Prisca e Aquila nelle lettere di Paolo

08/06/2011 | Diakonía del Vangelo

Prisca  e Aquila  nelle lettere di Paolo

            Luca scrive autonomamente da Paolo i suoi Atti degli Apostoli, ignorando probabilmente le Lettere dell’Apostolo: disponiamo così di due fonti autonome. Se non ci fossero le Lettere paoline non sapremo che Paolo ha lasciato questo patrimonio di documenti di prima mano, che offrono un quadro della vita delle prime comunità cristiane. Entrambe le due fonti (di Lc e di Paolo, appunto) documentano la presenza di due collaboratori  – la coppia Prisca e Aquila – impegnati nella missione di Paolo. Prima in Asia (1 Cor 16, 13-20) e poi quando la coppia è ritornata dall’esilio, a Roma (Rm 16, 3-7). Nel commento agli Atti abbiamo accennato all’origine romana di questa coppia, cacciata dall’imperatore Claudio per ragioni di ordine pubblico. Si tratta di due commercianti, responsabili della comunità giudeo-cristiana di Roma, i quali, arrivati a Corinto, hanno avviato una attività di tessitura (o forse conciatura delle pelli) per le tende dell’esercito romano. Paolo riceve ospitalità presso di loro ed anche una collaborazione nell’annuncio del Vangelo. Solo che i due non si espongono in prima persona, forse perchè hanno alle spalle l’editto di espulsione.

Paolo frequenta anche la sinagoga, nei cui pressi affitta poi una casa. Da lì egli si sposterà a Efeso, accompagnato dalla coppia: assieme si dedicheranno alla catechesi di quella comunità.  Tra i personaggi che incontrano c’è Apollo, un cristiano molto colto ed affermato, proveniente da Alessandria, avviato verso Corinto con lettere credenziali della comunità efesina.

            Tornando alla coppia Prisca e Aquila, notiamo che si tratta di persone con una buona base economica, tanto che possono viaggiare tranquillamente da Roma all’Egeo e ritorno. Essi sono due collaboratori di primo rango nell’opera missionaria di Paolo. L’Apostolo li menziona in due lettere: in 1 Cor 16, e in Rm 16 (nell’elenco dei saluti). Essi però verranno anche ricordati nella Tradizione di Paolo, cioè nella seconda lettera a Timoteo, che è una specie di testamento spirituale di Paolo missionario, apostolo e pastore: anche qui nei saluti finali.

I testi delle lettere paoline  sono molto brevi. Questo fatto ci permetterà di approfondire il tema della collaborazione, della vita di famiglia, del lavoro, dell’attività missionaria ed esperienza cristiana. Insisteremo sulla vita di comunità, incentrata sulla casa, intesa come “chiesa domestica”, ovvero luogo di evangelizzazione e di formazione o anche di nascita alla fede.

Attualmente la situazione è critica in molte famiglie che non solo non avviano i figli alla fede, ma neppure ad una autentica vita umana. Il problema della stabilità e della sicurezza di oggi tolgono un punto di riferimento essenziale per le nuove generazioni. Dentro la precarietà di un’esistenza umana, è difficile trasmettere anche l’idea della fedeltà, dell’amore di Dio e della Grazia.

            Il primo testo che analizziamo è preso – come abbiamo detto – dalla 1 Cor. Nel cap. 16 Paolo informa (come fa in genere negli ultimi capitoli) sui suoi progetti di viaggio e poi manda i saluti.  Nelle ultime raccomandazioni egli fa l’elogio della famiglia di Stefanàs, menzionando anche altri due collaboratori: forse si tratta di figli di liberti, probabilmente di una famiglia anche benestante  che può ospitare la comunità.      Questa famiglia, assieme ad Acàico e Fortunato, ha accompagnato

Stefanàs (si preferisce questa forma del nome per evitare di confondere il personaggio con una donna! In greco è chiarissimo il nome maschile di “Stéfana”, ma in italiano si può pensare ad una signora). Poi Paolo parla delle chiese: probabilmente non sono tante le chiese in giro, ma solo “gruppi domestici”: piccole comunità con punto di riferimento la casa.  E Prisca e Aquila accolgono una comunità nella loro casa.

1 Cor 16, 13 : Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi in modo virile, siate forti. Sono esortazioni molto secche, stringate e sobrie, piene di idee di stabilità, sicurezza e forza.

1 Cor 16, 14 : Tutto si faccia fra voi nella carità , cioè nell’amore, nell’agàpe. Si ricordi che nella lettera  Paolo ha dedicato un capitolo intero all’elogio dell’agàpe, che dà valore a tutti i carismi ed a tutti i ministeri.

1 Cor 16, 15 : Una raccomandazione ancora, fratelli: conoscete la famiglia di Stefanas. Quando si legge di “famiglia” non si deve credere che si tratti solo della coppia, ma piuttosto di tutti i collaboratori, domestici, operai, perchè la “famiglia” è una comunità. Furono i primi credenti dell’Acaia  L’Acaia è  la Grecia con capitale Corinto. …e hanno dedicato se stessi al servizio dei santi. Per servizio si intende in greco “diakonía“, cioè ministero o servizio alla chiesa: ai santi, appunto. I “santi”, cioè i battezzati, sono chiamati così  perchè consacrati. Non si dimentichi che fin dall’inizio Paolo saluta la chiesa di Dio che è a Corinto, santificata assieme a tutti i “santi”. Nel cap. 6 dice “i santi giudicheranno il mondo”. E’ l’idea della santità come statuto originario, prima di diventare un programma di vita.

1 Cor 16, 16 : Siate anche voi sottomessi verso costoro e verso quanti collaborano e si affaticano con loro. E’ bella questa idea che la comunità riconosce il servizio e collabora. Stefanas diventa dunque centro di una rete di servizi. Il lavoro pastorale è per Paolo fatica ed impegno.

1 Cor 16, 17 : Io mi rallegro della visita di Stefanas, di Fortunato e di Acaico… Sono tre personaggi: Stefanas potrebbe essere il capo famiglia; gli altri due potrebbero essere suoi figli oppure due liberti (Acaico è un aggettivo che proviene da Acaia ed era un nome dato piuttosto ai liberti. Nel mondo antico si capiva subito se il nome era attribuito ad una persona libera o ad uno schiavo. I nomi erano legati anche ai ceti: Paolo è un nome nobile – Si pensi ad Emilio Paolo Scipione – come Caio, Giulio. Agli schiavi venivano attribuiti aggettivi legati all’ambiente.) …i quali hanno supplito alla vostra assenza. Come se la comunità fosse rappresentata da questo “consiglio pastorale”, formato dal capo famiglia e dai due liberti.

1 Cor 16, 18 :   …hanno allietato il mio spirito e allieteranno anche il vostro…(perchè vi porteranno una lettera con questioni da chiarire con l’Apostolo)…Apprezzate persone come queste.  Dopo questa introduzione che prepara all’elenco dei saluti, si nota come Paolo insista, stimi e valorizzi le persone. Egli non delega al servizio, perchè tutta la comunità partecipa alla missione. E il compito di chi ha il ministero è quello di animare e rendere responsabile la comunità. (Oggi invece si pensa che alcuni debbano darsi da fare per la comunità e gli altri debbano stare passivi!)

1 Cor 16, 19-20 :   Le chiese dell’Asia vi salutano… Si noti il plurale! Si intendono qui le chiese domestiche, perchè questa è la rete di organizzazione. Vi salutano molto nel Signore Aquila e Prisca, con la comunità che si raduna nella loro casa. 20Vi salutano tutti i fratelli. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Paolo mantiene qui l’ordine degli Atti: Aquila e Prisca.  Per dire comunità, l’Apostolo adopera la parola “chiesa”. In italiano, per evitare confusione, hanno messo prima “chiese” al plurale. Solo con Paolo VI e dopo il Concilio è entrata nel linguaggio l’espressione “chiesa domestica”: la chiesa che ha come riferimento la casa. La “comunità” era chiamata “ecclesía”. La casa dunque era punto di riferimento per definire una chiesa. E la casa aveva i nomi della famiglia, della coppia Aquila e Prisca.  I due coniugi si erano trasferiti da Corinto, dove avevano una boutique o un ateliér, ed avevano la possibilità di ospitare in una casa abbastanza grande una piccola comunità di 25-30 persone per la preghiera e per l’Eucaristia.  Quando Paolo dice “Il primo giorno della settimana vi riunite per fare memoria del Signore“, la cena è presieduta dalla coppia. E a Corinto, quando non c’è Paolo a presiedere l’Eucaristia, è Stefanàs con la sua famiglia. Gli stessi che guidano la comunità, annunciano la Parola e presiedono l’Eucaristia, sempre in comunità con l’Apostolo. Non è tanto l’ordinazione, quanto invece la comunione con l’Apostolo ciò che crea il ministero – che non è solo servizio, ma anche unione con tutte le altre comunità. La casa è intesa come possibile luogo di annuncio del Vangelo e di formazione per tutta la comunità. Alla fine c’è il saluto di tutta la comunità. Paolo si trova a Efeso e scrive a nome di tutti i cristiani e cita – fra tutte le chiese – quella domestica di una coppia con la quale egli ha un rapporto del tutto particolare e che ha conosciuto a Corinto. Forse già prima che Paolo arrivasse, i due coniugi avevano fatto una certa comunità ed evangelizzazione.Il saluto finale termina con l’invito al “bacio santo“, che è comprensibile in una chiesa domestica, dove tutti si conoscono e quindi non ci sono rischi di equivoci o di sospetti. Il bacio è “santo” perchè scambiato fra persone “sante” e che si vogliono bene.

            Il secondo testo fa parte del cap. 16 della Lettera ai Romani. Anche questo è l’ultimo. E’ molto ampio e sono ricordati più di venti nomi di collaboratori di Paolo. Dopo aver presentato Febe – che sarà oggetto di una lettura particolare in un prossimo incontro -, una donna responsabile di una chiesa locale, l’elenco dei saluti prosegue. I primi che Paolo saluta, sono Prisca e Aquila (l’ordine dei due nomi è invertito):

Rm 16, 3 : Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù.  Il linguaggio è molto preciso. Ancora una volta Paolo, quando presenta Apollo a Corinto, dice “Io ho piantato, Apollo ha levigato e Dio fa crescere…siamo collaboratori di Dio“.  Usa il termine syn-ergòi (da cui oggi il termine pastorale di “sinergia”), parola greca che significa “lavorare insieme”. Per Paolo dunque non si è soltanto collaboratori fra noi, ma si coopera con Dio! “In Cristo Gesù“: a parte la stima e l’affetto umano, c’è la compartecipazione all’esperienza di fede. La lista dei 24 nomi citati da Paolo, sono di una chiesa che Paolo non ha fondato, perchè quella di Roma è una comunità preesistente all’arrivo dell’Apostolo come prigioniero. Allora la comunità ebraica – preesistente anche alla nascita di Cristo – poteva contare circa 25.000 persone (Si pensi che oggi in Italia gli Ebrei sono circa 30.000!). Come faceva Paolo a conoscere tutti quei nomi di cristiani? Forse li aveva conosciuto a Corinto, a Efeso. Se la coppia Aquila e Prisca viene ricordata da Paolo, è pensabile che essa sia ritornata a Roma, dopo la caduta in prescrizione dell’editto imperiale. Probabilmente è ancora la coppia Prisca ed Aquila che ha provveduto a procurare l’alloggio a Paolo dopo i due anni passati a Cesarea ed il suo arrivo a Roma sotto scorta militare. Questa coppia ha provveduto poi al mantenimento di Paolo a Roma. 

Rm 16,4 : Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa, e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese del mondo pagano (qui era migliore la traduzione: delle genti, cioè dei “non ebrei”).  Essi dunque hanno collaborato per l’annuncio del Vangelo soprattutto fuori dall’area ebraica, anche se forse uno dei due non era ebreo. Aquila è un nome ebraico. Ci fu un grande traduttore della Bibbia in greco con questo nome (dopo la traduzione dei LXX). Essi dunque si dedicano alla missione paolina per i non ebrei. Interessante la pericope “hanno rischiato la loro testa“. Si può pensare che ad Efeso Paolo abbia passato un brutto quarto d’ora. Luca parla della sommossa degli argentieri, sollevati contro la missione di Paolo in difesa del loro commercio di souvenirs, di statuette della dea Artèmide. Infatti l’Apostolo, denunciando l’idolatria ed il culto agli idoli, allontanava gente dal santuario e dall’acquisto di  monili. Ad Efeso c’è stato dunque un tumulto contro Paolo ed egli parla anche di “prigioni” nelle sue lettere.  Può darsi che dopo l’uccisione di un proconsole, Aquila e Prisca abbiano pagato una cauzione per far uscire Paolo dal carcere ed allontanarlo dalla città. Così lui va a Nord, verso Pèrgamo, per incontrare Tito. Non lo vede a Tròade e allora passa in Macedonia e a Filippi finalmente lo incontra e lì scrive la 2 Corinzi.            Tutte queste avventure di Paolo dimostrano che più volte ha rischiato la sua vita (A Tessalonica è stato Giasone a pagare la cauzione per lui).  Nella 2 Cor. Paolo scrive che aveva una sentenza di morte “credo che non ignoriate quello che mi è capitato in Asia…ma Dio mi ha liberato per le vostre preghiere” (2 Cor, 1, 8-10). Di fronte a quei frangenti così difficili in cui ha rischiato di essere condannato, probabilmente la coppia ha trovato i soldi ed ha pagato il tribunale per farlo uscire. Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa… Altro che semplice collaborazione! Si sono esposti in prima persona per salvare l’Apostolo! … e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese delle genti.  L’attività missionaria di Prisca e Aquila è ad ampio raggio: va oltre l’Asia, passa per Corinto e ritorna a Roma dove, fuori dalla comunità ebraica, si sviluppa una cristiana. Sappiamo che la chiesa di Roma, a cui Paolo scrive, ha un nucleo di ebrei convertiti e di simpatizzanti che frequentano la sinagoga. Così la chiesa si è sviluppata nell’area non ebraica. Nei saluti finali sono elencati numerosi collaboratori di Paolo, fra cui anche otto donne.

 Rm 16,5 : Salutate anche la comunità che si riunisce nella loro casa. Evidentemente questa coppia svolge la collaborazione al Vangelo, aprendo la propria casa ai cristiani. Per noi oggi è un po’ difficile pensare a questo, perchè tutti convergono verso le organizzazioni parrocchiali.  Oggi difficilmente si aprirebbe la propria casa per fare entrare altra gente, gelosi come siamo della privacy. Qui non si tratta solamente di cristiani che aprono la propria casa, ma di responsabili di una “chiesa domestica”. Salutate il mio amatissimo Epenèto (o Epèneto), che è stato il primo a credere in Cristo nella provincia dell’Asia. Si tratta del primo fra i convertiti e battezzati da Paolo. Qui si può supporre che questo elenco di saluti o di persone mandate a salutare, facesse parte di un biglietto che accompagnava una copia della lettera ai Romani inviata a Efeso. Per questo si tratterebbe di un elenco non tanto di personaggi che abitano a Roma, ma di quelli che sono nella metropoli efesina (per Asia si intende “Asia piccola”, con capitale Efeso).

Rm 16, 6 -7 : Salutate Maria, che ha faticato molto per voi. Salutate Andrònico e Giùnia (altra coppia), miei parenti e compagni di prigionia. Paolo dunque può contare anche in una rete di famiglia, allargata oltre Tarso. Sono cristiani che hanno condiviso con lui l’arresto.

Sono insigni fra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me.  E’ originale che Paolo chiami “apostoli” una coppia… Per lui i “Dodici” sono quelli che hanno seguito Gesù ed hanno creato il gruppo fondativo, ma tutti gli inviati dal Signore Gesù e dalle chiese, i quali annuncino il Vangelo, sono “apostoli” : cioè persone autorevoli, delegate, riconosciute per annunciare il Vangelo. Quando egli dice “Non sono io apostolo? Non ho visto il Signore?… Lo sono, perchè voi siete nati grazie alla mia attività apostolica. Apostolo è dunque uno che annuncia il Vangelo e fonda la comunità. Sono cristiani laici che  collaborano con Paolo e che danno origine a gruppi cristiani. Essi erano in Cristo prima di lui: hanno lavorato per il Vangelo prima che arrivasse l’Apostolo, gettando le basi di una comunità cristiana.

            Il piccolo brano che consideriamo (2 Tm 4, 19-22)  non aggiunge nessuna informazione nuova, ma ci conferma nell’immagine della coppia che Paolo ha incontrato a Corinto, ha collaborato per circa tre anni a Efeso e probabilmente è ritornata a Roma, dove ha trovato e preparato l’alloggio a Paolo per trascorrere gli anni di domicilio coatto, con un soldato di guardia, in attesa del processo. Qui si tratta di una specie di testamento a nome di Paolo.

2 Tm 4, 19 : Salutate Prisca e Aquila (Qui l’ordine è quello della lettera ai Romani, dando la precedenza a lei che probabilmente ha l’iniziativa) e la famiglia di Onesìforo (altro personaggio che Paolo ha incontrato a Efeso).

2 Tm 4, 20 : Eràsto è rimasto a Corinto… Erasto è un nome romano, da quanto ricaviamo dalla Rm.  Tròfimo l’ho lasciato ammalato a Mileto. (località dell’Asia, sul Mar Egeo).

2 Tm 4, 21 : Affrettati a venire prima dell’inverno. Ti salutano Eubulo, Pudente, Lino, Claudia e tutti i fratelli. Paolo scrive da Roma, dove è prigioniero. Qui sono elencate persone che stanno nella comunità romana ed hanno quindi nomi dell’ambiente romano.

2 Tm 4, 22 : Il Signore sia con il tuo Spirito. La grazia sia con voi!  Siamo al saluto finale. E’ un congedo molto personalizzato, intimo di Paolo per i suoi collaboratori.

            La chiesa domestica era una necessità, ma faceva parte dello stile delle prime comunità: quelle di Gerusalemme e poi quelle paoline. La prima missione di cui si parla nei Vangeli fa sempre riferimento alla casa. Era la casa-famiglia il punto di riferimento per l’annuncio del Vangelo, non solo perchè era la struttura base della società. Le istituzioni ufficiali non esistevano ancora in ambito cristiano.  Oltre tutto nella struttura dell’impero romano si poteva usare la casa per le  attività e riunioni perchè la polizia non si interessava di quello che uno faceva a casa. Lì  poteva invitare tutte le persone che voleva; la casa era una specie di diritto o spazio libero. Ecco dunque che il cammino di formazione cristiana era tutto legato alla casa. Era importante avere delle coppie: lui è nello sfondo, ma chi ha la priorità è la donna, la madre, l’amministratrice. Questo è vero in parte anche nel Vangelo: si ricordi che Gesù è ospite della coppia di sorelle Marta e Maria.  Erano sposate, ma non si parla dei mariti. C’è anche un uomo: il fratello.  E’ Marta che gestisce tutto; lei è la sorella maggiore, colei che organizza. Quando è a Gerusalemme, Gesù passa le sere a Betania, sulla collina. Lo stesso avviene anche per Paolo, che cerca famiglie dove poter essere ospitato. A Gerusalemme c’è Maria, la madre di Giovanni Marco.

            Importanti sono dunque le donne, perchè gli uomini hanno l’attività economica, i rapporti ufficiali. Gli spazi ed i tempi sono invece gestiti dalla donna. Per questo lei è soggetto, protagonista di un ministero. Le cose cambieranno poi quando nell’organizzazione ufficiale il responsabile davanti alla vita pubblica sarà il pater familias, cioè l’uomo. Ma nella organizzazione iniziale questo ruolo era della donna.  Un altro aspetto della struttura familiare è il tipo di legame che si crea nella famiglia formata da padre, madre, fratelli e sorelle. Non è casuale che i cristiani – i santi, i battezzati – si chiamino fra di loro “fratelli e sorelle” nel linguaggio di Paolo.  E’ evidente il riferimento alla famiglia di Gesù, figli dell’unico Padre e alla fratellanza cristiana. Ma questa terminologia è favorita da una rete di rapporti che sono quelli della famiglia che funziona, che accoglie le persone in un rapporto affettivo.  In questo contesto si può capire come l’esperienza del Vangelo – che è l’esperienza dell’Amore di Dio in Gesù – può essere trasmessa più facilmente.  Così è molto più semplice l’idea che l’esperienza cristiana non sia un “pacchetto” di dottrine o di riti o di regole, ma un’esperienza di relazioni. Altra cosa è invece una sala pubblica dove uno parla dietro ad un tavolino ed altri lo ascoltano: è la struttura scolastica o di un ufficio pubblico.  Si capisce allora che in questo contesto, in cui funzionano soprattutto le relazioni, più che l’indottrinamento, il centro è il momento della mensa. E l’esperienza cristiana ha come fulcro la “cena” nel nome di Gesù – come la chiama Paolo. Là arrivano anche i poveri, quelli che sono lontani e non solo gli amici.  E Paolo dice che non si può fare solo una cena con amici, ma anche con quelli che hanno più bisogno. La struttura domestica favoriva il tipo di rapporti, il senso della fraternità e della comunità attorno all’Eucaristia.

            Se consideriamo le strutture pubbliche che hanno alle spalle secoli di organizzazione, notiamo che esse hanno favorito forse l’organizzazione esterna, ma hanno fatto perdere molto dei rapporti di conoscenza, di comunità cristiana e di comunità paesana.  Nei piccoli centri – con tutti problemi anche di frizione, lotte fra famiglie che si fanno la guerra da secoli – c’è anche la possibilità di trovare un contesto di clima familiare, che invece è meno facile da trovare nelle strutture condominiali o cittadine. Lì è difficile l’esperienza di condivisione perchè chi viene introdotto si ritrova non in una comunità, ma in una rete di regole e di relazioni, in cui non si sente accolto come in una famiglia. Ecco perchè è difficile oggi parlare di un’esperienza cristiana che ponga al centro non le cose da fare, ma le relazioni da vivere. Questo dipende dalle difficoltà della vita delle famiglie di oggi, in cui si vive in modo molto privato o privatistico e non si condividono le esperienze religiose.

 (continua)

21 maggio 2011