Cooperatori, carismi e ministeri nelle chiese paoline

07/12/2011 | Diakonía del Vangelo

            Siamo giunti al termine delle meditazioni sui collaboratori e collaboratrici di Paolo nelle lettere storiche e in quelle della tradizione, dopo aver passato in rassegna alcune figure: partendo dagli amici più stretti dell’Apostolo  quali Timoteo, Tito, Silvano per giungere a quelli non itineranti con lui delle comunità di Filippi, Corinto e Tessalonica. Ed abbiamo considerato anche le donne: in modo particolare una presentata da Paolo con la qualifica di “diákonos” – titolo  riservato a quelli che collaborano con lui alla diffusione del Vangelo e all’animazione pastorale. 

            Oggi partiamo dal tema complessivo che riassume tutto il nostro lavoro Cooperatori, carismi e ministeri nelle chiese paoline con un affondo nel tentativo di attualizzazione di questa lettura per le chiese cristiane  di oggi.            Facciamo prima di tutto una precisazione del lessico e linguaggio di Paolo sui “carismi” e “ministeri“. Sono due parole da chiarire ed approfondire. Dopo di che leggeremo due brani presi da due capitoli della prima lettera ai Corinzi. 

Carismi

            Diventata usuale nel linguaggio della chiesa, per chi frequenta le letture liturgiche ed anche la catechesi dopo il Concilio, la parola “carisma” indica comunemente un dono dello Spirito, un dono particolare ma non eccezionale di per sé. La parola era conosciuta evidentemente anche prima del Concilio, soprattutto nel linguaggio raffinato e laico: “carisma” era utilizzato soprattutto per indicare un modo di parlare di persone che avevano un certo fascino. Il sociologo Max Weber parlava di “autorità carismatica” ed autorità istituzionale: la prima era di chi si imponeva a livello popolare, mentre la seconda del monarca. Il termine si ritrova nella polemica fra chiesa carismatica e chiesa istituzionale. Questa era la chiesa ufficiale, gerarchica, mentre quella paolina era animata dai carismi. Una era più democratica e l’altra più monarchica. Dopo il Concilio il popolo cristiano si è impossessato dell’idea che tutti hanno un dono particolare dello Spirito per vivere la propria fede nella carità. Si tenga presente che “carità” (traduzione latina del termine agápe) è il “super carisma”: quello che Paolo presenta in modo ritmico-poetico nel famoso “elogio della carità”, notoimpropriamente come “inno della carità” (1 Cor, cap. 12-13). Egli indica la donazione da parte di Dio dell’agápe: essa è la verifica, il fondamento di tutti i doni spirituali. Infatti Paolo dice “Chi…, ma non ha l’agápe, non è niente davanti a Dio”.

            Tutto non ha valore se manca l’amore /agápe. Tutto finirà: Chiesa, sacramenti, tutti gli uomini, ma resterà solo la carità, l‘agápe.  Anche la fede e la speranza che ci accompagnano nel cammino verranno meno, perchè vedremo Dio “faccia a faccia”.

            Nell’area semantica della “cháris“/”grazia, amore che si dona” si trova il vocabolo greco “chárisma” e la parola latina “charitas“. Il carisma è un’attuazione della “cháris“, è l’effetto dell’amore o del dono di Dio che viene dall’amore. Paolo nel cap. 12 elenca questi carismi, senza avere la pretesa di esaurirli. Li chiama anche “doni dello Spirito” o spirituali. Un carisma particolare indica anche uno stato di vita. Carisma è un modo di coniugare la fede che diventa operosa nella carità, e questo vale per il sacerdote, il religioso, il laico, la laica, i cristiani. Tutti hanno un carisma particolare: uno ha quello del celibato, un altro quello del matrimonio. Il matrimonio è un carisma, che va vissuto come “sacramento”, ossia segno dell’amore di Gesù per la Chiesa! Chi non si sposa non ha questo carisma, ma avrà altri. Questo è il senso della parola usata da Paolo nella 1 Cor (dove l’esperienza dello Spirito nella forma dell’animazione spirituale era molto sentita) ed anche nella lettera ai Romani. Questa donazione che tutti ricevono diventa attiva per mezzo della diakonía o attività. Egli mette sullo stesso piano “carismi, attività e ministeri”. Prima del Concilio c’era certo l’idea di carisma, ma era pensato più per Santa Teresa d’Avila, per Giovanni della Croce (che avevano il carisma della contemplazione di Dio). Ma  tutti gli impegni vengono come dono dello Spirito: anche il volontariato che viene dall’amore è un carisma.

Il modo concreto per attuare il carisma è il “ministero“. 

Ministeri

            Il termine ministero deriva dal latino “minister” che traduce il greco diákonos, usato negli scritti del NT per designare il compito di servizio nella Chiesa. Abbiamo già visto precedentemente che la diakonía riguardava sia uomini che donne. Certo esiste una maniera di vivere la diakonía da maschio e un’altra da femmina, ma “carismi e ministeri” sono dati a tutti i battezzati, perchè “non c’è uomo o donna, schiavo o libero”. Dopo, per motivi sociologici e culturali, è venuta la discriminazione (non la distinzione. “Discriminazione” vuol dire che il ceto femminile, solo per il fatto che non è maschile, è degradato in termini sociali e religiosi: “discriminazione” vuol dire “trattamento sociale inferiore”, in questo caso ledendo i diritti della donna). Soltanto in epoca moderna, a partire dal mondo laico  si è presa coscienza che il ministero era un patrimonio della chiesa originale. E così nella Gerarchia funzionavano solo i maschi: papa, vescovi, ecc., travisando la volontà di Dio nella storia. Dio non ha fatto nessuna discriminazione!

            Nell’ambiente greco con il termine “ministero” si indicava in senso generale anche chiunque aveva un incarico nell’ambito religioso o laico. I primi cristiani di lingua greca assunsero questa terminologia per indicare quelli che nella vita comunitaria avevano un ruolo di responsabilità e un compito di servizio.

            Nella lettera alla chiesa di Corinto Paolo propone una riflessione sullo statuto teologico del ministero cristiano, come annuncio coraggioso e franco del Vangelo, guida, animazione e sostegno delle comunità cristiane.  Nelle chiese sorte grazie alla sua attività missionaria, vi è una molteplicità e varietà di forme ministeriali.  Tutti i cristiani, in forza del loro battesimo nello Spirito, hanno il dono e la competenza per esprimere e realizzare la vitalità del “corpo di Cristo” che è la  Chiesa.

            Dio ha disposto che vi siano alcuni ministeri fondamentali per la nascita e la crescita della comunità: “apostoli, profeti e maestri” (1 Cor 12,28).  Questi tre ministeri sono connessi con l’annuncio autorevole della parola.  Il servizio pastorale della comunità locale è affidato ai collaboratori di Paolo residenti, sia singoli sia famiglie.  Essi animano e guidano la comunità cristiana in assenza dell’Apostolo.  A Tessalonica vi sono alcuni cristiani che presiedono la comunità nel nome del Signore (1 Ts 5, 12).  A Corinto vi è la famiglia di Stefanàs (1 Cor 16, 15-17). Nella chiesa locale di Cencre, il porto orientale di Corinto, responsabile è Febe, che Paolo chiama diákonos  (Rm 16,1 ).  Essa ha il ruolo di accogliere e garantire davanti all’amministrazione romana della città per i cristiani di passaggio ed i missionari (Rm 16,2).

            Nelle chiese della tradizione paolina si definisce e si sviluppa lo statuto dei ministeri sia itineranti sia residenti.  Nelle chiese dell’Asia, che fanno capo ad Efeso, i diversi ministeri derivano dai doni del Signore risorto che ha “stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri” (Ef 4, 11).  Lo scopo di questi diversi ruoli e compiti è di rendere idonei tutti i cristiani ad esercitare la diakonía per la crescita della Chiesa come “corpo di Cristo”, cosicché tutti arrivino alla maturità spirituale di Cristo (Ef 4, 12-13).

            Nel gruppo delle lettere pastorali si presentano alcune caratteristiche dei ministeri che prolungano quello dell’apostolo Paolo.  Per far fronte alla “crisi” per la presenza di falsi maestri, il compito fondamentale del responsabile della comunità è quello di garantire la trasmissione della fede richiamandosi alla figura autorevole dell’Apostolo, maestro della verità ed araldo del Vangelo.  Paolo incarica i discepoli Timoteo e Tito di rappresentarlo.  Il passaggio dall’apostolo a quello dei suoi rappresentanti nelle singole comunità è espresso mediante il rito di imposizione delle mani, ripreso dalla tradizione biblica e giudaica, con il quale si trasmette il “dono” spirituale – chárisma – corrispondente al compito e ruolo autorevole dei vari ministeri nella Chiesa (1 Tm 4,14; 2 Tm 1,6).

            Nella prima chiesa, dato per scontato che Dio dona la capacità di annunciare il Vangelo e di servire la comunità a tutti, non esiste una forma unica, ma molte. Ci sono almeno due ambienti che offrono lo spunto per organizzare il ministero: l’ambiente culturale ebraico (o giudaico, da cui proviene gran parte della prima generazione: Gesù, i Dodici, Paolo, i primi convertiti sono tutti ebrei – di lingua ebraica)  e quello greco (di ebrei che conoscono anche una lingua internazionale – che allora era il greco). Ebbene quelli di lingua e cultura ebraica formano delle comunità seguendo il modello ebraico, con gli “anziani” (così chiamati non per età, ma perchè nel gruppo o comunità hanno esperienza e responsabilità). Sono dunque dei piccoli collegi che decidono la forma di assistenza e di animazione della comunità. C’è un anziano, un responsabile che progressivamente diventerà “sovrintendente” (che in greco corrisponde ad epískopos).

            Gli altri, provenienti dal mondo greco, si ispirano alle comunità greche, dove la parola diákonos indica “colui che serve a mensa” ed indica anche un “funzionario pubblico, un assessore”. E’ un titolo elevato, al di là del servizio che rimane per chiunque. Il sacramento oggi suppone una scelta della comunità per farla crescere. Questo è un punto cruciale per capire il ministero anche oggi.         

            Nel mondo attuale  c’è molto volontariato, ma quali sono i ministeri più importanti per la vita, la sopravivenza e la crescita? Allora si consideravano le persone e le esigenze comunitarie, poi si pregava scegliendo qualcuno e gli si imponeva le mani perchè lo Spirito li rendesse capace di agire per la comunità. L’azione dello Spirito diventava così “ministero” o “diakonía“.  Paolo dirà che ci sono tre ministeri fondamentali per la chiesa: quelli di “apostoli, profeti e maestri“. E sono posti in un certo ordine: prima gli apostoli, poi i profeti, poi i maestri e poi quelli che compiono i miracoli, quelli che hanno il dono delle lingue, di governare la comunità. Ma i primi tre carismi con una certa gerarchia (= ordine sacro, stabilito da Dio) cominciano con colui che annuncia la Parola: era il predicatore itinerante, mandato da Gesù o dai Dodici e dopo di loro dalle chiese. Per questo  Paolo si definisce “inviato dal Signore Gesù“.

            Poi, nell’ambito della Parola, vengono i profeti (cioè quelli che parlano sotto l’impulso dello Spirito, per “confortare, consolare, edificare” – come dirà Paolo). Dopo il primo annuncio, la Parola ha bisogno di una comunità che l’ascolti continuamente e cerchi di viverla. Qui c’è bisogno di qualcuno che “spezzi la Parola e conforti“. E’ l’aspetto meno evidente : è la catechesi, la formazione sistematica, il consiglio. Questo è il compito del profeta (per noi oggi è solo quello che indovina  il futuro). I profeti  sono oggi uomini saggi o che hanno rischiato la vita per rimanere fedeli al Vangelo, come don Mazzolari, don Tonino Bello. Tutti i santi di per sé sono sulla linea della profezia, per anticipare le scelte della comunità. Essi creano una coscienza con la parola e con la vita.

             I maestri sono quelli che si dedicano alla formazione sistematica dei neòfiti e neoconvertiti.  La formazione non termina – come si pensa comunemente – con la Cresima, ma è un cammino permanente di formazione. Purtroppo molti non approfondiscono la loro formazione cristiana e diventano, col tempo, degli “analfabeti religiosi“. I maestri non curano solo i bambini: il problema è dopo l’iniziazione cristiana. La vita cristiana “adulta” – che comincia dopo la “Confermazione”, cioè la maturità spirituale, ha bisogno di un continuo accompagnamento. La liturgia domenicale non può bastare! Soprattutto nella società d’oggi!

            Nelle lettere circolari alle chiese di Efeso, Paolo riprende l’idea che Gesù Risorto ha comunicato alla sua Chiesa – corpo vivo – i “doni” o “ministeri” (Ef 4, 11-12): “Ascendendo in alto ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri…” Ha aggiunto due ministeri che non sono più itineranti, ma “pastori” – termine molto usato nel mondo protestante – cioé quelli che continuano ad annunciare il Vangelo nella loro comunità.

            Questo modo di parlare avrà una conferma nelle lettere pastorali”, indirizzate a due collaboratori di Paolo che abbiamo già conosciuto: Timoteo e Tito. In queste lettere Paolo traccia idealmente  il programma di vita di una comunità, rivolgendosi al suo responsabile, indicandogli il compito. Sono una specie di “manuale per i pastori” che diventa anche modello per la comunità.  In queste lettere si legge che Paolo ha scelto Timoteo, gli ha imposto le mani (gesto simbolico di invocazione e trasmissione di un compito) e in forza di quel gesto egli ha il dono permanente dello Spirito (“carisma“). E’ il passaggio dal carisma totale a quello trasmesso attraverso il sacramento (che vuol dire “segno esterno – pane, vino, olio ecc. – per ottenere un dono spirituale” ovviamente da Dio). Paolo dirà “risuscita, riaccendi, come il fuoco sotto la cenere, il carisma che è in te per imposizione delle mie mani”. E nella 1 Tm (4,14) scrive: “Tieni presente il carisma che ti è stato dato con l’imposizione delle mani da parte del collegio dei presbiteri“. Questo gesto dell’imposizione delle mani viene dalla tradizione biblica. Quando Mosè scelse il suo successore, , gli impose le mani e il suo spirito fu trasmesso a Giosué. Il modello è quello della trasmissione dei poteri nell’ambiente giudaico-ebraico.

            I collaboratori di Paolo, itineranti o residenziali – Timoteo, Tito, Silvano, Stefanàs, le signore di Filippi – spontaneamente diventano automaticamente ministri. Anche Febe pur essendo una donna. All’origine nelle comunità più grosse c’era il diacono che collaborava col presbitero alla diffusione del Vangelo. Poi è il diacono è diventato colui che assiste i poveri e provvede all’amministrazione.

            Poi questa figura sparì a causa della tendenza di presbiteri e vescovi ad assimilare (o monopolizzare) i carismi e i ministeri.  Invece sarebbe una grande ricchezza per la Chiesa se i laici e le laiche, secondo le loro capacità, esercitassero il loro ministero non solo con i bambini ed i ragazzi, ma anche con gli adulti.

            Leggiamo ora il brano riportato (1 Cor) per capire il senso del ministero – soprattutto quello della Parola per la nascita della comunità e della sua crescita.

Documentazione : 1 Cor 3,1-23; 1 Cor 4, 1-7

(1 Cor 3) 1 Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a esseri spirituali, ma carnali, come a neonati in Cristo. 2Vi ho dato da bere latte, non cibo solido, perchè non ne eravate ancora capaci. E neanche ora lo siete, 3 perchè siete ancora carnali.  Dal momento che vi sono fra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera umana? 4 Quando uno dice:”Io sono di Paolo”, e un altro “Io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini? 5 Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno come il Signore gli ha concesso (Paolo critica in modo un po’ polemico i Corinzi, e li chiama immaturi perchè sono litigiosi e si sono divisi sulla questione dei predicatori  – in questo caso Paolo e Apollo (Cefa non c’entra ed è stato citato solo per fare un confronto). Se sono litigiosi, si comprende che la maturità consiste nella carità. Uno che non attua la fede nell’amore, rimane bambino, con una fede immatura. E qui Paolo definisce qual è il ruolo suo e di Apollo: essi sono servitori, dove “servire” non è umile prestazione, ma impegno per far arrivare alla fede. E’ Dio che li ha scelti ed ha concesso a Paolo ed Apollo un carisma particolare per essere servitori e portarli alla fede. “Fede” vuol dire aderire al Vangelo, accogliere Gesù. E prosegue con un’immagine presa dal mondo agricolo:  6Io ho piantato,(da cui deriva l’espressione tipica missionaria “impiantare una chiesa”. Nasce la fede e questa automaticamente genera dei cristiani che devono diventare diaconi col carisma corrispondente. La Chiesa che non genera vocazioni, è sterile, destinata alla morte). Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere.( La fede dunque è sempre azione di Dio, come la vita) 7Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere. 8Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. 9Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio. (E’ una sintesi molto chiara: Dio è il capo dell’impresa, il padrone della casa e del campo, noi siamo i suoi dipendenti, i suoi braccianti – syn-ergòi. Noi siamo al servizio di Dio e della sua opera “lavoriamo insieme alle dipendenze di Dio.” E Paolo prosegue, parlando della sua scelta: 10 Secondo la grazia (“Charis” è un termine da lui usato in Gal e Rm, per indicare pura iniziativa libera e gratuita di Dio) di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra.  Ma ciascuno stia attento a come costruisce. 11 Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. 12 (Dio è il fondatore, è colui che sta all’origine di tutti i doni. Noi aderiamo a Gesù Cristo! Quando tutti spariscono, padre, madre, fratelli, parroco, resta Gesù Cristo: questo è fondamentale!  Se non si fonda la fede su Gesù Cristo, si cade in balia della crisi). E Paolo prosegue con una serie di metafore edilizie) E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, (in riferimento ai santuari, che resistono al fuoco) legno, fieno, paglia, 13 l’opera di ciascuno sarà ben visibile: infatti quel giorno la farà conoscere, perchè con il fuoco si manifesterà, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. (Il fuoco è una metafora usata nei testi cristiani per esprimere “la prova”)   14Se l’opera, che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa. 15 Ma se l’opera di ciascuno finirà bruciata, quello sarà punito; tuttavia egli si salverà, però quasi passando attraverso il fuoco. (Anche se il suo destino è nelle mani di Dio, sarà come uno scampato all’incendio) 16 Non sapete che siete tempio di Dio e che lo spirito di Dio abita in voi? ( Una chiesa non è solo riti, ma è la presenza di Dio che crea la comunità.) 17 Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perchè santo è il tempio di Dio che siete voi. (E siamo all’appello finale di Paolo:) 18 Nessuno si illuda. Se qualcuno fra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, (perchè la vera sapienza è l’amore, non il sapere!) 19perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio.  Sta scritto infatti: Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia. 20 E ancora: Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani. 21Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perchè tutto è vostro: 22 Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! 23 Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio. (Tutti i cristiani appartengono solo a Cristo, che è Dio. E’ la grandiosa visione di Paolo, che può essere accettata anche da un ebreo, perchè l’Assoluto rimane Dio).

(1 Cor 4) 1 Ognuno si consideri come servo di Cristo e amministratore dei misteri di Dio (Il diacono è al servizio di Cristo ed incaricato di amministrare la casa di Dio, cioè la comunità, il tempio. Ed i misteri sono non tanto i sacramenti (o anche questi in quanto sono rivelazione ed  attuazione del progetto di Dio). Mistero è una realtà dell’agire nascosto di Dio ed ora svelato in Gesù. Il Suo progetto che non si conosceva è ora svelato e si chiama Vangelo. L’insieme della rivelazione di Dio dalla creazione fino alla resurrezione di Gesù è il disegno di salvezza. Era chiamato “mistero” perchè era velato, mentre ora è svelato. 2 Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele (cioè credibile). 3 A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, 4 perchè, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! 5 Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà.  Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode. (Ai cristiani di Corinto Paolo fa presente che egli non risponde del suo operato a loro, ma a Dio, a Colui che lo ha incaricato. L’Apostolo si sente servitore di Dio, amministratore dei Suoi misteri). 6Queste cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro profitto (Noi siamo servitori, non padroni; per vostro profitto perchè voi appartenente a Cristo e Cristo è di Dio), perchè impariate dalle nostre persone a fare ciò che è scritto, e non vi gonfiate d’orgoglio favorendo uno a scapito di un altro.  7Chi dunque ti dà questo privilegio? Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto? (Come si fa a vantarsi della fede che è un dono di Dio?) E se l’hai ricevuto, perchè te ne vanti come se non l’avessi ricevuto? (Fare del ministero una carica onorifica è un assurdo.  Si pensi che i monaci, che erano laici, alla fine del primo millennio, ambivano al presbiterato “perchè era una dignità” e non più un “ministero”!

            Il problema attuale è che le comunità hanno bisogno di ministeri.           Ma quali?            Oggi la mancanza di ministeri tradizionali (vescovi, preti e diaconi) per la Parola, per l’accompagnamento e la guida della comunità fa pensare a forme molto articolate. Siamo abituati a vedere che il parroco è mandato dalla Curia alla comunità. Ma questa è un’idea monopolistica. Non suscita “ministeri” sul posto. E i laici sono visti spesso con diffidenza. Il problema è riconoscere ed accogliere il dono di Dio.

            Le famiglie nuove devono essere l’ambiente in cui creare mentalità diverse. Si pensa che l’educazione debba essere sempre extra familiare, ma si dimentica la famiglia nell’abito di un cammino di fede. Il modello scolare è importante, ma si tratta di attivare le radici della società.

Bisogna far riscoprire il “ministero della famiglia”! E promuovere chi accompagna le famiglie. 

(12 novembre 2011)                                                                            F i n e