Conversazione sul libro “1 e 2 Tessalonicesi” curato da R. Fabris

22/11/2014 | Donne e uomini della speranza

Conversazione fra mons. Marino Qualizza e mons. Rinaldo Fabris sul libro di R. Fabris: “1-2 Tessalonicesi” (I Libri biblici 13) Paoline, Milano 2014.

Mons. Qualizza:

Leggendo, pensando, meditando, saltando la prima parte, che richiede una spiegazione di “quantistica subatomica”, mi fermo su 5 punti che mi sembrano significativi e che sono suggeriti anche dalla riflessione teologica che don Rinaldo mette alla fine della traduzione e della spiegazione esegetica. Sono le cose più significative almeno per noi oggi!

Una prima domanda riguarda il canone biblico, perché fra la 1 Ts e la 2 Ts passa un secolo: dagli anni 50 circa si passa a una lettera datata, secondo alcuni, nel secondo secolo, come la seconda lettera di Pietro. Sono passati ormai 50 anni dai miei studi biblici, ma sono ancora legato a un’enciclica del 1893 Provvidentissimus Deus di Leone XIII. È una delle prime encicliche bibliche. Dopo averla letta e aver anche considerato le decisioni sul Modernismo del 1907, mi domando: Come è possibile collegare in linea di continuità o meno questo dato con le attuali prospettive post-conciliari?

Che possibilità c’è di collegare i due documenti, soprattutto tenendo conto di che cosa si diceva nel 1893 e poi nel 1919-1920 con Benedetto XV nello Spiritus Paraclitus e infine con quanto scrisse la Dei Verbum? Come fa un imitatore di Paolo a concludere la 2 Ts dicendo: «Questo è il mio modo di firmare». La mia domanda legittima è: “C’era già quella volta il copia/incolla”?

Mons. Fabris:

Non c’era né “copia/incolla” né il “Copyrigt”. Lettere pseudonime attribuite ad Aristotele, a Platone, a Pitagora erano una maniera per dare autorità a un testo spesso anonimo, scritto da un autore senza alcuna risonanza né pubblica né letteraria o filosofica. Prendiamo ad esempio il libro di Isaia: è chiaro che dal cap. 65 o, meglio, dal cap. 40 l’Autore non può essere quello dell’ottavo secolo a.C. (che parla dei deportati di 200 anni dopo). Questo vale per l’AT.  Per il NT prendiamo ad esempio la “Lettera agli Ebrei”, che non è una lettera, ma un’omelia, non scritta da Paolo e non inviata agli Ebrei!

Al tempo di Leone XIII non si sapeva ancora dei papiri trovati in Egitto e non si conosceva la lettura cuneiforme con la notizia babilonese del diluvio. Dalla loro “lettura” finalmente si è capito che lo stile delle lettere di Paolo riprendeva quello  utilizzato nelle lettere familiari dei classici latini e greci.  Dagli scritti del Qumran si ebbe una maggior conoscenza del mondo ebraico in modo che si potrebbe riformulare il canone.

Per fortuna c’è un’espressione nella Dei Verbum: «scritti dagli Apostoli o dall’ambito degli Apostoli». Così nessun testo canonico si può dire scritto e dettato da un Apostolo (fra i Sinottici si potrebbe pensare solo all’apostolo Matteo).  Leone XIII aveva a che fare con i Razionalisti della fine del XIX secolo per i quali non aveva senso parlare di miracoli, di Spirito Santo o di scritti apostolici.

Mons. Qualizza:

Seconda domanda: L’annuncio del Vangelo è sempre alla base di ogni iniziazione cristiana. Nelle due lettere in questione non sembra ci siano diretti riferimenti ai Sacramenti. Qualcuno nel passato si è ispirato a questa posizione dicendo che ci può essere un cristianesimo in questa linea. Ma l’annuncio e l’ascolto del Vangelo hanno bisogno di una mediazione sacramentale cattolica per essere efficaci?

Mons. Fabris:

Paolo parla della “cena del Signore” solo quando a Corinto si litigava perchè i ricchi (armatori, capitani del porto) cristiani portavano le loro pietanze e mangiavano fra di loro la cena fraterna che precedeva l’eucaristia. Paolo va su tutte furie, perché in questo modo si disprezzano la Chiesa di Dio e i poveri.

Per lui era importante non battezzare, ma proclamare il Vangelo. Sul Matrimonio c’è qualcosa relativamente alla vita di famiglia, ma non sulla confessione e l’unzione degli infermi.

L’affermazione: «Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore», era un modo per indicare che il matrimonio è un dato stabile per il buon ordine delle società. Paolo parla del dono dello Spirito, mediato dalla Parola. Confrontando 1/2Ts con le altre lettere paoline c’è un qualche riferimento ai Sacramenti, al punto che Battesimo e Cena sono accettati anche dal mondo della Riforma. Solo la Chiesa cattolica e Ortodossa hanno i diversi sacramenti e molti riti che servono a vivere il rapporto di comunione con Dio. Fondamentali sono Battesimo, Cena e perdono dei peccati.

Il Matrimonio si fonda sulla creazione di Dio, che, con la benedizione, ha dato all’uomo e alla danna di essere fecondi.

Mons. Qualizza:

Così si potrebbe parlare di una benedizione creaturale, più che naturale!

Mons. Fabris:

Bella questa! È “un’uscita in corner”!

Mons. Qualizza:

Questa domanda è stata unilaterale, perchè ovviamente non si può partire da una singola lettera, dato che ne abbiamo anche altre!

In riferimento all’opera di santificazione che abbiamo nel Battesimo, ed anche in riferimento alle due lettere, c’è il tema importante della santificazione. In che cosa consiste, secondo questi testi, oltre le indicazioni generali e gli inviti pressanti? Quale identità ha questa santificazione e santità?        Ritengo che questo sia argomento che interessa anche attualmente ed è sottolineato quasi ogni domenica, per non dire ogni mercoledì anche da papa Francesco. Annuncio, ascolto e realizzazione nell’accoglienza che porta poi alla santificazione.

Mons. Fabris:

Domande pertinenti! Nella famosa espressione che si trova in 1Ts, cap. 4 si legge: «Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione». Paolo adopera due vocaboli che potremmo usare anche in italiano: Santificazione indica un processo dinamico, mentre hagiosýnē, “santità”, indica lo status: cioè uno è stabilito in questa condizione di santo, mentre la santificazione è il processo che porta al cammino spirituale verso la santità. Paolo chiama “santi” i cristiani: un corpo di battezzati. E nella 1Ts, un paio di righe dopo, «la volontà di Dio è la vostra santificazione» si rivolge ai cristiani che avevano difficoltà a trovare moglie ed a mettere su casa, dicendo: «Vivete il rapporto sponsale nell’amore e nel rispetto perchè Dio ci ha chiamati non al disordine sessuale, ma alla santificazione». E ci ha donato lo Spirito Santo. La spiritualità non è il processo perseguito dai vari movimenti spirituali dal Buddismo ai fenomeni culturali del mondo di Paolo, ma è l’azione dello Spirito dentro di noi. Questo è importante! Perchè l’unico Santo è Dio! Isaia, spaventato quando vede il trono di Dio e ode il triplice “santo” che ripetiamo nella Messa, si sente davanti alla realtà misteriosa di Dio che è la fonte ed anche la meta del nostro cammino umano.

Sarebbe utile distinguere santità da santificazione: entrambi sono dono dello Spirito. In Tes 4,9 Paolo scrive: «Riguardo all’amore fraterno (philadelphía) non c’è bisogno che vi scriva, perchè voi siete stati ammaestrati da Dio» e usa un vocabolo che non si trova nei testi greci: theodídaktoi. I profeti Geremia ed Ezechiele avevano preannunciato: «Metterò il mio spirito dentro di voi», «la legge scritta non sulle tavole di pietra, ma nei cuori», cioè nella coscienza. E questo è il dinamismo dell’amore, perchè lo Spirito è fonte dell’Amore.

Mons. Qualizza:

La quarta domanda riguarda la controversa questione della Parousía e dell’attesa di una salvezza cronologicamente determinata. A parte le diverse interpretazioni ben esaminate nel testo, ricordo che anche il card. Martini non disdegnava una salvezza senza il tunnel della morte, ma concludeva: «Dobbiamo arrenderci alla situazione… non senza rammarico!» Cosa dire?

Mons. Fabris:

È una bella idea che Paolo esprime nella sua seconda Lettera ai Corinzi, quando dice: «Il nostro uomo interiore va rinnovandosi di giorno in giorno; quello esteriore va disfacendosi» L’uomo “interiore” non è l’anima di Platone, che adopera la stessa espressione greca. Per Paolo l’uomo interiore “è opera dello Spirito che ci fa nuovi”. E poi scrive: «Io attendo un’abitazione nel cielo e perciò sono angosciato come sotto un peso schiacciante, dal quale vorrei essere liberato».  Con la morte si entra subito nella realtà definitiva.

Mons. Qualizza:

L’ultima domanda riguarda giustizia e iniquità. È  un binomio che contraddistingue la fede cristiana degli inizi e, al tempo stesso, l’attesa di una salvezza tempestiva. Sappiamo che l’invocazione: “Venga il tuo regno” ancora nel secondo secolo (avanzato), e quindi dopo il 150, significava: “Vieni sul serio”, realmente. Poi si cambiò registro, quando si cominciò a sospettare che questa venuta fosse collegata con la morte di ognuno. E da allora l’invocazione “Signore, non tardare” divenne: “Non aver fretta”. In conclusione: Come intendere la nostra storia, oltre le formule apocalittiche e a partire dalla presenza delle cause seconde – che saremmo noi –  non come “birilli nelle mani di Dio”, ma come realtà che, in un modo o nell’altro, facilita o impedisce questa realizzazione della salvezza?

Mons. Fabris:

Questo tema consente di dare un’occhiata alla 2Ts, dove la prima parte del il capitolo secondo è un brano apocalittico. Com’è stato accennato, alcuni scrivevano lettere a nome di Paolo: era un modo per dare autorità al loro testo. In 2Ts 2 s’immagina uno scontro fra il Signore Gesù – Kýrios – e un personaggio che anacronisticamente è chiamato “anticristo”: è l’uomo iniquo, l’uomo del peccato. Quando Giovanni Paolo II celebrò la messa nella Chiesa del Gesù a Roma, era l’ultimo dell’anno, giorno in cui si legge un testo della prima lettera di Gv, dove si dice che è arrivata l’ora perchè «chi nega che Gesù è venuto nella carne, è antichristós». Da qui è nata l’idea dell’anticristo, che non c’entra per nulla col mito del mostro originario. Nella lettera di Giovanni è stato trasposto il concetto del male dai giornalisti, compreso M. Cacciari che ha scritto ultimamente sul katéchon. C’è chi considera questa espressione del male, un prodotto dalla tendenza dell’uomo a sopraffare sull’altro, oppure come una “forza misteriosa” che contrasta il regno di Dio. Échein significa “avere”, mentre katéchein indica “tenere”, “trattenere”…. Nel testo greco di 2Ts c’è il participio katéchon, che significa “qualche cosa che trattiene”, una istituzione; e anche il participio maschile katéchōn, che indica invece “qualcuno che impedisce”.

“Anticristo”, un’espressione della prima Lettera di Giovanni, dove designa i “negatori di Cristo” nella sua carne e umanità, è riferito a una figura mitica, un sistema che “impedisce” o contrasta l’azione di Dio. Il male sarebbe la longa manus del diavolo o di satàn, citato nell’Apocalisse, al cap. 12, dove è descritto come un enorme drago rosso con sette teste e dieci diademi, pronto a divorare il figlio della donna partoriente, simbolo della Chiesa, che genera un figlio maschio, il Messia.

Il “male”, più che una proiezione dell’Infinito in chiave negativa, è quello che tutti sperimentiamo. Nella visione “quantistica” dell’universo Dio non è pensato all’interno del processo della creazione, senza cadere nel panteismo. Anche Tommaso d’Acquino afferma che Dio non opera direttamente, ma sempre attraverso le “cose seconde” o le “leggi naturali”. Egli non fa interventi – miracoli – per rimediare al limite della creazione, ma semplicemente dà il suo impulso a tutto l’universo ed anche agli esseri umani che sono condizionati da tali leggi, secondo l’ordine della creazione.

(26 giugno 2014)