Vita e morte, resurrezione e immortalità

13/10/2010 | Antropologia Paolina

Più che ad un tema di conclusione dell’anno liturgico, si propone oggi di pensare alla venuta del Signore – Parusìa – ed al tema del compimento o dell’éscaton, inteso non come fine, ma come atto definitivo dell’agire di Dio per la salvezza.  I documenti proposti sono:

1. la crisi nella comunità di Tessalonica (1 Ts 4,13-18);

2. le crisi nelle comunità di Corinto (1 Cor 15, 1-57). 

            Sarebbe interessante leggere anche altri testi per capire come Paolo vive e affronta, nella prospettiva della fede cristiana, l’ineluttabilità  della sua morte.  Due testi autobiografici sono presi dalla lettera ai Filippesi e prima ancora dalla 2 Cor (infatti le due lettere sono vicine come tempi e situazione).

Nelle lettere della Tradizione si sviluppa l’attesa della città futura (Agli Ebrei) o della venuta del Signore (che non è imminente). Quello che conta è la perseveranza e la fedeltà, anche se non sappiamo come e quando verrà il Signore (per fortuna, altrimenti vivremo nell’angoscia!).

            Riflettiamo ora brevemente su che cosa Paolo fonda la sua speranza di fronte alla morte, che può essere chiamata resurrezione nel linguaggio più biblico, profetico – a partire da Daniele -, oppure anche immortalità. Solo che Paolo usa questa parola greca, che significa non corruzione, sottrazione alla morte, non riferendosi all’anima – come siamo abituati noi  o i Greci a partire da Platone – ma al corpo. Infatti nel testo leggiamo: Quando questo corpo sarà rivestito di immortalità: ciò significa che è la persona nella sua interezza ad essere sottratta alla corruzione ed al disfacimento della morte. Per Paolo – quando abbiamo studiato l’Antropologia paolina – l’essere umano non è diviso in più parti, ma è un’unità organica, vitale, per cui si può parlare di “corpo” in senso visibile della persona, di “spirito” in quanto in rapporto con Dio e di “carne” non in quanto fonte di passioni o desideri malsani, ma in quanto “fragilità.” La “carne” non è altro che l’aspetto fragile, precario, contrapposta allo “spirito” che è la potenza e la forza di Dio.  Mediante lo spirito si è in contatto con Dio. La carne è la condizione di creatura che abbiamo con tutti gli altri viventi e che finisce nella corruzione della morte.  Grazie al rapporto fondato sulla fede in Cristo e sigillato dal Battesimo, noi partecipiamo già alla realtà non ancora compiuta, ma camminiamo in unità di vita.  Gesù – in quanto uomo definitivo, l’Adàm – come dice Paolo – ci conduce alla pienezza di vita: Adàm è spirito, capace di dare la vita.

            In questa prospettiva anche la sofferenza e la morte possono avere un significato. Collegandole con la vita, anche questi aspetti fragili, precari, del vivere e soprattutto l’atto finale, non ci separano da Dio e neppure dalla comunione con Gesù nella comunità dei credenti.  Il fatto di essere battezzati e partecipare alla vita dei credenti, vivere anche relazioni positive non ci sottrae alla morte fisica, ma dà un senso nuovo a tutto quello che viviamo.  Paolo è realista e sa che nessuno è sottratto alla morte, ma allo stesso tempo il suo pensiero è pervaso da grande ottimismo, nel senso che il Dio della vita non ci abbandona e, in Gesù, ha già vinto il male e la morte. E noi che siamo uniti a Lui, partecipiamo di questa vittoria.

            Prima di affrontare i due documenti sotto riportati, potremmo ascoltare due pagine autobiografiche: la prima è presa dalla 2 Cor : Paolo rivolge una grande preghiera di benedizione a Dio che consola nelle tribolazioni, perchè la consolazione che egli ha ricevuto, possa riversarsi anche negli altri. Poi continua parlando di quello che gli è capitato a Efeso, in Asia e dice così:

2 Cor 1, 8-11: Non vogliamo infatti che ignoriate fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita.

Dio ci consola, ci conforta, perciò le nostre sofferenze non sono solo create, ma  hanno a che fare con la sofferenza di Gesù, la quale è sempre per il bene del Suo corpo, cioè della comunità dei credenti. Il testo inizia con lo stile tipico di Paolo per introdurre un’esperienza che vuole comunicare: essa è sì di sofferenza, di minaccia di morte, ma collegata con la fede. Non è solo una malattia che tutti possono avere: l’esperienza ha a che fare con l’annuncio del Vangelo ed è talmente negativa da far presagire una morte imminente.

2 Cor 1,9 : Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte : qui fa riferimento ad un processo col rischio di essere condannato. Dagli Atti sappiamo che la sua fuga da Efeso è stata un po’ drammatica: egli è stato sottratto al linciaggio e poi è stato fatto fuggire, arrivando così a Tòade, presso i Dardanelli.  Poi va oltre, raggiungendo Filippi, dove incontra finalmente Tito che aveva mandato a Corinto. E lì probabilmente scrive la lettera qui considerata.

…perchè imparassimo a riporre fiducia non in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti.

Di fronte alla minaccia di morte, Paolo si richiama alla fede cristiana per cui Dio è capace di resuscitare i morti. Non lo salvano gli amici (che hanno pagato la cauzione); ma anche la morte non ci sottrae alla potenza di Dio che dà la vita ai morti.

2 Cor 1,10: Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà.

Per Paolo dunque la morte non è l’atto definitivo: per la speranza che abbiamo in lui, ancora ci libererà in futuro 11 grazie anche alla vostra cooperazione nella preghiera per noi. La preghiera, questa comunione profonda di tutti i credenti davanti a Dio, ha sottratto Paolo e lo ha liberato anche  nell’atto finale,  con la resurrezione.

…Così per il favore divino ottenutoci da  molte persone, saranno molti a rendere grazie per noi. La grande eucarestia corale lo libera non solo dalla minaccia a Efeso (condanna o esecuzione rapida), ma anche dalla morte finale che attende ogni essere umano.

            Questo è dunque il primo testo autobiografico. Qui vediamo un Paolo che sì aspetta la venuta di Gesù, ma si rende conto che poteva morire. Se è scampato, è perchè hanno pregato.          La preghiera è un aprirsi all’azione di Dio il quale è anche il garante di quella liberazione che riguarda l’atto finale, la  morte fisica.

Riprende un tema analogo sul suo modo di vivere la speranza nella lettera ai Filippesi.

Fil 1, 21: Paolo è in carcere, non sa se verrà prosciolto o condannato, ma può contare nella preghiera. E’ sempre l’idea che la preghiera corale apre in qualche modo all’azione di Dio (cosa di cui non siamo molto convinti, per la verità!). Paolo chiede le preghiere per lui, perchè sia sostenuto nella speranza e fiducia e poi prosegue dicendo:

Fil 1, 19: So infatti che questo servirà alla mia salvezza, grazie alla vostra preghiera e all’aiuto dello Spirito di Gesù Cristo… La preghiera della comunità e la forza dello Spirito – che è dono di Dio – lo sosterranno in quel momento, perché è convinto che:

Fil 1, 20: in nulla resterò deluso.  In ogni caso sarà glorificato Dio: sia nel caso in cui Paolo subisca la morte, sia in quello in cui egli viva.

Fil 1, 21: Per me infatti il vivere è Cristo e il morire è un guadagno. Poichè infatti il centro della sua vita è Cristo e il rapporto con Lui, se continua a vivere lo potrà testimoniare, e se dovesse morire sarebbe finalmente in comunione con lui!  In carcere Paolo considera che la prospettiva della morte non è un’utopia, lontana o astratta. Considera però anche l’altra prospettiva:

Fil 1, 22: Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. 23 Sono costretto fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo… Essere con Cristo per Paolo, non è una cosa alla fine del mondo, ma alla morte.

Fil 1, 24: D’altra parte è più necessario per voi che io rimanga nella carne…per essere d’aiuto a tutti voi, per il progresso e la gioia della vostra fede. L’idea del cristianesimo non è un insieme di doveri e di riti, ma la gioia di vivere nel rapporto col Signore.

Dopo questi due testi autobiografici (2 Cor e Fil 1), ecco ancora una citazione molto bella in cui Paolo esprime la fede cristiana con la formula Noi aspettiamo dalla nostra madre patria, dove è entrato Gesù, il  Salvatore e Signore, che trasfigurerà il nostro corpo di miseria conformandolo al suo corpo glorioso con la forza che ha di sottomettere a sé tutte le cose (Fil 3, 21). E’ un testo che esprime, col linguaggio tipico di Paolo la conformazione e la miseria della morte. Ma questa non è l’ultima fase della nostra avventura: l’ultima è la conformità a Lui che è risorto.

            Ora leggiamo e meditiamo due testi : 1 Ts 4, 13-18; 1 Cor 15, 1-57. A distanza di quattro – cinque e forse più anni, Paolo affronta le crisi di due comunità riguardo ai morti (o all’al di là). Nei testi prima considerati egli parlava della sua morte; nei prossimi invece parla dei cristiani morti e dei fedeli che sono in crisi, perché non sanno che fine hanno fatto i loro cari. Paolo affronta questo problema nel primo scritto  cristiano a noi pervenutoci. I Vangeli sono stati scritti trent’anni dopo. Nel 49-50 Paolo ha dettato un piccolo brano a Corinto (dove lui è arrivato lasciando Atene) ed ha mandato Timoteo a chiedere notizie a quelli di Tessalonica: se sono ancora saldi o spaventati da quello che gli è capitato. Egli infatti era stato minacciato di essere trascinato davanti al tribunale, perché annunciava una religione non autorizzata e quindi pericolosa, perché parlava di un Messia- re in una colonia romana, dove c’era il proconsole.

Fuggito di notte, dopo che qualcuno aveva pagato una cauzione, egli era rimasto un po’ sconcertato dalla fuga stessa. Così ha scritto una lettera per incoraggiarli e per trasmettere buone notizie. Intanto era stato informato che la loro crisi era derivata dall’attesa di Gesù che sarebbe venuto a liberarli. Alcuni di loro sono morti e gli altri si domandano dove siano andati a finire.  Paolo ha parlato di resurrezione, ma la morte continua a fare vittime! Che Vangelo era stato loro annunciato se esso doveva sottrarli alla morte ed essi continuavano a morire?  Essi avevano inteso che, vivendo il Vangelo e seguendo Gesù, non avrebbero dovuto essere strappati dalla morte.

Vediamo dunque cosa scrive Paolo:

1 Ts 4; 13 : Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti (qui sta parlando dei cristiani, non degli altri), perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza (cioè ebrei, greci). “Speranza” vuol dire “resurrezione“. I greci infatti (filosofi soprattutto) dicono che la morte è spoliazione del corpo, mentre l’anima torna al mondo spirituale. Si ricordi Socrate che, prima di bere il veleno, invitò i suoi amici a fare un sacrificio a Esculapio, perchè presto sarebbe stato libero. La morte per lui – compreso il suicidio – libera dal corpo. I morti dunque erano quelli che non hanno speranza. Anche gli ebrei del partito dei Sadducei, che non credevano nella resurrezione e negli angeli, pensavano che con la morte fosse finito tutto. Ma vediamo ora che cos’è la nostra speranza:

1 Ts 4, 14: Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio (cioè il protagonista di tutto), per mezzo di Gesù ( nome storico, personaggio ben conosciuto, non una teoria!), radunerà con lui coloro che sono morti. Poi Paolo dirà che tutti sono candidati alla resurrezione. Qui però sta scrivendo ai cristiani. Per “gli altri” è un problema che riguarda Dio!

Dopo questa dichiarazione che è il cuore del suo messaggio fondato sul Vangelo che proclama la vittoria sulla morte, leggiamo che i morti formano un’assemblea (che in greco si dice ecclesìa). Essi non sono dispersi, ma attorno a Gesù.

1 Ts 4, 15: Sulla parola del Signore, infatti, vi diciamo questo: noi che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore..(Evidentemente anche Paolo è nell’attesa della Parusìa durante la sua vita)..non avremo nessuna precedenza su quelli che sono morti. Il fatto di essere vivi non ci dà nessun privilegio rispetto a quelli che sono morti. Il “prima” e il “dopo” davanti a Dio non conta.

1 Ts 4, 16: Perchè il Signore stesso (cioè Gesù risorto), ad un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. Queste immagini sono prese dalla tradizione biblica o profetica: l’arcangelo che suona la tromba è segno di convocazione. E’ un modo fantastico di parlare del raduno, che avverrà al momento della venuta di Gesù.  E prima risorgeranno i morti in Cristo; 17quindi noi che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti assieme a loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così saremo con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole. E’ un linguaggio simbolico, perchè non sappiamo come avviene l’incontro con Gesù Risorto. Questo linguaggio, che è preso dai Salmi e dalla tradizione biblica, ci dice che la convocazione attorno al Signore sarà per tutti: morti e vivi. “nelle nubi” significa “il mondo di Dio”. Ma la parola finale, decisiva è così saremo per sempre con il Signore. Tutto quello che Paolo sa dire in base alla fede, che proclama Gesù morto e risorto, è che saremo per sempre con il Signore. E come?  Noi usiamo altre metafore: Requiem aeternam riposo, pace eterna, ma non è che sappiamo molto! Solo che “pace” nella Bibbia non è solo riposo, ma anche pienezza di vita. Non sappiamo quando il Signore verrà, né dove, né come. Si legge nel Vangelo che Gesù fu rapito in cielo: ma si tratta di un linguaggio simbolico. La realtà è che Gesù non è più visibile perché appartiene al mondo di Dio. Così i morti vengono trasferiti nel mondo di Dio, che non è oltre le nuvole o nelle galassie.

Gli antichi pensavano che i morti fossero in un mondo di luce, come la luce viene per noi dall’alto, dal sole, dalle stelle. Oggi sappiamo che le stelle sono sistemi solari, galassie. Ma che cosa ci sia al di là, non sappiamo.

Così ora abbiamo a che fare con il linguaggio simbolico, ma ciò che ci interessa è la relazione con il Signore. E’ la comunione ristabilita con il Signore e con tutti: saremo attorno a Gesù risorto. Questa è la cosa più bella: il paradiso non è né un banchetto, né uno spettacolo a cui si assiste, ma una rete di rapporti che poi sono la ragione della vita.

            Questo è il testo più antico ed è anche, nel suo linguaggio simbolico, quello più denso, perchè dice tutto quello che si può  dire della speranza cristiana: i fondamenti della fede (Gesù morto e risorto), l’azione di Dio che si prenderà cura dei vivi e dei morti. Prendiamo infatti la conclusione del Credo di Nicea e Costantinopoli, che si recita la domenica: Aspetto la resurrezione dei morti e la vita eterna. Il Credo di Aquileia diceva Aspetto la resurrezione di questa carne riferendosi alla persona concreta, perchè alcuni negavano che Gesù avesse un’umanità reale e vera come la nostra (avrebbe avuto un’umanità apparente!).  Invece Gesù ebbe una carne reale, dalla nascita fino alla morte e quindi anche alla sua resurrezione. Così si dice non  resurrezione dello spirito, ma della persona in tutta la sua completezza: di questa carne fragile. Non è lo scheletro che finisce dopo trent’anni nell’ossario. Che cosa succede di quelli che sono stati dissolti nella nube di Hiroschima? La resurrezione dunque non ha a che fare con la materia concreta del corpo, ma ha a che fare con la persona che si esprime nel corpo.  Leggiamo dunque il testo di Paolo, in 1 Corinti.  Mentre a Tessalonica c’erano alcuni che erano rimasti turbati per la morte dei genitori e parenti, a Corinto c’è un gruppo che, più che problemi personali di crisi affettiva, ha elaborato una teoria che potrebbe essere formulata così: “Noi crediamo nell’immortalità dell’anima che è venuta in contatto col mondo di Dio, soprattutto col Battesimo e non sentiamo nessun bisogno di risorgere, perchè questo corpo è fonte di sofferenza ed è invecchiato. E’ meglio lasciarlo perdere. Basta la resurrezione spirituale!” Per Paolo essi non credevano dunque più nella resurrezione dei morti. Egli affronta nel grande cap. 15 innanzi tutto il fondamento della fede in Gesù risorto e dunque della resurrezione dei morti (battezzati e credenti).

1 Cor 15, 1-2: Vi proclamo poi, fratelli il Vangelo che vi ho annunciato… A meno che non abbiate creduto invano. Il Vangelo, che vuol dire: Gesù morto e risorto, vi può strappare dalla morte se non lo modificate. Altrimenti il Vangelo non è più integro: esso sarebbe solo un libro, un discorso, ma non tocca il dramma dell’essere umano che muore. Il Vangelo è efficace ed operativo solo se lo vivete così come ve l’ho annunciato!  Poi Paolo ricorda che Gesù morì per i nostri peccati, secondo le Scritture, fu sepolto, fu resuscitato e apparve a molti (e fa l’elenco di tutti i testimoni. Per ultimo apparve anche a lui, indegno perché ha perseguitato la sua chiesa). Poi prosegue:

1 Cor 15,12: Ora, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti (contenuto del Vangelo), come possono dire alcuni fra voi che non vi è resurrezione dei morti?  Ad alcuni dunque basterebbe la fede, la teoria, la preghiera, il rapporto spirituale con Dio… ma in tal caso avrebbero tolto il fondamento della fede cristiana.

1 Cor 15, 13: Se non vi è resurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Il legame che Paolo vede fra la resurrezione di Gesù e quella dei morti è che, se non risorgono i morti, vuol dire che il meccanismo che produce la morte – cioé il peccato – non è stato tolto, e allora Gesù è morto invano.

Se non è eliminato il peccato, i morti sono perduti per sempre. A questa obiezione, a questo dubbio dei cristiani di Corinto (che vorrebbero ridurre il Vangelo a pura illuminazione), Paolo contrappone la dichiarazione:

1 Cor 15, 20: Ora invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Non si tratta dunque di un fatto privato che riguarda Lui solo, ma è la garanzia della resurrezione di tutti (senza distinzione fra credenti e non). Poi fa un confronto fra la storia biblica inaugurata da Adamo (il primo uomo) e Gesù – che è l’Adamo definitivo.

1 Cor 15, 21: Perchè se per mezzo di un uomo venne la morte (Gen  3) per mezzo di un uomo verrà anche la resurrezione dei morti. Ecco un parallelo fra il primo e l’ultimo Adamo.

1 Cor 15, 22: Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.  Questo “tutti” è fondamentale: può essere esteso a tutti i battezzati, ma anche a tutti gli esseri umani che sono discendenti di Adamo. Se tutti muoiono in virtù del legame al primo uomo, tutti sono candidati alla vita.  E precisa poi come avverrà la resurrezione:

1 Cor 15, 23: Ognuno però al suo posto: prima Cristo che è la primizia…(Insiste sull’idea di una catena di risorti, di vivificati.)  poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Di fronte ai rabbini che dicono che con la venuta di Gesù non è cambiato nulla, “è vero” dice Paolo: noi continuiamo a morire, ma attendiamo la venuta definitiva. E’ con questa venuta che viene superata la morte. “Quelli che sono di Cristo” sono i cristiani battezzati.

 1 Cor 15, 24: Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato, potenza e forza. 25 E’ necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi (Sal 110). Nel Salmo 8 si legge: L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. I due salmi sono riferiti non solo all’uomo creato ma, in questo caso, al Messia che ha vinto non i nemici umani, ma le forze negative. E l’ultima forza negativa che viene disinnescata e annientata è la morte, affinché Gesù abbia la signoria – come è stato scritto nel Salmo 8.    Che Gesù sia il Signore, lo si trova anche in quel brano poetico che leggiamo in Fil 2, 9-10: gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi… e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, il Kyrios. La sua signoria non è di tipo politico-militare: è il trionfo sulla morte. Altrimenti Gesù sarebbe morto invano, se non avesse tolto quel meccanismo che produce la morte, ossia il peccato.

 1 Cor 15, 27: Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. E quando tutto sarà sottomesso… Insiste sulla signoria di Gesù che deve trionfare su tutte le forze negative: anch’egli, il Figlio – e da qui si capisce che Dio è Padre – sarà sottomesso…, perchè Dio sia tutto in tutti…

La dichiarazione di Paolo è molto bella e solenne. Dio si manifesterà come il Dio della vita, Dio della creazione, attraverso il dramma che si realizza in Gesù.

1 Cor 15, 28: Dio tutto in tutti: la Sua presenza sarà universale.

Questa è la prima parte, che risponde alla obiezione che non serve la resurrezione dei morti.  Se la morte non è vinta, significherebbe che Gesù non è Signore. E’ il Messia che ha vinto le forze negative, non quelle politiche, ma la vera negazione della vita che è quel dinamismo che conduce tutti gli uomini alla morte. Solo così Dio sarà presente tutto in tutti. Finché ci sono il male e la morte, potremmo dire che Dio non ha ancora esteso il suo regno sul mondo creato o sulla storia.

            L‘altro problema è ” il come”, che interessa anche noi. Il fatto della resurrezione si fonda sulla fede in Gesù resuscitato da Dio come garante della resurrezione di tutti. Ma con quale corpo?  E’ una curiosità legittima. Ma vediamo come risponde Paolo:

1 Cor 15, 35 : Ma qualcuno dirà: “Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?”

Abbiamo già detto che tutte le ossa raccolte negli ossari delle chiese e dei cimiteri, non servono alla resurrezione. Non c’è rapporto fra il corpo e il DNA di una persona e la resurrezione.  Paolo ha fatto

sicuramente queste discussioni quando era studente a Gerusalemme, alla scuola dei Farisei, i quali discutevano se si risorge giovani, se i mutilati di una gamba risorgeranno con due… Noi sappiamo che il nostro corpo così com’è serve solo per la realtà terrena. Il corpo risorto non ha bisogno nè di mangiare né di bere. Il Gesù risorto che va incontro ai discepoli, non appartiene più alla realtà terrena. Paolo, appellandosi a Dio creatore, userà la metafora del grano già usata da Gesù:

1 Cor 15, 36 : Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore… Nel piccolo seme è contenuta la pianta. E’ vero potenzialmente. Per il mondo antico il fenomeno della germinazione e del germogliare della pianta è legato alla creazione. Noi non sappiamo molto di più, sappiamo solo che nel seme è contenuto tutto il programma genetico, per cui dopo si sviluppa la pianta. Ma il passaggio dal seme alla pianta rimane anche per noi un mistero. Paolo apre a questo punto una parentesi: Dio nella creazione ha dato forma al sole, alla luna, agli animali: ognuno a modo suo. Ma è l’azione potente di Dio creatore ed usa ancora un’immagine:

1 Cor 15, 37 : è seminato un corpo animale, risorge un corpo spirituale.  Quando sentiamo parlare di corpo spirituale, pensiamo ad una cosa invisibile, che non ha peso. Un corpo vuol dire una persona, totalmente pervasa dallo spirito. E spirito nella Bibbia e per Paolo, significa potenza di Dio. Non è potenza né atomica né elettromagnetica, ma è la potenza dell’amore. Paolo prosegue:

1 Cor 15, 44 : Se c’è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale. Noi abbiamo un corpo come gli altri mammiferi; certo più sviluppato e progredito e comunque diverso. Abbiamo un corpo animale, che finisce nella morte, poi ci sarà il corpo spirituale.

Sta scritto, infatti, che il primo uomo ( che nella Bibbia si dice: Adàm), Adamo, divenne un essere vivente. E’ l’immagine presa dalla Genesi: la plasmazione della polvere e Dio che soffia e dà il respiro, la vita. …ma l’ultimo Adamo (cioè quello definitivo, éscaton) divenne spirito datore di vita.

E’ la potenza spirituale, capace di dare la vita. E questo ultimo è Gesù, che è diventato spinta ed anche fonte della vita. Giovanni ha drammatizzato la scena della Genesi, creando una nuova comunità e dando quella forza di perdono che è la continuazione della presenza del Risorto, che dà ai discepoli il potere di riconciliare e perdonare. Paolo così continua la sua meditazione sul testo della creazione:

1 Cor 15, 46 : Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale (cioè quello fisico), e poi lo spirituale. 47 Il primo uomo … è fatto di terra, il secondo viene dal cielo…  Solo alla fine ci sarà l’Adamo spirituale, che è Gesù.

1 Cor 15, 48 : Com’è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste.

E’ una bella immagine. Noi oggi, per la nostra esperienza terrena, riproduciamo l’immagine dell’Adamo. Ma è il primo progetto. Il secondo progetto comporta che noi siamo chiamati a riprodurre l’immagine di Gesù risorto.  Paolo conclude:

1 Cor 15, 50 : Vi dico questo, fratelli,: carne e sangue (formula ebraico-aramaica per dire: il composto vivente, fragile. Il sangue indica la vita.) non possono ereditare il regno di Dio.

Siamo figli, Suoi eredi, ma così come siamo fatti (di ossa, nervi, carne, cervello, acqua, tracce di minerali), siamo finiti, siamo un punto di arrivo dell’evoluzione del cosmo. Tutta questa realtà non può entrare nel mondo di Dio.

1 Cor 15, 53 : E’ necessario che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità. Paolo dunque riferisce l’immortalità non all’anima, ma alla persona, al corpo e precisa che  il corpo, che abbiamo ora, soggetto alla corruzione ed alla morte, deve rivestirsi (immagine per dire ” una nuova condizione”) di immortalità e incorruttibilità, per riprodurre il modello, il progetto che è Gesù risorto, l’uomo celeste, quello che viene dal cielo, dal mondo di Dio.

1 Cor 15, 54 : Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito.. e d’immortalità (è un’immagine che Paolo userà anche in 2 Cor, dove esprime il desiderio di entrare nella costruzione che Dio mi ha preparato, ma ci vorrei entrare senza la spoliazione della morte…vorrei rivestire subito il corpo definitivo. Il vestito richiama l’idea della pienezza della persona), si compirà la parola della Scrittura:  La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? (Is 25,6; Os 13,14)  E’ una dichiarazione con un duplice domanda: la morte è chiaramente sconfitta grazie alla trasfigurazione dell’essere umano che partecipa della realtà di Dio. Il pungiglione, cioè la forza di attacco mortale, è il peccato – questa forza negativa che consente alla morte di entrare nel mondo, come si dirà in Rm: Il peccato introduce nel mondo la morte, (non quella biologica, ma in senso antropologico) bloccando il desiderio di infinito dell’uomo.

1 Cor 15, 56 : Il pungiglione della morte è il  peccato e la forza del peccato è la Legge. Perchè essa fa scatenare la ribellione, che è il peccato.

Interessante questa maniera di pensare alla morte, come disinnesco dal peccato: Gesù con la sua morte ha tolto per sempre questa forza negativa che si potrebbe chiamare incapacità di amare,  bisogno di mettere le cose al posto di Dio. Questo produce la morte! Nell’essere umano la morte fisica è il segno di qualcosa che è stato spezzato, anche se fa parte della condizione di tutti i viventi.

1 Cor 15, 57 : E siamo alla conclusione che si ritrova anche in Rm 7: Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! – forma liturgica per rendere grazie a Dio.