Febe e le altre donne cooperatrici di Paolo

05/11/2011 | Diakonía del Vangelo

Parlando dei collaboratori o cooperatori di Paolo, non dobbiamo dimenticare la cristiana Febe, sorella di Cencre – porto orientale di Corinto – dove l’Apostolo è arrivato negli anni 49/50 e da dove ripartirà per Efeso. In quell’ambiente egli troverà sempre una persona che accoglie, protegge i cristiani e lui stesso. Prima di affrontare un piccolo brano dalla lettera ai Romani e poi l’ultimo capito della stessa (Rm 16), dove elenca diverse figure femminili che hanno collaborato con lui nell’attività di evangelizzazione e  pastorale, facciamo un  accenno alla vicenda un po’ contorta e contraddittoria o altalenante del ruolo di Paolo in rapporto al mondo femminile.

            Nel romanzo apocrifo “Atti di Paolo e Tecla“, scritto nel II secolo da un presbitero che poi confessò di aver steso il romanzo partendo da alcune tradizioni,  Tecla è una cristiana martirizzata, famosa in tutto il vicino Oriente e soprattutto venerata a Malula – un villaggio della Siria dove si parla la lingua di Gesù, cioè l’aramaico. Lì c’è una chiesa dedicata a Tecla, venerata in Siria ed a Listra, da dove viene Timoteo. In quel romanzo Paolo diventa il promotore e difensore dell’autonomia e del protagonismo delle donne, contrapposto alle figure di Pietro e Giacomo (che sono decisamente contrari a questo ruolo). Addirittura Tecla diventa una predicatrice accanto a Paolo, subisce vari pericoli, è minacciata di martirio e si auto-battezza. Il nome della donna, collegato a Paolo, parte da questa tradizione: egli infatti, oltre a poter contare sull’amicizia e collaborazione di Timoteo, di Tito e di Silvano, si fa aiutare da alcune donne – fra cui non solo la coppia Aquila e Priscilla, ma anche Febe, Lidia ed altre.

            L‘immagine negativa di Paolo che si può ricavare da una lettura superficiale di alcuni testi – soprattutto dalla prima lettera ai Corinti – deriva da una lettura “platonizzante” (lettura della Bibbia – dal IV e V secolo – con il filtro della filosofia platonica che deprezza tutto quello che è materiale, fisico e corporale, al punto che il mondo femminile viene visto come contrario allo spirito ed al mondo di Dio). Così le donne sono state espulse dal mondo della vita ed attività pastorale e fu tolto loro la responsabilità nella Chiesa. Purtroppo questa mentalità ha condizionato secoli: addirittura da S. Agostino fino all’epoca moderna quando, a partire dall’Ottocento, nel mondo cristiano, prima evangelico e poi cattolico, alcune donne cominciano a studiare la Bibbia. Così alcune bibliste americane ed anche alcune bibliste italiane hanno cominciato a riscoprire il ruolo della donna nei secoli ed a fare una lettura diversa di Paolo. Fra di loro si distingue una che fu anche Presidente dell’associazione biblica americana – Elisabeth Schüssler Fiorenza -, che ha scritto diversi libri in prospettiva femminile, ribaltando quella fatta da teologi maschi o maschilisti.  Il suo fu un contributo per una lettura alternativa dei testi paolini, della figura e del ruolo di Paolo.

            Quello che Paolo dichiara nella lettera ai Galati (Gal 3, 28) è l’unico testo dogmatico sulla dignità, libertà ed eguaglianza della donna. Tutti gli altri testi delle lettere dell’Apostolo, utilizzati in forma negativa, sono di carattere disciplinare, pratico, operativo. Nel testo dottrinale di Galati Paolo dice, parlando della legge in rapporto alla fede:

23Eravamo rinchiusi sotto la legge, controllati da questo secondino del carcere… 25 Quando è arrivata la fede non siamo più sotto il controllore. Poichè quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo diventati figli di Dio, e dunque liberi…28 In Cristo Gesù non c’è più giudeo e greco, (divisione etnico-religiosa) non c’è più schiavo né libero (divisione sociale), non c’è più uomo né donna (discriminazione di genere). Paolo riprende qui il testo della Genesi (Gen 1, 27):

Dio creò l’uomo a sua immagine,
maschio e femmina li creò. 

            Per Paolo questa distinzione non è motivo di discriminazione: non crea dislivello, ma solo una distinzione. La donna a quei tempi era deprezzata rispetto al maschio che era rappresentante dell’umanità. Dopo queste parole di Paolo il “patriarcalismo” ed il maschilismo hanno preso il sopravvento sulla giustizia e l’uguaglianza. Ma questa è cultura, non è Parola di Dio. Spesso si è letto la Bibbia confondendo la cultura con la Parola di Dio. La cultura è un prodotto umano che serve ad interpretare i rapporti sociali, economici, ma non ha nulla a che fare con la Parola di Dio. La cultura riflette una mentalità, che può essere anche di peccato, come la violenza, la discriminazione etnica (= disprezzo per gli altri popoli). Solo superando questa discriminazione si può leggere giustamente il messaggio di Paolo che si base sulla fede in Gesù. Questi fa scelte originali, va contro corrente, e libera e promuove alcune figure femminili (donne guarite o che partecipano assieme ai dodici – simbolo di Israele – alla sua attività itinerante. Si pensi a Maria di Magdala e altre donne citate nella tradizione di Luca). Le cose poi cambieranno nel IV secolo: dall’ambito della domus/casa in cui la comunità è vissuta per alcune generazioni, si passa alla vita pubblica. Il cristianesimo diventa religione ufficiale con Teodosio (IV secolo) ed allora la donna viene di nuovo relegata in casa ed espropriata di ogni protagonismo e ruolo attivo nella Chiesa.

            Questo durerà fino al 1800, quando nella società civile si sviluppa la coscienza femminile e ciò incoraggia e dà la possibilità ad alcune donne di usare gli strumenti scientifici, quali letture storiche e filologiche,  per riscoprire il messaggio di Gesù e l’intervento di Paolo che, nel Regno di Dio, colloca la donna su un piano paritetico, di uguaglianza rispetto all’uomo.

            Questa premessa è per capire che la storia del rapporto di Paolo con le donne non è un capitolo marginale, ma è il messaggio centrale della libertà cristiana e della dignità fondata sul battesimo.

            Il primo documento che andiamo a leggere potrebbe avere il sottotitolo “Febe diákonon della chiesa di Cencre”, dove il termine greco “ diákonon” nella traduzione rifatta nel 2008 si è cercato di non tradurre nel suo significato e valenza ministeriale:

Rm 16, 1-2 Vi raccomando Febe, nostra sorella, che è al servizio (nel testo originale diákonon esprime  ben altro che “diacono”, perchè corrisponde a “parroco”. Anche Paolo si presenta come diacono del Vangelo, come Timoteo. I suoi collaboratori maschili sono diákonoi, al servizio anche umile di Dio  [cfr. suo ruolo e quello di Apollo alla chiesa di Corinto]. Il servizio del diaconato poi scompare e viene riscoperto col Concilio Vaticano II.) della chiesa di Cencre: 2accoglietela nel Signore (Febe potrebbe essere quella persona che è poi incaricata di leggere la lettera). Nel Signore“: cioè in un contesto di fede, come si addice ai santi  (La regola di accoglienza fra cristiani è che ci si rapporta sulla fede, che è quella norma che guida i rapporti fra amici e parenti. All’epoca non c’erano alberghi e ristoranti, ma solo parenti ed amici potevano ospitare) e assistetela in qualunque cosa possa avere bisogno di voi (poiché non si tratta solo di una donna che ha un ruolo importante, con una casa e un’attività commerciale, Paolo adopera per lei una qualifica ufficiale); anch’essa infatti ha protetto molti e anche me stesso. Nel testo originario Febe è chiamata prostátis, cioè “patrona”. Nel mondo romano il “patrono” era un personaggio ricco e potente, socialmente affermato che proteggeva i suoi clienti, cioè quelli che frequentavano la sua casa. In caso di processo egli interveniva in loro difesa: era il protettore, ma anche il garante di fronte alla società.

            Si può dunque immaginare che Febe accogliesse quei pellegrini – ebrei come Paolo – i quali, partiti da Efeso o da Cesarea,  arrivavano a Cencre. Per loro lei poteva garantire in caso di sospetti da parte della polizia. 

            Dopo questo quadro che viene applicato per la prima volta ad una donna collaboratrice di Paolo nell’annuncio del Vangelo e impegnata nell’attività pastorale, abbiamo una serie di testi molto brevi ma importanti che documentano  donne al servizio del Vangelo. Il primo riguarda il ruolo delle donne nella chiesa di Filippi: in Fil 4, 2-3 Paolo raccomanda la concordia e la collaborazione fra diverse figure e personaggi:  2Esorto Evòdia ed anche Sìntiche a vivere in buona armonia nel Signore 3E prego anche te, mio fedele cooperatore di aiutarle, perchè hanno combattuto per il Vangelo assieme con me,…insieme ad altri collaboratori i cui nomi sono nel libro della vita.

E’ interessante questa esortazione in cui Paolo invita ad aiutare queste due donne (i nomi greci significano uno “buona strada” e l’altro “con la fortuna”): forse era liberte o schiave. Sono comunque due persone che hanno lavorato (= combattuto) con Paolo per la fondazione della comunità. Esse hanno fatto probabilmente il primo annuncio, perchè stimate e preparate. Hanno agito “in piena comunione” come afferma anche nel cap. 2 (“Abbiate gli stessi sentimenti…”).

Paolo le mette sullo stesso piano degli altri collaboratori.

            Questa lettera è indirizzata alla chiesa di Filippi con un’aggiunta: “Ai santi che sono a Filippi, con i vescovi e i diaconi“. Dire che queste donne siano “episcopoi” o “diakonoi” forse è troppo, ma certo fanno parte dell’équipe dei collaboratori dell’Apostolo.

            A Filippi conosciamo un’altra donna che aiuta Paolo: Lidia. Di lei parla Luca nel cap. 16 degli Atti.  Lei è impresaria di tessuti e di porpora (lavoro che comportava un mercato di eccellenza) nella colonia romana di Filippi, ma è probabilmente originaria della Lidia, regione dell’Asia Minore. Lei offre una casa ospitale e grande ai tre inviati (Paolo, Timoteo e Silvano). Quando poi Paolo esce dal carcere, va a salutare la chiesa che si trova nella casa di Lidia.

            Un’altra testimonianza si trova nella piccola lettera alla chiesa di Colossi, dove si trova il collaboratore “carissimo” Filémone a cui Paolo raccomanda Onésimo, schiavo diventato cristiano che ha assistito Paolo in carcere a Efeso. L’Apostolo scrive la lettera indirizzandola a Filemone, “nostro collaboratore, alla sorella Apfia ed alla chiesa che si raduna in casa sua” (Fm 2): ancora una chiesa domestica in cui c’è il padrone benestante e la “sorella” (cioè cristiana) Apfia che probabilmente è la moglie. Dunque anche qui si tratta di una coppia che gestisce una chiesa domestica assieme al figlio Archippo, che nella lettera ai Colossesi è conosciuto come “ diákonos”.

Da Efeso è partito il cristianesimo in Asia e, grazie a Epafa è arrivato a Colossi, Nicea e Geràpoli, città della valle del Liko a circa 150 Km da Efeso. In questa città Paolo si è fermato 2-3 anni e da lì ha diffuso il Vangelo anche attraverso questi collaboratori che facevano la spola fra le città della valle ed Efeso.

            Concludiamo con l’ultimo testo (Rm 16) in cui Paolo menziona ben 8 donne, qualificandole come collaboratrici nell’attività di evangelizzazione ed in quella pastorale.  Come si sa questo capitolo pone dei problemi sulla sua appartenenza al testo originale della lettera inviata alla chiesa di Roma, perchè in alcuni codici ci sono variazioni. Inoltre  questo capitolo pone l’interrogativo sulla sua veridicità, dal momento che vi sono elencati 24 nomi: come faceva Paolo a conoscere questi personaggi a Roma, dove non era mai stato? Così si pensa che il capitolo fosse in realtà un biglietto di accompagnamento della copia della lettera inviata anche alla chiesa di Efeso.

            Che si tratti di persone di Roma o di Efeso, non ha importanza. Quello che interessa è che Paolo abbia tessuto una rete di collaboratori, fra cui numerose donne. A lui esse assicurano anche un contributo materiale, per es. quando egli si trova in Macedonia o a Corinto. Nel testo che prendiamo in considerazione (Rm 16, 3-16), le donne mandate a salutare sono otto.       

3Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù.(“collaboratori” indica un’attività di evangelizzazione e pastorale; essi hanno dunque un ruolo nell’ambito della fede. Come Paolo è stato scelto da Dio, così anch’essi: scelti e incaricati dalla comunità) 4Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese del mondo greco.(Si tratta dunque di cristiani non ebrei, che hanno svolto la loro attività a favore del mondo non ebraico. Abbiamo già conosciuto questa coppia che, costretta a lasciare Roma, va a Corinto e poi torna a Roma. Certamente ha possibilità economiche per muoversi ed anche per pagare una cauzione per liberare Paolo dal carcere.) 5Salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa. Salutate il mio amatissimo Epéneto, che è stato il primo a credere in Cristo nella provincia dell’Asia. 6Salutate Maria, che ha faticato molto per voi. (Evidentemente questa donna è quella che, dopo Febe, si è data maggiormente da fare per l’Apostolo e per il Vangelo. Per Paolo“faticare”  non si riferisce al lavoro manuale, ma all’attività apostolica, rischiando anche la vita.)  7Salutate Andronico e Giunia (sembra che anche qui si tratti di una coppia. Alcuni hanno ipotizzato che Giunia fosse un uomo!), miei parenti e compagni di prigionia: sono insigni tra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me (Qui Paolo attribuisce il titolo di “apostoli” a due cristiani incaricati dalle chiese e quindi missionari,) finendo anche in carcere).  8Salutate Ampliato, che mi è molto caro nel Signore.  9Salutate Urbano, nostro collaboratore in Cristo, e il mio carissimo Stachi. (Sono tutti nomi legati al mondo dei liberti o degli schiavi) 10 Salutate Apelle, che ha dato buona prova in Cristo. Salutate quelli della casa di Aristobulo. 11 Salutate Erodione, mio parente. Salutate quelli della casa di Narciso che credono nel Signore. 12Salutate Trifena e Trifosa (quindi due donne impegnate nell’attività missionaria: cioè di fondare la comunità sulla base del Vangelo e della fede), che hanno faticato per il Signore. Salutate la carissima Pérside (Paolo adopera gli aggettivi secondo il livello di relazione), che ha tanto faticato per il Signore.(Qui si tratta di una persona che Paolo conosce e per la quale ha anche molta stima) 13 Salutate Rufo, prescelto nel Signore, e sua madre, che è una madre anche per me. (Sembra che la madre di Paolo si sia risposata e Rufo sia fratellastro dell’Apostolo.)

14 Salutate Asincrito, Flegonte, Erme, Pàtroba, Erma e i fratelli che sono con loro.  15 Salutate Filologo e Giulia (ancora una coppia di nome latino. Forse si tratta di persone gentilizie, non di liberti), Nereo e sua sorella e Olimpas e tutti i santi che sono con loro (cioè tutta la comunità che si raccoglie assieme a questi ultimi)16Salutatevi gli uni gli altri con il bacio santo (Esortazione che si trova più volte nelle lettere: il bacio è gesto di accoglienza e di congedo nelle assemblee cristiane). Vi salutano tutte le Chiese di Cristo (Non solo saluta egli stesso, ma porta il saluto di tutte le chiese e comunità cristiane che si associano al saluto per i cristiani della Chiesa di Roma). 

In questo testo sono dunque elencate otto donne collaboratrici di Paolo (che riportiamo per evidenziarle): 

1 Prisca o Priscilla in At 18,2; Rm16,3; cfr. 1 Cor 16,19; Col 4,25
2 Maria Rm 16,6
3 Giunia Con Andronico “insigni tra gli apostoli” – Rm 16,7
4-5 Trifena e Trifosa Che hanno faticato per il Signore – Rm 16,12a
6 Pérside Che ha tanto faticato per il Signore – Rm 16,12b
7 Giulia Rm 16,15
8 (Nereo) e sua sorella Rm 16,15

 Conclusioni 

            Secondo quello che ha scritto quel presbitero nel romanzo storico “Atti di Paolo e Tecla“, l’Apostolo fu il promotore del ruolo di protagonismo delle donne nella prima Chiesa, contro una corrente che voleva privilegiare il ruolo dei maschi seguendo la cultura ebraica, Paolo dunque appare nelle lettere storiche autentiche (soprattutto Rm, Fil e Fm) uno che ha dato un ruolo ufficiale alle donne, non solo come istruttori dei figli, ma come responsabili della catechesi domestica col titolo di “diákonos” nell’ambito della loro casa. Paolo riconosce un certo ruolo ecclesiale alle vedove, creando un certo ordine o istituzione loro propria…ma qui siamo già nella seconda e terza generazione: si tratta di testi che non sono stati dettati da Paolo, ma riflettono la sua tradizione.

            Fino a quando la vita ecclesiale o l’esperienza cristiana si è incentrata sulla casa, le donne hanno avuto un comprensibile ruolo di primo piano. Se il rappresentante della famiglia, il portavoce ufficiale è il marito o il padre, in realtà la gestione interna e l’economia è propria delle donne che provvedono ad accogliere, salutare, preparare, sentire quelli che partecipano. In questo senso il loro è un ruolo naturale, nell’ambito della casa. E Paolo fa leva su questo ruolo domestico della donna presso la quale si raccoglie la chiesa locale. Anzi promuove anche un ministero. Se il pater familias può essere chiamato anche epíscopos, presbitero, diákonos, nelle lettere pastorali troviamo che anche le donne aspirano al diaconato. Nel pensiero di Paolo le donne hanno un ruolo riconosciuto.

            Bisogna anche considerare che quando Paolo dice “voi siete la famiglia di Dio, la casa di Dio e partecipando all’Eucaristia, siete un corpo solo“, allude proprio all’importanza della moglie e madre nella casa: organizzare le preghiere, presiedere l’Eucaristia. Nel caso di Lidia, in cui il marito non c’è, è lei che gestisce tutto, che organizza la fabbrica o la bottega ed anche presiede la comunità nella sua casa.  Lo stesso vale per Febe, che Paolo chiama diàkonos, come i suoi collaboratori.        Quando la comunità uscirà dalla casa, la donna sarà espropriata di questo ruolo ed il funzionario e responsabile pubblico sarà un epìskopo o presbitero o diacono maschio.

Nei sec. IV-VI addirittura quelli che sono sposati, sono costretti a separarsi, e si affermerà poi la scelta del celibato. Ma non dimentichiamo che presso  i Padri Cappàdoci era normale avere moglie e figli. In Occidente invece ci fu un lento”esproprio” del ruolo della donna nella chiesa, dovuto – come già detto – allo spostamento della vita della chiesa dalla casa al luogo pubblico (basilica) e soprattutto alla visione antifemminista legata al dualismo platonico, che contrappone spirito e corpo.  Così a poco a poco le donne non possono accostarsi al luogo sacro, al presbiterio. In parte questa mentalità è derivata anche dal mondo ebraico, tirando in ballo il tema dell’impurità.

Paolo di queste cose – come Gesù – ha fatta piazza pulita. Ma è interessante sapere quale storia c’è dietro alle difficoltà e resistenze che il mondo ufficiale e cattolico ha dovuto affrontare per recuperare il messaggio originario e ritrovare un ruolo attivo nelle donne.

L’affermazione di Paolo “Non c’è uomo e donne, schiavo o libero, giudeo o greco” non è una sua “trovata”, ma ricalca il pensiero di Gesù per il quale “il regno di Dio è per tutti“. 

            Nel mondo ebraico la donna non aveva un ruolo attivo, escluse le persone di alto rango.   Nel mondo greco e romano solo le signore benestanti, ricche e potenti, mogli di senatori o consoli si distinguevano dalla maggior parte delle donne che erano ridotte a livello di schiave. A Lidia o anche a Febe che hanno un ruolo importante a livello economico-sociale nella casa, Paolo riconosce anche un ruolo nella chiesa.  Però è interessante che egli citi anche, come collaboratrici che hanno faticato per il Vangelo, nomi di schiave e liberte. Ciò significa che la collaborazione per il Vangelo non riguardava solo le persone ricche (Nel Vangelo Maria di Magdala è una persona ricca e potente, come Giovanna, moglie dell’amministratore di Erode). La ricchezza dava loro la possibilità di lasciare la loro casa e girare al seguito di Gesù assieme al gruppo dei Dodici. Ma nel Vangelo si parla anche di tante povere donne, emarginate soprattutto per la malattia e per la loro condizione sociale. Gesù prima e Paolo dopo insistono sulla pari dignità che non dipende dal denaro o dal livello sociale (“non c’è uomo o donna, schiavo o libero…”). Purtroppo questo messaggio resterà inascoltato e inefficace per quasi 2000 anni! Certo nei secoli emergeranno alcune figure femminili (si pensi a Caterina da Siena) che tratteranno con l’autorità civile e con i Papi, ma nell’ambito della Chiesa esse non avranno un ruolo riconosciuto, che invece per Paolo era ovvio.

 (15 ottobre 2011)