Gioia e dolore

23/11/2010 | Antropologia Paolina

Continuiamo il nostro percorso di approfondimento sull’antropologia di Paolo: la  visione e la sua esperienza sull’umanità si confronta con quella delle giovani comunità fondate nel bacino del Mediterraneo e dell’Egeo: cioè Filippi, Tessalonica, Corinto, Efeso (sulla costa asiatica) e col suo progetto di fondare una comunità in Spagna. La prima lettera inviata da Paolo alla Chiesa di Tessalonica è anche il primo documento cristiano in assoluto (49 d. C.). La seconda lettera che considereremo è interamente dedicata al tema della gioia, estrapolando alcune sezioni: è indirizzata alla chiesa sorta in Macedonia nella città di Filippi, colonia romana, che Paolo ha visitato prima di arrivare a Corinto. Filippi dista 150 Km da Tessalonica ed è la prima città che si incontra partendo dall’Asia. Proseguendo poi lungo la via Appia, si arriva  a Tessalonica.

Quello che troviamo negli scritti di Paolo è la sua confessione, che riflette la sua maniera di vivere i rapporti con le comunità davanti a Dio.   Nelle lettere – a differenza per es. dei Vangeli, in cui si trova poco dell’umanità di Gesù (che si indigna, che piange) e di cui si hanno tratti molto frammentari –  emerge un’immagine a tutto tondo di Cristo dal dialogo di Paolo con le chiese da lui fondate e con le quali ha un rapporto umano molto intenso. Il genere epistolare si presta meglio – rispetto al genere biografico dei Vangeli o ai trattati omiletici (come la lettera agli Ebrei, in cui c’è poco della dimensione affettiva, emotiva).     Le lettere sono un colloquio a distanza, nel quale si ritrovano risonanze affettive ed emotive. Esse iniziano e finiscono con un saluto, non tralasciando informazioni sulla condizione fisica dell’Autore (salute, malattia, acciacchi, “spina nella carne”, l’assedio continuo e relativa lotta con i suoi avversari, che non condividono il suo metodo e lo prendono in giro). E dunque lo stato d’animo di Paolo, che appare in queste lettere, è fatto di momenti di entusiasmo, di gioia: il registro positivo supera quello negativo. Vi scorgiamo più la gioia e l’entusiasmo e l’ottimismo che non un Paolo depresso ed in crisi, dolorante e sofferente.  Oltre all’assillo di tutte le chiese, egli parla di tribolazioni, sofferenze e traversie (bastonate, fustigazioni, fame e sete, digiuni, problema del lavoro e soprattutto la crisi delle comunità con cui egli cerca di ristabilire i contatti). Di queste sofferenze sono ricche le lettere ai Corinti, ma anche quella ai Gàlati (ai quali dice che non sa proprio come parlare) “che deve ri-partorire nel dolore”, per conformarli a Cristo. Per loro deve affrontare altre sofferenze.

Nonostante queste vicende che seguono la sua umanità, al punto da fargli dire “Porto nella mia carne le stigmata ( che non sono quelle di S. Francesco, frutto di un’esperienza mistica, somatizzata)”. Le stigmata sono per Paolo non frutto di unione mistica per Cristo – che sicuramente esiste! – ma i segni delle bastonate sulla schiena: sono le cicatrici  di percosse reali.

Parlando della sua comunità di Corinto, Paolo si rattrista fino alle lacrime per la loro incostanza e incoerenza nella fede, ma anche per le incomprensioni e i malintesi. E questo vale sia per i fedeli che per i pastori delle comunità: così egli si sente un fallito in tutto. E così parla delle sue lacrime. Cosa che non farebbe mai un occidentale o un nordico (il maschio non piange mai, se non di nascosto)! Per i suoi momenti di crisi, Paolo parla di “angoscia”, tribolazioni, assieme alle limitazioni fisiche (che dà per scontate, a causa dell’età!) ed agli imprevisti della vita.

Ebbene, nonostante questo corteo di sofferenze, Paolo privilegia il registro della gioia. Ha una carica affettiva, emotiva di energia positiva. Certo egli ha a volte reazioni impulsive, immediate e si arrabbia, come reazione di una delusione, di una crisi, di un fallimento.  Egli vive un tutt’uno con i cristiani e colloquia a distanza: le lettere ci mostrano questa sintonia o conformità di stati d’animo. Gioisce per la loro gioia, ma sta male quando essi non corrispondono al progetto che si era posto. 

Questo insieme di stati d’animo – gioia e dolore, esaltazione, entusiasmo, speranza, attese, delusioni, crisi, angoscia – egli condivide nelle relazioni umane intensissime, senza censure. Egli confessa tranquillamente i suoi stati d’animo e la sua sofferenza e li pone davanti a Dio, come l’amore che ha per Dio Padre in Gesù Cristo nello Spirito.  Dio non è un nome e una voce che – secondo la tradizione ebraica – non si può rappresentare : Dio Padre è il volto rivelato da Gesù.  Il suo amore per Dio Padre passa attraverso l’amore che egli ha per una persona concreta, quale è Gesù.  Così egli ha l’esperienza di Dio!  Paolo è pieno di gioia quando i cristiani seguono il progetto di Dio e si conformano a Cristo. La ragione profonda dell’energia positiva – che noi chiamiamo gioia o speranza, entusiasmo – abbraccia i cristiani nel momento stesso in cui abbraccia Dio Padre.

Paolo vive la relazione con Dio nella relazione con i cristiani, per cui il suo gioire davanti a Dio ed a Gesù, è tutt’uno con la gioia che egli prova nell’annuncio del Vangelo e nel suo accoglimento. Questo è il suo modo di vivere il rapporto con Dio. L’esperienza religiosa non è quindi qualcosa che si vive una volta tanto, in certi momenti, in certe ore ed in certi luoghi, ma è l’atmosfera in cui si è immersi.  Certo Paolo ha grandi reazioni di rifiuto anche violento, aggressivo nei confronti di coloro che egli chiama “cattivi operai, mutilati” anche se sono missionari, suoi colleghi nell’annuncio del Vangelo. Forse sono proprio loro “la spina nella carne” (2 Cor. 12,7)!

Ma allora dov’è la carità? La carità per Paolo è il reagire in modo spontaneo, incontrollato anche. Lo sente ed anche lo scrive! E’ la sua umanità intrisa anche di questo elemento negativo che egli vive come un dramma e lo fa piangere. Lì è messa in gioco la sua umanità. Per questo gli stati d’animo di gioia e di dolore sono un tutt’uno con i rapporti che egli vive con i cristiani, i collaboratori davanti a Dio. 

Dopo questa introduzione, vediamo un po’ il lessico più frequente in Paolo, suddiviso fra lessico della gioia e quello del dolore.  E’ chiaro che un messaggio non può essere ridotto a statistica, ma l’uso più o meno frequente di certe parole è un dato incontestabile. Vediamo quante volte Paolo parla di gioia rispetto al dolore, e quanto lo fanno gli altri nel NT:

chaîrein /gioire  è usato 29 volte su 74 (cioè la metà) nel NT ,

charà / gioia  è usata quasi per la metà rispetto al NT,

euphráinein / rallegrare è un termine più usato da Luca negli Atti,

eucharisteîn /ringraziare è il sentire e riconoscere  il beneficio dell’atto di Dio. Esso è predominante in Paolo.

In contrappeso a questo lessico positivo, vediamo quello del dolore e della sofferenza:

kláiein / piangere: la metà si ritrova in Paolo. Non abbiamo considerato il ridere, perché è raro sia nell’AT che nei Vangeli. Vi si parla di gioia, ma non del riso. Il riso è tipico degli stolti, dice il proverbio! Il riso non è la gioia.

lypeîn /rattristarsi  è dominante in Paolo (soprattutto nella 2 Cor).

lýpē /tristezza o dolore è usato quasi per la metà in Paolo rispetto al NT. Egli la collega con l’esperienza negativa della fede, che provoca sofferenza (più che essere legata alle malattie) per le difficoltà di rapporto con le comunità e per i malintesi. E’ un dolore perché tocca i rapporti con Dio.

Veniamo dunque al testo: è un estratto del cap. 2 e 3 della lettera alla chiesa di Tessalonica. E’ la parte centrale, dedicata alla comunicazione epistolare. Paolo vi aveva inviato Timoteo. Là   egli è rimasto qualche mese, si è scontrato con la comunità laica che lo ha denunciato ai magistrati. Così  ha dovuto fuggire di notte, mentre l’amico che lo ospitava ha dovuto pagare una cauzione. Ha raggiunto Perèa, capitale della Macedonia, ed è sceso verso Corinto e Atene.  Giunto a Corinto, ha pensato bene di mandare l’amico  Timoteo a Tessalonica, per avere notizie di quella comunità abbandonata in fretta e furia. Era preoccupato della loro costanza e fedeltà al Vangelo, perché l’ambiente era ostile. Già lui era reduce dall’esperienza incresciosa di Filippi (dove è stato bastonato in piazza, gettato in carcere). Timoteo gli fa sapere che i cristiani di Tessalonica sono ancora saldi nella fede. A queste belle notizie Paolo scrive:

1 Ts 2, 17: “Quanto a noi, fratelli,…speravamo di rivedere il vostro volto.” Paolo si auspicava di fare un dialogo a tu per tu, non per lettera con i suoi cristiani.

1 Ts 2, 18: “Perciò io, Paolo,…” Solo nei momenti di forte relazione affettiva Paolo si presenta. Altrimenti parla di sé solo all’inizio delle lettere.

“Satana” è  l’avversario di Dio.  Probabilmente le circostanze materiali o anche l’ostilità dell’ambiente hanno ostacolato il ritorno a Tessalonica.

1 Ts 2, 19: Paolo è tutto proteso verso l’incontro col Signore. Lui non può presentarsi da solo, ma con quelli che lo accreditano – i suoi cristiani, “gioia e corona” -: linguaggio affettivo e simbolico.

1 Ts 3, 6: “Ma ora che Timoteo è tornato…” La sua gioia scaturisce anche dal piacere di rivedere una persona amica.

1 Ts 3, 7: “…In mezzo a tutte le nostre necessità e tribolazioni…” Paolo non nasconde anche l’aspetto doloroso della sua vita, perché è stato bastonato, ha subito angherie anche da parte dei Giudei giunti da altre parti per contrastare la sua azione. Così ha dovuto raggiungere un porto ed andare con la nave ad Atene.

“Ci sentiamo consolati a motivo della vostra fede.” In questo caso “fede” significa “fedeltà nell’accogliere il Vangelo”, ma anche “grazia e amore”.

1 Ts 3, 8: “..se rimanete saldi nel Signore.” Il motivo della gioia di Paolo è la coerenza dei cristiani.

1 Ts 3, 9: I cristiani sono la gioia, anche davanti a Dio, per la fedeltà e coerenza al Vangelo.

1 Ts 3, 10: “vedere il volto” è la terza volta che compare questa espressione! “ciò che manca alla vostra fede.” Paolo è convinto che ha dovuto lasciare la sua opera interrotta.  Egli ha un desiderio grande di poter tornare, temendo di non aver potuto chiarire, a causa della sua fuga,tutti i problemi (questione del matrimonio, dei rapporti con l’ambiente esterno e nella piccola comunità domestica).

 Passiamo ora ad un altro testo che possiamo chiamare benissimo “lettera della gioia”. E’ un piccolo scritto di appena 4 capitoli, dettato dal carcere.                La gioia per Paolo non dipende dall’essere…in vacanza. La gioia nel quotidiano è quando è “buio”, quando non sa se sarà liberato oppure se sarà condannato. Certo si usa dire “sto bene” spesso per non far stare male gli altri, anche se si hanno grossi problemi!. Invece Paolo è sincero: quando sta male, lo dice! La sua gioia non è legata al carcere (dove per altro può scrivere, ricevere pacchi viveri), il quale non è penale, ma solo giudiziario (cioè per chi è in attesa di processo, alla fine del quale o va ai lavori forzati, o alla pena capitale!). La lettera è scritta da Efeso, alla metà degli anni cinquanta.

Dopo l’introduzione, saluto e preghiera, Paolo inizia con:

Fil 1, 12-13: Se avessero chiesto a Paolo “Come va?” Avrebbe sicuramente risposto allora “Magnificamente! Il Vangelo viene fatto conoscere. Sono in carcere, ma essi sanno che vi sono per testimoniare il Vangelo!”  Le sue vicende sono quelle personali o quelle missionarie? Per Paolo non c’è distinzione fra il privato ed il suo ruolo di apostolo. “ Il palazzo del pretorio…” è il  luogo in cui abita il praetor, il magistrato, il governatore o il prefetto della provincia. Efeso è una sede del proconsole e quindi anche sede del pretore, magistrato giudicante, e dove ci sono alcune stanzette per tenere i prigionieri in attesa di processo. Nel pretorio risiedeva anche tutto il personale: sia i magistrati ed i loro servitori, sia le guardie carcerarie e gli addetti al demanio e agli uffici finanziari.

La lettera termina con il saluto a “quelli della casa di Cesare /domus Caesaris”” (cioè quelli addetti al demanio imperiale, gestito dai funzionari).

Fil 1, 12-14: “fratelli del Signore (= cristiani di Efeso), incoraggiati dalle mie catene,…ardiscono annunciare senza timore la Parola” Questo è motivo di gioia per Paolo: come lui affronta le catene per il Vangelo, così i cristiani hanno preso coraggio di imitarlo.

Fil 1, 15-17 : “…Alcuni predicano Cristo per invidia,…ma altri con buoni sentimenti”. Si è creato un doppio schieramento: alcuni a favore della linea di Paolo, che ha manifestato che la sua detenzione non era per un crimine profano, ma per uno religioso, in quanto egli era annunciatore del Vangelo e quindi un missionario. Quelli che non condividono la predicazione di Paolo hanno iniziato a fargli dispetti e concorrenza “per accrescere dolore alle mie catene.” 

Fil 1, 18 : “Ma questo che importa? Purché…, io me ne rallegro…”  Il motivo della gioia di Paolo non è la concessione di un pasto in più, ma l’annuncio di Cristo. Qui si vede in modo molto chiaro la differenza fra la lettera ai Filippesi, quella ai Galati (in cui dev’essere un po’ diplomatico) e quella ai Corinzi, (difficili da gestire e con cui deve agire con cautela). Con i Filippesi Paolo parla a cuore aperto, forse perché alcune signore sono animatrici della comunità e hanno fatto alcune offerte in quanto benestanti e discendenti dai coloni romani. Con loro egli ha un rapporto più aperto. Fil 1, 18 : “…grazie alla vostra preghiera ed allo Spirito di Gesù Cristo”. Paolo può contare sulla preghiera dei cristiani di Filippi (probabilmente con  un diacono)  per cui “in nulla resterò deluso”. La gioia e la speranza dipendono dalle prospettive di vita – un po’ come l’attesa del giorno di festa o delle ferie! Gli stati d’animo sono una spia del nostro benessere e delle prospettive che abbiamo nella vita. Così Paolo ha piena fiducia che Cristo sarà glorificato nel suo corpo e qualsiasi cosa gli capiti – morte o vita – continuerà a realizzare il suo progetto, il suo sogno.

Fil 1, 20: “sia che io viva, sia che io muoia”. Di fronte a questa possibilità non c’è pericolo di restare delusi!  Qui sta la chiave per capire lo stato d’animo di Paolo: fonte di gioia o di crisi è la sua relazione con Cristo, non uscendo dalle relazioni umane, ma vivendole dentro questa relazione più grande con Gesù.

Fil 1, 21: Siamo ad una frase celebre: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno”. La morte per vecchiaia o per violenza è un guadagno, perché il vivere  è rapporto con Cristo.

Fil 1, 22: “lavorare con frutto” : significa “lavorare per la crescita della comunità”. Ecco le due relazioni: rapporto profondo di amore col Cristo e relazione coi cristiani di Filippi (dai quali vorrebbe tornare, perché hanno ancora bisogno della sua opera).

Fil 1, 22-25: Più volte Paolo collega fede e gioia: il cristiano che vive intensamente la fede non può che essere un uomo gioioso. Nella 2 Cor egli scrive “Non sono padrone della vostra fede, ma sono collaboratore della vostra gioia”. Annunciare il Vangelo, far crescere una persona nell’amore di Cristo è collaborare alla sua gioia. Questa è vita positiva, anche se ci sono sofferenze fisiche dovute all’età!

Fil 1, 26: Paolo spera di tornare nella comunità in modo che i Filippesi possono ritrovare  fiducia, grazie alla sua azione per la loro crescita nella vita evangelica e cristiana.

Egli prosegue il capitolo parlando del comportamento dei cittadini degni del Vangelo e nel secondo capitolo appare chiaramente che tutta la gioia di Paolo è l’unità profonda del cristiani.

Fil 2, 1-2: “se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, qualche conforto, frutto dell’amore, se ci sono sentimenti di amore, rendete piena la mia gioia”. La gioia dell’Apostolo arriva “alle stelle” quando i cristiani sono uniti e legati da veri sentimenti d’amore, partendo dall’esperienza di Cristo. Egli ha investito tutto: famiglia, parenti, amici per la comunità cristiana.

Fil 2, 3-5: “Non fate nulla per rivalità… Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.” La sua scelta di fondo è Cristo Gesù! Evidentemente quando egli detta queste righe pensa alla conformità a Cristo, all’umiltà necessaria  per vivere intensamente la vita umana.

Fil 2, 17-18: Questa parte del capitolo secondo finisce contemplando Gesù che ha affrontato con fedeltà la morte, aprendo un varco anche in situazione di totale umiliazione (come la morte di croce e la perdita di ogni dignità, perché il corpo morto è esposto al pubblico dominio). Cristo ci ha mostrato come arrivare alla vita piena, nonostante questa forma di tortura. Paolo pensa in questi versetti che l’aspetta una condanna, con versamento del sangue e questo sarà come il vino che si versa sulla vittima nel culto del tempio. Il sangue sarà come una libagione. Egli è contento perché il suo sacrificio sarà il compimento del cammino di fede dei Filippesi. E’ interessante questo suo modo di leggere il compimento del suo impegno missionario( “gioite con me”) fino al martirio, che è il compimento della fede ed anche della donazione. Quello che egli annuncia è eu-angélion (= buon messaggio/ annuncio): non si può fare un buon messaggio con l’animo rattristato! Paolo non è pessimista! Chi annuncia l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo che vuole la vita, non può non farlo con un buon tasso di gioia!

Andiamo ora verso la conclusione. Inizia il famoso capitolo sulla croce.

Fil 3, 1: “Per il resto, fratelli, siate lieti nel Signore…” Il Signore è tutto: è Gesù risorto, “obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8) ! Dopo il richiamo alla gioia con cui finiva il capitolo precedente (2, 18), introduce un tema che gli sta a cuore, che lo mette in crisi “Scrivere a voi le stesse cose, a me non pesa ed a voi dà sicurezza…”  E’ la scelta di seguire le sue orme che sono quelle di conformarsi a Gesù crocifisso, in attesa della resurrezione. Non bisogna pensare al passato se non per ricordare le esperienze positive, ma l’interesse deve essere per la meta che ci aspetta !

Fil 3, 17: “Fratelli miei, fatevi insieme miei imitatori” : cioè mettete i piedi sulle mie orme. Paolo sta correndo.

Fil 3, 18: “…ora con le lacrime agli occhi…”   Questo è un altro Paolo, che è in crisi per l’attività devastante fatta dai suoi colleghi, che vorrebbero mettere la croce ai cristiani di Filippi.  Ma la croce non è terrorismo, compiacenza delle sofferenze, del negativo, della non-vita; essa è la contemplazione dell’amore che proietta in avanti. Quelli si comportano da nemici della croce di Cristo. Sono cristiani e non possono essere ebrei (che non riconoscono Cristo): sono persone che hanno abbracciato la fede in Cristo, ma vorrebbero eliminare la croce. 

Paolo al capitolo 2 aveva presentato chiaramente

Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,

il quale, pur essendo di natura divina,

non considerò un tesoro geloso

la sua uguaglianza con Dio;

ma spogliò se stesso,

assumendo la condizione di servo…” (Fil 2, 5-8) 

Fil 4,1 : “Perciò, fratelli miei carissimi…” Egli sembra esagerare un po’, ma nel caso dei Filippesi lo può dire. E senza essere sospettato di “captatio benevolentiae”. “mia gioia e mia corona…” Paolo è spontaneo nell’esternare i suoi sentimenti e non invia assolutamente una lettera formale!

“rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!…” Ripete l’invito ad essere fedeli al Signore. E’ chiaro che questa effusione di appellativi non è casuale: è un invito a non farsi abbindolare da quelli che hanno nostalgia del passato, vorrebbero cancellare un Gesù crocifisso per avere solo un Gesù glorioso.

Il cap. 4 è un testo che si legge alcune domeniche durante la Quaresima:

Fil 4,4 : “Siate sempre lieti nel Signore…” Sempre! Nel Signore: cioè da cristiani legati a Cristo Gesù, risorto. La gioia e la letizia che egli raccomanda non è uno stato d’animo, non è questione di umore, ma ha a che fare con la ragione profonda della fede.

Fil 4,5 : “La vostra amabilità sia nota a tutti” Non si tratta di ridere sempre, ma con equilibrio e saggezza, dove la serenità si esprime anche nell’atteggiamento esterno. “Amabilità” corrisponde a “sereno equilibrio”, e segno di una serenità interiore, profonda.  “Il Signore è vicino”, non nel senso che sta per arrivare, ma che è sempre accanto ad ognuno, perchè non è un Dio lontano (come pensano gli Ebrei).

Fil 4,6 : “Non angustiatevi per nulla” Quando si hanno problemi anche di salute, ci si rivolga al Signore “con preghiere e suppliche”. Non è un modo di risolvere i problemi, ma di dare un senso, collocandolo nell’orizzonte di Dio.

Fil 4,7 : “E la pace di Dio… (= di cui Dio è la fonte)… che supera ogni intelligenza (possibile comprensione umana) custodirà…” La pace dunque è una specie di protezione: ti protegge nei confronti delle ferite, dei disastri esterni. La pace per gli ebrei – e quindi anche per Paolo – non è un armistizio, ma il dono per eccellenza di Dio che è la vita. 

“La pace custodirà i vostri cuori ( cioè la relazione profonda, il centro della persona) e le vostre menti ( che è la capacità di progettare, di pensare in modo razionale).

Fil 4,8: “In conclusione, fratelli, quello che è vero…ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri.” Questo è un testo celebre, che potrebbe essere dettato e letto con ammirazione dai grandi maestri della filosofia. “dei vostri pensieri”, cioè di chi ha ideali grandi e pensa in grande ed ha un progetto di vita. Si tratta di valori, di cose positive. Non sta parlando solo di fede, ma anche di quello che fa parte dell’arte, cultura e bellezza   della creazione. Se non si hanno interessi e non si ha passione per qualcosa, è difficile vivere a lungo e bene. Il positivo  umano è il modo migliore per vivere la fede: è un anticipo della vita eterna. Se uno non è abituato ad agire in questo modo, come fa ad essere contento per l’eternità??!

Fil 4,9: “Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto…” Paolo è stato per loro un maestro: non solo ha parlato, ma ha mostrato uno stile nuovo di vita. Il vero maestro insegna col suo comportamento “E il Dio della pace…” Paolo è un po’ ossessionato da questo tema e lo ha scritto anche in altre lettere (per es. 1 Ts):  non è la tranquillità del pacioccone, ma è la gioia profonda, la serenità  che è dono di Dio.

Fil 4,10: Alla fine Paolo ringrazia: “Ho provato grande gioia nel Signore…” Essi hanno avuto premura nei suoi confronti, ma non per i doni, ma perché hanno espresso veri sentimenti nei suoi riguardi. Quello che conta è la loro vicinanza.

 Fil 4,11: “Non dico per bisogna…” Riemerge il carattere di Paolo, che è un po’ autonomo e tiene alla sua indipendenza.

Fil 4,12-13: “So vivere nella povertà come so…: sono allenato a tutto.” Colui che gli dà forza è sempre il Dio della pace.

Fil 4,14: Tribolazioni: certamente il carcere non è un soggiorno allegro, né una vacanza pagata dallo Stato. Se uno non aveva parenti e benefattori, moriva di fame. E Paolo, come ogni mortale, aveva bisogno di aiuti materiali. E non si vergognava di chiederli.

In queste lettere si viene delineando un Paolo un po’ diverso da quello che si è soliti descrivere: taciturno, arcigno, un po’ arrabbiato. Egli ha infatti una ricca umanità e vive un connubio fra la sua condizione umana e la sua relazione profonda con Dio, per mezzo di Gesù.

 

( continua)