T I T O

10/04/2011 | Diakonía del Vangelo

 

            Mons. Fabris ricorda che, fra i collaboratori di Paolo e dopo la figura di Timoteo, il più amato e stimato, coinvolto direttamente nell’attività,  è un personaggio  meno noto ma citato soprattutto nelle Lettere (non negli Atti degli Apostoli): Tito. Non abbiamo molte fonti e dati per ricostruirne la sua biografia umana. Quella spirituale la possiamo ricostruire attraverso gli accenni sparsi nella 2 Cor,  dove compare più volte il nome di Tito.  Lo si incontra naturalmente nella lettera che Paolo gli ha indirizzato – e secondo la tradizione è fra le lettere pastorali: di esse due sono a Timoteo ed una a Tito. Quest’ultima è piccola: di appena tre capitoli. In essa  si può attingere qualche dato biografico. Vi si dice che Paolo lo ha lasciato a Creta per organizzare la comunità, scegliendo alcuni come presbiteri che testimonino il Vangelo.   Essi, chiamati anche episcopi     (sovrintendenti, anziani), devono guidare la comunità, metterla in guardia o tutelarla nei confronti dei falsi maestri. Prima della polemica contro i dissidenti, c’è un piccolo trattato sul modo di rapportarsi con loro, avvertendoli una volta, due, fino all’esclusione dalla comunità. Paolo si raccomanda di non rompere del tutto i rapporti, cercando di riconciliarsi in seguito (parte finale del cap. 3).  Poi Paolo pensa di recarsi a Nicòpoli, nell’Epiro, nell’attuale Dalmazia. Secondo la tradizione – ed Eusebio, storico del IV secolo, che ha scritto la vita di Costantino ed anche un dossier molto ampio sulla storia della Chiesa – sembrerebbe che Tito sia morto in Dalmazia. Non sappiamo però con precisione dove sia nato. E’ pensabile che egli provenga da Antiochia di Siria – centro ecclesiale molto importante, sorto grazie alla missione dei fuoriusciti da Gerusalemme, a seguito della persecuzione scatenatasi dopo l’uccisione e linciaggio di Stefano. Tutto il gruppo di ebrei di lingua greca lascia Gerusalemme e si avvia verso il Nord e arriva appunto ad Antiochia di Siria, dove fonda una comunità mista di ebrei e non ebrei. Forse è in questo ambiente che dobbiamo cercare la figura di Tito.  Egli porta un nome latino e  romano (si ricordi che uno dei figli di Vespasiano imperatore romano, si chiamava appunto Tito ed ha conquistato Gerusalemme quando il padre gli ha lasciato il comando). Siccome Antiochia è un grande centro, sede del proconsole, si può pensare che il nostro abbia un nome latino-greco.  Il legame con Antiochia potrebbe derivare dal fatto che Luca negli Atti, in un codice greco occidentale, parla al plurale: “Quando eravamo riuniti ad Antiochia…” Solo che Luca, antiochèno, non dice assolutamente nulla di Tito, che Paolo sceglie per affrontare la questione molto delicata ed intricata della raccolta di fondi. Siccome c’erano sospetti soprattutto nell’ambiente di Corinto, Paolo sceglie Tito come suo aiutante, incaricato di risolvere questo problema. Se Tito è legato alla storia della raccolta dei fondi per Gerusalemme, è probabile che Luca, cancellando tutta la storia della colletta decisa in quella città negli anni 50, abbia cancellato anche il nome Tito. Per quale motivo storiografico non lo sapremo mai.            Così Tito non esiste negli Atti. Mentre Timoteo è citato espressamente, quando Paolo passa per Listra.

            Quando l’Apostolo va a Gerusalemme per incontrare Giacomo, Luca non parla assolutamente di collette…  O non ha voluto menzionare il fatto oppure ha voluto censurarlo, tanto è vero che mette in bocca a Paolo, in una delle udienze fatte a Cesarea Marittima quando doveva difendersi dalle accuse dei Giudei provenienti da Gerusalemme, che egli era venuto non per profanare il tempio, ma “per portare elemosina al mio popolo“.  Infatti  poi nelle lettere: ai Gàlati, ai Corinzi ed ai Romani, Paolo considera la raccolta di fondi un segno di unione e solidarietà fra le chiese. Che poi egli consideri i cristiani “membri del popolo di Israele” e quindi “ebrei“, è perchè per lui i cristiani sono ebrei come lui, credenti  in Gesù.  Luca tende a cancellare distinzioni, per cui ha ridotto la storia della coletta ad elemosina. Questa poi era un modo per gli ebrei della diaspora di contribuire alla tassa del tempio. (Infatti  ogni ebreo sopra i 21 anni doveva pagare una tassa fissa di due dragme per l’attività del tempio). Questa è la situazione di Tito, presente nella lettera ai Gàlati, nella 2Cor e nella lettera dedicata a lui stesso.         

            Il fatto che la Tradizione abbia scelto Tito come destinatario del manuale per il pastori di comunità, vuol dire che questi era un valido e affidabile collaboratore di Paolo. Fra i tanti personaggi che “girano” attorno a Paolo, la tradizione non ha scelto Silvano, ma Timoteo (Lettere 1 e 2) e Tito: dunque questi è secondo dopo Timoteo per importanza missionaria. Tito è un personaggio molto equilibrato, saggio ed autorevole, probabilmente anche abile amministratore in senso positivo. Per Timoteo Paolo deve ricorrere a raccomandazioni, mentre Tito sembra una persona già “navigata”, capace dei risolvere la questione della raccolta di fondi.

            Il primo testo qui  proposto racconta la presenza di Tito nella delegazione che sale a Gerusalemme per affrontare il metodo missionario di Paolo con i non ebrei. E’ preso dal secondo capitolo della lettera ai Gàlati, dove Paolo parla della sua chiamata a Damasco, della sua attività per tre anni nella zona attorno a quella città, chiamata Arabia Petréa. Poi torna a Damasco, da cui deve fuggire di notte, facendosi calare dentro una cesta, perchè  si cerca di ucciderlo. Andato a Gerusalemme, è fatto oggetto di tafferugli e minacce, finché viene mandato a Tarso. Là va a prelevarlo Barnaba ed inizia l’attività itinerante che conosciamo.  Dagli Atti veniamo a sapere che 14 anni dopo Paolo organizza un’altra visita ufficiale a Gerusalemme, dove affronta la questione del Vangelo da presentare ai non ebrei. Qui viene menzionata la figura di Tito quale rappresentante dei non ebrei, che prega e convive con gli altri due senza problemi di discriminazione. Secondo la legge ebraica un ebreo non può frequentare un  non ebreo e soprattutto mangiare con lui, perchè ciò lo rende impuro! 

Gal 2, 1-2 : Quattordici anni dopo( si accenna all’esperienza di Damasco o alla prima visita fatta a Pietro), andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba (cipriota che gode di grande stima da parte degli Apostoli), portando con me anche Tito: 2vi andai però in seguito ad una rivelazione.   Paolo dunque sceglie di andare a Gerusalemme dopo aver meditato e pregato. Fa parte del suo linguaggio. Parlando della sua chiamata, egli dice infatti che Dio gli ha rivelato Suo figlio. E Dio gli ha detto di andare a Gerusalemme. Esposi loro il Vangelo che io annuncio tra le genti (cioè ai non ebrei: non è solo il contenuto, è il metodo!), ma lo esposi privatamente alle persone più autorevoli, per non correre o aver corso invano.

Chiarissima l’immagine della corsa e dell’attività missionaria-pastorale. A Paolo interessa che il suo metodo sia accolto, per non rischiare di andare fuori strada e costruire sul vuoto. Perchè ha scelto di portare Tito con sé? Barnaba è un cipriota, anzi un levita. Paolo era fariseo di famiglia osservante, di matrimonio ebraico, non misto, educato nella cultura farisea prima della sua chiamata.        Essi  erano dunque ebrei “puro sangue”.                                                                                                                 

 Gal 2, 3 : Ora neppure Tito, che era con me, benché fosse greco… (cioè non ebreo). 

Per  noi  oggi  il problema è ormai superato: l’apartheid esiste solo in Sud Africa.  Nel mondo ebraico di allora  oltre ad essere un problema sociale, culturale ed etnico, era anche religioso,

fu obbligato a farsi circoncidere. Il problema era se per diventare cristiani bisognasse prima diventare ebrei, e cioé essere incorporati nel corpo etnico-religioso attraverso il rito di iniziazione qual è la circoncisione.

Gal 2, 4-5 : e questo contro i falsi fratelli intrusi, i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà che abbiamo in Gesù Cristo, allo scopo di renderci schiavi; 5 ma a loro non cedemmo, non sottomettendoci  neppure per un istante, perchè la verità del Vangelo continuasse a rimanere salda tra voi.

 Ci si può immaginare il gruppetto: due ebrei integri e questo greco, che tutti sanno non essere ebreo, che convive con gli altri. Quegli “intrusi” non capiscono che cosa significhi il seguire Cristo: non ci sono più regole ebraiche, perchè in Cristo si ha la libertà.  Sta scrivendo ai Galati che egli ha convertito, finché dei predicatori, venuti da Gerusalemme, hanno imposto la circoncisione. 

            Per quelli il vero Vangelo è quello di Giacomo, per il quale, per essere benedetti e ricevere lo Spirito Santo non basta il battesimo e la fede, ma bisogna anche diventare ebrei. Questa mentalità rende furioso Paolo, perchè così si cancella il Vangelo e Cristo è morto invano. Chi ci salva? Gesù o le pratiche ebraiche? Qui è in gioco un problema  molto serio perchè lui ha avuto una svolta: da ebreo militante e convinto ha capito che è il rapporto con Gesù Figlio che mette in contatto con Dio.

Per questo dice che la nostra libertà è la verità del Vangelo. Tito diventerà rappresentante della libertà e verità: libertà dalla legge e verità del Vangelo che è la salvezza per mezzo della fede in Gesù Cristo e senza aggiunte ed integrazioni legali. Paolo ha combattuto ed ha difeso questo principio a loro favore a Gerusalemme. Negli Atti  Luca parla del problema della circoncisione nel cap. 15 e racconta dell’assemblea dei primi apostoli assieme a Paolo. Ma non dice nulla di Tito. Perchè?  Nella lettera ai Gàlati Paolo parla dello stesso fatto. Così abbiamo due cronache, ma solo l’Apostolo parla di Tito. L’omissione di Luca fu forse dovuta a gelosia? Tito e Luca erano entrambi di Antiochia…  D’altronde Luca non parla della nascita del cristianesimo africano, nè accenna alla presenza di Marco ad Alessandria o ad Aquileia. Luca parla della nascita delle chiese dell’Asia, della Grecia, ma nulla di quella della Mesopotamia e del Nord Africa, forse perchè la sua idea era solo Gerusalemme-Roma. La sua è una storia selezionata. Riprendendo il testo della lettera, notiamo che Tito probabilmente condivide il pensiero di Paolo anche se viene dal mondo non ebreo.  

Gal 2, 6-9 : Da parte dunque delle persone più autorevoli…

 Qui Paolo è ironico: quelle persone si credono autorevoli! … quali fossero allora non m’interessa, perchè Dio non guarda in faccia  ad alcuno – Evidentemente egli ha qualche problema con i capi che chiama autorevoli, sapendo che Dio non guarda al ruolo, ma alla verità e alla libertà.

quelle persone autorevoli a me non imposero nulla.     7 Anzi, visto che a me era stato affidato il Vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi (cioè gli ebrei) 8 poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per le genti (per i non ebrei) 9 e riconoscendo la grazia a me data, Giacomo, Cefa (nome aramaico di Pietro. Si noti l’ordine dell’elenco!) e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me  e  a Barnaba la destra in segno di comunione, perchè noi andassimo tra le genti e loro fra i circoncisi.  Un modo di accordarsi è una stretta di mano. Lo si faceva sulla divisione dei territori e degli ambiti: quello ebraico e quello della diaspora, cioè dei non ebrei. Poi Paolo aggiunge, impegnando Tito: 

Gal 2, 10: Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare.   Qui sembra che la coletta sia suggerita da quelli di Gerusalemme come prezzo dell’accordo.

In realtà la coletta era stata pensata, organizzata e mandata avanti da Paolo che conosceva il benessere delle sue comunità e che poteva  aiutare finanziariamente tutti quelli che erano diventati poveri o dopo la loro adesione al Vangelo, oppure le vedove prima assistite dagli ebrei ed ora cacciate dalla sinagoga perchè cristiane.  E’ nata così una specie di…” Charitas” della prima Chiesa. A Paolo è riconosciuta la sua metodologia di annunciare il Vangelo senza imporre i vincoli condizionanti dell’ebraismo.

            E veniamo al ruolo di Tito a Corinto. Qui compare il personaggio “a tutto tondo”: un ruolo che domina nella parte centrale e soprattutto nel cap. 8, dove Paolo elogia Tito. Abbiamo già parlato dei rapporti di Paolo con la chiesa di Corinto: la frattura, le tensioni e poi la riconciliazione. Tito svolge lì un ruolo di riconciliatore e di mediatore.

            Alla fine della 1 Cor, Paolo prometteva di passare l’inverno in quella città e non solo per una visita breve. Ai Corinzi sembrava infatti che lui li trascurasse a vantaggio di altre chiese. Allora l’Apostolo manda la lettera con Timoteo, dicendo quali cose dovevano essere seguite riguardo le divisioni, i contrasti, i gruppi (di Paolo, di Apollo, di Cefa). Forse li voleva impegnare perchè lo accompagnassero nel viaggio verso Roma.  Solo che poi egli dovette cambiare progetti perchè la situazione a Corinto si era deteriorata per l’arrivo di alcuni missionari di Gerusalemme, i quali si vantavano per l’origine ebraica e soprattutto delle loro capacità carismatiche.              Arrivati con le credenziali di Gerusalemme, guardavano con sospetto e senso di superiorità il metodo di Paolo, perché lui che non aveva fatto parte dei Dodici. E mettevano in dubbio che egli fosse sincero nella  predicazione del Vangelo.     E adducevano numerosi dubbi sulla sua predicazione. Per esempio, perchè egli non voleva ricevere compensi? Sicuramente perchè non era sicuro del suo ruolo!   

            Loro invece avevano lettere credenziali e dovevano essere pagati come tutti gli altri!  Secondo loro Paolo non avrebbe  più avuto il coraggio di ritornare a Corinto.  Per questo l’Apostolo scrive una lettera fra le lacrime e manda il diplomatico  Tito a sistemare le cose.  Tito – così scrive – viene da un ambiente cittadino, ha cultura e sa difendersi. Non è come il “povero” Timoteo, che deve essere raccomandato! Tito avrà innanzi tutto il ruolo di pacificare. E ci riesce. Paolo era allora a Efeso, dove c’è stata un po’ di confusione dopo l’avvelenamento dei proconsoli. Lui ha preferito andarsene prendendo la via del Nord, passando per Smirne e Pergamo fino a Tròade. Non trovando là Tito come pensava, si era imbarcato per Filippi. Incontratolo, viene a sapere che le cose sono sistemate.  A quel punto egli scrive la 2 Cor, una lettera “della consolazione”.

            E’ interessante il rapporto fra Paolo e Tito: non è quello con un discepolo molto affiatato come  Timoteo, ma ha ugualmente grande fiducia da parte di Paolo. Il fatto che Tito non sia ebreo, favorisce probabilmente le trattative con i  greci. Anche Timoteo è nato all’estero, aveva il padre greco, ma non aveva il carattere ed il temperamento di Tito.

            Ma leggiamo il testo: attraverso di esso e attraverso un po’ di storia e di biografia, si può comprendere cosa significa “servizio del Vangelo“.  Il servizio è fatto anche del carattere e dei rapporti fra le persone, delle difficoltà, dei litigi che nascono dalle situazioni umane. Non è la dottrina che divide (anche in seguito nella storia della Chiesa), ma i piccoli e grandi interessi personali e non.    La 2 Cor è un po’ biografica e permette di capire la situazione in cui si trova ed il ruolo che ha avuto Tito nel portare questa lettera un po’ “pesante”, in cui Paolo prende di petto i cristiani di Corinto che rischiavano di venir meno al Vangelo.

2 Cor 7, 5-16:  Infatti, da quando siamo giunti in Macedonia, il nostro corpo non ha avuto sollievo alcuno… Paolo allude evidentemente alle fatiche del viaggio e forse ad una malattia cronica: una forma di epilessia che lo umilia e lo tormenta. …ma da ogni parte siamo tribolati: battaglie all’esterno, timori all’interno. 6Ma Dio, che consola gli afflitti, ci ha consolati con la venuta di Tito; 7 non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi (perchè vi siete riconciliati, avete ritrovato l’unità.  Evidentemente è stato un incontro di amici.)  Egli ci ha annunciato il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per me, cosicché  la mia gioia si è ancora accresciuta.

Emerge chiaramente un Paolo affettivo, che vive i sentimenti in modo molto intenso:

2 Cor 8-10:  Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se mi è dispiaciuto – vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo, vi ha rattristati -, 9 ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perchè questa tristezza vi ha portato a pentirvi.  Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; 10 perchè la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte.

            Interessante questo discorso sulla tristezza, che noi chiameremmo “stati d’animo, depressione, crisi”. Quello che nasce dalla presa di coscienza del proprio fallimento  e  peccato, è salutare. Il resto porta solo rovina.  Ecco dunque l’effetto della lettera pesante di Paolo:

2 Cor 11-12: Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione!  Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda. 12 Così, anche se vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell’offensore  o a motivo dell’offeso… Qui compare il riferimento ad un personaggio, ad un leader che ha contrastato Paolo, appoggiando i nuovi venuti  da Gerusalemme.  ma perchè apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio.

Per Paolo è importante accogliere il Vangelo. E’ dunque  in gioco l’iniziativa di Dio. 

2 Cor 13-15: 13 Ecco quello che ci ha consolato. Più che per la vostra consolazione, però, ci siamo rallegrati per la gioia di Tito, poiché il suo spirito è stato rinfrancato da tutti voi.                  

E’ interessante come Tito col suo entusiasmo abbia rasserenato Paolo. 

14 Cosicché, se in qualche cosa mi ero vantato di voi con lui, non ho dovuto vergognarmene, ma, come abbiamo detto a voi ogni cosa secondo verità, così anche il nostro vanto nei confronti di Tito si è dimostrato vero. 

Paolo ha fatto dunque l’elogio dei cristiani di Corinto e non ha fatto brutta figura. Egli aveva presentato al suo discepolo un’immagine di chiesa positiva. Così è emerso che le risorse positive erano più forti degli aspetti negativi e dei contrasti provocati dai missionari venuti da Gerusalemme. Così Tito è stato coinvolto dai Corinti:

15E il suo affetto per voi è cresciuto, ricordando come tutti gli avete obbedito e come lo avete accolto con timore e trepidazione. 16Mi rallegro perchè posso contare totalmente su di voi.

             E dunque anche Tito ha il rango e l’autorità dell’Apostolo, coinvolto affettivamente con Paolo – di cui gode la fiducia e di cui tesse l’elogio. Egli ha un’indubbia capacità di valorizzare i rapporti, rinsaldare esperienze spirituali della comunità riappacificata. In questa lettera Paolo dedicherà buona parte del cap. 5 al tema della riconciliazione, che ha a che fare con questa situazione. Anche allora i cristiani erano divisi fra di loro. Ma in rapporto a Paolo, loro fondatore, ritrovano l’unità.

            Il secondo compito di Tito lo troviamo nel cap. 8 della 2 Cor.: egli è incaricato di portare a termine la raccolta di fondi. Si noti che l’impegno era stato preso nell’assemblea di Gerusalemme, dove era stato stabilito anche il campo della missione. E Tito deve risolvere il “blocco” di Corinto. Intanto gli altri “missionari” calunniano Paolo, perchè non si fidano di lui e insinuano che lui avesse altri fini con quei soldi della colletta. Anche se l’Apostolo aveva dato indicazioni precise: di raccogliere ogni sabato, non quando veniva lui soltanto. Se non si fossero fidati, avrebbero potuto farsi aiutare da delegati. Paolo era dunque molto attento alla questione economica. Figlio di commercianti, conosceva l’uso del denaro e sapeva del rischio di combinare denaro e fede (che è un mix disastroso nella storia delle religioni!). A Corinto egli rifiuta di essere coinvolto nel sistema del patronato e preferisce lavorare e ricevere i soldi da quelli di Macedonia, da Lidia e dalle donne che hanno un conto regolare con lui.  Leggiamo ora quello che egli scrive ai Corinti sul ruolo di Tito nel portare a termine quella colletta che è stata avviata da qualche anno e che è stata bloccata per le tensioni ed i malintesi che si erano venuti a creare da un paio d’anni.

2 Cor 8, 16-24: Siano rese grazie a Dio, che infonde la medesima sollecitudine per voi nel cuore di Tito! Paolo dice dunque ai Corinzi che Tito gli vuole bene, che è preoccupato – come loro – di concludere l’impegno che é espressione  di carità sincera. Certo le preghiere carismatiche sono tutte cose buone, ma la prova della carità è anche solidarietà.

17Egli infatti ha accolto il mio invito e con grande sollecitudine è partito spontaneamente per venire da voi. Tito è partito di buon grado, non ha opposto resistenze. Egli è già stato a Corinto e conosce quella comunità. E’ preoccupato con loro, ma condivide il progetto di Paolo.

18Con lui abbiamo inviato pure il fratello che tutte le Chiese lodano a motivo del Vangelo. 

E’ un anonimo collaboratore. Si noti come Paolo presenta i suoi collaboratori: sempre al servizio del Vangelo. Proclamare il Vangelo vuol dire servire la comunità, aiutarla a organizzare la sua vita cristiana. 

2 Cor 8, 19-24 : Egli è stato designato dalle Chiese come nostro compagno in quest’opera di carità, alla quale ci dedichiamo per la gloria del Signore e per dimostrare anche l’impulso del nostro cuore.   E’ interessante: egli è un delegato delle chiese. “Delegato” si doveva tradurre “apòstolos”: solo che non è “apostolo di Gesù Cristo”. E’ solo delegato dalla comunità. Interessante quel tipo di organizzazione, peraltro non  inventata da Paolo. Quando il Sinedrio voleva comunicare il calendario delle feste, sceglieva due (sempre due) delegati, chiamati “apostoli” per mandarli ad annunciare  o per raccogliere fondi. Erano persone che avevano la fiducia della comunità.  

Dunque l’impegno è stato duplice: diffondere la parola di Dio e contribuire alla carità e solidarietà ecclesiale.

20Con ciò intendiamo evitare che qualcuno possa biasimarci per questa abbondanza che viene da noi amministrata. Quando scrive questo capitolo, c’è qualche sospetto su Paolo, che sembra voler farsi aiutare soltanto da quelli di Tessalonica e di Filippi. Per Paolo sono i genitori che devono mantenere i figli, non questi i genitori!

21Ci preoccupiamo infatti di comportarci bene non soltanto davanti al Signore, ma anche davanti agli uomini.  Non gli preme solo di apparire onesto, ma anche esserlo, soprattutto trattandosi di questioni amministrative. Cerca la trasparenza non solo virtuale, ma anche economica e materiale.

22Con loro abbiamo inviato anche il nostro fratello, di cui abbiamo più volte sperimentato la sollecitudine in molte circostanze; egli è  ora più entusiasta che mai per la grande fiducia che ha in voi.  C’è dunque un fratello collaboratore, ma anonimo.     Poi riprende l’elogio a Tito:

23Quanto a Tito, egli è mio compagno e collaboratore  presso di voi…

Paolo usa questa terminologia quando parla di Timoteo ed anche degli altri che condividono il suo stesso progetto, al servizio del Vangelo.

…quanto ai nostri fratelli, essi sono delegati delle Chiese e gloria di Cristo.  24Date dunque a loro la prova del vostro amore (Qui Paolo usa la parola “agàpe”: la sincerità dell’amore è il modo di attuare la fede. Prova dell’amore è condividere i beni con chi ha bisogno, cioè con i poveri) e della legittimità del nostro vanto per voi davanti alle Chiese.

 In pratica Paolo raccomanda di non fargli fare brutta figura. Egli è indubbiamente abile nel modo di comunicare: sa toccare i sentimenti della comunità e non si dimentica di elogiare i collaboratori. Soprattutto sa presentare persone stimate non solo perché competenti, ma anche perché gli vogliono bene. La “corda affettiva” che collega Paolo ai collaboratori ed ai Corinzi, è fondamentale.  Oggi spesso non si considera se le persone si vogliono bene e se si fanno voler bene: siamo più preoccupati della vita, delle proprie competenze che della capacità di relazione, dimenticando che il Vangelo passa anche attraverso questa corrente spirituale.

 

26  marzo 2011                                                                                                                   (continua)