Patto di riuscita

26/03/2014 | Cooperatori paolini

don Angelo Colacrai SSP

Questa è la storia (dal 1916 al 1969) di 3 parole che sono il titolo della preghiera più speciale e tipica della Famiglia Paolina: patto, segreto e riuscita. Da questa preghiera si potrebbe ripartire per ri-uscire dalle secche dello studio e dell’apostolato.

Le domande che il suo vocabolario essenziale stimola, riguardano formazione, missione, modo di intendere la spiritualità paolina – cioè fondamentalmente biblica3– nel suo complesso. Essenziale oggi sembra anche l’interrogarsi sulla povertà, o parte economica, come suggerisce il quarto termine dello stesso campo semantico, la cambiale4 firmata dai rappresentanti della Famiglia Paolina e dai membri della Famiglia di Dio.  Successivamente alla cambiale, Alberione e Giaccardo stipulano il patto con Gesù Signore e Cristo. Solo una reciproca fedeltà alle clausole sarà il segreto del buon esito o riuscita di tutti e di ciascuno.


1 Nelle Preghiere della Famiglia Paolina, 1998, il titolo è “Segreto di riuscita” (p. 193s) e “Segreto di riuscita (suore Pastorelle)” (p. 194), ed è la prima preghiera della sezione intitolata “A Gesù Maestro Via Verità e Vita” (p. 191). In questa breve storia delle origini, non ci riferiamo a questa versione, che è stata ritoccata più volte ma non dal b. Giacomo Alberione, morto nel 1971.

2 Per meglio contestualizzare storicamente il Patto e il suo linguaggio, si pensi che il Codex iuris canonici della chiesa di Roma era stato promulgato nel 1917, da Benedetto XV (Codice pio-benedettino ) con la costituzione Providentissima mater, anche se entrò in vigore solo il 19 maggio del 1918 (fine della prima guerra mondiale del 1914-1918). Anche per la giovane istituzione paolina, il 1918 è un anno significativo: il 1 gennaio, Maggiorino Vigolungo, che morirà presto a Benevello (il 27 luglio) scrisse una letterina apostolica ai compagni, congedandosi con coraggio ed esortandoli a perseverare nella buona stampa. Il 7 ottobre era morto Giuseppe Toniolo, nato a Treviso nel 1845. Toniolo era un esponente della scuola etico-cristiana, che rappresentava una reazione alla concezione utilitaristico-individualista dell’economia; è anche il principale ispiratore, in Italia, di una democrazia fondata sui principi fondamentali del cristianesimo. Il 29 settembre mons. Re approvò lo Statuto dell’Associazione Cooperatori Buona Stampa e il primo numero del mensile UCBS, futuro Cooperatore Paolino, porta la data del 25 ottobre 1918. Il 25 dicembre dello stesso anno, alle prime ore dell’alba, un incendio probabilmente doloso si sviluppa nella tipografia di via Baluardi 2, ad Alba. È del 1919 Maggiorino Vigolungo, Aspirante all’Apostolato Buona Stampa, di G. Alberione. Al termine del primo conflitto mondiale, è istituita la Società delle Nazioni, (nome ufficiale in francese, Société des Nations) Unione di Stati istituzionalizzata, il cui atto costitutivo (covenant o patto), incorporato nei trattati conclusivi della Prima guerra mondiale, entrerà in vigore con il trattato di Versailles il 10 gennaio 1920. Benedetto XV, con l’enciclica Maximum illud aveva dettato direttive per la ripresa dell’attività missionaria nella chiesa cattolica, condannando ogni spirito nazionalistico e aggressivo, affermando solennemente il carattere cattolico (cioè sovrannazionale) delle missioni. Il 30 giugno del 1919, ispirato da sant’Ignazio di Loyola che insisteva sullo studio, Alberione stabilì un quarto d’ora di visita eucaristica ogni giorno. “Dio non si serve dell’uomo solo quando prega, ma ci sono dei momenti in cui Dio si è servito con altre azioni più che con la preghiera” (cf. Ignazio di Loyola, “Lettera a Francesco Borgia, Roma, luglio 1549”, in Gli Scritti, 2007). Il 26 dicembre, agitatori anticlericali minacciano di incendiare (nuovamente) la tipografia di via Baluardi e di uccidere l’Alberione. Il 1919 è anche l’anno di inizio a Milano della Università Cattolica, da parte del francescano Agostino Gemelli (1878-1959) psicologo e neotomista.

3 Si pensi a Ef 1,10 e a Gv 14,6, ma anche ai più popolari e spesso mal interpretati Gal 2,20 e 4,19.

4 Il testo di Mt 6,33 dalla Vulgata, è in latino ed è firmato e controfirmato tra le due parti: “Quaero primum regnum Dei et justitiam eius – [f.to] Sac. Alberione Giacomo, Sac. Giaccardo Timoteo. Haec omnia adiicientur vobis, [f.to in latino] Jesus Christus, Pater, Spiritus Sanctus.” Cf. Giaccardo T., Diario, Alba 1974, pp. 69-75 (vedi p. 147, nota 12). Si deduce dal diario del Giaccardo che siamo nel 1917, quindi prima della redazione del patto. Il 21 aprile di questo anno Alberione aveva già fatto installare il primo telefono (il numero era 95) per tenersi al passo con i tempi. Il 13 maggio a Fatima iniziarono le apparizioni di Maria ai tre pastorelli. Massimiliano Kolbe (1894-1941), francescano conventuale polacco, ordinato prete nel 1918, nel 1917 aveva fondato a Roma la Milizia dell’Immacolata, che presto si dedicherà alla buona stampa. In Europa si era nella grande guerra. Il 30 giugno arrivò la prima approvazione da parte di mons. Re, vescovo di Alba, dell’Unione Cooperatori Buona Stampa. Giuseppe Giaccardo, chierico, con il permesso di mons. Re, il 4 luglio, passò, ma solo ancora temporaneamente tra i giovani seguiti da Giacomo Alberione come maestro nella Scuola Tipografica Editrice; il permesso definitivo del vescovo arrivò il 29 ottobre e d’allora in poi Giaccardo fu affidato ad Alberione. In seguito alla Rivoluzione di Ottobre (Novembre) si consumava in Russia la separazione, dolorosa, tra Stato e Chiesa. L’8 dicembre del 1917 alcuni giovani della Scuola Tipografica, – tra loro non c’era Giaccardo – fecero la prima professione, privata, di povertà, castità ed obbedienza.

La storia

G. Barbero, parlando del “fervore ascetico e zelo apostolico” che caratterizzava i primi anni e i primi membri individua in due1 “preghiere caratteristiche” (p. 296-298) la certezza che la “Casa” dovesse estendersi nel mondo; che l’apostolato paolino, di stampo sociale, dovesse essere “la buona stampa” soprattutto periodica, “per il trionfo della Chiesa, del Papa, della civiltà cristiana”.  Secondo l’Alberione, Dio chiama in quegli anni ciascun membro della casa ad operare a tempo pieno, sinergicamente – o corporativamente – nella Scuola Tipografica, “senza dispersioni in attività alle quali dovranno attendere altri”. La necessità unificante le forze era quella di formarsi “scrittori di carattere, istruiti nella religione, di spirito apostolico e di fede”. Ripeteva quotidianamente: “Tutti devono tirare il carro; se uno si vuol fare tirare, se ne esca; scelga un’altra strada!”

Il carro ha quattro ruote che sono quattro priorità attivate sincronicamente per procedere nella formazione, ossia nello studio, nella “pietà” per l’apostolato in un ambiente di povertà. Questa integralità coincidente per Alberione costituiva quel “tutto” per il quale egli percepiva la stessa sensazione del Maestro di fronte a primi discepoli: rozzi, imperfetti, emotivi, ignoranti, testardi – e comunque da trasformare in apostoli mondiali.

È da questa incapacità2 e inadeguatezza educativa che nacque il Patto o Segreto di riuscita. L’Alberione iniziò a spiegarlo e a farlo recitare fin dal 6 gennaio 1919. Nella sua prima completa redazione3 esso entrò nel libro delle preghiere nel 1922.


1 Per G. Barbero, l’altra bella preghiera, caratteristica, recitata da don Alberione e dai suoi ragazzi, fin dagli anni difficili del 1915-1921, anni di persecuzioni politiche e religiose, di sospetti e di calunnie, è una invocazione rivolta a S. Paolo, per ottenere la pazienza, in senso etimologico più completo, ossia per avere la forza di sopportare ogni persecuzione, ogni malattia, ogni avversità, ogni disgrazia, e lo stesso martirio se è volontà di Dio, rendendosi così imitatori di S. Paolo nello scrivere e nell’arrivare a tutti – in una eccellente riuscita dello studio, dell’apostolato e della povertà.

2 Paolo, riferendosi al proprio ministero, della Nuova Alleanza, ammetteva: non da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, “ma la nostra capacità viene da Dio” (2Cor 3,5), che “ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita” (2Cor 3,6). Si può essere creativamente fedeli alla missione soltanto se ispirati e mossi dalla “grazia di essere apostoli” (cf. Rm 1,5), o dall’amore di Cristo per i peccatori e i lontani – l’amore che è la “via sublime” (cf. 1Cor 12,31).

3 G. Barbero riporta il patto originale per intero: «Gesù Signore, accettate il patto che vi presentiamo a mano di S. Paolo e di Maria Regina degli Apostoli. Noi dobbiamo acquistare un grado molto elevato di perfezione, maggiore di quello raggiunto dai religiosi di vita contemplativa: eppure le nostre pratiche saranno meno numerose; noi dovremo avere una scienza più larga che quella richiesta da ogni altra professione: eppure le ore del nostro studio saranno più poche; noi dobbiamo riuscire nel lavoro per la stampa più che non ogni altro tipografo: eppure lavoriamo meno degli altri e con maestri imperfetti; noi dovremo essere materialmente, quanto a vitto, vestito, ecc. ben provvisti: eppure le nostre risorse sono quasi nulle. Perciò, persuasi che Voi volete da noi tutto questo, facciamo con Voi, un patto, che sgorga dalla confidenza, che abbiamo in queste vostre parole: ‘Qualunque cosa chiederete in nome mio l’avrete.’ Per parte nostra promettiamo e ci obblighiamo: l) a fare ogni nostro possibile nello studio, lavoro, preghiere e per praticare la povertà; 2) a fare tutto e solo per la vostra gloria; 3) a lavorare un giorno per l’opera della Buona Stampa. Preghiamo Voi a darci la scienza di cui abbiamo bisogno, la santità che Voi esigete da noi, l’abilità al lavoro che ci è necessaria, quanto è utile ai nostri bisogni naturali, in questo modo: facendoci imparare il quattro per uno, dandoci di santità il dieci per uno, di abilità al lavoro il cinque per uno, di beni materiali il sei per uno. Certissimi che Voi accettate il patto, anche per la prova di vari anni, Vi chiediamo perdono della nostra poca fede e della nostra infedeltà, e Vi preghiamo a benedirci ed a renderci fedeli e costanti fino alla morte.» Si noti come Gesù è il Cristo Signore e non ancora il “Maestro” e la preoccupazione del calcolo, e quindi del rendimento soprattutto nello studio e nell’apostolato della buona stampa, oltre naturalmente nella preghiera che non può essere, coerentemente troppo lunga ed assorbente. Per inciso, il “calcolo”, che è una forma di pensare a tutto e a tutti, è del discepolo di Gesù, il mathētēs, termine che evoca matematico o ragioniere (cf. Mt 15,32-39; Mc 6,38; 8,5). Paolo non usa per i suoi collaboratori mai questo epiteto.

I contenuti

Si presentavano, ambiziosamente, a Gesù Signore alcuni giovani, impreparati ma entusiasti per l’apostolato della buona stampa, della Scuola Tipografica, che dovevano diventare più santi, più istruiti, più ben provvisti di mezzi tecnici, pur essendo i meno santi, i meno istruiti e i più poveri dei giovani del seminario di Alba. Senza titubanze si chiedevano a Gesù, aiutati da Paolo apostolo e da Maria Regina degli apostoli, nell’ordine: scienza, santità, abilità al lavoro, tutto quanto è utile ai bisogni naturali, facendo moltiplicazioni separate: il 4×1 di riuscita nello studio, il 5×1 nell’apostolato, il 6×1 nella povertà, il 10×1 nella pietà, che presumibilmente la più scarsa1. Si chiedeva una riuscita completa per potere avanzare spediti, come protagonisti, nella storia della chiesa, non solo locale.

I ragazzi si impegnavano a fare il possibile nello studio, nel lavoro, nella preghiera e nel praticare la povertà secondo un logo già condiviso2 lavorando per la buona stampa ma solo per la gloria di Dio3 e per la pace di tutti gli uomini. I frutti non si fecero attendere. Lo stesso 1919 fu un anno di ripresa e di espansione per l’Istituto secondo le quattro ruote4, che seguivano un ordine più giovanile: studio al primo posto, pietà al secondo, apostolato e povertà. Le priorità sono le ultime: apostolato povero di mezzi ma ricco di contenuti, proprio quello del Natale.

Con il patto delle 4 ruote l’Istituzione dovette avanzare – progredire5]tra normali e di tanto in tanto straordinarie difficoltà di crescita.

Negli anni 1923-1925, commenta G. Barbero, Alberione dovette escogitare geniali inventive per fronteggiare le ingenti spese quotidiane: per il cibo, il vestito6, l’abitazione per un numero inarrestabilmente crescente di ragazzi e di ragazze; macchinari nuovi e costosi per la filiera tipografica, dallo scrittore (le “edizioni”), allo stampatore (la “tecnica” moderna) al diffusore (la “propaganda”).

A questa organizzazione che richiedeva competenze specifiche (“studiosità”) e laboriosità, secondo un principio didattico innovativo (imparare il nuovo facendolo) Alberione univa la fiducia assoluta nella Provvidenza. Da quelli di fuori, creditori soprattutto, il Signor Teologo era considerato un sconsiderato avviato alla bancarotta fraudolenta.


1 Il metodo al quale probabilmente Alberione si ispira è del Collegio Romano, e quindi alla Ratio studiorum dei gesuiti – formulata compiutamente solo nel 1599, ma che fa capo a Ignazio di Loyola (1491-1556) il quale, nella distribuzione del tempo per i giovani in formazione, assegnava solo “un quarto d’ora” alla preghiera quotidiana. Era lo studio umanistico basato sulla distinzioni in classi e sulla gradualità dell’apprendimento, il dovere che assorbiva il maggior tempo.

2 Il logo si sintetizzava con l’acronimo GDPH per intestare libri, lettere e immaginette: la gloria di Dio che corrisponde alla pace per tutti gli uomini (cf. Lc 2,14: “gloria in altissimis Deo et in terra pax in hominibus bonae voluntatis”). Era necessario partire da Betlemme e dalle sue finalità come da un segreto per riuscire.

3 Ancora nell’aprile del 1960, Alberione ricorda: “Sempre iniziata la nostra vita in Gesù Cristo e come Gesù Cristo nel presepio: ‘Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà’”. Cf. UPS 1 (1960) p. 375.

4 Le quattro ruote del carro paolino sono una felice trovata didattica, originale dell’Alberione secondo G. Barbero. Il numero 4 indica stabilità nel movimento, ma anche nella comprensione delle Scritture e quindi nello studio. Per esprimere i diversi livelli delle Scritture, cioè i suoi quattro sensi, i medievali composero un celebre distico: “La lettera insegna quanto è avvenuto, / l’allegoria quello che devi credere, / la morale quello che devi fare / l’anagogia il fine a cui devi tendere”. (Littera gesta docet, / quid credas allegoria, / moralis quid agas, / quo tendas anagogia) (Nicola di Lyre, Postilla in Gal., 4, 3; cfr. H. de Lubac, Esegesi medievale, II, Milano, Jaca Book, 1988, pp. 345-364).

5 In un ritiro del 1933 sull’amore di Dio, Alberione esortava nelle confessioni, a non ridursi “ad analizzare ed a contare le disgrazie”; “ma specialmente spingiamoci a vedere lo sforzo che facciamo per accendere il cuore, la parte positiva per andare avanti, per migliorare ogni giorno. Il fervore è il progredire tutti i giorni” [RM (1934) 79-80]. Una spiritualità basata sulle 4 ruote produce, predicava nel novembre del 1951 alle Figlie di San Paolo (RA), la “pace” e “la contentezza di progredire nella perfezione” e la “benedizione divina sulle opere, sulle intraprese, sugli studi, sull’apostolato” assieme a “la convinzione che Dio Padre, Gesù Cristo, Maria Santissima, san Paolo sono con noi, la sicurezza del cielo”. È possibile progredire individualmente ma in sincronia con gli altri, avanzando su tutti i fronti, “nella pratica dell’ufficio, qualunque esso sia” (alle PD, IA (1947), pp. 93-94; nello studio: “che cosa significa studio? Significa impegno. Deve accompagnarci fino alla morte. Deve impegnare tutti a voler imparare cose nuove. Bisogna progredire ogni giorno, ogni giorno perfezionarle. Dopo venti o più anni non si deve essere al punto di prima. Siamo tutti impegnati a imparare!” [SdC (1962) pp. 211-212]. Bisogna progredire contemporaneamente e in tutto: infatti “è relativamente facile occuparsi e far progredire una o due parti; ma è il complesso da curarsi, come assieme devono muoversi le quattro ruote di un carro” [Esercizi spirituali ai capitolari del primo capitolo – ‘Ut unum sint’, maggio 1957, in Carissimi in San Paolo (1971) p. 196]. Il progredire un tantino ogni giorno in tutto era il proposito inculcato a Maggiorino Vigolungo (leggi ALBERIONE G., Vigolungo Maggiorino aspirante all’apostolato buona stampa. Alba, Scuola Tipografica Editrice, 1919).

6 Cf. l’invito di Gesù a non preoccuparsi troppo del cibo e del vestito, ma a confidare in Dio fidandosi come uccelli capaci di volare o come gigli selvatici vestiti di lusso (cf. Mt 6,25-33). Proprio il v. 33 di questo testo è l’oggetto della cambiale.

Le tre parole

Il patto, considerato un segreto di riuscita costituiscono la lettera e lo spirito1 della missione di Paolo che è oggi carismaticamente affidata alla intera Famiglia Paolina.


1 Cf. Rm 2,29; 7,6; 2Cor 3,6: una fedeltà a “ciò che è scritto”, e quindi, contestualmente, all’Antico Testamento – o non anche a testi solo carismatici e non canonici di G. Alberione? – può risultare un omaggio al passato ma un danno alla missione. Senza libertà dal passato e primato della conoscenza di Cristo, non c’è futuro paolino (cf. Filippesi 3,1-15: dimentico del passato mi protendo in avanti, corro verso la meta; Col 2,6-3,1: la realtà, o pienezza di umanità e divinità, è Cristo, il resto, le tradizioni, le visioni private, l’ascetica, la mistica, le liturgie solenni, come anche la filosofia o la cultura – sono tutti elementi del mondo presente, ombra, opaca e passeggera).

Patto

Nella circolare (60)1 del 1936, Alberione esorta a progredire sincronicamente e individualmente applicandosi ognuno con tutta la propria mente, la volontà e il cuore: “le case, – egli scrive2 – la cura delle anime, la formazione delle vocazioni, i frutti di apostolato saranno sempre più degni e confortanti quanto una più sapiente carità3 si avrà usato nell’interpretare, seguire, vivere la vita che fu appresa sin dai primi passi. La sapienza, la carità, la forza stanno nel camminare così come si è imparato: secondo il carattere della nostra vita spirituale, la forma particolare di studio, lo spirito del nostro apostolato e la cura della povertà negativa e positiva: in questa fedeltà, e solo per questo patto Dio darà il centuplo e la vita eterna.” Tutte insieme le 4 ruote sono indispensabili per la riuscita.

Nel febbraio del 1952 parlando dello spirito di fede, Alberione sostenne che “possiamo venire meno noi, con la nostra incostanza e debolezza nella fede, ma Dio no: Egli non manca mai”. Per fede intendeva fedeltà al patto ma sui risultati o “riuscita” aggiungeva che “abbiamo la prova dei fatti: abbiamo portato il Vangelo a oltre 20 Nazioni, eppure si è incominciato dal nulla, anzi, meno ancora, perché un uomo oltre che essere nulla, può anche essere peccatore”. Fare la nostra parte, soprattutto per riuscire nell’apostolato, significa che “noi dobbiamo perfezionare le intenzioni, le disposizioni, la fiducia che si ebbe in principio, quando si incominciò questa missione, alla quale – citando se stesso – il Primo Maestro non poteva sottrarsi sotto pena di dannazione. Fede in Dio, (non in noi), fare un patto con Dio: ecco come incomincia il patto che si fece di fronte a due testimoni4: Maria Regina degli Apostoli e san Paolo (come occorrono due testimoni quando si fanno cose di grande importanza)”5.

Negli appunti di storia carismatica6, dell’anno successivo, il 1953, Alberione scriveva di suo pugno, che “‘il dolore dei peccati’ significa un abituale riconoscimento dei nostri peccati, dei difetti, insufficienze. Distinguere ciò che è di Dio nella nostra vocazione, da quello che è nostro: a Dio tutto l’onore, a noi il disprezzo. Quindi venne la preghiera della fede: ‘Patto o segreto di riuscita‘”.

Il patto è collegato sempre agli inizi, al Natale, e alla finalità della Famiglia Paolina.

Poco oltre, infatti, Alberione aggiunge, concisamente, un’affermazione storica importante, che cioè le “Famiglie Paoline sono il risultato di innumerevoli sacrifici, preghiere, offerte: di molti anni. Con questo soccorso di cui egli [Alberione] non sa rendersi conto pieno, il patto con Dio che si recita nelle preghiere ed il lavoro nei quattro rami [della Famiglia], le benedizioni continue di Dio in ogni direzione”7.


1 St. In EC, ottobre (1936)1; in SP, n. 28. EC introduce il testo con questa nota: «Riportiamo parte dell’ultima lettera del Sig. Primo Maestro».

2 Cf. www.alberione.org/operaomnia.

3 Senza amore è impossibile essere rappresentanti e imitatori di Paolo che dice, proprio riferendosi alla sua missione sulle tracce di quella di Gesù, il Cristo e Signore salvatore degli uomini attraverso il dono di sé sulla croce: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita” (1Cor 13,1). Nonostante tutti i mezzi a disposizione e le sicurezze economiche, si può non progredire nell’apostolato, che è un farsi tutto a tutti, to care e non solo to cure.

4 Alberione usa (cf. due – o tre – testimoni in Dt 17,6; 19,15; Mt 18,16; 26,60; 2Cor 13,1; 1Tm 5,19; Eb 10,28) un linguaggio biblico anche paolino. Il patto, si associa nella Bibbia a molte parole, ed evoca praticamente l’intera Bibbia come “due alleanze” distinte e secondo Paolo la vecchia è superata dalla nuova (cf. Gal 4,24). Già, per esempio, in Gn 6,18 – ma in questo libro leggi anche il c. 17, fino ad Ap 11,19 (l’arca) si parla di alleanza. In 1Cor 11,25 Paolo si riferisce all’ultima cena come cena di alleanza con il Signore e a se stesso e ai suoi collaboratori, come a dei “ministri della nuova alleanza” (in 2Cor 3,6; cf. Rm 11,27). È soprattutto in Ebrei, e qui in 7,6; 8,6-13; 9,1-20; 10,16.29 che un autore di scuola paolina spiega l’alleanza come patto di sangue, riferendosi “a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele” (Eb 12,24; cf. anche 13,20 dove ricorre un termine caro ad Alberione e alle pastorelle: “Il Dio della pace, che ha ricondotto dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù…”. Leggi Ger 34,18 sulle conseguenze di un patto, grandioso perché divino, quando è infranto (cf. Ez 17,25). Il simbolo dell’arca, è eloquente soprattutto in Gn 6,14-9,18 e nei testo che la evocano e interpretano nel NT (cf. Mt 24,38; Lc 17,27; Eb 9,4s; 11,7; 1Pt 3,20; Ap 11,19). Se si è fuori di essa – o giù dal carro paolino– si è perduti, per mancanza di fede o di fedeltà.

5 “Lo spirito di fede”, predica del 13 febbraio 1952, RSp, p. 28

6 Abundantes divitiae gratiae suae, n. 158.

7 Abundantes divitiae gratiae suae, n. 163.

Segreto

Anche il termine segreto fa parte di un vocabolario biblico, anche o soprattutto neotestamentario e paolino. Come gli altri due resta un termine ambiguo1: è necessario pregare e agire soltanto davanti a Dio, “in segreto” o nel nascondimento? I segreti a volte sono vergognosi ma Dio li conosce e li svela. La stessa missione a servizio della verità che libera, consiste nel rivelare, o svelare le cose nascoste, i segreti di Dio, i misteri2] anche a costo di essere rifiutati e del fallimento o scandalo della croce.

Alberione, da parte sua, usa il termine con accezioni diverse, secondo le circostanze della sua predicazione. Per esempio, “il segreto della direzione è null’altro che il dirigere: cioè una mente, un’anima, un cuore sacerdotale che risolutamente camminano verso il cielo e indicano la via, e innovano e trascinano appresso una turba di anime” (dicembre 1934)3.

Anche “la povertà è un gran segreto per la riuscita delle cose. Privarsi significa assicurarsi una riuscita dieci volte migliore. Avviene come nella scienza: vale più la fiducia in Dio del tempo che si impiega per apprendere” (ottobre 1936)4.

Anche “il lavoro” che è “carità” paolina è il “segreto di merito e di felicità, e contributo al bene comune” (1949)5.

Invece per diventare santi “il segreto” è “l’abitudine del meditare … come la Madonna” (gennaio 1938)6 mentre “la preghiera” è “il segreto dei Santi” (marzo 1941)7.

“Segreto di grandezza è modellarsi su Dio, vivendo in Cristo” (1953)8 ma anche “la santificazione dei minuti” è “il segreto della santità” (1955-1956)9. Alberione ritiene, quando l’eucaristia era ancora poco capita e la messa celebrata in fretta, la “visita eucaristica” come “il segreto per la trasformazione in Cristo: vivit vero in me Christus” (aprile 1960).

Comunque, per un religioso in generale sono “i tre voti”, che lo aiutano a “trasformare la passione in virtù e in forza di apostolato” e quindi “il segreto della felicità eterna” (aprile 1960)10.

Per le Figlie11 di San Paolo, “segreto” di “riuscita” è invece “prendere dalla Chiesa, servire ad essa come canali; fare le postine della Chiesa, le apostole della dottrina cristiana con lo scopo di fare arrivare la verità a molti, ai più” (1961)12.

Per le Pastorelle “il segreto” di riuscita pastorale “è la gioia, che viene da Dio nostra eterna felicità!”13

In sintesi, Alberione pensa a tanti piccoli o grandi segreti, secondo il pubblico che ha davanti al momento, che sono criteri o regole di successo nella missione paolina, come lo studio, la preghiera, la meditazione, i tre voti, la visita eucaristica, l’obbedienza al papa, per conformarsi a Cristo, umile, nato e morto povero, ma risorto come il salvatore di tutto il genere umano e di tutte le cose. Il segreto nascosto è lo stesso mistero di Cristo, il nuovo Adamo, in cui, secondo un ritornello paolino14 caro all’Alberione dei primi tempi, si ricapitolano le cose del cielo e quelle della terra.


1 Cf. Mt 6,4.6.18; 10,26; Mc 4,22; Lc 8,17; 12,2; Rm 2,16; 1Cor 2,11; 4,5; 14,25; Ef 5,12.

2 Questo linguaggio, apostolico più che mistico, è più specificamente paolino, anche se non esclusivamente di Paolo (cf. Rm 11,25; 16,25; 1Cor 2,1.7; 4,1; 13,2; 14,2; 15,51; Ef 1,9; 3,3s.9; 5,32; 6,19; Col 1,26s; 2,2; 4,3; 2Ts 2,7; 1Tm 3,9.16).

3 Carissimi in San Paolo (1971) p. 19.

4 SE p. 48.

5 CS (1985) p. 120.

6 HM I, 1 (1939) p. 17.

7 HM II, 1 (1941) p. 90.

8 Abundantes divitiae gratiae suae (1985) n. 100.

9 IA 3 (1957) p. 193.

10 UPS 1 (1960) p. 516-517.

11 Sempre alle Figlie di San Paolo, qualche anno più tardi, commenterà, come segreto di riuscita nell’apostolato della diffusione, il testo di 1Cor 9,19-22 (“mi sono fatto tutto per tutti”), cedendo però al potere sugli altri: “Le cose alle volte si possono far in due maniere diverse e ugualmente bene. Il Papa [è Giovanni XXIII, papa nel 1958-1963] diceva: ‘mi sono sempre trovato meglio nell’adattarmi agli altri e nel fare quello che altri volevano, in tutto il corso della mia vita’. E il Signore l’ha portato a comandare a tutti. Perché c’è un segreto nell’adattarsi: si acquista in tal modo come un potere sugli altri”. Alberione, citando il papa buono, argomenta sulla “carità fraterna per la Figlia di San Paolo” (1961 maggio/giugno) in SdC (1962) p. 177. In morte della Prima Maestra, Tecla Merlo, Alberione si chiedeva “Quali i segreti della Prima Maestra? Sono due e sono quelli dei santi e che sono di sicuro successo: cioè umiltà e fede. Umiltà profonda, quella che produce la docilità. Fede vissuta, quella che porta alla preghiera. Sempre umile, anche nei successi, nelle approvazioni, nel trattare, nel disporre: ed insieme sempre ugualmente serena negli insuccessi, contraddizioni, incomprensioni” (febbraio 1964). Cf. Considerate la vostra vocazione (1990), in http://www.alberione.org/operaomnia.

12 SdC (1962) p. 229-230.

13 So (1969) p. 35-36.

14 Ef 1,10.

Riuscita

Etimologicamente il termine evoca la possibilità di ri-uscire, e quindi un buon esito, ripetuto o ripetibile, l’esodo pasquale, per esempio, come evento di liberazione, come segno dell’evangelizzazione degli oppressi, di vittoria sul male e infine di un passaggio definitivo per mare e deserto fino alla Terra Promessa.

Uscire e riuscire da sé è andare verso gli altri e quindi ritornare a Dio.

La riuscita è predicazione del vangelo del regno di Dio agli oppressi e ai poveri, come salute e salvezza, riscatto e liberazione per l’umanità sofferente1.

La riuscita è concetto biblico2.

Alberione usa il termine sia come verbo (“riuscire”) che come sostantivo (“riuscita”) fin dall’inizio della sua missione e quindi della sua vita pubblica.

In Appunti di Teologia Pastorale, ancora giovane sacerdote diocesano, molto pratico, rifletteva sulla inutilità di “dire che le relazioni del prete con gli uomini sono difficili”. Spiegava che le parole del mandato di Gesù come riportate in Lc 10,3 – mitto vos sicut agnos in medio luporum – “non sono vuote di senso, né dette a caso”. Concludeva che è “bene studiarle alquanto, perché, fattici prudenti e semplici, riusciamo a guadagnare tutti a Gesù Cristo” (1915)3.

Per riuscire nella pastorale bisogna soffrire come gli agnelli.

Nel novembre del 1950, riflettendo più in particolare sui nuovi mezzi, Alberione si concentra sul cinema, alla luce dell’Enciclica Vigilanti cura di Pio XI, da cui cita una frase stimolante: “Questi mezzi potentissimi di divulgazione, come il cinematografo, che possono riuscire, se ben governati dai sani principi, di grande utilità all’istruzione ed all’educazione …” Di seguito commentava il testo papale come uno che sa farsi i conti in tasca, “il cinema ha maggior effetto della stampa perché sono più numerosi gli spettatori, e perché agisce su un maggior numero delle facoltà umane”.

Per riuscire nelle “edizioni” il cinema era indispensabile.4

Riferendosi più in generale al lavoro nelle case paoline, qualche anno dopo, attorno al 1954, Alberione esortava a “non perdersi d’animo” e ordinava esplicitamente di conservare “sempre un sano ottimismo. Le nostre passate esperienze ci fanno scuola per il futuro. Perduta una battaglia, finché viviamo, vi è tempo a guadagnarne un’altra” con la convinzione che, alla fine, “omnia cooperantur in bonum5] quando si ha buona volontà. Di quello che riuscì bene daremo gloria a Dio; per quello che riuscì male ci umilieremo e pregheremo per riprendere meglio”6.

Per la riuscita non bisogna mai smettere di lavorare, perché solo chi non fa fallisce.

Lavorare anche manualmente è il segreto di riuscita per Alberione, ma, egli aggiunge, se “l’idea è il principio di ogni operazione interna ed esterna”, allora “governare la mente è necessità fondamentale, è condizione sine qua non, per la riuscita nel tempo e nell’eternità” (1954)7. Lavora bene chi impara studiando e praticando. Lo studio è il segreto di riuscita del lavoro nella missione moderna per i nuovi mezzi.

Mettendo insieme ascolto di Gesù e impegno con la propria barca e rete, “Pietro fece la pesca miracolosa e non riusciva più a tirare le reti troppo pesanti, perché piene di pesci” e allora, per riuscirci “chiamò in aiuto gli altri apostoli, altra gente” (12 marzo 1955)8.

La collaborazione degli altri, i cooperatori sono un segreto di riuscita.

Che cosa intende Alberione per riuscita nell’apostolato, lo fa capire in una predica del 1956: “ogni periodico deve sempre essere completo nelle sue tre parti: verità, via, vita! Deve comprendere la via, la verità e la vita, sebbene in forme svariate e con argomenti vari. Noi non siamo affatto dei commercianti e degli industriali, ma siamo degli apostoli. Fissarlo bene in mente.” Fatto questo richiamo concludeva: “Allora sarà molto più facile riuscire” (1956).9

Si riesce apostolicamente se si abolisce la mentalità commerciale e industriale che riduce il vangelo ad un prodotto di consumo a pagamento.

L’apostolato è la parte principale di un necessario “piano di vita” personale – che deve consistere, per non restare nel vago, nel “formularsi quel complesso di cose che si vorranno sviluppare nella vita”. Il “piano di vita” è un programma non “riservato ad un anno di studio” e neppure “riservato ad un anno di spiritualità”; piuttosto è “un regolamento” generale; è lo “stabilire dei punti di arrivo, quello a cui si vuole riuscire” (1 settembre 1960)10.

La “Famiglia Paolina”, dirà Alberione nell’agosto del 1965, anche grazie ai suoi istituti secolari ha un futuro, perché ha “un raggio molto ampio” di azione.

Intanto “a tutti è riuscita a far del bene e vi sono i mezzi per arrivare a far del bene dappertutto”, prendendo “tutte le iniziative” che “servono per la salvezza delle anime, tutto ciò che è buono, niente è escluso. Purché salviamo le anime, ovunque si vada e qualsiasi sia l’iniziativa, è sempre nel nostro spirito”.11

Se la riuscita è la salvezza delle anime (più che del benessere sociale o la salute), tutte le iniziative prese e da prendere insieme alla chiesa sono il mezzo sacramentale necessario.

In sintesi, Alberione era (ed è) interessato alla riuscita nell’apostolato paolino in tutte le sue forme, con tutti i mezzi.


1 Gesù ha successo nella sua missione – di evangelizzazione e quindi di salute e di salvezza- descritta dal profeta Isaia. Leggi almeno Is 11,2; 34,16; 61,1.3; 63,14; Ag 1,14; Zc 4,6; Lc 2,26; 2Cor 3,17s.

2 In senso positivo, la riuscita indica il buon esito, il successo, la vittoria, la perfezione; nella polarità opposta c’è il fallimento, la non riuscita, la sconfitta; si possono leggere diversi passi biblici su questo argomento, ambiguo e affascinante, se indica la vittoria dell’ingiusto sul giusto, come la croce di Gesù. Il Siracide insegna che “chi teme il Signore avrà un esito felice, nel giorno della sua morte sarà benedetto” (Sir 1,13). Aggiunge anche di “non invidiare il successo di un peccatore, perché non sai quale sarà la sua fine” (Sir 9,11). Il successo non apparente è quello del servo sofferente, per la promessa che il Signore gli fa: “Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e innalzato grandemente” (Is 52,13). Il successo ha una regola biblica: Chi si umilia sarà esaltato, chi si esalta sarà umiliato. Eppure, di successo si parla poco o niente nel NT, cf. invece Gn 24,21.40.42.56; 39,23; Dt 12,7; 29,8; Gs 1,7s; Gdc 18,5; 1Sam 14,47; 26,25; 1Re 22,12s.15; 2Cr 13,12; 18,11s.14; 24,20; 31,21; Ne 1,11; 2,20; TbS 10,14; 1Mac 2,47; 3,6; 2Mac 5,6; 10,28; 13,16; 15,38; Gb 5,12; 6,13; Sal 21,12; 37,7; 73,3; Pr 2,7; 3,4; 8,14; 17,8; 28,13; Qo 2,21; 4,4; Sap 13,19; Sir 1,13; 9,11; 10,5; 38,13; Is 16,12; 48,15; 52,13; 54,17; Ger 10,21; 20,11; 22,30; 48,19; Dn 8,24; 11,36. Nel NT troviamo un messaggio sulla vittoria della fede, sia in 1Gv 5,4 (“Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede”) che in Paolo, in riferimento a Cristo che sconfigge la morte (1Cor 15,54s.57). Anche il tema della perfezione spirituale, o compimento, può correlarsi alla buona riuscita nella vita di studio, di lavoro, di apostolato paolino e in genere, e che più conta, alla salvezza attraverso una vita cristiana: cf. Mt 5,48; 19,21; Gv 17,23; Rm 12,2; 1Cor 2,6; 13,10; 2Cor 13,9.11; Ef 1,23; 4,13; Fil 3,12.15; Col 1,28; 3,14; 4,12; Eb 2,10; 5,9; 7,11.19.28; 9,9; 10,1.14; 11,40; 12,23; 13,21; Gc 1,4.17; 3,2; 1Gv 2,5; 4,12.17s.

3 APT (1915) p. 97.

4 Carissimi in San Paolo (1971) p. 803-804.

5 Rm 8,28.

6 L’unico insuccesso, la “più terribile tentazione” era per Alberione “la disperazione; ma più comune è la semi-disperazione”, mentre è “la fede” la prima virtù, e “la seconda è la speranza”. In Carissimi in San Paolo (1971) p. 1088. Per Paolo era l’amore la virtù di arrivo, la “più grande di tutte” e che non finisce mai; cf. 1Cor 13,13.

7 Alberione sta commentando (settembre-ottobre del 1954) il comandamento fondamentale dell’“amare Dio con tutta la mente”. “La vita dell’uomo è soprattutto intellettuale. Gli amici più intimi dell’uomo sono i suoi pensieri. […] L’idea influisce nel giudizio, il giudizio eccita il sentimento, il sentimento determina gli atti interni ed esterni”. Conclude pertanto che il carattere, buono o cattivo, “dipende dai pensieri” (SdM (1956) pp. 36-37). Se si pensa poco e male si fa peggio e si conclude niente.

8 Il mezzo di riuscita nella propaganda collettiva è per Alberione il “chiamare in aiuto”, nella ricerca e formazione di cooperatori. Cf. Pr 6 (1958) p. 66.

9 Pr A 430.

10 AAP (1984:1960) p. 247. Una piano di vita richiama il logo dei primi tempi, Per ottenere “una percentuale più elevata di riuscita”, Alberione, con una circolare dell’aprile 1961, esorta tutti Maestri di reparto a imitare Gesù Maestro: “Gesù formò i suoi apostoli comunicando loro una dottrina celeste, interponendo l’esempio di una vita santa e pregando incessantemente per loro. La condotta e il modo di fare di Gesù debbono essere la condotta e il modo di fare di tutti i Maestri”. Carissimi in San Paolo (1971) p. 778 e 783 (formare al vivit vero in me Christus).

11 MS (1976) p. 483. Già nell’agosto del 1948, Alberione esortava le Figlie di San Paolo a superare quella “segreta paura di lanciarsi troppo nelle opere di bene”. “Non bisogna aver paura di ciò che si fa di bene dall’uno o dall’altro; bisogna invece temere solo di ciò che non si fa né dagli uni né dagli altri” (cf. HM II, 8 (1948) p. 174). Chi non fa niente sbaglia tutto.

Una conclusione prospettica

Salvare l’umanità è la prospettiva, la meta pasquale di chi emigra, tutti, dal presente al futuro, dalla morte alla vita. Gestire quest’esodo globale è compito anche della Famiglia Paolina.

Nel Patto o Segreto di riuscita proposto a Gesù Signore – ma che successivamente diventa Maestro, e Via, Verità e Vita – a mano di Paolo1 e Maria Regina degli Apostoli, sono evidenti le intenzioni, anche pedagogiche, di stabilire un ordine progressivo e soprattutto un’armonia tra le priorità, o le pratiche necessarie per rispondere con fedeltà e competenza alla grande missione paolina nell’oggi.

La metafora del carro con le 4 ruote, tutte di tutti e tutte in movimento, necessariamente sincronico e progressivo, indicano la necessità di non restare fermi, intimoriti dalle crisi o insufficienze attuali, nello studio, come nella tecnica, e nell’amministrazione economica.

“Dobbiamo essere di questo secolo, – scriveva Alberione nel 1912 – cioè: cercare di comprendere i bisogni e provvedervi. Questo è facile, poiché Dio ci ha dato un temperamento, dei costumi in rapporto al nostro tempo e non ai tempi passati. Oggi vale l’organizzazione, ebbene organizziamo il bene”.2

In più momenti e in diverse circostanze Alberione ha definito l’apostolato proprio come la “carità organizzata”, strategica ed espansiva come quella di Paolo.

L’inno paolino all’amore3 – più grande ed eterno della stessa fede e speranza – è la forza di propulsione, sincronizzazione, collaborazione, studiosità, progressività sinodalità, dei seguaci, insieme, dell’unica Via, dei discepoli della Verità che libera e come convitati festosi alla stessa mensa di Vita, che è Gesù, il Cristo e Signore, per la Famiglia anche Pastore, Maestro e Sacerdote universale.

In sostanza, ancora oggi e domani Paolo apostolo, Maria regina degli apostoli e il beato Giacomo Alberione, sono le guide non solo alla preghiera apostolica ma all’assumere di fatto la responsabilità, come Famiglia Paolina, di condurre il mondo intero all’intero Dio, con ogni mezzo più celere ed efficace e con ogni inventiva di bene.


1 Nel maggio 1916 i giovani in casa Perraudo erano solo dieci (cf. UCBS dell’agosto 1923; p. 294) ma nel loro piccolo parlatorio era stato collocato il quadro di San Paolo: fu l’inizio della cappella intitolata a san Paolo. Una lampada elettrica ardeva costantemente in casa e in tipografia. “San Paolo vegliava, proteggeva, benediceva, cresceva” (UCBS del luglio 1923; PP, p. 291-292). “San Paolo si mostrava contento e benediceva largamente. Un argomento chiaro che san Paolo era nostro e che noi eravamo di san Paolo. Uno dei primi alunni [lo stesso Giaccardo, che nel 1916 aveva vent’anni], per far prova di versi durante lo studio della retorica, compose l’inno a san Paolo.

2 DA (1915), p. 248.

3 In 1Cor 12,31 – 13,13.

Bibliografia

ALBERIONE G., Segreto di riuscita composto e commentato da Don Giacomo Alberione, a cura di A. Colacrai, S.S.P., – S. De Blasio, S.S.P., Roma, Edizioni dell’Archivio Storico Generale della Famiglia Paolina, 1979.

GIACCARDO T., Diario, Alba 1974, p. 69-75 [vedi p 147: nota 12]

BARBERO, G., Il Sacerdote Giacomo Alberione. Un uomo – un’idea. PARTE PRIMA (1884-1922), Roma 1991.

don Angelo Colacrai SSP