senza disturbare nessuno. Paolo è un mite per scelta, non per costituzione. Anzi è un aggressivo, un combattente, che ama le metafore militari e sportive. Anche Gesù sarà definito dagli altri un mite. Ma dipende da chi ha davanti! Infatti se ha davanti farisei e scribi, è ben altro che mite. Anche Gesù ha una personalità molto forte, ma ha un altro modo di rapportarsi: risente del mondo contadino, abituato ai ritmi più lenti. Non a caso riesce a catturare l’attenzione degli adulti, trascina le folle. Non è mieloso, come appare nei santini!

Paolo è un grande organizzatore. Ha due culture e usa due lingue: questa è la ricchezza della sua personalità.  Egli vive la sua esperienza della fede in un’umanità diversa da quella di Gesù.

Le persone che entrano in conflitto con Paolo, restano colpite dalla sua durezza e dalla sua forza ed intransigenza ed hanno paura. Egli diventa antipatico. Così davanti a lui sono costretti a scegliere: o attaccarsi a lui fino all’entusiasmo, oppure respingerlo. Non esiste una via di mezzo.

(Nel 1400 Paolo è stato rappresentato con la spada in mano, sia perché gli è stata mozzata la testa, sia perché egli usa la metafora della spada come Parola di Dio. Gli sta bene l’immagine con la spada, perché egli è un combattente per il Vangelo).

Consideriamo ora il testo “Come una madre e un padre (La prima lettera agli abitanti di Tessalonica 2,1 – 12, scritta nel 49-50, è considerata uno dei testi cristiani più antichi in assoluto. Il testo è scritto da Corinto ad una comunità che egli ha dovuto abbandonare in fretta. Siamo in Macedonia e lui, arrivato da Filippi, è costretto a scappare di notte, dopo che i suoi amici che lo ospitavano, ebbero pagato una cauzione. Paolo è preoccupato per quello che possono aver pensato i Tessalonicesi, della sua fuga notturna, mentre qualcuno ha messo in giro anche insinuazioni su di lui, sulla sua capacità di predicare il Vangelo. Allora egli scrive la lettera per motivare il suo annuncio del Vangelo, lo stile ed il metodo e soprattutto i suoi rapporti con i cristiani di Tessalonica).

1 Ts 2, 1: “La nostra venuta non è stata inutile.” Sarebbe meglio dire “inefficace”.

1 Ts 2, 2:  “…a Filippi” : nella prima città europea, colonia romana, che egli ha lasciato, distante 150 Km. sulla via che collega Filippi a Tessalonica e prosegue con la Via Appia.

“…in mezzo a molte lotte.”  Come narra anche Luca, c’è stato un sollevamento contro di lui sulla piazza.

1 Ts 2, 4: “  vi annunciamo il Vangelo,… cercando di piacere a Dio che prova i nostri cuori.” La testimonianza a suo favore gli viene data da Dio e dalle persone che lo hanno incontrato.  E qui mette in risalto anche lo stile del suo annuncio:

1 Ts 2, 5 : “Mai abbiamo usato parole di adulazione…” per catturare i consensi ed imbrogliare la gente. “né ricerca del denaro (cupidigia)”

1 Ts 2, 6 : “..e neppure abbiamo cercato la gloria umana…” Qui per “gloria” si intende non solo il prestigio, ma anche un compenso, perché Paolo può presentarsi come delegato, ambasciatore, apostolo del Messia.  “Invece siamo stati amorevoli…”  Prima Paolo ha parlato in negativo. Ora usa la metafora dell’innamoramento ed usa anzi dei termini rari, che fanno parte del suo linguaggio e della sua cultura, ma che non si trovano in altri testi. Usa il termine che indica “amore intenso, profondo”  E’ interessante anche la metafora della madre che trasmette la vita: anche Paolo si sente una madre… Ai cristiani della Galazia (Gal 4,19) scrive “Vi partorisco nel dolore..”, alludendo ad un parto spirituale che nasce dall’affetto. Generare la vita e dare la fede hanno per Paolo lo stesso dinamismo di amore. E se si tratta di amore di Dio, Paolo lo manifesta con questo attaccamento.  L’amore umano è sacramento dell’amore di Dio. I malati, i vecchi ed i sofferenti capiscono che c’è Dio, se glielo mostrano nei fatti, con la cura senza remore: così hanno fatto anche i Santi.

Il Vangelo è questo: non è un discorso astratto, filosofico o astronomico, ma amore e lo si diffonde solo amando. E qui sta la difficoltà di trasmettere la fede: non servono catechismi e riti, se manca l’amore. Se uno non lo sperimenta, non può pensare che Dio esista!

1 Ts 2, 9: “Voi ricordate.. il nostro duro lavoro…” Paolo doveva lavorare per mantenersi, anche se si trovava ospite presso amici. Non è come tutti gli altri che parlano di religioni per farsi mantenere. Quella gente era dunque solita  vedere girare per le piazze i soliti propagandisti!

1 Ts 2, 10-12: Mentre la figura della madre è più tenera, quella del padre ricorda il genitore ebreo, rappresentante della tradizione e della religione ufficiale. Paolo, come un padre, esorta, incoraggia i figli, accompagnandoli non solo con i discorsi, ma anche col consiglio.  Immaginatevi  Paolo che gira di casa in casa ad incoraggiare quei piccoli gruppi cristiani!

Questo testo è forse il più bello di tutta la tradizione di Paolo, dell’epistolario paolino.

 

Un secondo testo troviamo nella lettera ai Filippesi: lettera di grande calore umano, scritta dal carcere di Efeso, dove Paolo si trova in attesa di processo che non sa come andrà a finire (col proscioglimento o con la condanna).  Arriva un cristiano inviato da quelli di Filippi e gli porta un po’ di aiuti, incoraggiamento e lo assiste in carcere.  Paolo allora scrive una lettera per ringraziarli: prima di tutto per  l’arrivo di Epafrodito (loro delegato) e poi per i soldi e gli aiuti materiali. Così scrive loro: “Solo voi avete un conto aperto di dare e avere”.  L’Apostolo non ha verso di loro i sospetti che ha invece verso la chiesa di Corinto e di Tessalonica.  All’inizio della lettera ai Filippesi troviamo la sua espansione di sentimenti, espressi in parte utilizzando il linguaggio dei salmi ed in parte accenti che sono tipici di Paolo. Egli è una persona che non parla per “frasi fatte” o stereotipi. 

Fil 1, 3-5 : “..della vostra cooperazione..” Essi non cooperano soltanto con la  preghiera, ma anche con l’aiuto materiale. La cooperazione per Paolo ha a che fare con l’attività missionaria.

Fil 1, 6: “…colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà…” Questo è il modo di concepire la vita cristiana: l’annuncio del Vangelo ed il suo compimento è opera di Dio. Egli che vi ha chiamati, vi terrà saldi.

Fil 1, 7:  Comincia lo sfogo, la profonda comunicazione affettiva: “Vi porto nel cuore” : etimologicamente è corretta la traduzione dal greco.  I Filippesi partecipano della Grazia e dell’iniziativa di Dio.

Fil 1, 8: Quando uno legge in modo trasversale la vita di Paolo, si rende conto che c’è un linguaggio corrente che ritorna (“Dio mi è testimone” è un’espressione che si ritrova in Gal e Ts).

“Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per voi tutti nell’amore di Cristo Gesù”  Qui Paolo usa quel verbo speciale che indica “nostalgia struggente, intensa”. Nel testo greco “nell’amore di Cristo Gesù” è espresso da Paolo con “nelle viscere di Cristo Gesù”. E’ il linguaggio anche di Dio quando si rivolge ad Osea: “Le mie viscere non possono abbandonarti o figlio”. Esprime un amore irrefrenabile, come quello del Padre che corre incontro al “figliol prodigo”: esprime quelle esperienze fisiologiche che non si possono controllare.  E’ interessante poi che Paolo scrive che “l’amore che ho per voi è un tutt’uno con quello che ho per Cristo Gesù”. Noi ci facciamo problema se il nostro amare Dio significhi anche amare gli altri. Per Paolo invece non ci sono differenze …”di viscere”!

Il modo di amare le persone eguaglia l’amore di Dio: nella Bibbia esso ha questa dimensione molto corporea. In alcune lingue, sia pure in forma dialettale, “figlio” è chiamato anche “viscere”. E’ interessante che sia qui un uomo – Paolo – che parla. Il suo linguaggio ricalca Osea, in cui c’è una figura materna (La Bibbia ha censurato la presenza della madre, per evitare il culto della dea madre che è il culto più arcaico, soprattutto nell’ambiente rurale. Gli ebrei che vengono dal mondo dei pastori, hanno cancellato la figura della madre e l’hanno sostituita con un una figura maschile, che è il Dio solitario.  La Chiesa cattolica ha allora introdotto la figura della Madonna, che compensa un po’. Al livello arcaico delle tradizioni dell’ambiente semitico, lo Spirito Santo ha questa funzione, perché “spirito” nelle lingue semitiche è femminile: è la “ruah”, la tenerezza. Questa espressione è poi rimasta nel linguaggio dei mistici. (Quello che ci penalizza è che il linguaggio semitico è stato soppiantato dalla cultura greca, per la quale la dimensione sentimentale è stata vista come “pericolosa”. Il “corpo” era visto come un cavallo irrequieto: è la visione di Platone ed Aristotele).

Fil 1, 9: “E perciò prego che la vostra carità (= amore) cresca… in pieno discernimento”. Si noti la differenza fra amore e conoscenza e la capacità di discernere. Per noi invece amore è un’altra cosa rispetto all’intelligenza. Nel testo di Paolo si parla di un amore intelligente: solo chi ama è in grado di comprendere. Questa è una visione tipicamente biblica: la sapienza è capacità di conoscere, partendo dall’amore. E il principio dell’amore dovrebbe guidare sempre la Chiesa.

Fil 1, 10-11: Lo scopo finale è “a gloria e lode di Dio.” Paolo è un architetto del pensiero. Molto preciso, parte dall’esperienza umana, ma non dimentica che il punto di partenza e di arrivo è sempre Dio, tramite Gesù Cristo. Paolo è una persona di grandi sentimenti, ma anche uno che è in grado di valorizzare le persone ad altissimo livello.

 

L’ultimo testo, che meditiamo è un brano della 2 Cor (6,11 – 7, 49). E’ più semplice. Fu scritto per la chiesa di Corinto con la quale Paolo aveva rapporti per dir poco tempestosi. Attaccamento, gelosie (cfr. 2 Cor 11,2 :”Provo per voi una specie di gelosia divina, perché vi ho promesso ad un unico sposo..” rimproverandoli di aver accolto un altro Vangelo. E adesso: che figura ci fa lui davanti a Gesù Cristo, lo Sposo?!!  Il problema non era solo l’integrità della fede e del Vangelo, ma anche la presenza di altri missionari che gli invadevano il campo.  E Paolo in questa lettera è un po’ possessivo, tutto preso dalla gelosia di Dio (metafora biblica. Infatti il Dio della Bibbia è “geloso”). 

Dai versetti scelti traspare la sua relazione intensa con i Corinzi.

2 Cor 6,11: “La nostra bocca…,Corinzi;” Paolo interpella i suoi fedeli col loro nome di appartenenza.

2 Cor 6,12: “Nei vostri cuori siete allo stretto” E’ interessante il tema del cuore: esso non indica – come abbiamo detto – soltanto gli stati d’animo, ma anche tutta la personalità che vuole, ama, progetta.

2 Cor 6,13: “Apriteli anche voi.” Probabilmente Paolo scrive per lettera quello che anche diceva, quando riusciva a stabilire un rapporto profondo con le persone. Egli girava da una comunità all’altra, fermandosi per alcuni mesi. A Corinto ritorna tre volte e vi rimane anche per due anni. Così ha stabilito anche un contatto, incontrando i suoi cristiani in maniera abbastanza regolare.

2 Cor 7,2: “A nessuno abbiamo fatto ingiustizia…” Si tratta delle insinuazioni del gruppo (ostile a Paolo) formato dai missionari venuti da fuori. Essi giravano con lettere di raccomandazione da parte delle chiese mittenti di Gerusalemme, e screditavano Paolo. Essi cercavano di insinuare che egli aveva mandato Tito per raccogliere fondi poi finiti chissà dove! Invece Paolo si era impegnato con serietà ed animo puro per le chiese di Gerusalemme!

2 Cor 7, 3: “siete nel nostro cuore, per morire insieme…” Si noti l’insistere di Paolo sul “cuore”: è linguaggio biblico per parlare di Dio, oltre che delle relazioni umane.

2 Cor 7, 4: “Ho molto da vantarmi di voi…”  Tito ha portato a Paolo buone notizie che lo hanno veramente consolato e rallegrato “in ogni nostra tribolazione”. L’Apostolo ha sicuramente vissuto i contrasti, le delusioni, oltre che le percosse, il carcere, i fallimenti perché alcuni poi l’abbandonavano. Egli viveva un rapporto profondo con Dio, ma anche  con le persone. La dedizione a qualcuno comportava però anche rischi di dolori, perché c’erano gli irriconoscenti.  Paolo è un “mediterraneo”: è nato sulle sponde del mare, viene dal mondo greco e dalla tradizione ebraica. Egli ha trasformato tutto il suo bagaglio umano e culturale verso il suo grande ideale, in modo da vivere il rapporto con Cristo come con gli uomini. La sua avversione è nei confronti degli avversari che sono cristiani e minacciano l’integrità del Vangelo, dopo che lui con fatica, lo ha predicato! Nei confronti degli infedeli Paolo non dice gran che, perché non ha con loro un rapporto di coinvolgimento affettivo. E’ aggressivo soltanto verso quegli Ebrei che impediscono l’accoglienza del Vangelo, quelli che hanno perseguitato i Profeti ed hanno ucciso il Signore.  Inoltre Paolo è duro con quelli che adoravano la creatura al posto del Creatore (cfr. Rm), ma si tratta di un testo stereotipo, senza emozioni.

            (continua)