don Angelo Colacrai SSP: La nuova evangelizzazione

27/05/2013 | Cooperatori paolini

Che cosa significa “nuova evangelizzazione”?

Fare parrocchia, e fare chiesa è “lavoro del prossimo”. E’ il samaritano che fa chiesa: non è il levita né il sacerdote, che anzi tirano diritto, quando vedono una persona che sta male, riverso sulla strada. Questo prendersi cura dell’altro: questo fa chiesa. Anche se io in chiesa non porto nessuno – per così dire. –  Ma allora una nuova evangelizzazione in cosa consiste?

In fondo nella capacità di aprirsi al fratello. Frate Francesco lascia i suoi beni e per mare o a piedi va da Venezia in Terra Santa e conversa col Saladino, parlando di fratellanza, di un Dio che è lo stesso dei Mussulmani. Lo aveva scritto nella sua “Regola”: ogni frate che sente dentro di sé il desiderio di uscire dal suo convento, di andare in missione e vivere in mezzo agli Islamici, doveva andarci, perchè tutto quello che sente è opera dello Spirito.

Ma siccome allora la vita religiosa era benedettina, monastica, recintata, chiusa, non gli approvarono la Regola. Francesco era stato benedettino, ma ne era uscito. Voleva fare il frate – cioè il fratello di tutti, come Gesù: fare l’itinerante in mezzo alla gente, ai peccatori, ai lebbrosi.  Chi ha radicalmente cambiato Francesco sono stati i lebbrosi che egli ha abbracciato considerandoli fratelli.   Così ha scoperto la pace, il bene nel fratello che soffre.  E’ un’opera di misericordia corporale. Su tali opere saremo giudicati, perchè quelle sono le nostre forme di evangelizzazione. Non saremo giudicati se avremo costruito chissà che cosa: quello che vale è il fare e portare bene agli altri: questa è la nuova evangelizzazione.

Tutta questa premessa è perchè noi Paolini siamo obbedienti al Papa, senza essere di Paolo, né di Apollo, né di Cefa (1 Cor 1,12): noi siamo di Cristo e Cristo è di Dio. Siamo cristiani, e questo significa essere comunità ed essere chiesa, essere famiglia, essere fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre.   Questo lo esplicitiamo con incontri, attraverso le nostre relazioni, perchè la fede è una relazione. Come il Padre ed il Figlio sono uniti dallo Spirito che è l’Amore e formano una cosa sola. Formare casa e famiglia rientra in questo fare relazioni: perchè è fede e amore.

Per avere coscienza un po’ di queste cose noi usiamo i mezzi della comunicazione sociale.

Proviamo fare assieme una rassegna stampa, per raccogliere qualcosa di concreto da farsi. Così alla fine del nostro incontro ce ne andiamo con idee più chiare sulla nuova evangelizzazione. La comunione si crea anche attraverso la comunicazione e quindi attraverso la lettura del giornale, la conoscenza degli altri, del mondo in cui viviamo e che è affidato alla nostra cura.

I nostri problemi sono quelli dell’umanità oggi: siamo parte attiva di una società che è ammalata. Noi siamo ammalati e peccatori come gli altri, egoisti, ma lottiamo contro i mali non chiudendoci in noi stessi.  Se ci prendiamo cura degli altri, i nostri mali spariscono.

Leggiamo un articolo del “Corriere della Sera”di domenica 28 aprile 2013: Il Papa contro la “Chiesa chiusa“. E’ contro una chiesa autoreferenziale, chiusa, ripetitiva, sicura, che non si mette mai in discussione e condanna gli altri come eretici. Ecco cosa dice il Papa:

«La comunità chiusa che si cura di se stessa è quella che ama la calunnia, il chiacchierare e cerca la sicurezza proprio nel patteggiare col potere, nei soldi, parla con parole ingiuriose: insultano, condannano… Forse si dimenticano delle carezze della mamma, quando erano piccoli». Il Papa parla alla Chiesa gerarchica, a quella che ha responsabilità. Egli è come una mamma che si prende cura dei piccoli, fragili, che non si possono trattare come se fossero dei peccatori, assassini. Ma per curarli bisogna prendersene cura: è il tema della misericordia. Il padre aveva due figli, uno più disgraziato dell’altro. Il minore chiede al padre tutto quello che gli spetta. Il Padre glielo dà, sapendo benissimo che cosa ne avrebbe fatto, che lo avrebbe sprecato.  Alla fine il figlio minore resta senza mangiare e si ricorda di suo padre. E ritorna a casa, perchè ha fame e sete.

«Papa Francesco torna a parlare ed a mostrare l’immagine di una Chiesa aperta, oltre il clima asfittico e i veleni che negli ultimi anni hanno funestato la Curia e non solo. Già nella parrocchia vaticana di Sant’Anna, appena eletto, Bergoglio aveva accennato ad un tema a lui caro, centrale nel suo pontificato: il primato della “misericordia” contro il “fariseismo“..».

Fariseismo è la religiosità anche di Paolo prima di incontrare Cristo, è osservare tutte le norme, i 613 precetti, credersi giusto riguardo all’osservanza delle leggi, zelante, appartenere alla razza ebraica… Il fariseismo è la maledizione della Chiesa. E’ la formalità, il formalismo, il voler rispettare le regole, l’equilibrio fra i poteri.  Perchè hanno messo a morte Gesù? Perchè era considerato un peccatore, un eretico, un samaritano, uno che non osservava il sabato e lo metteva al di sotto dell’uomo. Il sabato è per gli ebrei la legge per eccellenza. Il senso vero del sabato è prendersi cura dell’altro, come fa Dio con te.   E’ molto semplice vivere da cristiani: basta amare gli altri. E’ vivere “secondo Dio”.

Ricordiamo un’espressione del Papa riguardo alla misericordia. Quando egli era arcivescovo di Buenos Aires, una signora anziana gli si avvicina e gli dice «Il Signore perdona sempre, tutti e non si stanca mai di perdonare». E lui ribatte: «Ma come lo sai tu che il Signore perdona sempre?» E lei risponde: «Perchè il mondo esiste ancora. Se invece avesse usato la giustizia dell’occhio per occhio, dente per dente, qui non ci sarebbe più né un occhio né un dente!»  Ecco dunque: non si deve condannare nessuno, nemmeno chi ha sbagliato tutto. Quando la Chiesa si rende conto che non tocca a noi condannare l’umanità, allora si apre. La Chiesa è la casa di tutti: di cattolici, protestanti, ortodossi, islamici, bianchi, neri… “non c’è distinzione fra giudei e greci, fra uomo e donna, fra vicini e lontani”. Siamo la nuova umanità, la nuova famiglia: siamo in comunione con Dio e fra noi.

Il “fariseismo” è «di coloro a cui piace bastonare gli altri, condannare gli altri». Quando uno condanna e giudica un altro, è fariseo, perchè applica la legge all’altro. Paolo era persecutore perchè osservava le leggi delle Scritture, i 613 precetti della Torah e non solo i dieci comandamenti.  Dopo l’incontro  col Cristo Risorto, egli ha capito che ha sbagliato tutto nella vita, anche se era il servitore dello Stato, l’uomo perfetto.  Fare osservare le leggi significava farle osservare agli altri e bastonarli. «Il Fariseismo è l’ipocrisia che il teologo Henri de Lubac chiamava “mondanità spirituale”».  “Spirituale” perchè le leggi sono quelle della chiesa, dell’ebraismo. Ma sono gli altri che le devono osservare: questo è fariseismo. C’è una sola legge da osservare: è il nuovo comandamento “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato”(Gv. 14,34).

«Una nuova attesa di riforme accompagna il nuovo Pontefice…», perchè le proprie tradizioni, la propria ricchezza non bastano più. Tutto il sistema si sta sgretolando. Verso dove va questa umanità?  «… specie da quando ha nominato il “gruppo” di otto cardinali da tutto il mondo per “consigliarlo” e riorganizzare la Curia ».

«Nell’omelia di ieri si è soffermato sulle “comunità religiose” chiuse». I religiosi, i monaci, le monache stanno scomparendo, anche se cercano in tutti modi di mantenersi in vita. Nei monasteri non c’è aria buona. In un giornale di Londra si scrisse una volta che il posto più inquinato è la chiesa – intesa come struttura -, addirittura più della strada!

Quando il padre si rivolge all’altro figlio, trova uno che non lo vuole “Io ho obbedito a tutti i tuoi comandi e tu a me non hai mai dato neppure un capretto per i miei amici…”(Lc 15,29) Evidentemente egli non aveva l’idea del padre, a differenza del fratello. “Questo tuo figlio ha sprecato tutto a prostitute”, mentre lui osservava il voto di castità. Ecco il fariseo e peccatore.  Ma la misericordia del padre salva tutti: sia il figlio minore che il maggiore, in nome della resurrezione “perchè era morto ed è tornato in vita”. La misericordia vince la morte. Il Papa raccomanda di essere misericordiosi come il Padre e di non comportarsi come il “fratello maggiore”.

L‘articolo continua con un’analisi sulle “comunità religiose chiuse: «La loro vita comunitaria per difendere sempre la verità, perchè loro credono di difendere la verità, è sempre la calunnia, il chiacchierare…», perchè non vogliono mettersi in discussione. La verità si difende con la misericordia, non con le dottrine, sporcandosi le mani col peccatore, accettandolo ed abbracciandolo come Francesco fece col lebbroso. Qui troviamo una mentalità un po’ diversa: quella del Padre: come Lui dobbiamo cercare di essere perfetti. Lui ama i buoni e i cattivi, fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Non ci accorgiamo che la vita è tutta un dono per tutti.

Questo è un po’ essere cristiani ed anche paolini, ma non come autorità chiusa, autoreferenziale.

Certamente ci sono anche comunità chiacchierone che distruggono l’altro, chiuse e coperte da un muro: sono comunità recintate, parrocchie recintate. Anche le chiese recintate non servono più: sono fallite, sono “case chiuse“, come le chiama il Papa.

Noi abbiamo una specie di complesso di superiorità rispetto agli altri: noi siamo i giusti. Il tipo di vita religioso – non laico! – è sicuramente una vita di perfezione, tutelato dai 3 voti. Ma dimentichiamo la carità, la misericordia verso l’altro e chi ha sbagliato tutto. Come un medico, Gesù è venuto per il malato non per il sano.

Anche Papa Francesco non vive in una comunità, ma modestamente in una stanza. Un giorno si alza e vede che vicino alla porta c’è un piantone di guardia. E gli chiede cosa stesse facendo. Saputo che aveva passato la notte di guardia, l’ha fatto entrare e gli ha offerto un “mate” (tipico the argentino).

Le comunità religiose invece non sanno di carezze, ma solo di doveri! E si chiudono in una osservanza apparente, per “senso del dovere”. Ma questo le fa diventare arcigne, faticose. Così non sono comunità materne, carezzevoli. Come i bambini più sono piccoli più hanno bisogno di cure.

«Francesco esorta a “guardare Gesù che ci invia a evangelizzare», perchè solo una «comunità libera, con la libertà di Dio e dello Spirito Santo è capace di “andare avanti e diffondersi“» – sono parole del Papa. E questo è un criterio di Chiesa. E il Papa invita a fare un esame di coscienza: «Come sono le nostre comunità? Sono aperte allo Spirito Santo, che ci porta sempre avanti per diffondere la Parola di Dio, o sono comunità chiuse, con tutti i comandamenti precisi, che caricano sulle spalle dei fedeli, come il Signore aveva detto ai Farisei?» Purtroppo tanti parroci, religiosi e superiori sono così: scaricano sugli altri solo doveri. Ma noi siamo santi se accettiamo la misericordia di Dio e la viviamo e la diffondiamo con cuore aperto, senza fare distinzione fra nessuno, come fa Lui. Siamo fatti da Lui, a Sua immagine e somiglianza.

Allora scopriamo nella nostra vita che ognuno di noi è unico, figlio unico, come Gesù. E il fatto che ognuno di noi si senta irripetibile, ci fa capire Gesù. Che sulla croce cosa fa? Muore per i peccatori.  Ma allora qual è il Vangelo?

Leggere è comunicare, mettersi in comunione, aiutarsi a crescere.

Sul quotidiano”Osservatore Romano” di ieri si parla dei doni di Papa Francesco. Sempre sul tema della nuova evangelizzazione si legge: «Che cosa vuol dire evangelizzare adesso, oggi? Gli altri, ma se stessi prima di tutto. Con una spiritualità che fu di Paolo, di Francesco e di Gesù. I giornali si soffermano sulla scelta fatta da Benedetto XVI: la sua rinuncia al Pontificato è un esempio molto prezioso per la Chiesa e per il mondo. L’esempio di Benedetto XVI sicuramente è un gesto profetico, perchè ha interrotto la tradizione millenaria. Lo Stato Vaticano è imbalsamato, tutt’uno col potere (un’altra cosa è la Chiesa rispetto al Vaticano), con Roma, con quel modo di vestire. Benedetto non ne poteva più ed ha invocato il motivo di coscienza: “La coscienza della persona è superiore a tutte le istituzioni, anche quella del papato.”  Lui può decidere della sua vita, non le regole degli ambienti, delle tradizioni. Questo è un principio fondamentale della dignità della persona.  Non ci sono altre tradizioni che quella del Vangelo.  E’ un esempio molto significativo per la Chiesa e per il mondo: si può rinunciare anche al papato, ad essere vescovi, preti, ma per essere cristiani, fratelli. Papa Benedetto era un professore, una persona mite, ma condizionato dall’ambiente meno autentico, legato più alla carriera, al divismo, al potere.

Oggi, nell’anno della fede, – in una lettera dei preti argentini – il dono di Francesco ci interpella  di nuovo e ci chiama a proclamare, col Concilio Vaticano II, “Cristo è la luce dei popoli” (LG). Cristo è universale, non Roma, non il Papato, non l’osservanza delle regole del proprio ambiente e della propria cultura, del modo di vestirsi. Queste cose non sono universali, ma locali.  E queste tradizioni possono soffocare.

Noi tendiamo a giudicare gli altri in base a pregiudizi che dipendono dalla nostra tradizione,  dagli insegnamenti ricevuti, dalla famiglia da cui proveniamo.

La capacità di accettare ed accoglie tutti ci fa crescere. E Cristo è il punto di incontro, non le nostre regole o le nostre tradizioni. A tutti gli uomini ed alla loro cultura dobbiamo portare il Vangelo di Cristo – così dicono i vescovi argentini. La Chiesa esiste per essere servitrice del mondo nella ricerca dell’unione intima con Dio e dell’unità di tutto il genere umano. Credere in Gesù è annunciare il Vangelo con gioia. Il dare ti moltiplica all’infinito: è la matematica di Gesù. Se tieni due pani per te, appena ti bastano, se li dividi con gli altri, si moltiplicano, al punto che “ne raccolsero 12 ceste” (Mt 14,20).  Egli è il pane che si può moltiplicare all’infinito, perchè è la vita divina.  Nel donare noi stessi agli altri, noi facciamo vivere: diventiamo pane distribuito e condiviso. Tutto quello che abbiamo, diventa un sacramento quando è donato.

Tutti noi, in un modo o nell’altro veniamo interpellati ogni giorno dal Vangelo. Si tratta di trovare le vie della nuova evangelizzazione nel mondo d’oggi, perchè tutti siamo responsabili degli altri e possiamo tutti prenderci cura degli altri, perchè tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio. E la misericordia è l’amore non egoista o sentimentale, non erotico, ma è la Grazia, la charis verso buoni e cattivi. Vivere “come Dio” significa “vivere la Grazia”, vivere comunicando gioia, vita. Pensiamo a Gesù, la cui unica regola di vita è il Padre.  Il nostro rapporto con il Padre non può essere diverso da quello di una famigliola dove tutti si amano e si aiutano con gioia.

Qual è la nostra forza di evangelizzazione?  La nostra convinzione di avere Dio come Padre, infinitamente buono.  E dobbiamo amare anche quelli che non ci amano, come fa il Padre. 

Noi dobbiamo andare ad incontrare le persone che hanno bisogno, anche nei luoghi più degradati e disparati – magari come quel ricco che a Roma si è fatto “barbone” per condividere la vita dei miserabili ed aiutarli!

Il Kerygma è l’annuncio più semplice del Vangelo: Gesù è morto per i nostri peccati, fu sepolto e risuscitò il terzo giorno secondo le Scritture ed è apparso agli Apostoli, a più di 500 fratelli ed infine è apparso anche a me – dice Paolo – “che sono un aborto. Io infatti sono l’ultimo degli apostoli” 1 Cor 15, 5-8). Questa è la vita: il male, la morte sono vinti e c’è un futuro  per tutti assieme all’uomo nuovo, Gesù. Il Kerygma è annunciare Gesù risorto a tutti: anche a quelli che lo conoscono già.

La fede viene dall’ascolto. Che cosa dobbiamo ascoltare per avere fede? Il Kerygma. Senza voler fare proselitismo: solo annunciare il Vangelo e null’altro ed essere testimoni di Gesù Cristo.  La nuova evangelizzazione è anche questa.

E poi c’è l’esperienza del sito. A Roma si è realizzato un sito con la Bibbia in moltissime lingue con testo in greco a fronte:www. Biblab.com. Si collabora anche con gli Ortodossi, perchè non è necessario essere paolini. Qual è la via paolina?  Lavorare con tutti, forse: non disperdere però le forze della Chiesa.

Inizialmente anche i Paolini erano chiusi: non si volevano “buttare” perchè non avevano tempo e neppure soldi… Ma non servono soldi per amare! Poi dalla Famiglia paolina è partito un sito: www.petruspaulus.org. E’ stato il primo sito, ed è nato a Udine, voluto da persone “toste”. Ed esiste ancora. E non è necessario fare tutti le stesse cose, ma ognuno contribuisce secondo il proprio carisma.  Nelle Università si dovrebbe insegnare greco e latino partendo dalla Bibbia, anzi qualunque lingua moderna si può apprendere con la Bibbia. Siamo in contatto con diverse Università: di Enna e Caltanisetta, Ca’ Foscari di Venezia… Ci sono tanti contatti, ma si tratta di coordinarci. Abbiamo bisogno di informatica… di comunicazione. Allora ognuno può contribuire a costruire una rete, senza temere nulla. Poi, parlando assieme, nasce il futuro. Ma noi non parliamo con nessuno! Non collaboriamo con gli altri per paura…

O siamo in una politica fatta di partiti per fare Chiesa, oppure non c’è futuro. Non si può partire dal principio che devo fare solo quello che ho promesso ai “miei” elettori. E gli altri? Il governo rappresenta e governa tutti gli italiani, non solo quelli di un partito!

I Cooperatori Paolini devono dare l’esempio di collaborazione con chi è diverso. Collaborare significa fare comunione, comunità aperta, Chiesa aperta. Altrimenti la Chiesa non può funzionare: dare regole, criticare quelli che non la pensano come noi, mandarli chissà dove. E la tenerezza dove sta?? Dove la misericordia?  Dove il perdono?

Si aprono delle prospettive umane, non istituzionali.

Noi abbiamo una “Repubblica fondata sul lavoro”: sul diritto e dovere del lavoro – ma è un articolo voluto da Togliatti che, ricalcando la Costituzione dell’URRS, era mosso dalla voglia della lotta di classe. Dove il contadino, proprietario, non si interessa della classe operaia e quindi è uno da distruggere. Per “lavoro” si intende il “lavoro dipendente”. Ma non esiste solo quello. E chi non ha lavoro dipendente? Non è un lavoratore?? E’ un nemico! Il contadino può essere ancora più povero dell’operaio… ora, soprattutto! Molti contadini hanno lasciato il lavoro della terra per andare a lavorare in fabbrica: per avere più sicurezza, stipendio sicuro… e non aver più problemi. Quando il turno è finito, se ne vanno. Poi alla fine l’industria finisce e non c’è più lavoro… A Roma, per esempio, dove ci sono solo istituzioni e ministeri, non c’è economia reale, ma solo servizi. Eppure c’è ricchezza… da dove viene? E i poveri a Roma ci sono e fanno la fame nera, perchè sono pensionati, pagano un affitto enorme. Anche il Vaticano è proprietario a Roma di tanti immobili ed anch’esso ha cominciato a scacciare inquilini alzando gli affitti, disinteressandosi di dove vanno a finire.  E poi ci sono i problemi del lavoro, ma il lavoro non c’è. Il lavoro è un diritto o un dovere?

A Venezia c’era un’economia florida, un artigianato rinomato. Oggi è una città abbandonata: da 150.000 si è ridotta forse a 60.000 abitanti.  Perchè? Dov’è il lavoro? Non può vivere solo di turismo. La Repubblica italiana non può basarsi sul lavoro, ma sul diritto alla vita di ogni persona, alla crescita, allo sviluppo…

La Costituzione non ha principi per pensare alla dignità della persona, al bisogno dell’altro prima del proprio, alla solidarietà, alla gratuità: è un po’ come la Chiesa con i politici cattolici, ma non fa tanto del bene! Come affrontano questi problemi?

Stare col Papa cosa significa? E’ stare con la Chiesa, che ci guida verso gli ultimi. La misericordia vuol dire prendersi cura dell’altro, anche delle cose, del creato. E’ un atteggiamento di vita, non di lotta contro l’altro solo perchè è ricco o “rompe l’anima” con la sua povertà… “Chi non lavora, neppure mangi” – dice San Paolo. Ma anche chi chiede la carità… lavora in un certo senso.

Una forma di povertà che si ritrova ovunque è quando una coppia si separa. Il marito deve provvedere alla moglie che non ha lavoro. Egli deve lasciare la casa perchè, anche se era stata comprata assieme, serve alla moglie ed ai figli. Lui deve andarsene e perde il lavoro e deve andare alla “Caritas” a mangiare. Qualcuno non sa cosa fare e si ammazza o ruba.

La famiglia è icona di Dio. Se si distrugge la famiglia, si rovina se stessi. Se si è cristiani, battezzati, perchè si ragiona solo in termini di giustizia e di legalità? E non in termini di amore? Non si deve fare guerra, anche fra coniugi separati. Se c’è amore, uno dei due deve ammettere tutto, anche quello che magari è un suo diritto, perchè l’amore non è solo sentimento o eros o solo amicizia. L’amore è prendersi cura dell’altro: e questo si promette all’altare!

In una separazione entrambi hanno sbagliato. Ora si tratta di aiutarsi l’un l’altro, soprattutto in presenza di figli.  Come si risolvono i problemi di famiglia, casa, figli, coniuge? Amando e perdonando. Se non c’è perdono, cosa resta? Uccidere se stessi o gli altri? Non ha senso!  Essere cristiani è mettere l’altro al primo posto. Non  puoi rifiutare il coniuge perchè ti rifiuta.

Il problema non sono tanto i soldi, ma se l’amore c’è o no, se c’è perdono o no, amicizia o no. Il perdono è prima di tutto aiutare l’altro.  E spesso un coniuge non se la sente – vuoi per orgoglio, per paura o chissà cosa – di chiedere perdono. Oppure si arrocca dietro alla sua presunta innocenza.

28 aprile 2013                                                                                                            (Continua)