Uomo e donna

22/11/2010 | Antropologia Paolina

E’ un tema di grande attualità, che però ha radici nella tradizione biblica che Paolo legge in maniera originale, partendo dalla sua esperienza di battezzato, immerso in Gesù Cristo, Figlio di Dio. Tutto questo egli lo esprime in una lettera inviata ad una comunità della Galazia (centro dell’attuale Turchia). Poi affronterà i problemi dei rapporti uomo-donna a Corinto. Poi vedremo il seguito nella tradizione paolina. Qui torna utile la distinzione, sul piano della comprensione del pensiero di Paolo e quindi dei testi fondativi della nostra fede, alla distinzione fra “lettere storiche” e “Lettere attribuite a Paolo”. Le seconde sono state scritte da suoi discepoli in altre circostanze, applicando il suo pensiero a situazioni che sono degli anni 50 e 60. Quelli che scrivono sono degli anni 70, 80 e addirittura 90: quindi  una generazione dopo la morte di Paolo. Questo cambia il pensiero di Paolo ed il modo di interpretarlo.

            Noi oggi, venti secoli dopo, partendo dalle radici, cerchiamo di dare un senso al nuovo modo di essere uomo e donna nella società occidentale, che in cinquant’anni è cambiata in maniera notevole.  Il principio che oggi si propone è quello della libertà e dell’uguaglianza cristiana: si trova in un versetto della lettera ai Galati ed è l’unica affermazione dogmatica – nel senso dottrinale – di Paolo. Tutti gli altri sono testi di disciplina, di organizzazione di carattere pratico, organizzativo e quindi sono cangianti come cambiano le situazioni delle comunità,  mentre la fede si basa in Gesù Cristo, Figlio di Dio, nel Padre e nello Spirito Santo. Questi fondamenti sono immutabili e Paolo fonda la dignità ed uguaglianza uomo-donna non su un momento culturale o una moda, ma su un fondamento della fede che rimane per sempre, anche se viene formulato in modo diverso. Lo Spirito è fonte dell’amore e, dunque, della libertà: questa è una base che vale da venti secoli. Anzi, da quando esiste l’umanità, essa è guidata dallo Spirito di Dio, anche se non era ancora conosciuto.

Paolo scrive una lettera un po’ infiammata, ardente, nervosa – potremmo dire – ai responsabili della Galàzia che egli ha visitato durante la malattia e che sono stati turbati e sconvolti da altri missionari. Questi avevano detto che Paolo non aveva annunciato il Vangelo intero, ma “con lo sconto”, togliendo tutto quello che deve essere applicato e vissuto, cioè l’appartenenza al popolo ebraico. “Se non diventate ebrei, non avrete la benedizione di Abramo” – così in sostanza annunciavano quei missionari venuti da Gerusalemme, legati alla tradizione ebraica, preoccupati di far crescere il popolo di Israele e non solo i battezzati: dunque tutto il popolo ebraico.

Forse questo era il problema di Giacomo, fratello del Signore e responsabile della chiesa di Gerusalemme (ma soprattutto dei suoi sostenitori): di evitare una rottura con la radice ebraica. Pietro nel frattempo aveva lasciato la città, lasciando Giacomo da solo. 

            Quei missionari erano andati dove Paolo aveva annunciato il Vangelo ed avevano proclamato che non basta essere battezzati ed avere la fede: bisognava anche  diventare ebrei, farsi circoncidere, osservare  la  dieta,  il calendario  ebraico, il sabato  e quindi tutta la Legge ebraica.  Paolo propone anche i dieci comandamenti come base dell’esperienza cristiana, ma li riassume nell’unico dell’amore per il prossimo. Così Paolo scrive che noi siamo figli di Dio in forza del Battesimo o della fede battesimale e in base a questo siamo inseriti in Gesù che è l’erede a cui Dio ha fatto la promessa, quando disse ad Abramo (Gal 3,8): Nella tua discendenza saranno benedette tutte le nazioni – cioè anche i non ebrei. I Gàlati erano venuti dalla Gallia, passando attraverso i Balcani e la Grecia e si erano fermati in una provincia che i Romani chiamarono Galàzia. I Gàlati dunque erano discendenti di Abramo perchè legati alla fede ed al Battesimo in Gesù. Leggiamo dunque il testo: Gal 3, 23- 25: Ma prima che venisse la fede – cioè il Vangelo che doveva essere rivelato  e non richiedeva pratiche e riti, ma ascolto e adesione – noi eravamo custoditi e rinchiusi sotto la Legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la Legge è stata per noi un pedagogo –  un “paidagogòs”, cioè un tutore, un custode – fino a Cristo, perchè fossimo giustificati per la fede: non per la legge, ma in forza della fede. La legge è una guardia carceraria, un secondino che ti dice di non fare questo o quello, cioè controlla.

Gal 3, 26: Tutti voi infatti, siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poichè quanti siete stati battezzati… Battezzati sta per “immersi in Cristo o essere rivestiti di Lui”. Una doppia immagine: immersi e con una nuova veste o identità. Cristo è la nostra nuova identità. La conseguenza di tutto questo è che:

Gal 3, 28: non c’è più Giudeo né greco… : in riferimento chiaro alla predicazione degli altri missionari. Per il principio che tutti siete figli di Dio!

non c’è schiavo né libero… Nel mondo antico c’erano 3/4 di schiavi e 1/4 di liberi, dove i primi lavoravano per tutti, senza diritti, come animali.

non c’è maschio e femmina: certo la differenza rimane, ma non è più discriminante perchè tutti voi siete uno in Cristo Gesù: cioè una sola persona!  E come tali siete discendenti della promessa fatta ad Abramo.

            Questo è il primo testo e più importante, perchè dottrinale e dogmatico. Non ci sono altri testi così in tutta la Bibbia (a parte in Gen. 1, 26-27 maschio e femmina li creò…).

Nei frammenti delle lettere che seguono, il tema della Genesi rimane come sfondo.

Paolo insiste molto non tanto sulla differenza fisica o di ruoli, quanto sul problema principale: entrambi – uomo e donna – hanno la stessa dignità: la parità derivata dalla figliolanza di Dio.

            In 1 Cor Paolo fa riferimento alla differenza cristiana che fonda una pari dignità, per cui tutti non devono essere soggetti a discriminazioni etniche, culturali, religiose e di genere.

Il testo è stato molto discusso, ma oggi, grazie allo studio che colloca i testi di Paolo là dove egli li ha scritti e per quali destinatari, ci consente di capire che si tratta di un testo orientativo, disciplinare, anche se Paolo richiama i principi della creazione per dimostrare la vita e la diversità.

Per questo l’estratto si può intitolare “Pari dignità nella diversità di genere“. Succedeva a quei tempi che nelle assemblee di preghiera carismatica (cioè sotto l’influsso dello Spirito) a Corinto – dove erano molto ferventi ed attirati da questa forma di preghiera attiva e corale – Paolo elencasse i carismi. Ed i carismi più ghiotti erano quelli della parola. Come a Sparta, dove nessuno capiva niente, ma chi parlava faceva ugualmente bella figura!  Queste sono cose da lasciar perdere. Bisogna cercare la Parola che aiuti a crescere nella sapienza, nei giusti rapporti. Se qualcuno ha il dono della parola, ben venga, purchè egli faccia l’applicazione a quelli che non capiscono. Lo scopo dei carismi non è fare bella figura o fare teatro, ma aiutare la comunità a crescere: tutti insieme.

            Nel cap. 11 della 1 Cor Paolo affronta la questione delle signore cristiane, che avevano una certa iniziativa e intraprendenza e forse avevano preso molto sul serio quella dichiarazione di Paolo non c’è più uomo o donna. Esse affermano che se non c’è più questa differenza, allora potevano presentarsi all’assemblea con un’acconciatura maschile. Non era una questione di moda, ma di distinzione. Prendiamo in proposito il versetto 13 Giudicate voi stessi… Paolo sta parlando di capigliatura, non di velo, anche se c’era l’obbligo del velo quando uomini o donne facevano i sacrifici. A Paolo interessa come l’uomo e la donna si presentano.

E’ conveniente che una donna preghi Dio col capo scoperto? Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli,… Forse Paolo soffriva di calvizie, ma Luca scrive che egli si era lasciato crescere delle ciocche per il nazireato. Dunque non era una questione di velo, come oggi le islamiche. mentre per la donna è una gloria lasciarseli crescere. Cosa c’entra la fede in Dio per queste cose??! Il problema è la distinzione di genere. Forse Paolo aveva anche insegnato a Corinto che non c’è più schiavo e libero.  Lo ribadisce anche in 1 Cor 12, 13: noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo…

Evidentemente a Corinto l’hanno preso troppo sul serio e le donne si presentavano con una acconciatura maschile. Ma la finale del cap. 11 è :

1 Cor 11, 15b – 16: La lunga capigliatura le è stata data a modo di velo. Se poi qualcuno ha il gusto della contestazione, noi non abbiamo questa consuetudine… La differenza risale alla creazione, non nella capigliatura.

1 Cor 11, 2 : Vi lodo perchè in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni… Le tradizioni sono la cena eucaristica, il modo di pregare, l’impegno morale, ma soprattutto il giusto comportamento, per non farsi ridere e creare sospetti nell’ambiente.

1 Cor 11, 3 : Voglio però che sappiate che in ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. Qui Paolo mescola un po’ le cose: che Cristo risorto sia il capo (cioè abbia autorità) dell’uomo va bene, che capo di Cristo sia Dio anche va bene. Ma che capo della donna sia l’uomo, non sta da nessuna parte nella Bibbia! C’è un passo della Genesi, ma non è un dato di fede: è un fatto di cultura o, meglio: di antropologia. Che l’uomo abbia autorità sulla donna è nella cultura semitica antica, ma non è rivelazione di Dio. Bisogna dunque distinguere ciò che riguarda la fede da quello che è moda! Pregare in ginocchio o in piedi, con le mani giunte o alzate sono atteggiamenti che cambiano con la cultura.  Oggi, ad esempio, nel codice civile italiano l’uomo e la donna decidono assieme come condurre la famiglia.

1 Cor 11, 4 : Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo.  Questo è un problema che cambia secondo le culture. Gli ebrei oggi pregano sempre con una piccola papalina in testa (la kippa), mentre per le donne non c’è velo. La cultura non c’entra con la fede.

1 Cor 11, 5 : Ma ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto, manca di rispetto al proprio capo, perchè è come se fosse rasata. La rasatura era poi la pena riservata alle prostitute e alle adultere.

1 Cor 11, 6 : Se dunque una donna non vuole coprirsi… E ribadisce ancora la sua posizione sul problema della capigliatura. E’ importante dunque che la donna non abbia il taglio come i maschi. E’ una questione del tutto particolare, quella di Corinto. A noi interessa sapere come Paolo pensa il rapporto con le donne, nella distinzione. Poi prosegue:

1 Cor 11, 7 : L’uomo non deve coprirsi il capo, poichè egli è immagine e gloria di Dio. Qui è chiaro il riferimento alla creazione. Nel libro della Genesi però si dice che l’uomo – maschio e femmina – sono a immagine di Dio. Paolo manipola un po’ il testo originario, per cercare di convincere le signore di Corinto a cambiare atteggiamento. E così fa un po’ di manovre sul testo biblico, che poi però corregge:

1 Cor 11, 7 : la donna invece è gloria dell’uomo. Torna dunque il concetto di subordinazione della donna.

1 Cor 11, 8 : E infatti non è l’uomo che deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo. Qui evidentemente Paolo legge Genesi 2, 22 dove si racconta la creazione della donna dal corpo dell’uomo, plasmata da una costola e presentata poi ad Adamo. Ma la scena è una parabola!

Paolo stravolge il primo capitolo, partendo dal secondo.

1 Cor 11, 10 : Per questo la donna deve avere sul capo un segno di autorità a motivo degli angeli. Nella nuova traduzione questo testo è corretto in: segno della sua autorità. La donna deve avere un atteggiamento e quindi presentarsi pubblicamente con una capigliatura che sia rispettosa, come si conviene ad un’ inviata di Dio, come gli angeli.  Questa idea si trova più volte. Si pensi agli Atti, quando un angelo appare a Cornelio (At 10,3). Paolo non si riferisce ad incontri di tipo profano, ma ad una funzione religiosa , in cui bisogna rispettare la presenza degli angeli. La donna deve tenere a posto i capelli, per esprimere il suo diritto di pregare. Ancora Paolo dirà: la donna che prega, profetizza (cioè fa un discorso ispirato). Poi l’Apostolo, dopo aver dimostrato che la donna deve distinguersi dall’uomo nel modo esterno, perchè risale all’iniziativa di Dio creatore, prosegue  sulla pari dignità:

1 Cor 11, 11 : Tuttavia nel Signore, – cioè nella fede in Gesù risorto e non solo nel Dio creatore – nè la donna è senza l’uomo, né l’uomo è senza donna. Come infatti la donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha la vita dalla donna – tutti gli uomini nascono da donna! Anche se è vera la creazione. C’è però un rovesciamento: e dunque c’è una pari dignità, pur nella differenza di genere, che risale alla creazione. Le signore di Corinto che cercano di cancellarla, devono mantenerla! Diversità nella pari dignità. Questo è importante: la donna non è copia dell’uomo, né l’uomo della donna: sono diversi nella uguale dignità, perchè sono figli di Dio.

1 Cor 11, 11 :   poi tutto proviene da Dio. Paolo ricorda sempre che Dio è origine di tutto. Ci sono solo ruoli diversi e dunque il maschile ed il femminile.

            Qualche capitolo dopo (cap.14) sempre nella 1 Cor, leggiamo un terzo testo del Paolo storico: è il testo notissimo del ” silenzio della donna”. In tutte le culture è riconosciuto che le donne hanno una grande capacità linguistica, perchè sono loro che introducono ogni essere umano nel mondo della lingua. Hanno un cervello creato per la lingua! Perchè allora scrive “La donna impari il silenzio…!”? Il capitoletto è stato intitolato “Parola e silenzio”: vale per gli uomini e per le donne. Siamo qui alla fine della lettera. Paolo, dopo aver detto che i carismi sono dati da Dio, afferma che servono per l’unità, non per fare concorrenza o per il prestigio. L’Apostolo è una persona molto pratica, anche qui: gli uomini devono parlare uno alla volta, in modo che tutti possano ascoltare e crescere. Non serve la Parola di Dio o la preghiera se tutti fanno confusione! Solo che alcuni cristiani “bacchettoni” di Corinto sostengono che le donne – secondo la legge ebraica – devono tacere. Contro costoro Paolo detta questo testo, perchè egli difende il diritto delle donne di intervenire, contro quegli uomini che sono legati all’ambiente giudaico. E scrive:

1 Cor 14, 29 : I profeti : sono le persone ispirate, uomini e donne.

1 Cor 14, 29 : perchè tutti possano imparare ed essere esortati. Nel capitolo 14 Paolo parla della “donna che prega o profetizza.”

1 Cor 14,34: Le donne nelle assemblee tacciano… In queste poche righe  sono state sempre interpretate come un intervento strano in contrasto con quello del capitolo 11. E così in tutte le chiese si impose alla donna di tacere. Paolo qui in realtà cita la posizione dei suoi avversari. In questo caso: gli integralisti cristiani di Corinto, che volevano far tacere le donne. La loro posizione suona così: “Come in tutte le comunità dei santi, le donne…tacciano… stiano sottomesse, come dice la Legge…. Perchè è sconveniente per una donna parlare in assemblea.” (fine della citazione).  Questo non può essere il pensiero di Paolo!!

Poi prosegue (1 Cor 14, 36): Da voi forse è partita la Parola di Dio, o è giunta soltanto a voi? Cioè voi, cristiani di Corinto che tirate in ballo questa regola, pensate forse di essere i primi?

 C’è la Tradizione della Chiesa. Chi ritiene di essere dotato dallo Spirito, deve riconoscere che esso dipende dal comando del Signore!             Dunque Paolo si appella alla tradizione canonica contro il principio di far tacere le donne in assemblea. E questo passo non è in contraddizione con quanto affermato al cap. 11.  Ci sono voluti dunque venti secoli per cominciare a capire che le lettere di Paolo non sono ricche di contraddizioni, ma sono state mal capite e interpretate. Fa parte del suo stile il riportare le parole dei suoi avversari e contraddirle. 

            Il testo successivo (la prima lettera a Timoteo) è stato letto una generazione dopo dal suo discepolo in un ambiente esplosivo, in cui non sono più i Corinti intraprendenti, non c’è più il rischio della confusione nella preghiera e nell’intervento pubblico, ma l’intervento di alcuni predicatori, itineranti, chiamati falsi maestri e falsi profeti. Essi girano nelle comunità paoline, nella zona di Efeso, e trovano consenso soprattutto nelle donne sfaccendate… Se si tratta di giovani vedove, allegre, le invitano a sposarsi, così da non aver tanto tempo per chiacchierare. E le vedove anziane siano prima di tutto assistite dai parenti o la comunità se ne faccia carico. Paolo è molto pratico, molto “terra terra”.

2 Tim 3, 6-7: Al loro numero appartengono certi tali che entrano nelle case ed accalappiano donnicciole cariche di peccati, mosse da passioni di ogni genere, che stanno sempre lì ad imparare, senza riuscire mai a giungere alla conoscenza della verità. Tali itineranti sono asceti che affascinano quelle signore, condannano il matrimonio (come antesignani degli Gnostici), la materia, i cibi.

Nella 1 Tm 2, 11-15 Paolo vuol mettere un freno a questa tendenza di seguire i falsi maestri.

1 Tm 2, 11: La donna impari in silenzio… rimanga in atteggiamento tranquillo….non Adamo fu ingannato, ma chi si rese colpevole di trasgressione fu la donna, che si lasciò sedurre… Ma questo non è il pensiero di Paolo. Infatti in Rm 5,12 scrive:

Come a causa di un sol uomo il peccato è entrato nel mondo… Quel solo uomo è Adamo! Eva non c’entra! Il pensiero che Eva sia stata la causa di tutto, si trova nel libro del Siracide, nei libri apocalittici (secondo i quali sono le donne che hanno introdotto nel mondo il male!). Ma sono gli Apocrifi; non è il pensiero di Paolo. Quegli autori utilizzano il testo di 1 Cor e mettono una barriera nei confronti dei falsi profeti e maestri, che catturano l’attenzione delle signore di Efeso. Così 1 Cor è stata letta senza tener conto che il problema era tutt’altro, trasformando disposizioni molto pratiche (capigliatura, fare figli) in un dogma, togliendo la parola alle donne e affermando che ciò lo aveva detto Paolo! Ma cosa ha detto Paolo? Ha scritto lui o i suoi discepoli la lettera? Paolo ha detto che all’assemblea tutti possono parlare con ordine e decenza: tutti possono imparare ed ascoltare; che il matrimonio è un dono di Dio, non una disgrazia da cui ripararsi. Dio ha creato le cose perchè noi ce ne servissimo. Il testo va contro l’ascetismo esagerato. Il discorso non è la regola, ma il principio: l’ordine, la decenza, la sana tradizione, evitando i falsi maestri.

         La nostra riflessione considera infine un testo (Ef 5, 21-33) che sembrerebbe più tranquillo, un testo della tradizione di Paolo. A differenza di 2 Tim, quello è più conosciuto. Nella condanna di Fazia – matematica ed astronoma di Alessandria, messa a morte – è citato proprio il testo di Timoteo. Ma allora ci si basò su un pregiudizio, e devono passare secoli prima di estirparlo! I testi non vanno estrapolati, ma contestualizzati. Non si può definire semplicemente Parola di Dio senza tener conto che cosa il testo vuol veramente dire l’Autore. Per capire quello che Dio vuole insegnarci, si deve prima di tutto ascoltare quello che l’autore umano intende dire (Dei Verbum, n. 12).  E così da venti secoli si continua a sottomettere le donne in nome di Paolo!

La lettera agli Efesini è spesso letta durante le nozze (in chiesa) – gli altri continueranno a conoscere il testo attraverso i pregiudizi!

Nel testo agli Efesini si parla di sottomissione :

Ef 5, 22: Le mogli siano sottomesse ai loro mariti come al Signore…  Ma cosa c’è dietro a questa disposizione del cap. 5?  Nei quattro capitoli precedenti si considera la benedizione, chi siamo  i battezzati che devono vivere da figli della luce (Ef 5,8).

E questo in modo particolare di fronte ad un ambiente esterno che guarda con sospetto i cristiani, che sono liberi interiormente e non frequentano la società, i festini, il mercato degli altri e vivono per conto loro.  Allora questa idea del matrimonio come rapporto libero di persone insospettisce quell’ambiente, ma soprattutto l’idea che tutti siamo uguali, di pari dignità: padroni e schiavi, uomini e donne, genitori e figli può creare uno sconquasso.  Contro questo sospetto dell’ambiente sociale greco-romano (cioè di una società molto strutturata, dove gli schiavi sono schiavi, i padroni restano tali anche a casa come marito e padre) interviene Paolo per dire che bisogna cercare di mantenere i ruoli e dividere la carità cristiana dentro i ruoli familiari, senza cambiarli.

Il conflitto c’è stato, perchè i cristiani avevano un modo diverso di comportarsi. Così l’ambiente reagisce e propone un codice di comportamento. Plutarco, storico romano, dà i precetti coniugali e sostiene che le donne siano sottomesse ai mariti. Egli stesso scrive che la donna non deve parlare in pubblico e deve seguire la stessa religione del marito. Il punto è che l’autore che scrive a  nome di Paolo, intende la sottomissione secondo il linguaggio cristiano: non è un perdere la dignità, ma  è un rapporto nel reciproco servizio, al punto che nella lettera ai Corinzi Paolo parla di sottomissione a Dio. (sottomesso non vuol dire subordinato o inferiore, ma uguale a Dio in quanto figlio, cioè in piena comunione).

Ef 5, 21 : Nel timore di Cristo (= Nell’amore, fede e venerazione di Cristo) siate sottomessi gli uni agli altri (cioè tutti, uomini e donne). Poi nell’ambito della famiglia, le mogli siano sottomesse ai loro mariti come al Signore. Il riferimento a Cristo è un modo di liberare la donna dalla sottomissione schiavistica. Lei non è una schiava, ma è libera, perchè il suo servizio è a Cristo, che è il vero Capo!  La lettera presenta la figura del Cristo. Infatti subito dopo aggiunge: 

Ef 5, 25: E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa ed ha dato se stesso per lei.  Dunque al modello di amore nella vita di coppia ( rapporti mariti/mogli, padroni/schiavi) Paolo propone una nuova lettura. Il loro rapporto non è per imposizione esterna, ma per amore, che abbiamo conosciuto nella fede in Gesù che è morto per tutti, per la sua Chiesa, la sua comunità, la sua sposa. Questo è il modello dell’amore dei mariti.

Ef 5, 25-26: Cristo ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola col lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola (cioè il Vangelo) e per presentare la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia…ma santa e immacolata.  E’ questa un’immagine presa dal Cantico dei cantici: è l’idea della sposa ideale che è la comunità. E l’amore di Cristo per la Chiesa è il modello dell’amore dei mariti.

Ef 5, 28: Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perchè chi ama la propria moglie, ama se stesso. Si applica il principio dell’amore verso se stesso all’amore di coppia.  E vediamo ora il tema che sta sullo sfondo:

Ef 5, 29 : Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche fa Cristo con la Chiesa, poichè siamo membra del suo corpo. Per Paolo dunque siamo un corpo solo.

Ef 5, 31: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre…e i due formeranno una carne sola. Corpo e carne sono dunque un solo vivente!

Ef 5, 32: Questo mistero (= disegno) è grande, perchè è il progetto di Dio sull’umanità: riguarda il rapporto di Cristo con la Chiesa: è il prototipo dell’unità che nasce dall’amore. E questo avviene anche nella vita di coppia, anche se i ruoli sono quelli che la società ha imposto (Il marito è il capo, a lui devono obbedire la moglie, i figli, gli schiavi).

Ef 5, 33: la moglie sia rispettosa… Il rispetto è la stessa cosa della sottomissione, perchè questa non è schiavistica, ma nasce dall’amore – principio che sta alla base della vita di coppia. 

            Possiamo chiudere la nostra lettura di Uomo e donna in S. Paolo, ricordando che la storia è complessa, soprattutto per il percorso storico che va dal Paolo degli anni cinquanta ai discepoli degli anni ottanta. In questo lasso di tempo la vita della Chiesa è cambiata ed ha adattato il pensiero di Paolo alle varie situazioni. Il principio è “pari dignità nella diversità, tenendo conto anche delle regole sociale, ma cambiando i rapporti in forza dell’amore che è tipico del nuovo cristiano che vive il Battesimo. In conclusione possiamo dire che il grande principio di Paolo della dignità, della libertà, del rispetto della differenza va applicato in un contesto occidentale che non è quello asiatico, africano. Essi faranno il loro adattamento culturale.  Noi viviamo dopo secoli un cambiamento culturale che richiede che i principi di Paolo vengano applicati, attuati in un nuovo contesto.

 (continua)