Relazioni familiari

21/11/2010 | Antropologia Paolina

La meditazione di brani scelti delle lettere autentiche di Paolo ci aiutano a capire quale immagine dell’essere umano egli propone ai cristiani, presentandosi prima di tutto con la sua personalità. Abbiamo percorso queste tappe, partendo dal linguaggio affettivo ed emotivo di Paolo, abbiamo considerato la sua ricca personalità sotto il profilo umano, che egli mette al servizio, al totale impegno come “servo” di Gesù Cristo: per amore di Gesù ed anche dei cristiani.  Poi abbiamo passato in rassegna le tematiche che riguardano l’essere umano che è composito nelle sue dimensioni, ma unitario nel suo rapporto con Dio e con gli altri.  Quando Paolo parla di “corpo”, intende la persona, non una parte; quando parla di “carne” intende la persona nella sua dimensione fragile. Questa immagine dell’essere umano unitario ci aiuta a liberarci da una visione in cui si contrappone anima e corpo, spirito e materia.  Se c’è un aspetto duale o una polarità, non è fra materia e spirito o fra corpo e anima, ma fra Dio e creatura. Dio è lo “Spirito”, la creatura è la “carne”. “Creatura” significa essere umano nella sua fragilità e comprende anche quella che noi chiamiamo “anima”. L’anima è carne nel senso della fragilità che finisce nella morte. Senza la potenza di Dio che risuscita mediante il Suo Spirito, noi finiamo nel nulla, da cui siamo venuti grazie alla creazione.  Di questo parleremo poi nell’ultimo incontro di quest’anno, in cui il tema è proprio “Vita e morte, resurrezione e immortalità”.

Oggi consideriamo la famiglia e le relazioni familiari. La prossima volta sarà il tema dell’amicizia, per arrivare alla prospettiva finale: qual è la speranza, come Paolo ha proposto, patendo dall’esperienza di Gesù, il senso della vita sempre minacciata dalla catastrofe della morte.            Si propone una piccola premessa su tre punti e poi si passerà alla lettura di tre brani paolini e ad una riflessione finale.

I rapporti familiari, cioè quelli fra genitori e figli e poi fra fratelli e sorelle questa è l’immagine che abbiamo della famiglia, intesa come piccola comunità – Paolo la rivede e la ripensa, partendo dalla sua esperienza spirituale (nel senso dell’azione di Dio) di Damasco. Là Dio – utilizzando il linguaggio della Bibbia – gli ha fatto conoscere Suo Figlio. “Per Sua libera e gratuita iniziativa, prima che io nascessi, Egli mi ha chiamato per essere al servizio del Vangelo, rivelando il Suo Figlio”. Da questa esperienza Paolo scopre il volto di Dio Padre. I cristiani sono dunque figli e fra loro fratelli e sorelle. Questo linguaggio non è nuovo e si ritrova nelle culture religiose antiche ed anche moderne: tutte le religioni parlano di Dio Padre; alcune anche di Dio Madre. E tutti i membri di una comunità, dove si vive un rapporto di frequentazione, si chiamano fratelli e sorelle. Questo è un linguaggio comune a tutti i gruppi religiosi. Nel Deuteronomio, per esempio, si parla di “tuo fratello” per indicare il popolo.

            Per Paolo, Dio Padre non è il Dio onnipotente, il Dio che giustifica i potenti, ma è il Padre del Signore nostro Gesù Cristo, di colui che si è rivelato sul crocifisso. E’ un’immagine “rovesciata” di Dio, è l’antipotenza: non onnipotente, ma il “nulla potente”, che si rivela nell’impotenza di un crocifisso. Questo è il volto di Dio Padre: non di un Dio che schiaccia, ma che si fa vicino attraverso questa immersione nell’umanità. E se vogliamo passare in rassegna tutte le lettere storiche (sette), scritte o dettate da Paolo, troviamo sempre al termine dei saluti la formula “la Grazia e la pace di Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo“. Questa è una specie di ritornello che è tipico nel linguaggio di Paolo. Gesù, che egli conosce come il Messia, il Cristòs, l’Inviato, il Consacrato, è il Figlio che egli ha scoperto sulla via di Damasco. Egli è un Figlio che fa parte della grande famiglia. Così Paolo adopera un’immagine biblica, dove il primogenito era il benedetto e trasmetteva la benedizione ai fratelli. Si ricordi la storia dei Patriarchi: Isacco benedice Giacobbe (che aveva soffiato la primogenitura al fratello Esaù). Attraverso il primogenito anche gli altri partecipano della benedizione, che poi è la vita (nella Bibbia la benedizione non è un augurio di pace, ma la forza di trasmettere la vita).

Nella Lettera ai Romani Paolo presenta così il piano di Dio riguardante i battezzati, che sono stati chiamati per mezzo del Vangelo, conosciuti da sempre da Dio:

Rm 8, 28-29 : Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poichè quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati (cioè con una decisione sicura) ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perchè egli sia il primogenito fra molti fratelli… Questa è l’immagine che Paolo dà dell’umanità e non solo della Chiesa! Gesù è il primogenito di molti fratelli, non è un figlio solitario. E’ il primogenito ed i fratelli sono chiamati a rendersi conformi (= cioè riprodurre il ritratto ed il volto di Gesù), a vivere da figli, nella libertà, nella fiducia e nella preghiera fatta nel suo nome ed a chiamare Dio – come Gesù – con l’espressione aramaica  Abbà, Padre. Questo è il progetto di Dio, che si realizza se non mettiamo resistenze e lo accogliamo: così ci conformiamo al Figlio. Tutta l’esperienza cristiana è questa: vivere da figli! Paolo considera dunque questa grande famiglia quando, nelle sue lettere, si rivolge ai fratelli (Adelphòi, Agapetòi) amatissimi. E’ un modo per indicare non solo un legame sociale, ma anche la fraternità che si fonda sull’iniziativa di Dio che ha fatto  Suoi figli  tutti i battezzati, che riproducono il volto, l’immagine del Figlio unico. Nel termine maschile “adelphòi” è incluso anche il genere femminile. Gli inglese e gli americani, che sono molto sensibili al linguaggio inclusivo, hanno proposto di tradurre nelle loro Bibbie sempre”fratelli e sorelle”, quando incontrano il termine “adelphòi“. In greco la parola indicava la famiglia, senza distinzione o contrapposizione.  Tutti i battezzati formano la “famiglia di Dio.” Questa espressione ricorre non in una lettera autentica, ma in una della Tradizione che riflette il pensiero e comunque la linea di Paolo: precisamente nella prima a Timoteo, dove vengono date le disposizioni per guidare la Chiesa:

1 Tm 3, 14 : Ti scrivo tutto questo nella speranza di venire presto da te; ma se dovessi tardare, voglio che tu sappia come comportarti nella casa di Dio.  “Casa” nella lingua greca di dice “òikos” (da cui “ecologia, economia”). Ma “casa” indica anche la famiglia, il casato. “nella casa di Dio” significa dunque “nella famiglia che ha la sua fonte in Dio”.

            Secondo passaggio: la missione di Paolo e la vita delle comunità cristiane. Il segreto dell’azione missionaria efficace  della pastorale (cioè animazione, formazione della comunità) fa leva su una struttura originaria del mondo greco-romano ed ebraico (ma Paolo si muove fuori dall’area palestinese, anche se i suoi primi contatti sono con le comunità dell’emigrazione ebraica, della diàspora). L’ebraismo è il punto di incontro, ma dove si vive l’esperienza di fede, si prega e si viene introdotti nella comunità dei credenti, è la famiglia. Non dimentichiamo il ruolo che ha la Pasqua (chiamata “agadàh” – catechesi di Pasqua) e tutto quello che si vive in famiglia con la dieta, con le preghiere del mattino e della sera e la formula della fede (“Shemà, Israél”).

Da questa intuizione Paolo considera la famiglia come punto di innesto o di attacco per annunciare il Vangelo. Più che una piazza o un’assemblea, interessa il nucleo familiare, cioè  padre, madre,  parenti, amici e figli (che hanno l’obbligo di seguire la linea dei genitori! La conversione del padre e della madre trascina con sè tutta la famiglia). La famiglia è base per annunciare il Vangelo e costruire una rete di famiglie che formano la comunità, l’ecclesìa – la famiglia di Dio. Più che una grande organizzazione, è una rete fra nuclei familiari. Anche la casa diventa il luogo dell’ascolto della Parola, dell’assunzione dell’Eucaristia, del sostegno reciproco.  Si capisce allora perchè Paolo sceglie come responsabili un padre e una mamma, cioè una coppia.   Il motivo è semplice: chi guida una famiglia è in grado di guidare una comunità fatta di tante famiglie.  Questa è la nascita dell’esperienza cristiana, del metodo di Paolo sia nell’annuncio che nell’azione pastorale. A questo modello di famiglia egli si richiama presentando il suo modo di annunciare il Vangelo come fa un padre o una madre; e per questo, quando deve intervenir, afferma perchè sono un padre vostro. Si rifà al modello del padre o della madre per rivolgersi ai “figli” che sono stati generati per mezzo del Vangelo. Così le chiese paoline sono “chiese domestiche”, incentrate sulla “domus” latina, òikos (= casa e famiglia). E’ lì che si abita e dove esistono le relazioni di genitori e figli e fratelli. 

C’è una serie di testi in proposito.  Una delle case-famiglia è quella di una coppia che ha aiutato Paolo a Corinto e poi a Efeso: è quella di Aquila (il marito) e della moglie Prisca (o Priscilla). Sono due romani (anche se lui è oriundo del Ponto), cacciati da Claudio. Essi incontrano Paolo a Corinto, gli danno lavoro, lo ospitano e poi lo aiutano anche ad Efeso, dove aprono una scuola di catechesi per preparare i nuovi convertiti. Infine tornano a Roma e forse sono ancora loro che preparano il domicilio dove Paolo passerà due anni a detenzione coatta, agli “arresti domiciliari”, in attesa di processo. Essi sono persone benestanti e possono anche permettersi di viaggiare, facendo una specie di commercio internazionale di tende.

Un’altra chiesa-famiglia è quella di Filèmone, a cui scrive un biglietto. Con la moglie Afia guida probabilmente una chiesa assieme al figlio Archippo.  Quando il movimento cristiano diventa internazionale, si abbandona la famiglia, ed il luogo pubblico sarà la basilica (cioè un edificio regale, dove si facevano le udienze dei processi. “basì” significa “casa del re” e “basilica” significa “casa imperiale”: dal salotto di casa si passa alla grande costruzione). Così la vita di famiglia è una cosa, mentre quella di chiesa è una grande organizzazione religiosa per fare attività. L’iniziazione non avviene più nella casa, ma nella parrocchia o nella diocesi. Alcuni riscoprono oggi il desiderio di tornare alla radice, anche se poi è la rete che unisce tutte queste chiese domestiche.

            La chiesa di Ninfa (Col 4, 15) è descritta nella tradizione di Paolo ed è modello per chiesa nelle lettere pastorali. Paolo si rivolgerà ai vari responsabili e membri della famiglia per indicare come comportarsi. La compattezza della famiglia nel tempo antico era considerata più per ragioni economiche e politiche che per quelle morali e spirituali. Per Roma è importante che ci sia l’integrità di coppia, perchè altrimenti non si sa come dividere l’eredità. Era dunque un problema economico! Invece nell’ambiente ebraico la cosa più importante era la relazione di famiglia.

            Analizziamo ora i testi proposti per la meditazione: il primo è un brano della 1 Cor. Paolo si rivolge ai suoi cristiani, che ha generato mediante il Vangelo, per i quali si considera a pieno titolo “padre“. Dopo averli richiamati alle ragioni profonde dell’unità – che è la fede in Gesù – che non consente di contrapporsi agli altri perchè nel Vangelo si rivela l’Amore di Dio, la forma del Crocifisso, che ha dato tutto e dopo aver parlato per quattro capitoli di questi problemi, dopo averli strapazzati per la loro ingenuità e immaturità, Paolo chiude con i versetti 14-21. Egli si rende conto di aver a volte usato la mano un po’ dura e pesante, ma gli stava troppo a cuore che non venisse stravolto il Vangelo.

1 Cor 4,14: Non per farvi vergognare… Come “padre” Paolo può, anzi deve intervenire, anche se egli parla a persone adulte, che hanno già esperienza di vita.

1 Cor 4,15: pedagoghi sono i baby-sitter, erano gli schiavi che controllavano i bambini.

Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo. Questa è la consapevolezza che aveva Paolo nei riguardi di quella comunità molto vivace, che si appellava ad Apollo o a Cèfa per dire che erano migliori degli altri. Paolo sostiene la sua priorità: lui li ha generati, mediante il Vangelo! Poi è venuto anche Apollo, che ha costruito certo la comunità con sapienza. Ma il “padre“, cioè lui, non poteva non intervenire!  Il Vangelo accolto trasforma i credenti in  tanti figli di Paolo.

1 Cor 4,16: Vi prego dunque: diventate miei imitatori! Questa è la logica familiare: il figlio assume gli atteggiamenti e la fede del proprio padre. Nel cap. 11,1 dirà poi: Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo. Non pensa di essere lui il modello, perchè  quello vero è Cristo.

Qui  fa leva sul rapporto padre e figli. Interessante questo modo di educare: infatti nell’aspetto religioso ed anche in quello umano si impara soprattutto identificandosi con qualcuno, con una persona – padre, madre o amico – che rappresenta un po’ un riferimento. Così i figli normalmente tendono a identificarsi coi loro genitori, anche se poi c’è il contrasto, la ribellione, il rifiuto.

Vi ho mandato Timòteo, che è mio figlio carissimo… Non lo ha generato fisicamente, ma è un giovane che Paolo ha assunto, passando per il suo paese. La mamma era ebrea e diventata cristiana. Il figlio, dopo il Battesimo, si è dedicato all’attività diaconale, al servizio nella zona di Icònio, nella Turchia centrale (regione dei laghi). Quando Paolo vi passa per la seconda volta, sente tessere le lodi del giovane e lo porta con sè. Timoteo sarà il suo amico, confidente e collaboratore.

Per lui Paolo è come un padre. Per questo lo chiama affettuosamente “figlio carissimo“. Quando scrive ai Filippesi, dirà che tutti cercano i propri interessi, ma Timoteo ha un animo in sintonia col mio. Questo conferma che Timoteo è anche un amico. E l’amicizia è un punto cruciale per la trasmissione della fede (ne parleremo la prossima volta), forse il canale più adatto oltre a quello dei genitori. (Timoteo) è fedele nel Signore: egli vi richiamerà alla memoria il mio modo di vivere in Cristo...: ecco in che senso Paolo è padre e diventa modello: perchè egli vive in Cristo! Il suo punto di riferimento, il suo specchio, è  Gesù. Più che con le parole lo è col modo di agire.

1 Cor 4,18-21: L’Apostolo chiude il capitolo con un piccolo attacco nei confronti di quelli che si credono ormai arrivati e non hanno nulla da imparare, perchè si considerano sapienti e snobbano la sapienza della croce, cioè la donazione.

1 Cor 4,18 : Alcuni si gonfiano d’orgoglio.. E’ un’espressione per indicare quelli che si montano la testa, ma sono solo dei palloni gonfiati.

1 Cor 4,19 : Quello che importa non sono le parole, ma il modo di vivere!

1 Cor 4,20 : Il regno di Dio non consiste in parole…

1 Cor 4,21 : Con questo versetto Paolo sintetizza la fisionomia del genitore e padre, secondo la pedagogia antica. Oggi è un po’ rivista!  L’Apostolo era un padre severo, ma non remissivo e neppure violento. Imitando Cristo Gesù, anche Paolo ha migliorato il suo carattere, anche se è rimasto un po’ impulsivo. Nei confronti degli avversari usa anche parole violente e sa anche estromettere dalla comunità chi convive con la seconda moglie del padre (a Corinto).

            Un secondo testo è preso dalla 2 Cor. In esso egli annuncia una terza visita alla comunità.

2 Cor 12, 14 : E’ la terza volta che sto per venire da voi e non vi sarò di peso… (cioè non si farà pagare e mantenere come pretendevano gli inviati da Gerusalemme che esibivano le loro credenziali, dichiarandosi “apostoli”)… perchè cerco voi, non i vostri beni… Paolo li considera figli e perciò è lui che li deve “mantenere”, non viceversa!

2 Cor 12, 15:  Mi prodigherò, anzi consumerò me stesso per le vostre anime. Se vi amo più intensamente…  Appare qui evidente tutta la passionalità di Paolo, per il quale il Vangelo non è una dottrina da trasmettere in modo indolore, ma passa attraverso il volto del Padre.

            Ultimo testo: il parto.  Il rapporto genitori – figli è anche doloroso, come quello della nascita. Questa immagine è una metafora che attraversa tutta la Bibbia. Dio è spesso rappresentato come una madre che genera nel dolore e questo è un po’ il sigillo del rapporto madre-figlio o comunque fra genitori e figli.

Alle chiese della Galazia (a Corinto probabilmente tutti i cristiani si trovavano assieme in una “ecclesìa“, mentre in Turchia essi sono sparsi in vari villaggi: dal centro del Paese fino al Bosforo) si rivolge ricordando che li aveva visitati una prima volta durante una malattia, una sofferenza che era anche umiliante. Essi lo hanno accolto con premura ed onestà…salvo poi, quando sono arrivati altri predicatori, andare in crisi credendo che non basti il Battesimo, ma che bisognasse prima diventare ebrei e farsi circoncidere. Quando Paolo viene a sapere questo, manda una lettera vibrante, in difesa del Vangelo che non ha bisogno di integrazioni legali e rituali.

Gal 4, 15 : Subito Paolo ricorda il loro rapporto gioioso ed intenso e come essi si siano affezionati a lui, disposti anche a cavarsi gli occhi per lui! E’ un’immagine molto efficace in questo rapporto affettivo.

Gal 4, 16 : Sono diventato vostro nemico dicendovi la verità? La verità è il Vangelo che non ha bisogno di leggi e di integrazioni. Il Vangelo è accogliere l’Amore di Dio rivelato in Gesù.

Gal 4, 17 : Costoro sono premurosi… ma non onestamente, perchè vogliono separarvi dalla comunione con Gesù. A loro interessa soltanto ingrandire il gruppo dei convertiti all’ebraismo, per fare bella figura a Gerusalemme. A Paolo invece interessa che essi diventino figli di Dio, non che facciano parte di un gruppo etnico.   Si ricordi che all’epoca c’era  una  lotta feroce  contro quelli che non aderivano all’ebraismo, fino ad arrivare anche all’omicidio da parte di fanatici, detti “sicari” (perchè armati di una piccola spada chiamata “sica“). Essi aggredivano i loro nemici ideologici, li pugnalavano con la sica e poi fuggivano gridando “assassinio”! Il loro problema era di identità: essi volevano ingrandire il movimento ebraico, girando per i luoghi della diaspora, dove era passato Paolo. E’ una storia complicata fra religione, politica, nazione. E solo per i loro interessi!

Gal 4, 19 : Figli miei. Paolo cambia tono e li interpella direttamente. Non sono solo fratelli, ma “figli”. Egli si sente in diritto di intervenire, perchè quelli non li hanno generati, ma cercano di ricattarli, mentre essi avevano già esperienza di libertà nel Vangelo.

Io partorisco di nuovo nel dolore finchè Cristo non sia formato in voi! Se il primo parto, cioè il Battesimo è stato difficile, il secondo – cioè il raggiungimento della maturità – è quanto mai doloroso. E questo ancor oggi: spesso i neo battezzati sono abbandonati quando devono diventare adulti (= capaci di dare la vita per Cristo), specie dopo la Cresima.  Il diventare adulti suppone una sofferenza, un nuovo parto.

Gal 4, 20 : Vorrei essere vicino a voi in questo momento… Paolo si rende conto che la lettera non può essere così incisiva come la viva voce, il dialogo a stretto contatto.

 (continua)