Anna, madre di Samuele

03/03/2014 | Donne e uomini della speranza

Il tema riguarda la figura di Anna, la madre di Samuele, giudice e profeta.  Nel racconto della nascita di Samuele si presenta la figura della madre Anna, sposa sterile e senza figli, dileggiata dalla sua rivale all’interno della famiglia.  Sullo sfondo si coglie l’eco della situazione di Sara, sposa di Abramo, disprezzata da Agar, la serva che attende un figlio da Abramo (cfr. Gen 16,1-5). Samuele è dono di Dio ad una donna di Israele affranta. Per Israele oppresso sotto i Filistei, la sua storia ha un valore emblematico, come viene sottolineato nel cantico messo sulle labbra di Anna.  Essa esulta nel Signore e si rallegra della sua salvezza. I nemici di Israele saranno distrutti; il re di Israele sarà esaltato.  Questo farà il Signore in Israele per mezzo di Samuele, suo profeta.  La storia di Samuele inizia con la chiamata del bambino nel tempio di Silo e prosegue con la sua crescita in statura e in favore presso Dio e in Israele, fino al momento in cui può ricevere e trasmettere la parola del Signore.  La figura di Samuele è antitetica rispetto a quella dei due figli di Eli, rifiutati dal Signore. La storia di Samuele è intrecciata con le vicende dell’arca nel santuario di Silo e le sue peripezie nella lotta con i Filistei.

che oggi si parla di figure di speranza: dopo Abram, il padre dei credenti, lui che affida il suo futuro alla fedeltà di Dio che gli promette una terra, una discendenza, ecco una figura femminile che questa volta è Anna (o Annah, che in ebraico vuol dire misericordia, compassione). Samuele, figura carismatica, passa da giudice a profeta, accoglie la parola di Dio, l’annuncia e la proclama, facendo anche scelte coraggiose nell’ambiente di passaggio da figure tribali a quella del re. E’ lui che ungerà il primo re di Israele: Saùl (o Saulo. Anche Paolo è chiamato in famiglia Saùl, mentre i suoi compagni di gioco usano il nome greco-romano Paolos), della tribù di Beniamino. Ma questo personaggio, volendo poi fare di testa sua, entra in “rotta di collisione” con Samuele che sceglierà un altro re della tribù di Giuda: il giovane dagli occhi belli e dai capelli fulvi: Davide. Questi è la figura ideale che sta all’origine della speranza ed attesa messianica.

Anna entra in qualche modo in questa storia di figure che consentono all’azione di Dio di aiutare il suo popolo.  La storia di questa donna, moglie di Elkanà della tribù di Beniamino, allora abitante nella zona a nord di Gerusalemme prima della Samaria, è quella di una sposa che non riesce ad avere figli. Il tema della speranza è dunque collegato a quello delle nascite, come per Abram. E’ un tema ripreso anche da Isaia, il quale con i suoi figli dovrà preannunciare o far prefigurare il futuro che Dio prepara al suo popolo: la nascita di un figlio come apertura al futuro. E’ storia dell’umanità che va avanti con la vita e la benedizione di Dio. Il marito di Anna è innamorato di lei, ma lei non riesce a dargli un discendente. Così rimane questo trauma per lei. La sua figura richiama non solo quella di Sara, ma anche quella di Rachele, che è amata da Giacobbe ma non riesce a dargli figli.    Giacobbe le dice che lui vale più di 10 figli, ma a lei non interessa.

Per noi sono cose un po’ strane, perchè siamo legati alla speranza molto spirituale: all’aldilà, alla vita eterna, all’immortalità, alla vita piena con Dio. La vita va certo oltre la morte, ma l’idea della vita è decisamente importante perchè motivo della speranza, perchè la benedizione di Dio si trasmette attraverso la vita.  Questa donna infertile ha la sua crisi di matrimonio, espressa molto bene nella sagra in cui la famiglia vive al santuario locale: a Silo, a nord di Gerusalemme.

Prima di giungere a Gerusalemme, l’arca era nel tempio di Silo. Durante una festa in questa località, Anna ha una crisi, malgrado il marito cerchi di consolarla. L’altra donna, sua concorrente, ha figli. E lei piange e alla fine si sfoga davanti al santuario ed ecco la preghiera che ci interessa. E questa preghiera è efficace: essa è come appoggiarsi a Dio per far ripartire la speranza. Ecco è il senso di questo racconto che ha a che fare con esperienze di famiglie tribali, ma è anche un messaggio molto importante, perchè il figlio che avrà si chiamerà Shem El (dove Shem significa “nome” ed El “Dio”; ma poiché shanah significa “domandare”, il nome del bimbo è figlio richiesto, che lei restituisce al Signore.) Il cammino spirituale di Anna si concluderà con un canto o cantico che prelude a quello di un’altra giovane che è promessa sposa ed ha una maternità straordinaria: Maria di Nazareth. Anche lei canterà perchè Dio ha visitato il suo popolo, si è ricordato della sua misericordia, promessa ad Abramo ed alla sua discendenza: è il canto di lode a Dio, da noi chiamato in latino Magnificat.

Il Magnificat è preparato da questo cantico di Anna, nel quale si trovano tutti gli elementi nella struttura lirica del canto o della preghiera lucana, messa in bocca a Maria nell’incontro con la sua parente che attende  già da sei mesi un bambino: Elisabetta, mamma di Jòchanam (= Il Signore ha usato misericordia).

Il canto si trova in una narrazione conservata negli ambienti popolari forse già nel santuario stesso. Attorno alla figura di Samuele, prima consigliere di Saul e poi di Davide, si narra la storia della sua nascita per intervento e dono di Dio, come molti figli di famiglie patriarcali. La prima parte del libro (1 Sam 1,1-10) presenta la crisi, dove appare quella situazione di chi è senza speranza: una vita che non ha futuro.

1C’era un uomo di Ramatàim, un Sufìta delle montagne di Efraim, chiamato Elkanà, figlio di Ieroràm, figlio di Eliu, figlio di Tocu, figlio di Suf, l’Efraimita. 2Aveva due mogli, l’una chiamata Anna, l’altra Peninnà. Peninnà aveva figli, mentre Anna non ne aveva. 3Quest’uomo saliva ogni anno dalla sua città per prostrarsi e sacrificare al Signore degli eserciti a Silo, dove erano i due figli di Eli, Ofni e Fineès, sacerdoti del Signore. 4Venne il giorno in cui Elkanà offrì il sacrificio. Ora egli soleva dare alla moglie Peninnà e a tutti i figli e le figlie di lei le loro parti.

5Ad Anna invece dava una parte speciale, perchè egli amava Anna, sebbene il Signore ne avesse reso sterile il grembo. 6La sua rivale per giunta l’affliggeva con durezza a causa della sua umiliazione, perchè il Signore aveva reso sterile il suo grembo. 7Così avveniva ogni anno: mentre saliva alla casa del Signore, quella la mortificava; allora Anna si metteva a piangere e non voleva mangiare. 8Elkanà, suo marito, le diceva «Anna, perchè piangi? Perchè non mangi? Perchè è triste il tuo cuore? Non sono forse io per te meglio di dieci figli?» 9Anna si alzò, dopo aver mangiato e bevuto a Silo; in quel momento il sacerdote Eli stava seduto sul suo seggio davanti ad uno stipite del tempio del Signore. 10Ella aveva l’animo amareggiato e si mise a pregare il Signore, piangendo dirottamente.

Segue la preghiera davanti al santuario, al luogo dove entrano solo i sacerdoti per cambiare le braci e accendere il candelabro: segni della presenza del Signore. Tutte le attività: offerte e preghiere vengono fatte fuori, nei cortili. Dentro il tempio c’è l’arca e basta.

Quello che interessa è l’immagine di Anna che richiama quella della relazione tra Sara – la moglie sterile di Abramo – e Agar, l’egiziana, la concubina. Questa, appena si accorge di essere incinta comincia ad umiliare Sara che si lamenta e implora il marito di cacciare la sua serva. Abramo, che è un po’ debole, accoglie l’invito di Sara e manda via nel deserto Agar che avrà finalmente un figlio: Ismaèle. Questi è il primogenito e, indipendentemente dal fatto che sia figlio di una concubina, ha diritto all’eredità, secondo le leggi mesopotamiche a Sud della Turchia. Quello che conta non è un matrimonio regolare, ma semplicemente avere un figlio e quindi l’eredità!

L’essere sterile è motivo di vergogna oltre che provocare la  rivalità fra le due donne.

Si ricordi il commento che fa Luca dopo che Zaccaria, durante la preghiera vespertina,  riceve un annuncio lieto nel tempio e perde la parola. Soffre di un’afasia improvvisa perchè forse non si fida di Dio. Poi torna a casa, ha un figlio. E Luca chiude il racconto con il canto di Zaccaria: il così detto Benedictus (Lc 1, 66-79).

Così Maria canterà nel suo Magnificat: “Ha guardato l’umiltà della sua serva“(In greco non si parla di umiltà, ma di umiliazione) (Lc 1,48).

La seconda parte riguarda la preghiera silenziosa di questa donna disperata per la quale l’onore ed il prestigio di una donna ebrea è “essere madre”:

11Poi fece questo voto:«Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo».  12Mentre ella prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca. 13Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva; perciò Eli la ritenne ubriaca.  14Le disse Eli: «Fino a quando rimarrai ubriaca? Smaltisci il tuo vino!»  15Anna rispose: «No, mio Signore; io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. 16Non considerare la tua schiava una donna perversa, poiché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia».  17Allora Eli le rispose: «Va’ in pace e il Dio d’Israele ti conceda quello che gli hai chiesto». 18Ella replicò: «Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi». Poi la donna se ne andò per la sua via, mangiò e il suo volto non fu più come prima. 19Il mattino dopo si alzarono e dopo essersi prostrati davanti al Signore, tornarono a casa a Rama. Elkanà si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei.

Così si chiude la preghiera, l’oracolo di Eli, sacerdote nel santuario di Silo, con l’annuncio dell’esaudimento della preghiera. Quello che interessa è il malinteso  e lo scambio di parole fra il sacerdote e  la donna che sembra ubriaca. Non aver bevuto bevanda inebriante è il voto dei Nazirèi (=consacrati): uomini e donne che si consacravano al Signore e la loro dieta escludeva qualsiasi bevanda inebriante – come birra e vino. E dunque anche il figlio di Anna è destinato a diventare Nazirèo. Si ricordi che Giovanni Battista, secondo quanto dice l’angelo Gabriele a suo padre Zaccaria, “non berrà bevande inebrianti, né il rasoio passerà sulla sua testa”. Per questo i Nazirei hanno capelli lunghi e una dieta particolare. Gesù invece, da quanto dicono i Vangeli, amava il vino e le danze, la buona tavola, non avendo bisogno di distinguersi come i Nazirèi.

E’ comprensibile l’emozione e  l’angoscia di Anna, per la quale l’onore ed il prestigio di una donna ebrea è “essere madre”.  Lei prega davanti al santuario. Eli sta anch’egli davanti al santuario per ascoltare e raccogliere le preghiere e a lei dirà la bella espressione «Va’ in pace e il Dio d’Israele ti conceda quello che gli hai chiesto». Anna viene esaudita e riceve il dono di Dio: la vita di un figlio.  Per i cristiani la nascita di Gesù è il dono per eccellenza, non dovuto ad interventi umani, ma completamente gratuito.

Nell’ultima parte del cap. 1 abbiamo l’attuazione di questo dono di Dio: (1 Sam 1, 20-28): vi si trovano notizie ed esempi di come vengono allevati e preparati i bambini, mentre sullo sfondo si possono  intravvedere due personaggi: i figli di Eli destinati ad essere due sacerdoti, sono dei trafficanti e rubano le offerte. Abbiamo un contrasto fra il piccolo Samuele consacrato a Dio ed i due figli degeneri. Tutto questo apparirà chiaramente nel seguito del racconto, in cui Samuele – figlio di Elkanà e di Annàh – che è stato consacrato al Signore, è dono di Dio ed avrà un ruolo importante.

20Così al finire dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuele, «perchè – diceva – al Signore l’ho richiesto».  21Quando poi Elkanà andò con tutta la famiglia a offrire il sacrificio di ogni anno al Signore e a soddisfare il suo voto, 22Anna non andò, perchè disse al marito: «Non verrò, finché il bambino non sia svezzato e io possa condurlo a vedere il volto del Signore; poi resterà  là per sempre». 23Le rispose Elkanà, suo marito:«Fa’ pure quanto ti sembra meglio: rimani finché tu l’abbia svezzato. Adempia il Signore la sua parola!»  La donna rimase ed allattò il figlio, finché l’ebbe svezzato. 24Dopo averlo svezzato, lo portò con sé, con un giovenco di tre anni, un’efa di farina e un otre di vino, e lo introdusse nel tempio del Signore a Silo: era ancora un fanciullo. 25Immolato il giovenco, presentarono il fanciullo a Eli 26e lei disse: «Perdona mio signore. Per la tua vita, mio signore, io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore.  27Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto.

28Anch’io lascio che il Signore lo richieda: per tutti i giorni della sua vita egli è richiesto per il Signore». E si prostrarono là davanti al Signore.

E’ un racconto molto bello che ci dà, fra le pieghe della narrazione, alcune informazioni anche interessanti, con il linguaggio tipico dei Salmi: vedere il volto del Signore; il santuario è la casa di Dio. Si parla del bambino che rimane con la mamma  e si intravvede il tempo: tre anni per lo svezzamento. In un sistema economico precario, almeno si garantisce al bambino l’alimentazione per tre anni! Dopo tre anni il bambino è abbastanza autonomo per far parte del santuario, al servizio di Eli. Sarà lui a vegliare perchè la lampada non si spenga. E sarà lui a comprendere che, dietro quelle famose chiamate notturne, c’è il Signore. E l’idea di chiamata ha sempre a che fare con il verbo shamàn (= chiedere, richiedere). Così l’appartenenza al santuario, al servizio del Signore, è la risposta di una coppia per una nascita inattesa, che corrisponde unicamente alla iniziativa di Dio.

Per quanto riguarda le offerte, si parla di un giovenco di tre anni, della farina e del vino: questo è tipico rito di consacrazione assieme al pellegrinaggio annuale di tutta la famiglia con la prostrazione davanti al Signore. E’ un modo di parlare che riflette un linguaggio ed abitudini che sono precedenti alla stesura materiale della Bibbia. Sono racconti popolari, orali, soprattutto legati a queste pratiche di semplici famiglie che vanno al santuario per affrontare i problemi della vita ed a ringraziare il Signore con le offerte.

Come avveniva il “sacrificio” al tempio?  L’animale veniva ucciso e suddiviso in parti: La parte bruciata era per il Signore, una parte per i sacerdoti e una per i familiari dell’offerente. Questa era una specie di comunione.

22 vedere il volto del Signore” ricorda quello che noi abbiamo conservato per la preghiera per i defunti:”Ammettili a godere la luce del tuo volto“. Il rapporto con Dio non è un rapporto mentale, pensato: ma uno a tu per tu, come nei rapporti umani. Le persone che si incontrano stanno una di fronte all’altra. Vedere un amico o una persona in genere a cui si vuol bene, è la vita. E la fede è stare davanti a Dio e guardare il suo volto, ma è il rapporto di amore che interessa, non tanto il vederlo! Si ricordi che l’Apocalisse – ultimo libro del cànone termina con una relazione di amore! E Dio è l’oggetto di Amore per eccellenza!

Qui sentiamo un’altra maniera di pregare. La prima è una domanda preceduta dall’angoscia e un’invocazione insistente e disperata di chi si affida totalmente a Dio; la seconda è un cantico di benedizione e di lode. Questo cantico è più antico della narrazione o, meglio, è stato agganciato alla narrazione perchè è più facile ricordare una cantilena ritmata che non un racconto, di cui in genere si conserva la trama. Questo antico canto è sorto nell’ambito del tempio: non è quello di una semplice madre di contadini. Si parlerà ad un certo punto del “mashìac” che è un participio passivo ebraico, derivato da “mashàc” (= ungere, massaggiare, cospargere l’olio sulla testa). E il bambino consacrato, unto, scelto è il Messia. Così la preghiera di Anna, che rende gloria a Dio, si intreccia con la storia di Israele, di cui Davide è portavoce della speranza. Si parte da una speranza familiare di un figlio per arrivare al dono di Dio che guida il suo popolo verso un futuro di benedizione, di pace e di giustizia, attraverso il suo consacrato. Ecco perchè questo testo è stato meditato dai cristiani e messo in collegamento con il cantico della madre del Messia: di Maria, ragazza del mondo popolare. Il discendente di Davide non è un nobile, un principe, ma semplicemente un inviato, consacrato, Xristòs. Nel testo si trovano alcuni passaggi molto interessanti su Dio, Signore della vita e della morte. Si dà l’idea che le persone vive o morte siano nelle mani di Dio. Non sono abbandonate! E’ Lui che guida la vita dall’inizio alla fine. C’è nel testo una “puntatina” contro gli invasori del Nord. Questo piccolo testo è stato scritto infatti all’epoca delle invasioni di  Assiri e Babilonesi, che Dio finalmente sterminerà. Questo piccolo popolo non  può contare su un esercito ma nella preghiera.  Nel canto di Zaccaria si legge liberati dai nostri nemici. Quali nemici? Quelli che volevano occupare le povere terre, i campi e le vigne del popolo ebraico e sterminare gli abitanti dei villaggi. Pregare i Salmi è anche capire queste situazioni: del perseguitato, accusato ingiustamente, che rischia di perdere i beni e la vita, ed anche del piccolo popolo minacciato da ogni parte. La madre riconoscente si fa portavoce della situazione del suo popolo (1Sam 2,1-11):

1Allora Anna pregò così:

«Il mio cuore esulta nel Signore, la mia forza s’innalza grazie al mio Dio.

Si apre la mia bocca contro i miei nemici, perchè io gioisco per la tua salvezza.

2Non c’è santo come il Signore, perchè non c’è altri al di fuori di te

e non c’è roccia come il nostro Dio.

3Non moltiplicare i discorsi superbi, dalla vostra bocca non esca arroganza,

perchè il Signore è un Dio che sa tutto e da lui sono ponderate le azioni.

4L’arco dei forti si è spezzato, ma i deboli si sono rivestiti di vigore.

5I sazi si sono venduti per un pane, hanno smesso di farlo gli affamati.

La sterile ha partorito sette volte e la ricca di figli è sfiorita.

6Il Signore fa morire e fa vivere, scendere agli inferi e risalire.

7Il Signore rende povero ed arricchisce, abbassa ed esalta.

8Solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero,

per farli sedere con i nobili ed assegnare loro un trono di gloria.

Perchè al Signore appartengono i cardini della terra

e su di essi egli poggia il mondo.

9Sui passi dei suoi fedeli egli veglia, ma i malvagi tacciono nelle tenebre.

Poichè con la sua forza l’uomo non prevale.

10Il Signore distruggerà i suoi avversari! Contro di essi tuonerà dal cielo.

Il Signore giudicherà le estremità della terra; darà forza al suo re,

innalzerà la potenza del suo consacrato».

Poi Elkanà tornò a Rama, a casa sua, e il fanciullo rimase a servire il Signore alla presenza del sacerdote Eli.  

Da questo salmo, chiamato il Magnificat di Anna, spariscono i riferimenti a nemici, a malvagi.  Ma vi si trovano alcuni accenni, soprattutto nella prima parte: “Dio è il Santo” (= è il Suo nome), il misericordioso, l’onnipotente. E poi c’è quell’agire paradossale, presente qui e molto più evidenziato nel Magnificat di Maria: il Signore innalza ed abbassa. E’ Colui che solleva il misero dalla polvere per farlo sedere fra i prìncipi. Il riferimento è a Davide, pastore di pecore, che diventa pastore del popolo, nobile, re. Pastorello della famiglia di Jesse a Betlemme, viene innalzato a re ideale.  In tutta la tradizione biblica si ha sullo sfondo il paradigma, cioè il modello narrativo che è un po’ il cuore dell’esperienza biblica. Un popolo di emarginati, di schiavi, mano d’opera sfruttata dal potente di turno, viene liberato dall’intervento di Dio: è la visione del tutto originale, che darà poi spunto a leggende e storie diffamatorie nei confronti degli ebrei.

Autori di queste storie o leggende sono stati i Romani, fra cui anche Tacito, perchè questo piccolo popolo non si mescolava con gli altri, aveva i suoi tempi, le sue ricorrenze,  la sua dieta.  In questo piccolo popolo si innesta poi la fede cristiana: da Gesù umiliato fino alla morte di croce che Dio ha esaltato. Nel Magnificat di Anna c’è già tutta la struttura non solo del racconto, ma anche della fede cristiana.

Interessante l’accenno “Perchè al Signore appartengono i cardini della terra“: la terra era immaginata come una grande ciambella – non una sfera! – , un disco che poggiava su colonne. E quando avvengono terremoti, vuol dire che Dio muove le colonne!

Fa sorridere a questa cosmologia, pur sentendo la presenza di un Dio della vita e della morte. Poichè a lui 8appartengono i cardini della terra…. Il Signore distruggerà gli avversari di questo piccolo popolo e tuonerà dal cielo – perchè la tempesta è segno della potenza di Dio. Le forze della natura si scatenano ogni volta che c’è un grande avvenimento sulla terra: si pensi anche al giorno di Pentecoste, narrato da Luca negli Atti (At 2,2).

Noi usiamo oggi un altro linguaggio, molto astratto, in cui non c’è più l’idea della potenza di Dio, che dispone di vita o di morte. Nei Salmi si incontra anche un Dio che giudicherà le estremità della terra, cioè tutti i popoli.  Dove nel Vangelo si parla degli estremi confini della terra, si allude ai popoli lontani. Il Signore è un Dio giudice, che giudicherà ogni uomo secondo le sue opere.

E questa idea del giudizio, più che un’idea di punizione, è un conforto per quei disgraziati che non possono difendersi contro il male: il giudizio è un gesto di liberazione. Noi abbiamo giustamente tutto spiritualizzato, ma abbiamo dimenticato la presenza di Dio nella nostra vita. Per noi è un mondo di idee, più che una realtà che ha a che fare con la vita e con la morte.

Spunti per la riflessione:

* Qual è il rapporto fra la “nascita” e la speranza del Signore?

L’inizio della vita è inizio della speranza, che è vivere. E di fronte alla morte? C’è una vita che va oltre. Si parla anche di rinascita, mentre le nascite, da noi un po’ scarse, sono un investimento per il futuro.

* Come pregare nella crisi: una vita senza futuro?

Come pregare se non c’è prospettiva?

* La preghiera di Anna, che passa dall’invocazione-supplica personale al cantico di ringraziamento, è un modello ancora attuale? Le nostre preghiere sono in genere molto private, prima di tutto per noi. Poi preghiamo per gli altri: per il mondo e per la Chiesa. Il privato è  separato dalla coscienza di far parte di una storia di umanità.

* La preghiera può essere momento per rileggere e dare un senso alle esperienze della vita?

Anna nella preghiera si affida a Dio e, tutto sommato, la crisi totale di una donna che non ha figli diventa per lei motivo per rileggere la storia del suo popolo.  Allora la preghiera come momento in cui si ripensa alla propria esistenza,  dà un senso alle esperienze traumatiche che la vita comporta. Non si attende solo una risposta miracolistica, ma si cerca anche di vivere nonostante le ferite, i mali, stando davanti a Dio nella preghiera. Le nostre meditazioni e riflessioni sono un modo di pregare: non è solo un invocare, lodare, benedire, ma anche ritrovare la giusta relazione con Dio e con gli altri. Anna infatti, dopo la preghiera, torna a casa e consacra il figlio ricevuto dalla gratuita iniziativa di Dio.

27Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho richiesto.

Per incontrare il Dio della vita ( e della nascita), non si richiedono prestazioni d’opera (riti, offerte, pellegrinaggi): come Anna, a volte si tratta solo di uno stato emotivo, in cui non si riesce a trovare parole.

15 febbraio 2014