Avvento dell’anno B – Vangelo di Marco

13/12/2011 | Cultura | Diakonía del Vangelo

Facciamo oggi una meditazione sulla liturgia della Parola nell’Avvento dell’anno B (Vangelo di Marco).  Qui di seguito c’è una sinossi delle 4 domeniche di Avvento dell’anno B; si daranno poi degli spunti per vivere un Avvento di speranza. La lettura ciclica prevede che ogni tre anni l’anno liturgico ricominci con il Vangelo di Matteo, poi di Marco e infine di Luca.

1a lettura Salmo 2a lettura Vangelo
I. dom. Is 63,16b-17.19b Sal 79 1 Cor 1,3-9 Mc 13, 33-37
Venuta  del Signore alla fine dei tempi. Se tu squarciassi i cieli e scendessi. Fa’ splendere il tuo volto e salvaci, Signore. Aspettiamo la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Vegliate: non sapete quando il padrone di casa ritornerà.
II. dom. Is 40,1-5.9-11 Sal 84 2 Pt 3,8-14 Mc 1,1-8
Giovanniil Battista. Preparate la via al Signore. Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua sal- vezza. Aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova. Preparate la via al Signore, raddrizzate i suoi sentieri.
III. dom. Is 61,1-2a.10-11 Lc 1,46-45 1 Ts 5,16-24 Gv 1,6-8.19-28
Giovanni testimone della luce che viene. Voce che grida: nel deserto preparate la via al Signore. La mia anima esulta nel mio Dio. Spirito, anima e corpo si conser- vino  irreprensibili per la venuta del Signore. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete.
IV. dom. 2 Sam 7,1-16 Sal 88 Rm 16, 25-27 Lc 1, 26-38
Annuncio della nascita  del Signore. Il regno di Davide sarà saldo per sempre davanti al Signore. Il Signore è fedele per sempre. Il mistero taciuto per secoli, ora si è rivelato. Ecco, concepirai e darai alla luce un figlio, che sarà Santo e Figlio di Dio.

L‘Avvento è iniziato con il Vangelo di Marco: era la conclusione del discorso di addio o testamentario, in forma di apocalisse (13, 33- 37).

La seconda domenica prevede invece l’inizio del Vangelo di Marco (1,1 – 8). Esso è il primo in ordine di tempo.  La prima parola di questo Vangelo  è Άρχή (Arché/ Inizio).

Nella terza domenica  si presenta la figura di Giovanni (4° Vangelo): due versetti del prologo e poi la testimonianza (sua martiría) raccontata a partire dal cap. 1,19 – 28.

La quarta domenica, che precede immediatamente il Natale, è l’ultima di Avvento. Ha come tema l’annuncio fatto a Maria di Nazareth e quindi il testo è lucano (1, 26-38).

Diamo ora uno sguardo non solo diacronico (cioè di progressione), ma anche sincronico (cioè simultaneo). La prima domenica ha come tema la venuta del Signore alla fine dei tempi. Per  usare un’altra parola di origine greca, diremmo “venuta  escatologica, definitiva, ultima”.  Ci fa da guida nella liturgia della prima domenica un brano di Isaia (63), poi il Sal. 791 Cor 1, 3-9,  aspettando la manifestazione del Signore, la sua Epifania, sapendo che il Dio fedele può mantenerci irreprensibili (vocabolo molto usato da Paolo per raccontare l’atteggiamento o la condizione in cui dovremmo trovarci all’incontro con Lui). La prima domenica è incentrata dunque sull’attesa della venuta del Signore. E Marco ci invita a vigilare: gregoréite [ γρηγoρeιτε] (da cui deriva il nome Gregorio). Pare che la parabola del padrone di casa che parte ed affida i compiti ai suoi servi ed al portinaio (di vigilare), non dicendo quando sarebbe tornato,  sia il nucleo originario di quella che Matteo ha sviluppato come “parabola dei talenti“. Sono versioni diverse della parabola del Signore che parte e che ritornerà. Noi viviamo nell’attesa di questo suo ritorno. Egli non è un estraneo, ma l’amico, lo sposo.

Nella seconda domenica compare sulla scena la figura di Giovanni detto il Battista. E’ un personaggio molto stimato, apprezzato  e “gettonato” dalla devozione popolare. Infatti molte città ed anche chiese sono dedicate a lui. Propriamente esso si chiama “immersore“, cioè colui che fa immergere nell’acqua. Chiaramente il battesimo consisteva in un’ immersione e non solo effusione o infusione nell’acqua.  Il Vangelo dà il tema e la prima lettura prepara il tema evangelico che viene ripreso come preghiera nel Salmo, considerando che Giovanni è menzionato solo nei Sinottici, e negli Atti, ma mai in Paolo.

Giovanni è un personaggio storico, menzionato da uno storico ebreo (Flavio Giuseppe), di famiglia sacerdotale nobile e potente a cui non interessa Gesù. Questo ebreo parlerà invece di Giovanni e della sua terribile avventura: che è stato arrestato dalla polizia, rinchiuso nei sotterranei nella fortezza di Macheronte e poi decapitato. Quel profeta aveva tutte le carte in regola per essere un Messia, ma non è lui: l’unico Messia è Gesù. Giovanni  annuncia un battesimo di conversione e di cambiamento: un bagno simbolico nelle acque correnti del fiume sacro che separa il deserto dalla terra d’Israele. E’ un passaggio come quello del Mar Rosso narrato nell’Esodo, dove fu Giosué che introdusse le schiere di Israele passando attraverso il fiume Giordano.  E dunque il “battesimo” di Giovanni era una specie di guado, di immersione nell’acqua per iniziare la vita nella terra promessa. Giovanni è presentato nei Vangeli come la figura che richiama Elia, il grande profeta riformatore.

Il tema della prima lettura è preso da Isaia (40, 1-5.9-11) in cui si legge:

Consolate, consolate il mio popolo,

parlate al cuore di Gerusalemme…

L‘immagine del cuore si ritrova in Osea il quale immagina il rapporto di Dio con la sposa (la quale però è legata ad abitudini di una vecchia tradizione cananea, legata al culto orgiastico con gli amanti. Dio tenta in tutte le maniere di riportarla sulla retta via, senza riuscirci.

Alla fine però ecco una soluzione inattesa per un orientale: lui vuol rifare il fidanzamento. La riporterà nel deserto e parlerà al suo cuore. Canterà allora, come quando uscì dall’Egitto, il canto della giovinezza e Dio le promette un nuovo matrimonio,  dove la dote non è data da olio, vino, grano, ecc., ma da amore, fedeltà, giustizia: le doti che cambiano una relazione. Egli risponderà allora: “Conoscerai il Signore!”  Isaia usa questo linguaggio, lasciando la metafora dello sposalizio ed usando l’immagine di un ritorno spettacolare dei deportati che vengono dai campi di prigionia che si trovano a sud di Babilonia (a circa 80 Km), verso Bassora [Vedi cartina. Da Atlante Biblico, Ed. S. Paolo].

Per ritornare devono attraversare 800 Km  di deserto arabico-siriano. Il deserto, tutto scavato dai torrenti (chiamati uadi), ha bisogno che vi si tracci una strada, una pista nel deserto. Ecco che l’Autore sacro grida “Preparate nel deserto la strada del Signore“. Per questo bisogna riempire gli uadi, abbassare i mucchi di terra fatti dal vento, in modo da formare una strada dritta. Ma ecco che cambia scena: Isaia immagina che i corrieri siano già arrivati a Gerusalemme e che dal Monte degli Ulivi gridino verso la città di Sion, dove sorge il tempio (sulla collina orientale), dove oggi c’è il piazzale  delle moschee. Là sorgeva la cittadella di Davide, chiamata Sion [nome simbolico o poetico di Gerusalemme]. E il messaggero grida “Ecco il vostro Dio! Ecco il Signore che viene con potenza...” (Is 40,9-10) Il Signore è come un pastore che “porta gli agnellini appena nati e conduce pian piano le pecore madri“. E’ chiaro il riferimento a quelli che sono in crisi di speranza. Allora solo una minoranza ritornò dopo 50 anni, – quando i campi in Israele erano stati venduti, le case erano abitate da altri,- lasciando un certo benessere in Mesopotamia. Là infatti era sorta una delle scuole talmudiche più importanti. Quelli che sono ritornati, fidandosi delle parole del Signore, hanno poi ricostruito le mura della città ed il tempio. Probabilmente negli anni erano morti i nonni e forse anche i padri. Deportati non furono intere famiglie, ma solo i maschi, specie se preparati, ingegneri, tecnici, cioè quelli che potevano organizzare la resistenza anti babilonese. Sul posto erano rimasti poveri lavoratori, da cui si poteva riscuotere le tasse. I deportati in Babilonia sono poi quelli che hanno incominciato la Bibbia.

La Bibbia che conosciamo noi è nata dopo la crisi dell’esilio. Così  i nuovi venuti non conoscevano la terra se non per sentito dire.  Nella seconda domenica si leggono parole di incoraggiamento: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio…”

E’ un testo molto bello di speranza, che vale per tutti quelli che vivono oggi l’esperienza del ritorno e del rimpatrio. Tutta la storia dell’umanità è segnata da questi spostamenti di popolazione.  Quando da noi sono ritornati i deportati dalla prigionia in Russia o dai campi di sterminio, era tutto un riprendere la fiducia nella vita. La seconda lettura è un testo di Pietro, che parla di “nuovi cieli e una terra nuova” (2 Pt 3, 13). Questa  è ancora un’espressione di Isaia, da un rotolo di oracoli di speranza dopo una deportazione. Sono passate generazioni e non si è visto il cambiamento promesso dal Signore: per questo molti entrano in crisi. Ma “i tempi di Dio non sono i nostri: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo” (2 Pt 3,8). Il tempo di Dio non è il nostro: questo è un tempo adatto per cambiare vita e per ripensare la propria esistenza. Questo fa pensare a quei cristiani che non attendono più nulla perchè pensano che tutto si ripeta ed il futuro sarà come il passato.  Invece qui è un invito al cambiamento: se non alla fine del mondo, esso è certamente alla fine dell’ esistenza.

Nella terza domenica troviamo il Vangelo di Giovanni (o Quarto Vangelo), mentre Isaia ci fa sempre da guida.  La prima lettura è presa dunque da Isaia (con i capitoli dal 40 al 66 , cioè i rotoli che raccolgono gli oracoli maturati durate l’esilio, nella scuola che si chiama il “Grande Isaia” e che ha creato un linguaggio ed un modo di pensare).    Tali oracoli non furono prodotti dall’autore dell’VIII secolo, ma in tempi successivi. E’ un po’ come nell’ambiente di S. Francesco hanno continuato a scrivere vicende legate a lui.  Qui, nel nostro caso, si può parlare di “tradizione” del grande Isaia. In questo testo il Signore viene a portare un lieto annuncio “ai poveri“, che sono poi i deportati. Il testo dei Tessalonicesi, invece è un invito, in forma di preghiera, a vivere intensamente la vita di comunità, a rincuorare quelli che sono in crisi, fare il bene verso tutti e si conclude con la bella espressione “Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo,(cioè la persona nella sua interezza e santificata da Dio per l’incontro con Lui) si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Ts 5, 23).

La quarta domenica è dominata dall’annuncio della nascita di Gesù. Fa da guida sempre il Vangelo di Luca – in questo caso l’annuncio fatto alla giovane di Nazareth che sarà madre del Messia e Figlio di Dio, nella potenza di Dio (Lc 1, 26-38), cioè nello Spirito Santo.  Questo annuncio è preparato da una scena che si svolge nel palazzo di Davide (verso il 1000), quando egli decide di costruire un santuario per ospitare l’arca (piccolo mobile a cofanetto) che ha fatto portare nella sua cittadella (Sion). Nathan, suo consigliere e profeta lo avverte che il Signore non condivide il suo progetto, perchè è Lui che prende ogni iniziativa e non ha bisogno di un tempio. Dio farà un tempio o dimora per Davide, non costruito con pietre, ma con la nascita di un discendente: la dimora è la discendenza di Davide. Ed è qui che nasce la nostra fede, perchè noi consideriamo Gesù discendente di Davide. L’umanità di Gesù è il tempio.

Luca, da buon narratore ed artista, utilizza il materiale biblico per creare la scena (si pensi al “Missus”). Maria risponde all’angelo con una domanda “Ma come posso io diventare madre, se non ho mai avuto rapporti col mio promesso sposo” L’angelo le risponde “La potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra” : ecco un’immagine della presenza di Dio nel santuario, nella tenda. Maria diventa la tenda, il santuario, perchè ospita la Parola. La Parola creatrice di Dio sta all’origine dell’umanità di Gesù ed anche della sua identità di Figlio. “Santo e Figlio di Dio” : così sarà riconosciuto!

Nella quarta domenica abbiamo davanti a noi i temi della promessa di Dio riguardante la sua venuta, non solo quella finale, ma anche quella storica e poi quella spirituale (cioè la Sua presenza nell’umanità oggi).

Il tema proposto come spiritualità dell’Avvento è la “venuta” del Signore almeno in tre fasi: quella di Gesù, quella intermedia (la nostra, per noi) e quella ultima. Il Natale è solo una celebrazione liturgica della venuta storica (o della venuta spirituale per il credente, in attesa di quella finale). Si propongono spunti per vivere un Avvento di speranza: ci sono quattro passaggi: dalla crisi di speranza ad un cammino di speranza per vedere all’orizzonte la speranza nella fede. Si propongono poi due testi che suggeriscono come vivere questa fede.  “Crisi” vuol dire “cambiamento”, “dividere, separare”; il momento critico è quello di passaggio che si risolve in una situazione negativa o positiva. Viviamo una “crisi” di speranza:

* cambiamenti degli equilibri mondiali: in Nord Africa, nel Vicino e Medio Oriente

(Non si può vivere la fede senza guardare a questa umanità di cui facciamo parte; non si può  vivere in modo isolato e separato, perchè Dio si interessa di tutta l’umanità, non di un popolo o un  solo individuo. In quei luoghi vediamo vere crisi, veri passaggi, inaspettati fino ad un anno fa).

Conseguenza di queste crisi ( e questo è il Natale davanti a noi) sono poi:

* spostamenti e rimescolamenti di popolazioni – migrazioni (= sia di chi viene sia di chi va): è una  situazione che crea rifiuto o accoglienza – anche nel nostro Paese che è sostanzialmente terra di  passaggio – e paura per il nuovo;

* oscillazione (o anche “maremoto”) dei sistemi economico-finanziari: denaro, occupazione, lavoro   (In certe regioni italiane ci sono seri problemi legati all’occupazione giovanile);

* famiglie-coppie: convivenze provvisorie, separazioni (E’ un fenomeno non di oggi, ma   negli  ultimi vent’anni ha subito un’accelerazione, legato forse anche all’incertezza del lavoro e della  casa).

* anziani: malattie, lutti, solitudini, invecchiamento (i latini dicevano:”La stessa vecchiaia è una malattia“). Resta il problema umano delle solitudini, del dare senso alla vita soprattutto in  presenza di tanto dolore, talvolta con conseguenze tragiche (suicidi).

* i giovani: risorsa o problema? (Dipende dai punti di vista).

Da qui nascono i segni di speranza. La lettura proposta è fatta nella fede: cercare di capire davanti a Dio che cosa sta nascendo  nel mondo vicino a noi:

* tentativi di democrazia nei Paesi emergenti (“tentativi” perchè il processo è lungo)

* forme di accoglienza nei confronti di stranieri immigrati (ci sono comunità, gruppi, persone che accolgono, proteggono, danno asilo a queste persone che vendono tutto e rischiano la vita per crearsi un futuro diverso. Sono nostri fratelli veramente disperati! Del resto noi Friulani abbiamo vissuto lo stesso dramma per oltre un secolo, cercando una vita nuova in America. Di fronte a loro l’accoglienza è un segno di speranza per questa umanità.

* solidarietà nelle emergenze provvisorie, separazioni

* esigenza di scelte “etiche” (solidarietà-equità) nella vita sociale ed economica (C’è l’esigenza di giustizia di fronte a corruzioni sempre più impressionanti, ad alto livello: anche questa  è un segno di speranza!)

* consapevolezza della responsabilità nell’uso delle risorse del pianeta. Essa si sta diffondendo sempre di più: si sente il dovere di mantenere il pianeta per chi viene dopo, sapendo che le risorse sono limitate. Questa coscienza è nuova: è coscienza della creazione, bene di Dio per tutti, contro l’egoismo che è il vero peccato. Violenza, sfruttamento, sono mancanza di amore e senso di giustizia.

Di fronte a questi segni di speranza che nascono in seguito alla crisi, nasce un “cammino di speranza”, uno stile di vita, un progetto verso una meta,

*  sapendo che la speranza nasce e matura qui e ora,  guarda oltre il presente, in avanti.   E’  riconoscere e far maturare i “segni” di speranza dentro e attorno a noi.

*  vedere e promuovere il “positivo” nelle esperienze quotidiane. (Cosa vuol dire “far maturare i  segni di speranza”? Ci sono delle persone che, guardando la propria vita, vedono solo il negativo.

Perchè non guardare anche il bene, la salute, la voglia di lavorare, gli altri che ci sono accanto e   vedere in loro il positivo e non solo i difetti.

La speranza nell’orizzonte della fede è la speranza cristiana, costruita sul materiale precedente:

* la venuta del Signore nella “memoria” di Israele che ha sempre atteso l’incontro con il Signore   nell’esodo, nell’esilio, di cui abbiamo letto la memoria in Isaia. La memoria è molto importante  per capire chi siamo: siamo una grande famiglia che è fatta di memoria. Se non si ha memoria del  proprio passato, non si può progettare il futuro. Una grande memoria crea un grande futuro, che  va oltre il Natale 2011.

*  la venuta del Signore nella “memoria” cristiana: Gesù annuncia e rende presente il regno di Dio.

Ecco come Gesù ha vissuto la speranza: “Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 15)… (liberazione e perdono, resurrezione e vita, presenza e azione dello Spirito  Santo nella storia e nella vita delle persone). Questo è il fondamento della nostra speranza, l’orizzonte in cui viviamo la speranza: il regno di Dio annunciato da Gesù con gesti e parole e i  doni dello Spirito.

Si propone la  lettura di due testi, che si adattano molto bene al clima di attesa della venuta del Signore: magnanimità e perseveranza nelle prove (Gc 5, 7-11)

7 Siate dunque costanti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e ultime piogge. 8 Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perchè la venuta del Signore è vicina. 9Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. 10 Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.  11Ecco, noi chiamiamo beati quelli che sono stati pazienti. Avete udito parlare della pazienza di Giobbe e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore, perchè il Signore è ricco di misericordia e di compassione.

In questo testo, che sta alla fine della lettera di Giacomo, la perseveranza è nelle prove, prendendo l’esempio dal contadino il quale, dopo aver gettato il seme, attende la pioggia d’autunno e quella della primavera e sa che Dio è fedele. Quest’immagine tipica della cultura contadina, può essere presa come metafora per dire quale dev’essere l’atteggiamento di una comunità o di una persona credente: il modo di vivere la pazienza e la perseveranza senza deprimersi e senza farsi prendere dalla febbre di chi non sa aspettare e vorrebbe tutto subito. E’ la critica alla mormorazione e all’aggressività nei confronti degli altri.     Quando non si ha orizzonte di speranza, si cede alla delusione ed alla crisi che porta ad essere aggressivi. Chi si sente deluso e non ha speranza, tende a vedere solo il male attorno a sé.  Il segno che non si ha atteggiamento positivo è la critica, la maldicenza. La speranza invece vede tutto in positivo. Giobbe è rappresentato come un poveraccio in un mare di guai. In realtà egli è un po’ aggressivo e si ribella a Dio che lo ha tribolato sul finire della sua vita. Ma poi a Dio misericordioso egli si appella ed Egli esaudirà la sua speranza, che non viene meno neppure di fronte alla morte.

Un testo assolutamente positivo è preso dalla lettera ai  Filippesi, scritta dal carcere da Paolo che non sa come andrà a finire: se verso la libertà o verso il patibolo. Il programma di vita è tutto permeato da un dinamismo positivo che guarda in avanti (Fil 4, 4-8):

Siate sempre lieti del Signore, ve lo ripeto: siate lieti. 5 La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! 6 Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. 7 E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.  8 In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. 9 Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!

Per due volte in questo piccolo brano si ha la promessa della pace, che è la serenità profonda, interiore: è la pace che “supera ogni modo di pensare” e immaginazione umana. Il centro della persona è circondato, custodito dalla pace. Ed in questo contesto della pace promessa a chi affida le sue preoccupazioni al Signore nella preghiera, ma anche nel ringraziamento e nella lode, c’è la dichiarazione che è anche una chiave musicale: “Il Signore è vicino!” Egli è vicino non solo a Natale, ma sempre, anche in termini spirituali, esistenziali.  Il Signore è vicino a te che lo cerchi e lo invochi.

I mistici ed i santi vivono la relazione con Dio come una casa ospitale. Il v. 8 fa un elenco di cose positive. Il modo di vivere la vita come speranza o attesa è riconoscere il positivo, valorizzandolo con occhi di amore. Tutto quello che è nobile, puro, giusto, amabile è bello. Ed anche la bellezza estetica e spirituale sia oggetto dei vostri pensieri. L’unica preoccupazione è quella di puntare al positivo, al bene. E si noti come i Filippesi hanno conosciuto il bene: imparato (dalla voce dell’Apostolo), ricevuto, ascoltato e veduto (dal suo modo di essere).

Attuando la fede, si avrà la pace. Pace dunque non è solo mancanza di conflitti o preoccupazioni: la pace in positivo è salute totale (fisicamente, spiritualmente, affettuosamente), è pienezza di vita.

Ecco dunque la spiritualità dell’Avvento, vissuto non in un anno qualsiasi, ma in questo in cui esistono tutti questi motivi di crisi. Non si può vivere i propri problemi senza farsi carico almeno in coscienza dei drammi dell’umanità, che poi è l’interesse di Dio. A Lui interessano le singole persone, ma come componenti di una grande famiglia.

03 dicembre 2011                              (mons. Rinaldo Fabris)