La diakonía del Vangelo nelle Lettere di Paolo

09/02/2011 | Diakonía del Vangelo

Cooperatori di Paolo nella diakonía del Vangelo 

       Mons. Rinaldo Fabris ha iniziato a chiarire il significato delle espressioni di Paolo nelle sue Lettere.  Con il lessico del “servizio” – doȗlos, diákonos/ diakonía, leitourgeîn /leitourgós – l’Apostolo esprime il suo impegno e la totale dedizione e consacrazione nel proclamare il Vangelo di Dio a tutte le genti.   Le radici del suo pensiero vengono dalla Bibbia tradotta in greco, quale egli utilizza nelle sue lettere e che ha imparato a leggere ed ascoltare nella sinagoga di Gerusalemme. Là si pregava in greco per gli immigrati o gli ebrei che, nati all’estero, erano in città per studiare. Là c’era anche Paolo. Fino a 16 anni egli aveva già frequentato la sinagoga di Tarso, in Cilicia (come narra Luca negli Atti degli Apostoli).

     Cominciamo da tre aree di linguaggio di Paolo. Quando si parla di “servizio” e di “ministeri”, Paolo ha un linguaggio più elaborato che ha appreso dall’ambiente e soprattutto dalla tradizione religiosa ebraica.        Ha      usato il termine greco diakonía, che si può tradurre “servizio” o “ministero”.

       Quest’ultima è una parola che deriva dal latino ed è una trascrizione del termine usato anche nella chiesa cattolica per esprimere il “servizio ordinato con sacramento“, anche se poi si è diffuso anche nel linguaggio comune (nell’ambiente romano si parla di “ministri degli infermi”, dove “ministri” non sono un’istituzione pubblica come oggi, ma “servitori”.  Indicavano un servizio senza onori e prestigio). Ministero anche nell’ambito della Chiesa ha un’accezione solenne, elogiativa, nobile. La parola diakonía è un po’ più precisa: è una parola greca da cui deriva diákonos.  Dopo il Concilio Vaticano II l’appellativo è stato rimesso in circolo per indicare il servizio permanente degli uomini (non ancora delle donne!) usato per il ministero sacramentale.           

      Paolo fa ricorso al diákonos ed alla  diakonía, ma anche ad un vocabolo più laico e meno religioso: doȗlos (= schiavo). Spesso le traduzioni usano “servo” o “schiavo” (ma questo dà un significato più pesante e sembra andare contro la vita e la dignità umana). Egli usa anche  una terminologia – passata poi nel linguaggio catechistico – molto più solenne: leitourgía. Noi conosciamo solo il sostantivo, ma Paolo usa anche l’aggettivo sostantivato che è leitourgós (“liturgo“: parola che si usa in italiano solo in testi di teologia). I giornalisti, quando vogliono prendere in giro qualcuno, parlano di “liturgia della politica”. Invece liturgia è la celebrazione solenne, descritta nei libri appositi – chiamati appunto liturgici. Se osserviamo lo schema seguente, notiamo l’abbondanza del linguaggio diaconale usato da Paolo nelle lettere. Ma non sempre il significato è sacro-religioso. La stessa parola diakoneîn significa “servire in tavola”, ma non solo.    Nello schema sono elencate  quelle  parole che  indicano  servire per il Vangelo e  per la comunità: è  la  terminologia  che Paolo carica maggiormente di significati religiosi. 

diakoneîn,”servire”: su 37 ricorrenze nel NT, 10 sono di Paolo 

Rm 15, 25  colletta per i poveri di Gerusalemme;
2 Cor 3,3 servizio del Vangelo di Dio per la nascita-crescita della comunitàcristiana
2 Cor 8, 19.20 colletta per i poveri

      E‘ interessante l’uso che Paolo fa in Rm 15, 25. E’ la lettera più matura di Paolo, pensata per la Chiesa di Roma e scritta alla fine degli anni 50. Gli altri due testi fanno parte della corrispondenza “corintia” provenienti dalle due lettere superstiti (due sono andate perdute) e scritte a metà degli anni 50-55 d. C. Negli anni cinquanta Paolo ha scritto le sue lettere e noi possiamo conoscere il suo pensiero, che ha una sua continuità ed anche una certa maturazione.  

      Riguardo alla diakonía, bisogna dire che essa riguardava la raccolta di soldi per i poveri di Gerusalemme (detta “colletta“), per cui diakonía potrebbe corrispondere all’incirca alla “Charitas” di oggi (da qui si comprende perchè i diaconi in genere vengono utilizzati oggi dalla Chiesa per opere caritative). La diakonía era intesa come assistenza ai poveri. Ma non solo: la diakonía era soprattutto servizio al Vangelo: che non è solo insegnare e fare catechismo, ma soprattutto servire Gesù Cristo, non tanto servire un apparato o una dottrina, ma servire Dio per mezzo di Gesù, inviato da Dio. Per questo Gesù è indicato come il “servo” (prendendo il linguaggio di Isaia). Un altro significato di diakonía lo possiamo dedurre dal capitolo terzo della 1 Cor, dove Paolo parla del suo servizio alla chiesa di Corinto, scrivendo sotto dettatura. Questo scrivere la lettera da parte dello scrivano annunciando il Vangelo, è chiamata diakonía. Dio mi ha utilizzato come diákonos per scrivere la lettera che siete voi…” Nel cap. 8 della 2 Cor si parla della diakonía per aiutare i poveri.

      Mentre diakoneîn è usato poco in Paolo, diakonía è parola diffusissima (soprattutto nella lettera ai Romani e nelle due lettere ai Corinti). 

diakonía, “servizio”: su 34 ricorrenze nel NT, 23 sono in Paolo 

Rm 11, 13 Onoro il mio servizio come apostolo delle genti
Rm 12,7 Servizio ministero nella comunità (carisma)
Rm 15,31 Il mio servizio per i santi di Gerusalemme (colletta)
1 Cor 12,5 Diversi ministeri (doni e azioni dello Spirito)
1 Cor 16,15 Il servizio-ministero della famiglia di Stefanas
2 Cor 3,7.8.9 Il ministero dello Spirito e della giustizia (nuova alleanza)
2 Cor 4,1 Ministero (annunciare il Vangelo) affidato dalla misericordia di Dio
2 Cor 5,18 Ministero della riconciliazione (annuncio del Vangelo)
2 Cor 6,3 Non dare occasione di critica al ministero (ricevuto da Dio)
2 Cor 8,4;9,1.12.13 Raccolta per i poveri o i santi di Gerusalemme
2 Cor 11,8 Servizio di Paolo alla chiesa di Corinto (annuncio del Vangelo)
Ef 4,12; Col 4,17; 2Tm 4,5.11 Ministero nella comunità (annuncio del Vangelo)

       In Rm  Paolo affronta il rapporto Vangelo-Israele. Cosa ne sarà dei figli di Giacobbe, degli Ebrei che non hanno accolto il Messia, proprio loro che avevano le promesse? Forse hanno smentito la fedeltà di Dio?  Ecco cosa risponde Paolo ai Romani (non si dimentichi che la Chiesa di Roma è nata dalla colonia ebraica a Trastevere, fuori dal centro storico):

Rm 11, 13 : A voi genti, ecco che cosa dico: come apostolo delegato per le genti, io faccio onore al mio ministero …Qui “ministero” è “servizio al Vangelo”. Paolo fa onore all’impegno preso davanti a Dio di annunciare il Vangelo ai non-ebrei, eliminando la barriera fra ebrei e non-ebrei. In questa lettera Paolo dice che “il Vangelo è la potenza di Dio per  la salvezza di chiunque crede, giudeo e greco, senza distinzione, perchè tutti sono uguali davanti a Dio.”

In Rm 12,7 parla del “ministero” come servizio di carità nella comunità, mentre alla fine del cap. 15, chiudendo la lettera, fa l’elenco dei suoi progetti: di andare in Spagna dopo aver consegnato la raccolta di fondi per le comunità da lui fondate.

Rm 15,31: Perciò fratelli, per il Signor nostro Gesù Cristo e l’amore dello Spirito, vi raccomando: lottate con me nelle preghiere che rivolgete a Dio, perchè io sia liberato dagli infedeli della Giudea ed il mio servizio (diakonía) alla chiesa sia bene accetto ai santi (= cristiani).  Paolo usa dunque le parole “ministero” quando annuncia il Vangelo e diakonía quando raccoglie i fondi. Ma in realtà si tratta sempre di ministero, sia che si tratti di servizio per la carità, sia che si tratti di servizio per la Parola.    Il servizio a Dio è sempre diakonía.

       Se lasciamo la Lettera ai Romani, notiamo l’abbondanza di questo linguaggio nelle due lettere ai Corinti: nella prima fa l’elenco dei “ministeri” e carismi; nella 2Cor parla della diakonía nella famiglia di Stefanas, soprattutto nei cap. 3 e 4 sia come servizio al Vangelo sia come servizio di carità.    Nel cap. 11  della 2 Cor Paolo presenta così la sua diakonía:

2 Cor 11, 7-8 : E’ il problema del servizio gratuito e del rimprovero perchè l’Apostolo non vuole ricevere compensi, per svolgere il suo ministero: Ho forse commesso una colpa abbassando me stesso per esaltare voi, quando vi ho annunciato gratuitamente il Vangelo di Dio? Ho impoverito altre chiese per il mio sostentamento, al fine di servire voi…(il discorso è naturalmente ironico!) “Servire” indica tutta l’attività: Vangelo, annuncio, la pastorale. Dunque tutta l’attività di Paolo è chiamata “ministero“. Le traduzioni riportano talvolta “servizio”, altre “ministero”, ma il termine originale è sempre  diakonía.

      Possiamo chiudere il capitolo sulla diakonía/ servizio, ricordando che nel gruppo delle lettere della Tradizione (Efesini, Colossesi e lettere pastorali), diakonía tende a diventare un servizio qualificato nel senso nostro di “ministero”. L’incaricato si chiama “epískopos” o presbitero. Interessante è che nella 2 Tm  Paolo privilegia sempre come servizio (chiamato diakonía) l’annuncio del Vangelo. La carità è certamente apprezzabile, ma è inseparabile dalla proclamazione del Vangelo (mentre per noi la “Charitas” e l’annuncio del Vangelo sono due cose separate). Si noti come l’Apostolo presenta il profilo ideale di Timoteo dopo aver appena presentato il significato della Scrittura ispirata e perciò utile per ogni attività pastorale (formare, educare, guidare):

2 Tm 4,1-5 : Ti scongiuro davanti a Dio..: annuncia la parola, insisti a tempo opportuno…, cerca di convincere, rimprovera, esorta… Tu sopporta i travagli, fa opere di evangelista, adempi il tuo ministero… “Ministero” significa qui “annunciare il Vangelo“. Questo è il ministero fondamentale dei diaconi, vescovi, del papa, di ogni cristiano. Un modo per annunciare il Vangelo è testimoniare la carità. Testimoniare l’amore di Dio è annunciare il Vangelo.  Sarebbe interessante riscoprire la centralità della diakonía come servizio di Dio, annunciando quello che Dio ha fatto per mezzo di Gesù, che ci impegna a renderlo presente con la nostra solidarietà e condivisione.

      E passiamo al termine diákonos, che poi è entrato nella terminologia sia latina che italiana. Oggi la parola indica una categoria ordinata e strutturata, mentre per Paolo era il suo “modo di servire il Vangelo“. Anche diákonos è molto usato dall’Apostolo: su 29 ricorrenze nel NT, 21 sono di Paolo: 

Rm 13, 4 L’autorità-magistratura al servizio di Dio per il bene comune
Rm 15, 8 Cristo diventato servitore dei circoncisi per rivelare la fedeltà di Dio
Rm 16,1 Febe, diacono della Chiesa di Cencre (porto di Corinto)
Fil 1,1 Diaconi ed episcopi della chiesa di Filippi
Ef 3,7; Col 1,23.25 Paolo “diacono” del Vangelo
Col 1,7; 1 Tm 3,8.12;4,6 “diacono” ministero ecclesiale (annuncio del Vangelo)

       Lasciamo l’uso laico applicato alla magistratura (si pensi a cosa direbbero oggi i giornali se leggessero che il magistrato è prima di tutto “al servizio di Dio”: è diákonos di Dio! Per il bene, naturalmente: per fermare i disonesti e premiare gli onesti). Questa è la diakonía dell’autorità civile. Il termine diákonos è applicato anche a Paolo (cioè collaboratore) ed anche alla donna. Il che vuol dire che, quando si dice diákonos , non c’è distinzione: tutti sono al servizio del Vangelo. Anche la gerarchia è “al servizio”.                   Che poi ci sia una gradazione nel suo servire, questo verrà successivamente.  Cristo stesso è detto diákonos, perchè testimone della verità e fedeltà di Dio al servizio degli ebrei. Prendiamo anche il cap. 16 della Rm : prima dei saluti finali, Paolo raccomanda colei che porterà la lettera a Roma:

Rm 16,1 : Vi raccomando Febe,nostra sorella (cioé cristiana), è al servizio della Chiesa di Cencre, (porto orientale di Corinto). Lei accoglie e difende pellegrini, commercianti e i viaggiatori ed anche i missionari davanti ai magistrati. Paolo l’ha chiamata diákonos – titolo che egli dà a sé ed a Cristo. Anche Febe dunque ha un ruolo riconosciuto! Quando Paolo scrive alla chiesa di Filippi assieme ai diakónois ed episkópois ,vuol dire che c’è un gruppo di persone al servizio, sia pure differenziato; non c’è ancora una gradazione.

Nella lettera ai Colossesi, dopo il celebre inno sul primato di Cristo, si legge:

Col 1,23 :…perseverate saldamente fondati sulla fede e irremovibili nella speranza del Vangelo che avete udito, il quale è stato annunciato in tutta la creazione che è sotto il cielo e del quale io, Paolo, sono diventato diákonos, ministro.  Il Vangelo universale ha dunque Paolo come diákonos – titolo dato a Febe.

Col 1,25 :…Di essa (Chiesa) sono diventato diacono, in conformità al compito che Dio mi ha affidato a vostro riguardo. Così Paolo è prototipo dei missionari, cioè degli annunciatori del Vangelo.

douleùein significa “essere schiavo” nel senso sociale. Paolo sceglie alcune volte (17 su 25 nel NT) questa parola per indicare l’umile servizio alle comunità ed al Vangelo: 

Fil 2,22 Servire al Vangelo (Timoteo con Paolo)
1 Ts 1,9 Servire (fede-culto) il Dio vivo e vero

 doȗlos è lo “schiavo” che, a differenza di “ministro” o di “servitore”, è colui che è totalmente legato alla persona di Cristo o al suo compito. Non è un servizio libero, ma una specie di costrizione. 

Su 124 ricorrenze nel NT, 30 si trovano in Paolo (in senso sociale). Tra queste: 

Rm 1,1 Paolo “schiavo” di G. Cristo, scelto chiamato per annunciare il Vangelo di Dio
Gal 1,9-10 Essere “schiavo” di Cristo (annuncio del Vangelo di Cristo)

             All’inizio della Lettera ai Gàlati Paolo prende posizione in maniera netta e severa nei confronti di quelli che propongono un Vangelo diverso da quello che egli ha annunciato:

Gal 1,9-10 : Se un angelo annunciasse a voi un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia scomunicato!…Infatti è forse il consenso degli uomini o quello di Dio che io cerco? L’Apostolo infatti non annuncia un Vangelo facile per avere molti clienti, ma quello integro che gli è stato consegnato nella rivelazione di Damasco.

Gal 1,10b : O cerco di piacere agli uomini? Se cercassi di piacere agli uomini, non sarei schiavo di Cristo. Non dice “servitore” ma schiavo/ doȗlos,  perchè egli si sente legato vita e morte al Cristo e non può cambiare le regole!   La sua è un’adesione totale!

leitourgeîn è “prestare un servizio pubblico, cultuale: su tre ricorrenze nel NT, una si trova in Paolo: 

Rm 15,27 Rendere un servizio ai cristiani di Gerusalemme per le necessità materiali

 leitourgós è il “funzionario pubblico, culto”: su cinque ricorrenze nel NT, due sono in Paolo

Rm 15,6 Funzionario pubblico-sacro di G. Cristo per le genti (annuncio del Vangelo)
Fil 2, 25 Epafrodito svolge una funzione-servizio a nome della comunità presso Paolo

 leitourgía è “funzione pubblica comunitaria”. Su sei ricorrenze nel NT, tre sono in Paolo

2Cor 9,12 Servizio “sacro” della raccolta offerta dei beni per i poveri di Gerusalemme
Fil 2,17 Servizio- offerta della fede dei Filippesi
Fil 2, 30 Servizio -funzione di Epafrodito presso Paolo

  

leitourgeîn, leitourgós, leitourgía rappresentano un lessico che noi abbiamo riservato alle celebrazioni in chiesa: liturgia della Parola, liturgia eucaristica, penitenziale ( léitos vuol dire popolo; érgos significa “opera, attività”; dunque tutta la parola significa “attività pubblica”, in genere le prestazioni che una famiglia potente si impegnava a finanziare). All’origine questo linguaggio si usava a livello pubblico, civile. Poi è passata a significare una celebrazione solenne, celebrativa, cultuale. Così diventa “servizio liturgico”. Oggi nessuno userebbe la parola “liturgia” per parlare per esempio dell’attività della Protezione civile.  Usando questo linguaggio nella Lettera ai Filippesi, Paolo lo carica di un significato sacro-religioso:

Fil 2, 17 : E se anche il mio sangue dovesse essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede,  sono contento e ne godo con tutti voi. In greco l’offerta della fede è leitourgía. Il modo di vivere la fede come comunità che si presenta davanti a Dio, è chiamato “liturgía“.

Fil 2, 29-30: Dopo aver elogiato Epafrodìto, Paolo dice così: Accoglietelo nel Signore con gioia…, perchè ha sfiorato la morte per la causa di Cristo, rischiando la vita per supplire a ciò che mancava  al vostro servizio verso di me. Servizio” è leitourgía, è una prestazione d’opera a favore di Paolo, ma fatta da tutta la comunità; e lui è colui che fa arrivare il “pacco viveri” e assiste in carcere. C’è l’idea di servizio, ma pubblico, comunitario e con una valenza sacra.

            Questo linguaggio molto vario ci accompagnerà tutto l’anno: non è la prestazione in sé, ma la relazione con Gesù Signore, con Dio e con le persone. Più  che la prestazione materiale – fare i servizi – è  rapporto  di dedizione. Nell’idea di servizio presente in Paolo c’è sempre la relazione, la scelta di Dio, la dedizione, l’attaccamento. 

            Mons. Fabris  presenta una serie di testi in cui appare chiaro il linguaggio del servizio per il Vangelo, ribadendo che non si tratta di servire una teoria o un sistema politico, ma  una persona e più persone. E la persona che si serve, è prima di tutto Dio (solo chi serve Dio è libero! Perchè con Lui non si hanno altri padroni sopra di sé!).

            Della lettera ai Romani – testo più maturo – si propongono il capitolo primo ed il penultimo: l’intestazione e la finale.

Rm 1,1-7 : Paolo, schiavo di Cristo Gesù…Schiavo” indica che non posso decidere nulla della mia vita, perchè il mio padrone è Cristo. Non si dimentichi che Paolo scrive ad una comunità che conosceva il significato di  schiavo : parola che indicava una ben precisa realtà sociale.

 …apostolo (titolo nobile) per chiamata, scelto per annunciare il Vangelo di Dio…a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!    E’ il saluto classico. Poi prosegue col linguaggio del servire, però con l’accentuazione del servizio nobile che è culto,  leitourgía.

Rm 1, 8- 9    Anzi tutto rendo grazie al mio Dio – tipico linguaggio dei salmi – Mi è testimone Dio, al quale rendo culto nel mio spirito... “rendo culto” in greco significa “sono un “liturgo”, faccio liturgia”. Solo che, traducendo “rendo culto”, per Paolo significa “annunciare il Vangelo”, non stare in una sala. “Rendere culto” è un servizio pubblico con valenza sacra.

            Nel capitolo finale, finendo ormai la lettera, Paolo scrive:

Rm 15, 14-16  Fratelli miei, sono anch’io convinto.. che voi siete pieni di bontà…capaci di correggervi l’un l’altro… Paolo è indubbiamente un abile scrittore e comunicatore: prima adula e poi dirà la sua! Tuttavia su alcuni punti vi ho scritto con un po’ di audacia, come per ricordarvi quello che già sapete… L’Apostolo si sente in dovere di intervenire, anche se si tratta di una comunità che non ha fondato! – …a motivo della grazia che mi è stata data da Dio per essere ministro di Gesù fra le genti… “Ministro” è leitourgós, – che è molto più solenne di diákonos – indica infatti un atto pubblico ed ha anche una valenza sacra e cultuale.  …adempiendo al sacro ministero.., – ancora liturgia – di annunciare il vangelo di Dio perchè le genti divengano un’offerta gradita, santificata dallo Spirito Santo.  Paolo adopera il linguaggio del servizio pubblico, il linguaggio cultuale, liturgico per presentare la sua attività di proclamatore del Vangelo. Così si hanno due linguaggi per proclamare il Vangelo: quello pubblico dello schiavo, la dedizione del servitore, ma anche l’opera solenne, pubblica che è la liturgia.

Rm 15, 25-26 : Per il momento vado a Gerusalemme, a rendere un servizio ai santi di quella comunità… La Macedonia e l’Acaia hanno voluto realizzare una comunione (condivisione = diakonìa) con i poveri. Lo stesso termine che serve per esprimere il servizio al Vangelo, è anche quello che esprime comunione di fede e di beni materiali.

      Passiamo ora alla 1 Cor e 2Cor, dove Paolo nei primi quattro capitoli deve precisare che cos’è il “ministero”. Non è titolo di prestigio, né motivo di scontrarsi gli uni contro gli altri, ma è un compito che gli è affidato per far nascere e crescere la comunità. Scrive così in:

1 Cor 3, 4-5: Quando uno dice”Io sono di Paolo” e un altro “Io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini? Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno come il Signore gli ha concesso. “Servitori” in greco è diákonoi.  Il Signore è Gesù risorto. E’ lui che ha incaricato Paolo e Apollo di portare il Vangelo. Lo scopo non è il prestigio; servire il Vangelo non è un titolo e dignità (come essere cavaliere o commendatore), anche se purtroppo oggi nella Chiesa non mancano titoli come monsignore, cardinale, ecc. “Servitore” è in funzione del cammino di fede, non è un titolo che eleva la dignità della persona. Si consideri ad esempio cosa è successo nei monasteri benedettini: erano tutti laici. Poi nel Medioevo chi aveva studiato un po’, ricorreva alla dignità di “presbitero” e così da laici chiedevano di essere ordinati preti. Era una scelta per la dignità, non per il servizio, perchè non serviva diventare preti. Il presbiterio era diventato quasi una “promozione”. Ma questo ha sconvolto radicalmente l’idea della diakonía  del servizio al Vangelo.

1 Cor 4,1: Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio.( “misteri di Dio” significa il Vangelo, la gioia salvifica di Dio.) Ora ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele. Fedele a chi ha affidato il compito: cioè a Cristo ed a Dio.

1 Cor 9,19: E’ il testo con cui Paolo definisce in modo paradossale il suo essere servo, proprio perchè libero. Infatti pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo/schiavo di tutti per guadagnarne il maggior numero… La CEI ha scelto due vocaboli: quando trova doȗlos,  traduce “servo”, quando trova diákonos traduce “servitore”. In italiano “servo o servitore” non cambia molto. Mentre invece “schiavo” e servitore” sono molto diversi nel significato.  Addirittura diákonos  era un titolo dato a personaggi importanti per il loro ruolo pubblico.

            Alla fine della 2Cor (4,5): Perciò avendo questa diakonía/ministero, secondo la misericordia che ci è stata accordata, non ci perdiamo d’animo… Non perchè noi ce lo meritassimo, ma per la sua misericordia (= amore che perdona) ci fu affidato il compito di annunciare il Vangelo.  E prosegue:  Noi infatti non annunciamo noi stessi, (= autoesaltazione o propaganda a noi stessi, dove “servizio” diventa un titolo di onore), ma Cristo Gesù Signore (Ecco il contenuto del Vangelo, del servizio): quanto a noi, siamo i vostri servitori (douleúein) a causa di Gesù. Paolo è schiavo della comunità per amore di Gesù, come servo del Vangelo.

            Così la diakonía del Vangelo diventa diakonía di Gesù e quindi diakonía della comunità. Si passa dai termini “schiavo” per indicare la totale appartenenza al  diákonos ed al  leitourgós (addetto alla celebrazione pubblica, solenne) e quindi anche con valenza cultuale  religiosa.

Il linguaggio e la categoria del “servizio” di matrice biblica (in riferimento a Mosè, Davide ed ai profeti) indica un servo del Signore per realizzare l’opera di Dio che è guida, liberazione. Però Paolo, utilizzando il linguaggio del mondo greco-romano, rilegge questi termini e queste categorie nel contesto sociale e culturale del mondo greco, dove “schiavo” è una categoria ben precisa e diákonos può essere applicato agli sguatteri, a coloro che lavorano in cucina o anche all’assessore alle finanze. Nelle lettere di Paolo, in un contesto di fede e di esperienza ecclesiale, questi termini diákonos, doȗlos, leitourgós esprimono il senso di appartenenza a Dio e Gesù Cristo Signore. E’ il primo aspetto, quando egli dice “Non mi lascio giudicare da voi: è il Signore che mi giudicherà, perchè appartengo a Lui.” Noi oggi abbiamo perso questa dimensione: rispondiamo al vescovo, alla curia… No, è a Dio, a Gesù Cristo che dobbiamo rendere conto! Noi seguiamo Gesù Cristo! Il secondo aspetto riguarda la scelta di un impegno totale, di un’adesione fedele per la proclamazione del Vangelo di Dio e la crescita di una comunità cristiana. E’ la scelta certo di fedeltà e di dedizione al Vangelo, perchè la comunità nasca (Battesimo), cresca (Sacramenti) e maturi.

Questo è un tema che andrebbe riscoperto. Quello che si fa per la chiesa (aprire le porte, pulire la chiesa) è certo utile, ma cosa c’entra il Vangelo con queste cose? E’ il tema della carità come annuncia il Vangelo: portare la comunione agli ammalati, leggere un brano evangelico sono annunci di carità. L’annuncio del Vangelo è anche quando si fa un servizio di carità, che è la testimonianza dell’amore di Dio. I santi sono i cristiani chiamati così nel Libro di Daniele, dove si dice che il “regno” è dato ai santi. I santi sono il popolo di Dio consacrato: gli ebrei scelti da Dio. Ed anche i cristiani battezzati sono santi perchè aderiscono al Santo per eccellenza, cioè a Dio. Non c’entra né la morale, né la colonizzazione della Chiesa. E’ lo statuto originale di tutti i battezzati e, prima, del popolo ebraico. E Paolo così  chiama i cristiani della Chiesa madre, cioè di Gerusalemme, ed anche i cristiani di Corinto.

15 gennaio 2011

         (continua)