La spina nella carne

25/11/2010 | Antropologia Paolina

Nel primo incontro abbiamo considerato l’antropologia paolina: che cosa pensa Paolo dell’essere umano. Abbiamo affrontato il problema del linguaggio. L’essere umano è un’unità profonda: esso è spirito, anima, corpo, cuore, mente. Oggi prendiamo in considerazione la malattia ed il testo celebre della preghiera nella malattia. Il titolo della meditazione di oggi è “La spina nella carne”: una pericope presa dalla Seconda lettera ai Corinzi . Questa immagine (di matrice biblica) e metafora si può intendere in due modi : salute, malattia e qualche difficoltà nei rapporti con  persone. I testi ci aiutano ad entrare in questa prospettiva e Paolo ci offre un’immagine dell’essere umano nella sua fragilità (mancanza di salute e di equilibrio, rottura dell’armonia che costituisce la salute ed il benessere). Anche in quella condizione si può pregare. Il rivolgersi a Dio e la preghiera offrono un orizzonte nuovo ed aiutano a vivere la propria umanità anche nell’infermità o debolezza. Il primo punto è la condizione psico-fisica di Paolo, cioè l’aspetto fisico o spirituale ( e vedremo che le due cose sono inseparabili). Per Paolo l’essere umano non è diviso tra anima e corpo, ma è un essere unitario davanti a Dio. Ha quella dimensione profonda, interiore che Paolo chiama “spirito” ed una visibile, esterna con la quale noi comunichiamo fisicamente e che chiamiamo “corpo”. L’essere umano è unico, sotto due aspetti.

La seconda parte sarà dedicata alla fragilità, alla malattia di Paolo che sembra richiamata, evocata dalle immagini che troviamo in 2 Cor.  L’ultima parte è dedicata alla lettera ai Gàlati, dove sembra più chiaro ed esplicito il riferimento ad una malattia o infermità fisica.

La prima cosa che va sottolineata è che la spiritualità di Paolo è inseparabile dalla vita fisica, dalla corporeità.  Noi siamo abituati a considerare la spiritualità come qualcosa che prescinde dal fisico (che poi occupa gran parte della nostra vita). Solo che lo “spirito” è una cosa che non riguarda il corpo, e per pensare a Dio dobbiamo abbandonare il corpo!  Molte spiritualità quaresimali insistono su questa separazione, riduzione e rimozione di quello che è corporale: il digiuno fisico – astinenza dai cibi – aiuta a pensare all’anima. Questo è completamente fuori dalla logica dell’agire di Dio, come è rivelato nella Bibbia, da Gesù e infine da Paolo.  Infatti Gesù, a differenza degli altri movimenti asceti (o rigorosi, disciplinati), non digiuna.  E allora protestano i discepoli di Giovanni (Battista) ed i Farisei che chiedono “Perché non digiunano i tuoi discepoli?”  Per Gesù quello era tempo della festa, delle nozze. Sarebbe venuto il digiuno, ma con un altro significato: come assenza di un rapporto. Il digiuno ha dunque a che fare non tanto con lo stomaco, quanto con una relazione. Ed è in questo che Paolo ci propone anche il modo di affrontare la malattia.

La prima cosa – si diceva – è la concretezza della spiritualità,  che non può prescindere dalla corporeità, dalla fisicità.  Quando Paolo parla di “Spirito”, si riferisce a Dio. Solo Dio è Spirito. Quando siamo in relazione con Dio noi siamo spirituali: con Lui siamo in relazione non solo con l’anima, ma con tutto il nostro essere. Non a caso Dio si rivela a noi non nell’anima di un filosofo o di un asceta, ma nell’umanità di Gesù. E rivela il suo amore nella morte fisica, non spirituale. E la salvezza non riguarda solo lo spirito, ma tutto l’essere umano: questa è la resurrezione.

Una seconda osservazione è che Paolo ha una buona salute, nonostante che parli della “spina” o debolezze e infermità. Egli ha una struttura psico-fisica armonica, robusta: questo appare dall’enorme attività con forti stress psico-fisici, negli spostamenti, viaggi, digiuni (non per motivi ascetici, ma per ragioni di lavoro, di viaggio. Egli non sceglie il digiuno: lo fa perché non può mangiare. Digiuna perché non ha cibo a sufficienza o non ha il tempo o il modo. Il digiuno come scelta simbolica è praticato in tutte le religioni e culture, ma non è quello di gran parte dell’umanità). Insisto sull’aspetto dell’integrità psico-fisica e dell’equilibrio anche mentale: sono una grande risorsa di energie fisiche e spirituali, affettive. 

Dopo questa premessa, partiamo dal primo testo riportato nella documentazione:

2 Cor 12, 1-10. In questa lettera, nella parte centrale, Paolo affronta il rapporto con quelli che si considerano “super-apostoli” e lo guardano con degnazione e un certo disprezzo. Egli non ha prestigio fisico, né una parlantina che attira ed affascina. Quelli che Paolo chiama “super-apostoli” vantano origini ebraiche. Paolo dice che anche lui potrebbe vantarsi delle sue esperienze spirituali, mistiche ed accenna all’inizio a quel vantarsi che sembra una contraddizione nella logica evangelica o della croce.

2 Cor 12, 1- : “Se bisogna vantarsi…”( = montarsi la testa, esaltarsi, fare la ricognizione dei propri meriti), “verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. So che un uomo, quattordici anni fa…” La lettera che stiamo leggendo è stata scritta attorno agli anni 50 d. C.. Andando indietro si arriva più o meno agli anni quaranta, mentre l’esperienza sulla via di Damasco è avvenuta 5-6 anni prima. Quindi qui non accenna a Damasco, perchè la sua conversione è avvenuta almeno vent’anni prima. Questa è un’esperienza spirituale di rivelazione – come lui la chiama –  e di visione estatica. “Se   con il corpo o fuori, lo sa solo Dio – fu rapito fino al terzo cielo.” (è il linguaggio simbolico per indicare il mondo di Dio che vive nei sette cieli).

2 Cor 12, 5:Di lui io mi vanterò” Paolo si vanterà di quello che Dio ha fatto nei confronti di quell’essere – che è lui stesso, perché sta parlando in terza persona con un senso di modestia – che Dio ha beneficato con le Sue rivelazioni.  Egli dunque non si vanterà della sua condizione umana, personale, “fuorché delle mie debolezze”.  Questa espressione che si troverà anche più avanti, nella lingua che Paolo adopera per scrivere ai suoi cristiani, è definita Asthéneia (al singolare). Da essa nella lingua medica deriva la parola “astènico”, cioè mancante di tono. In latino corrisponde al- l’espressione che indica mancanza di solidità: “infirmus” < “firmus” (= uno che sta in piedi). Da qui la parola “infermità” o malattia. Asthéneia indica sia la fragilità fisica e psichica che la debolezza di coscienza. Essa appare 12 volte nel linguaggio di Paolo e soprattutto in questa lettera (2 Cor 11, 30; 12, 5.9.20.  In 13,4 Paolo la proporrà come “logica della croce”). 

Quando nella 1 Cor Paolo scrive “Quello che è debolezza per gli uomini e stoltezza – la morte di Gesù crocifisso – è forza e sapienza di Dio.” Che cosa è più debole e fragile di un crocifisso, impedito di muoversi, esposto al pubblico ludibrio, allo scherno del pubblico? Ebbene  questo è rovesciato dalla Grazia di Dio che lo ha riabilitato e risuscitato.

Anche il verbo “astheneîn” (= essere debole, infermo, ammalato) ricorre per ben 16 volte. In Rm 8,3 Paolo dice che “eravamo incapaci di osservare la Torah, la volontà di Dio per la debolezza della nostra condizione umana (=”carne”: cioè la corruzione, il degrado tipico dell’essere umano che va invecchiando e finisce nella tomba). L’uomo non è “spirito”, perché solo Dio è Spirito, potenza, forza, ma solo “creatura”, cioè “carne”. Questa espressione non ha nulla di negativo, se non quando è legata all’egoismo e al  peccato. Oppure ritorna in 2 Cor al cap. 12.

Interessante quello che scrive nella lettera ai Filippesi, parlando del suo amico e compagno di prigionia: qui si può capire come lui vive il problema della malattia (che poi è un problema della vita). Si può parlare di Dio, spirito, ma alla fine abbiamo malattie, disgrazie, morte: questi sono i problemi del vivere. Non possiamo pensare che i rapporti con Dio prescindano da questi aspetti, dallo star bene o male, nutrirsi, ecc. Nella lettera ai Filippesi, agli abitanti della città che egli ha visitato per prima in Europa, dopo aver lasciato la Turchia, Paolo scrive dal carcere, dove non sa se verrà prosciolto o condannato, dicendo che comunque vadano le cose, darà lode a Dio sia da martire o da vivo (come lui spera).

Fil 2, 25- 27 : “Ho creduto necessario mandarvi Epafrodìto, mio compagno di lavoro e di lotta… aveva grande desiderio di rivedere tutti voi e si preoccupava perché eravate a conoscenza della sua malattia (asthéneia).  E’ stato grave, infatti, e vicino alla morte (quindi aveva un problema non psicologico, ma fisico). Ma Dio ha avuto misericordia di lui, e non solo di lui, ma anche di me, perché non avessi dolore su dolore.” E’ bene tener presente questo testo, perché si nota come Paolo vive la disgrazia o malattia di questo suo aiutante o assistente in carcere (che gli procura viveri e forse anche materiale per scrivere la lettera).  Se Epafrodito fosse morto mentre l’Apostolo era in carcere, non solo ci sarebbe stato il problema suo personale di essere liberato o meno, ma alle sue catene si sarebbe aggiuntoanche questo dolore della morte dell’amico. “Dio ha avuto misericordia”: Paolo attribuisce quindi la sua guarigione all’intervento misericordioso di Dio. Questo passo è importante per capire quello che egli chiede nella 2 Cor.

Vorrei inoltre segnalare che asthenês (pron. assenés) indica “debole, fragile e ammalato”.

Interessante che in 1 Cor, quando Paolo parla dell’Eucaristia, della cena del Signore,  siccome non si tiene conto del significato originale della cena ( che è comunione con la morte di Gesù e non solamente un convito o un pasto sociale fra ricchi e benestanti), allude al fatto che molti erano malati ed altri sono morti. E’ chiaro che il problema della malattia non è solo psicologico, ma anche fisico.  Lì usa la parola asthenês, ammalato.   Riprendiamo ora la lettura della lettera ai Corinti:

2 Cor 12, 5: …mi vanterò delle mie debolezze che potrebbero essere sia le crisi, le difficoltà, i problemi e disagi, ma anche le malattie fisiche

2 Cor 12, 6: Se volessi vantarmi, non sarei insensato: direi solo la verità.  (Perché Paolo ha motivi per riconoscere l’azione di Dio in lui).

2 Cor 12, 7: per la straordinaria grandezza delle rivelazioni che sono cose di Dio, non umane!

 “Per questo, affinché io non monti in superbia, (= non pensi di essere più importante di quello che sono, nella mia fragilità umana), è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia”.  All’inizio ed alla fine si hanno quindi due dichiarazioni, che fanno da contorno alle tre immagini:

–          alla mia carne è stata data una spina (non nel fianco, per indicare un fastidio che può essere anche spirituale, sociale). Qui la spina ha a che fare con l’aspetto fisico di Paolo. “Mi è stata data” : noi diciamo ci è capitata una malattia. No, per Paolo è Dio, rientra nel disegno di Dio che ci capitino malattie. Ma è la condizione umana che rientra nel disegno di Dio.

–          Nel caso di Giobbe invece non è Dio che manda le disgrazie e le piaghe, ma è col permesso di Dio che Satana agisce e gli fa perdere figli, figlie e tutte le proprietà e gli toglie la salute.  Subito dopo aver parlato di “spina nella carne” Paolo tira in ballo Satana, anzi un inviato di Satana. “Inviato” in greco è “àngelos”.

2 Cor 12, 7:per percuotermi”: e si usa qui un termine che non indica solo la percossa con un bastone, ma lo schiaffo, il pugno, l’insulto, l’umiliazione.              La seconda immagine è dunque quella   dell’umiliazione per mano di Satana.  Di Satana Paolo ha parlato prima, sempre nella 2 Cor (dove affronta diversi problemi, soprattutto legati all’annuncio del Vangelo, entrando in contrasto coi Corinzi che non hanno capito il suo metodo. Poi sono arrivati altri missionari che l’accusano, lo denigrano davanti ai suoi discepoli):

2 Cor 11, 13 –14:Questi tali sono falsi apostoli, operai fraudolenti (= imbroglioni), che si mascherano da apostoli di Cristo. Ciò non fa meraviglia, perché anche Satana si maschera da angelo (= inviato, messaggero) della luce.”  Qualcuno ha detto che Paolo più che della malattia, parla della sua sofferenza fisica “nella carne”, provocata da avversari che lo hanno umiliato e fatto star male. Dunque è non solo l’aspetto fisico, ma anche quello psicologico, affettivo che fa parte della condizione umana.  La “spina” di cui egli parla, potrebbe essere anche il contrasto, l’umiliazione che egli ha vissuto a Corinto. 

Ma  Paolo ci indica come vivere questa sofferenza.

2 Cor 12, 8- :” A causa di questo (cioè di questa sofferenza cronica che mi fa star male, che risale all’avversario, anche se può essere intesa come un antidoto per non montarsi la testa, per restare coi piedi per terra. La malattia è anche una buona scuola per ricordarci che non si è immortali, né siamo déi, ma povere creature che hanno iniziato e finiranno. Serve a combattere la superbia di chi si monta la testa. La superbia è la radice di tutte le forme sbagliate di rapporti umani) per tre volte ho pregato il Signore (è la preghiera insistente, come quella di Gesù nel giardino del Getsémani) che l’allontanasse da me.” (Evidentemente non è la “spina”, ma l’angelo di Satana, il quale è una sofferenza cronica che umilia e percuote)

Paolo ha sicuramente pregato per anni, finchè Dio non lo ha esaudito, lo ha liberato non con la guarigione o con la liberazione, ma con una nuova interpretazione di questa fragilità.

2 Cor 12, 8-9: “Egli mi ha detto (= mi ha fatto capire. E noi immaginiamo un dialogo) “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza.” Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo”.

2 Cor 12, 10:Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze…” Questi tre termini “difficoltà, oltraggi e persecuzioni”    sembrano volerci orientare più verso una “spina” che non è una malattia fisica, psichica, malaria, febbri, epilessia (= tutte infermità attribuite a Paolo, partendo dalla “spina nella carne”). Certamente non si trattava di tentazioni sessuali, ma di superbia. Paolo, come tutti gli esseri umani, tende a mettersi in mostra.

2 Cor 12,9 :Ti basta la mia grazia”  Qui Paolo annuncia questo grande principio che poi è il cuore del suo messaggio. Egli interpreta la malattia non come un esercizio di rinunce o di ascesi, ma come conformità a Gesù crocifisso e risorto. E parla di “potenza” assieme alla debolezza.

2 Cor 12, 10:Perciò mi compiaccio (= sono contento nella mia armonia) nelle mie debolezze… sofferte per Cristo.” Questo è il prezzo della fedeltà a Gesù – che Paolo riconosce come Messia – Per questo egli parla di sofferenze per Cristo.

2 Cor 12, 10:Quando sono debole (cioè con privazioni, debolezze e infermità), è allora che

 sono forte”: non per la sua condizione fisica o psicologica, ma  per  l’iniziativa di Dio che  si

rivela in Cristo e che Paolo chiama “grazia”.             La potenza di Dio si rivela nella fragilità.

Per  aiutarci  a  cogliere la  grande  resistenza  di  Paolo in termini fisici  e poi la logica  della

croce, si  riportano due testi: 2 Cor  13,1-4  e  2 Cor 11, 21-31 (con l’elenco delle  difficoltà, 

privazioni,  incontrate da Paolo.           Prima della malattia ci sono tutte le difficoltà del vivere

quotidiano).  Innanzi tutto  consideriamo un modo di interpretare il Vangelo non come dottrina

morale o teologica, ma come conformità a Gesù Cristo che ci rivela il volto di Dio. 

Nella debolezza del crocifisso si rivela la sua potenza.  Infatti alla fine della seconda lettera alla

 chiesa di Corinto (la 2 Cor è l’ultima di  quattro perché due sono andate perdute),  si legge:

2 Cor 13, 1  : “Questa è la terza volta che vengo da voi”

2 Cor 13, 3 :”… lui che verso di voi non è debole ”   Cristo infatti è risorto. Paolo può parlare

 con  la forza e l’autorità di Gesù risorto.  “ma è potente nei vostri confronti.” Lui è il Signore e

 Paolo può contare sul  rapporto di   autorità che gli viene da Cristo risorto.

       2 Cor 13, 4 : “Infatti egli fu crocifisso per la sua debolezza…” Lì appare la debolezza totale dell’essere umano ed il Risorto vive per la potenza di Dio. “E anche noi siamo deboli ..”  Paolo parla al plurale, ma in realtà parla di se stesso, non  solo di Timoteo, Silvano. “Noi” siamo gli inviati per annunciare il Vangelo, anche se “deboli in lui”. Le debolezze saranno elencate più avanti e culminano con la croce. Ma la croce non è solo la mancanza di qualcosa, la sofferenza, ma è vissuta in relazione ed in rapporto con Gesù. In Lui siamo deboli, ma vivremo (sia pure solo 70-80 anni prima della morte. Ma allora dov’è la potenza di Dio, se ci lascia morire?). Vivremo! Oggi pensiamo alla caducità della vita, ma poi vivremo (Si noti il futuro. Poi c’è la resurrezione e noi vivremo!) Sapete perché ha scritto “vivremo”? Quando lui nella lettera ai Rm dice “Siamo stati conformati mediante la sepoltura e la morte e risorgeremo, vivremo, perché solo Gesù è risorto. Vivremo con Lui per la potenza di Dio a nostro vantaggio.

In 2 Cor 11, 21 – 31 ed in Gal 4, 12-14 si legge che la condizione umana psico-fisica di Paolo,  è un insieme di sofferenze e tribolazioni: è la “spina della carne”.

Nel testo di Gàlati è chiaro che lui ha annunciato il Vangelo nelle regioni dell’Anatolia (altopiano attorno ad Ankara, sotto il Mar Nero). Durante un viaggio è stato costretto a fermarsi. Lì si ha la prova che, nonostante le suppliche e le preghiere, malattie e disgrazie, Paolo ha continuato nella sua missione.

Gal 4,12- : “Siate come me…” Si rivolge ai cristiani, minacciati dai propagandisti che vogliono far perdere la grazia del Vangelo, perché imponevano la legge ebraica. Paolo ricorda come i Gàlati lo hanno accolto, quando ha annunciato il Vangelo. “poiché anch’io sono stato come voi…” : cioè ho condiviso la condizione umana senza ritrosie o sospetti, per annunciare il Vangelo. “Non mi avete offeso in nulla”  Il problema non è solo fisico, ma anche antropologico: causa le umiliazioni, privazioni che toccano la nostra dignità. Allora noi ci sentiamo privati nella nostra infermità o malattia.

Gal 4, 13 : “Sapete che durante una malattia del corpo…” in realtà Paolo parla di malattia della carne, cioè dell’essere umano, fragile.  “…vi annunciai il Vangelo la prima volta”. E’ dunque un contesto poco glorioso, che non ha nulla a che fare con uno che porta la salvezza di Dio! Che salvezza può portare uno che è ammalato? E’ un controsenso!

Gal 4, 14 :quella che, nella mia carne (=fragilità, condizione umana), era per voi una prova (=un impedimento) non l’avete disprezzata né respinta…”  Qui si capisce che la malattia – che nel mondo antico – ma anche oggi, nel nostro mondo laico – era attribuita a forze oscure, malvagie o a peccati, ad un mondo che è fuori dal controllo umano. “…ma mi avete accolto come un angelo di Dio, come Cristo Gesù.”  L’angelo/ messaggero può essere o un angelo di Satana (a cui sono attribuite le malattie e le disgrazie e non solo quelle fisiche) o di Dio.

     Concludiamo la nostra meditazione sulla “spina nella carne”, cioè sulle fragilità umane, le difficoltà e non solo malattie, perché ciò che accompagna la nostra vita sono anche le crisi di coscienza, le difficoltà familiari. Le fragilità sono tutto questo e non solo l’aspetto fisico.

La conferma che Paolo è una persona sana e robusta non gli impedisce di vivere tutte le traversie collegate all’annuncio del Vangelo, vivendo nella logica della croce. L’amore, la fedeltà, la dedizione è quello che gli consente di attraversare tutte le infermità e fragilità.

In 2 Cor 11, 21- siamo sempre al confronto con quegli spavaldi che si vantano di essere figli di Abramo e di avere i carismi dati dalla potenza di Dio.

2 Cor 11, 22:Sono Ebrei? Anch’io!”  A Paolo sta a cuore la sua origine ebraica, la cultura, lingua, famiglia e ne va fiero (come molti ebrei).

2 Cor 11, 23 : “Sono ministri di Dio.. (= inviati, al servizio di Cristo)? Sto per dire una pazzia, io lo sono più di loro…” Il criterio del suo essere al servizio di Cristo, le sue credenziali per annunciare il Vangelo sono le fragilità e debolezze che sta per elencare. “molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse…” ( Le percosse non sono solo le bastonature, ma anche le umiliazioni).

2 Cor 11, 24- 25 : Cinque volte…una volta sono stato lapidato”  In genere nessuno usciva vivo da una lapidazione. Ciò significa che Paolo ha una scorza dura! Può essere che lo Spirito Santo lo abbia assistito, ma alla fine Paolo rimette la testa a Roma. Si vede che non era arrivata l’ora! E’ importante sottolineare anche che Paolo aveva un’umanità molto robusta.

“Tre volte ho fatto naufragio..” Anche qui gli è andata bene, come a Malta. Forse era abituato a fare naufragi! “Ho trascorso un giorno e una notte in balia delle onde…”

2 Cor 11, 26 :pericoli di fiumi, pericoli di briganti…” Allude agli assalti alle carovane da parte dei briganti. “pericoli dei miei connazionali”  Gli ebrei  hanno più volte tentato di ucciderlo e non solo a Damasco (da dove fuggì, facendosi calare fuori dalle mura nascosto in una cesta). “pericoli dai pagani… pericoli da parte di falsi profeti…” Sono i cristiani che non condividono il suo metodo e gli fanno attentati, complotti.

2 Cor 11, 27 : E continua con i suoi disagi  e fatiche : disagi…freddo e nudità.” (cioè non solo ci furono problemi di vestiti, ma anche di decenza).

2 Cor 11, 28:il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese…” Per qualcuno questa potrebbe essere “la spina”: Paolo è preoccupato per i cristiani.

2 Cor 11, 29 : “Chi è debole…” Qui la debolezza è la fragilità dei cristiani che non sono perseveranti nella fede, ma vengono meno. E questo avveniva soprattutto a Corinto. Ma era il pericolo anche di quelli di Tessalonica, ai quali raccomanda di correggere chi è debole.

Chi riceve scandalo..” (= la difficoltà nel cammino di fede). “che io non ne frema?” Paolo è coinvolto nella storia dei suoi cristiani.  “Se è necessario vantarsi, io mi vanterò della mia debolezza…”  Questo insieme di situazioni precarie si può chiamare “debolezza”, come la malattia, le difficoltà quotidiane.

 

     Conclusione

 

 Ogni condizione umana, sia quella della salute o quella della perdita  dell’equilibrio psico-fisico,  della rete di relazioni familiari fa parte della salute o benessere oppure della malattia, delle difficoltà e delle tribolazioni. Ogni situazione è ambivalente, cioè può avere un esito positivo o negativo. Uno può dire “Nella salute tendiamo a montarci la testa ed a dimenticare Dio.” Ci illudiamo: è un rischio, è la tentazione della salute.

      Nella malattia o nella privazione o nei problemi affettivi, crisi di rapporti in famiglia coi figli,

      coi  genitori, c’è un’altra tentazione: di perdere la fiducia nella bontà e misericordia di Dio.

 Tutte le situazioni sono   ambivalenti. Paolo ci dice come uscirne fuori. Torniamo a quello che lui chiama “Per tre volte ho chiesto al Signore”(2 Cor 12, 8),  non una soluzione magica o un miracolo. Paolo non è stato liberato dalle malattie, non ha avuto il pane gratis. Dio non è intervenuto a salvare lui e lasciando morire tutti gli altri naufraghi.  Il problema del miracolismo è proprio questo: il pensare che noi abbiamo un rapporto privilegiato, che siamo raccomandati e con la preghiera possiamo essere salvati. Questo è un’illusione, questo è miracolismo, magia.

La preghiera ci consente di fare esperienza della grazia di Dio (la quale si rivela nelle debolezze): cioè di superare la prova delle malattie o tentazione della salute perchè non ci montiamo la testa ed andiamo oltre. Dobbiamo avere una relazione permanente col Signore, non semplicemente emergenza, in modo da vivere in modo equilibrato e positivo sia la salute che la malattia. Normalmente noi ricorriamo a Dio quando abbiamo bisogno, cioè nelle malattie, disgrazie, problemi, difficoltà…invece dovrebbe esserci una relazione permanente: nella malattia diventa invocazione, supplica, affidamento; nel benessere e nell’armonia è un rendere grazie riconoscente per i grandi doni di Dio per noi.

La “spina nella carne” è una metafora per indicare la condizione umana fragile da vivere davanti a Dio, che – come dice Paolo –  si rivela potente nella debolezza. E così noi siamo conformati a Gesù quando, nonostante la malattia, disgrazie, problemi, incidenti, continuiamo a restare fedeli da figli come Gesù, che è rimasto “fedele fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 8).

Nel tempo di Quaresima che è iniziato ed andrà fino alla veglia di Pasqua di Resurrezione noi ascolteremo la liturgia e quel celebre testo che ci ripropone continuamente: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo… rimanendo fedele fino alla morte” oscena ed umiliante della croce. Questo testo in Fil 2, 6-11 è il capolavoro di Paolo ed esprime molto bene il modo di affrontare la malattia e la logica della croce: che significa non solo il soffrire, ma anche il restare fedeli, cioè vivere la relazione con Dio, vivendo la condizione di figli. Questa è la logica della croce: non è solo il soffrire in maniera “fachiristica” di chi fa l’eroe nell’affrontare le prove. E’ la fedeltà più che l’amore, che consente di attraversare le prove per arrivare alla vita o a quella che Paolo chiama “vittoria sulla morte e resurrezione.”

Dio si rivela potente, forte nella debolezza della croce di Gesù crocifisso. Uniti a Gesù, con la grazia di Dio, siamo forti nelle fragilità fisiche ed anche morali, della “forza di Dio”.  La potenza di Dio non è frutto della mia cultura, ma viene da Dio. Paolo si sente forte perché condivide la forza di Dio che si rivela in Gesù. Uniti a Gesù, nel suo nome possiamo avere la forza di Dio.

Non è la nostra forza che vale, ma la nostra debolezza, che si trasforma se stiamo uniti a Gesù ed a lui ci conformiamo.  Nella 1 Cor Paolo scrive che si è presentato  ad annunciare il mistero di Dio, il suo disegno salvifico – che è il Vangelo – in grande debolezza e con grande timore per la sua debolezza umana. Ed ha convinto i Corinzi non perché ha saputo parlare, ma perché Dio è intervenuto a sostenere sua fragilità.

 

(Continua)