Geremia

03/04/2014 | Donne e uomini della speranza

Geremia

Dopo Abramo e Anna, madre di Samuele – profeta che scopre la sua missione nel santuario di Silo – proseguiamo con un personaggio importante della tradizione profetica: il profeta Geremia. Della tribù di Beniamino, è nato ad Anatòt, poco lontano da Gerusalemme (quando si va da Gerusalemme a Betlemme, guardando verso oriente, verso il Mar Morto ed il Giordano, si vede la zona di Anatòt, il paese d’origine di Geremia).

Geremia

Dopo Abramo e Anna, madre di Samuele – profeta che scopre la sua missione nel santuario di Silo – proseguiamo con un personaggio importante della tradizione profetica: il profeta Geremia. Della tribù di Beniamino, è nato ad Anatòt, poco lontano da Gerusalemme (quando si va da Gerusalemme a Betlemme, guardando verso oriente, verso il Mar Morto ed il Giordano, si vede la zona di Anatòt, il paese d’origine di Geremia).

Patria di Geremia. Atlante biblico, Ed. S. Paolo 2009

Geremia, figlio del sacerdote Chelkìa è nato verso il 650 a.C. e svolge la sua attività nel regno di Giuda, la cui storia si conclude tragicamente con la caduta di Gerusalemme ad opera dei Babilonesi e la deportazione dei capi, degli intellettuali e benestanti a Babilonia il 19 luglio del 586 (o 587) a.C. Il profeta denuncia l’idolatria ed il sincretismo religioso di Israele, il regno del Nord – caduto sotto il dominio assiro nel 721 a.C. – dove si fanno sentire il fascino dei culti cananàici e l’influsso dei dominatori stranieri.

Allora è re Selecìa, figlio di Giosia. Quello decide di rimanere a Gerusalemme, invece di andare con i deportati ebrei a Babilonia, ma poi si ribella e viene accecato davanti ai figli. Una parte della sua corte fugge in Egitto, portando con sé anche Geremia. Così il profeta muore in Egitto.

Geremia, pur essendo sacerdote, non può esercitare nel tempio, perchè a questo è incaricata un’altra classe sacerdotale. Così vive nella sua vigna, sotto il fico e sogna di stare in pace e tranquillo.  Dio invece lo chiama e lo butta nella tempesta di Gerusalemme. Lì comincia la sua avventura con continue crisi di vocazione e di coscienza, che supera con grande fiducia in Dio. La sua parola comporta però disagi nella sua famiglia.

I grandi proprietari terrieri, chiamati “il popolo della terra”, ce l’hanno a morte con Geremia, perchè egli propone una riforma agraria. Egli vorrebbe anche cambiare la situazione: si rivolge alla casa regnante e chiede giustizia per l’orfano e la vedova. Non si pone il problema se Dio c’è o no: importante è praticare la giustizia!

Geremia è legato ad un ambiente di riforma e di rilettura della Legge o della Bibbia, chiamata “seconda legge” (Deuteronomio). Questo è un libro del Pentateuco, ma rilegge tutta la Bibbia secondo il principio che Dio ha fatto una nuova alleanza. Se si cerca la pace e la giustizia non si è travolti dalle vicende. Così vuole la “scuola deuteronomistica”. E Geremia si dà da fare per la sua riforma interiore: quello che conta non sono le cose esterne, ma è il cuore, la ricerca di Dio!  Per questo parla della “nuova alleanza”, scritta non più su tavole di pietra, ma… nel cuore.

Geremia ha un feeling particolare con un profeta che conosciamo: con Gesù, nostro Maestro e Signore.  Al punto che la gente – secondo Matteo – quando Gesù chiede ai discepoli «Che cosa dice la gente di me?», quelli rispondono: «Dicono che sei Giovanni Battista, che sei Geremia…»

La gente tende dunque ad associare Gesù a Geremia. Mentre Isaia ha avuto figli e figlie, la moglie che lo aiutano nella sua attività missionaria o profetica, Geremia riceve l’ordine da Dio di non sposarsi: di rimanere celibe, di non fare figli e figlie. Col suo celibato Geremia deve annunciare la mancanza di futuro.  Egli ha un amico molto caro con cui si sfoga e che lo segue: è Barùc. Questi registra i suoi discorsi, prepara i rotoli, li legge in piazza o nel tempio.

Così il materiale che noi abbiamo è stato probabilmente raccolto da  questo personaggio che è chiamato Baruc. Anche perchè i profeti non scrivono… I grandi maestri parlano, ma non sono degli scrivani! Geremia, come Gesù, non scrive nulla. Per Paolo è diverso: doveva mandare le lettere a comunità distanti. Ma nessuno dei profeti biblici  ha scritto qualcosa. D’altra parte a quell’epoca si usava imparare a memoria testi poetici anche con cantilene e ricchi di immagini. E ogni piccola strofa veniva introdotta dalla dicitura “Oracolo del Signore”.

La chiamata profetica di Geremia (Ger 1, 4-10)

La chiamata profetica include un’elezione da parte di Dio, una consacrazione e un decreto di nomina-investitura profetica.  Con l’incarico profetico da parte di Dio, Geremia riceve il compito di smascherare le illusioni del popolo e dei suoi capi – “sradicare e demolire, distruggere e abbattere” – ma nello stesso tempo egli deve anche  “edificare e piantare” (Ger 1,10; cfr. 31,38).

Così Paolo, quando vuole parlare della sua investitura come Apostolo di Gesù Cristo, si richiamerà a Geremia ed alla iniziativa di Dio. E la scuola di Isaia, quando vuole ripensare alla chiamata di un personaggio a “servo del Signore”, si richiama a questo testo dell’iniziativa di Dio. 

4Mi fu rivolta questa parola del Signore: 5«Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni». 6Risposi: «Ahimé, Signore Dio!  Ecco io non so parlare, perchè sono giovane».

7Ma il Signore mi disse: «Non dire: “Sono giovane”. Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò e dirai tutto quello che io ti ordinerò. 8Non avere paura di fronte a loro, perchè io sono con te per proteggerti», Oracolo del Signore.  9Il Signore stese la mano e mi toccò la bocca, e il Signore mi disse:«Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca. 10Vedi, oggi ti do autorità sopra le nazioni e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare».

Questo è un brano autobiografico che apre la raccolta degli oracoli fatta dai discepoli e si trova nel cap. 1.   E’ evidente tutta l’iniziativa libera di Dio: “prima che tu nascessi, io ti ho scelto“.

E’ l’idea che noi siamo chiamati alla vita ed al rapporto con Dio non per i nostri meriti o perchè siamo di una famiglia importante, no!  “Prima che tu nascessi, io ti ho scelto. Per essere consacrato a me ed inviato come profeta delle nazioni”.  Si noti: non dice “profeta di Israele”, ma dei popoli. Sulla scena internazionale stanno affacciandosi gli Assiri e i Babilonesi; dall’altra parte ci sono gli Egiziani e tutti i popoli vicini. Il profeta non è solo un profeta per la casa regnante o per il regno di Giuda, ma per le nazioni. E’ un’apertura ecumenica! Proseguendo notiamo che il giovane Geremia si lamenta con Dio: “Come faccio a parlare in un’assemblea di vecchi? Là bisogna essere anziani per poter prendere la parola!” – Nell’assemblea potevano infatti parlare solo i capi famiglia , cioè quelli che avevano esperienza! – “Non preoccuparti! Tu andrai come ambasciatore incaricato da me.”  E poi si ha un gesto simbolico: mentre in Isaia è il carbone ardente che purifica le labbra del profeta, qui invece è la mano di Dio che mette le parole in bocca a Geremia.  Questo significa che il profeta non è un indovino, non un mago, ma colui che parla ed ha voce per Dio. La parola del profeta è parola del Signore, che si esprime attraverso l’umanità di Geremia.  E poi viene tracciato il programma. Inizia con l’investitura: oggi ti do autorità sopra le nazioni (cioè i popoli) e sopra i regni (cioè non solamente sopra il regno di Giuda, ma tutti i regni vicini).

Poi troviamo sei verbi, dei quali quattro negativi e due soli positivi: sono legati all’edilizia ed al mondo vegetale alternativamente: per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare. Sono immagini che ritroviamo in Paolo, quando dice “Io ho piantato, Apollo ha irrigato…”  Paolo si è ispirato a Geremia per alcune cose: per presentare la chiamata e poi la sua attività. Compito del profeta è inizialmente quello di sradicare e demolire ma poi anche di edificare e piantare, in modo da far ripartire la storia con una nuova pianta ed una nuova casa. Questa parte della consolazione innesca la speranza.

Anche Geremia ha avuto la sua crisi, perchè la speranza nasce nel deserto, nella paura e nell’angoscia: la speranza è dono di Dio, non solamente forza d’animo.  Chiamato da Dio per risvegliare la coscienza del popolo di fronte alla minaccia che incombe all’orizzonte – le invasioni assira e babilonese – Geremia si rende conto che la sua parola non cambia la situazione, ma vi aggiunge la consapevolezza della sua ineluttabilità.  D’altra parte egli non può sottrarsi al suo compito profetico, perchè la mano di Dio grava su di lui.  Questo è il suo destino: nato per essere e fare il profeta, rende più grave la sventura del suo popolo.  Geremia soffre per il clima di minaccia che si crea attorno a lui. Nell’ambiente di Anatòt, il suo paese di origine, gli anziani e soprattutto i grandi proprietari terrieri organizzano un complotto per avvelenarlo (Ger 11, 18-23; 18, 18-23). Egli rimane solo, perchè parenti e amici si dileguano. Da qui il comprensibile sfogo del profeta davanti a Dio, che gli risponde confermandogli l’incarico e la sua protezione. Nelle sue “lamentazioni” o “confessioni” il profeta Geremia esprime la sua reazione di fronte alla situazione conflittuale provocata dalla sua attività profetica.

Alla fine egli ha un abboccamento con Selecìa in segreto. egli sconsiglia il re, ormai assediato. Poi va sulle mura in mezzo ai soldati e dice loro di non combattere, perchè Dio sta con i Babilonesi. I generali vengono a sapere di questa sua azione, lo prendono e lo denunciano davanti al re e lo buttano in una cisterna profonda e fangosa. Ma Geremia ha degli amici a corte, i quali lo tirano su con le corde e rimane in prigione, presso la reggia, con una pagnotta al giorno, giusto perchè è amico del re. Geremia non ha mania di persecuzione, non è un paranoico che sogna che tutti ce l’abbiano con lui: certo è in contrasto con la famiglia, con l’ambiente e la linea politica del tempio. Nel cortile del tempio anzi fa un predica contro la falsità dei suoi concittadini – che fanno una specie di pellegrinaggio, accompagnando il cadavere del re e ripetendo “Tempio del Signore! Tempio del Signore!“. Per il profeta quello è dire parole false, mentre si continua ad uccidere, rubare e adorare altri dèi. Ma il tempio non è una spelonca di ladri.  Naturalmente i sacerdoti ce l’hanno a morte con Geremia e vogliono lapidarlo, ma interviene un suo amico del palazzo e lo difende. Così sfugge alla morte.  Per questo Gesù è assimilato a Geremia: perchè perseguitato, celibe, rischia la vita ed ha pochi amici.

Il brano che segue è una parte delle così dette “lamentazioni”: sono schemi di preghiere che si ritrovano soprattutto in Giobbe e nei Salmi. Sono testi molto belli, anche se un po’ pesanti, nel significato e nel contenuto. Il primo sfogo si trova al cap. 15:

10Me infelice, madre mia!  Mi hai partorito uomo di litigio e di contesa per tutto il paese!  Non ho ricevuto prestiti, non ne ho fatti a nessuno, eppure tutti mi maledicono.  11In realtà, Signore, ti ho servito come meglio potevo, mi sono rivolto a te con preghiere per il mio nemico, nel tempo della sventura e nel tempo dell’angoscia…

16Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, perchè il tuo nome è invocato su di me, Signore, Dio degli eserciti.  17Non mi sono seduto per divertirmi nelle compagnie di gente scherzosa, ma spinto dalla tua mano sedevo solitario, poiché mi avevi riempito di sdegno. 18Perchè il mio dolore è senza fine e la mia piaga incurabile non vuole guarire?  Tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti.

E’ una delle 3-4 lamentazioni di Geremia di fronte all’insuccesso e soprattutto all’ambiente di sospetto, di complotto, di minaccia che si crea attorno a lui. E’ uno sfogo molto simile a quello di Giobbe (cap. terzo): Mi hai partorito, madre mia, ma era meglio non nascere. Lui se ne sta in disparte, perchè è arrabbiato per la situazione di ingiustizia e non frequenta più le compagnie degli amici. Nella finale usa una terribile metafora: Signore, tu sei diventato per me un torrente infido, dalle acque incostanti.

E’ un’immagine presa dall’ambiente dei pastori nomadi, che vagano nel deserto sapendo che c’è un’oasi o un torrente, ma quando lo raggiungono, non trovano più acqua. L’immagine dell’acqua ritorna ancora in Geremia. Dio lo ha deluso. Egli aveva accettato l’incarico pieno di entusiasmo, ha divorato le parole del Signore e poi? Quando aveva bisogno di bere, non c’era più acqua! Bella questa immagine della sua crisi religiosa: egli non dubita di Dio, ma vive il dramma dell’assetato che non trova più acqua o del perseguitato che cerca giustizia e non la trova.

La seconda lamentazione, al cap. 20, è ancora più forte: prende un’immagine dalla relazione sponsale: il  profeta si è fidato di Dio e si è sentito imbrogliato:

7Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza ed hai prevalso.  Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno, ognuno si beffa di me.  8Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! Oppressione!»  Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno.  9Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!» Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.  10 Sentivo la calunnia di molti:«Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo»…  14Maledetto il giorno in cui nacqui; il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia mai benedetto.  15Maledetto l’uomo che portò a mio padre il lieto annuncio: «Ti è nato un figlio maschio», e lo colmò di gioia.  16Quell’uomo sia come le città che il Signore ha distrutto senza compassione. Ascolti grida al mattino e urla a mezzogiorno, 17perchè non mi fece morire nel grembo; mia madre sarebbe stata la mia tomba e il suo grembo gravido per sempre.  18Perchè sono uscito dal seno materno per vedere tormento e dolore e per finire i miei giorni nella vergogna?

E’ un lamento molto intenso: inizia con un’immagine sponsale, seguita da quella del rapporto col padre e con la madre.

7Mi hai sedotto, Signore,… mi hai fatto violenza ed hai prevalso.

Fa riferimento ad uno stupro: come se Dio lo avesse ingannato e poi abbandonato, come succede nelle coppie di fidanzati! Interessante questo modo di parlare, per cui Dio non è un’idea o un principio astratto che non si vede, ma è un tutt’uno con lui, che – si ricordi! – ha ricevuto l’ordine di non sposarsi. Dio per lui è tutto! E ora lo abbandona? Sente parole di denuncia, di minaccia.

E allora rincara la maledizione del giorno della nascita e dell’uomo che annuncia la sua nascita a suo padre. Ma anche nella disperazione più nera, Geremia non può rinunciare a Dio: è più forte di lui. E adopera l’immagine del fuoco: nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.

La sua esperienza religiosa non è solo “un’idea su Dio, una convinzione”, ma un impulso che lo attraversa  e gli impedisce di venir meno al suo impegno: è più forte di lui, anche se pensa che Dio lo abbia sedotto, tradito e abbandonato,  anche se gli aveva promesso: “Sarò con te per difenderti!” Questa è una relazione profonda e vitale con Dio che egli esprime con l’immagine sponsale.

La speranza di Geremia (Ger 31,2-4.15-22.31-34)

Su questo discorso si innesta la speranza. E torna l’immagine di Dio che ama di un amore eterno e non può abbandonare la sua creatura. Tutti i profeti parlano di speranza, ma con parole calde, sanguigne, è solo Geremia. Tutto il rotolo di Geremia – di 54 capitoli, – quasi come quello di Isaia, è scritto in  più  tempi, soprattutto dal  suo amico Baruc che ha completato la parte narrativa,

biografica, mentre gli oracoli sono nella prima parte.    Nel cap. 30 inizia a parlare di speranza o, se vogliamo, del ribaltamento della sorte.      Qui sono riportati alcuni oracoli che sono stati ripresi da

Gesù e da Paolo, soprattutto dalla comunità di Qumran – una comunità di ebrei riformatori che vive sulle rive del Mar Morto e che fa riferimento a questo testo di Geremia per dire che essa è una nuova piantagione, fatta da Dio: la nuova alleanza. Il sangue di Gesù nell’ultima cena è un segno della nuova alleanza, di cui parla Geremia.

Grotte del Qumran. Atlante Biblico, Ed. S. Paolo 2009

Questi oracoli, originariamente indirizzati al regno del nord, Israele-Efraim, nel 627-622 a.C., sono stati adattati al regno di Giuda, dopo la caduta di Gerusalemme. Geremia annuncia un “nuovo esodo”, dopo il ritorno dall’esilio e dalla dispersione (Ger 31,2-6.8-9). All’obiezione della gente, il profeta risponde appellandosi alla fedeltà o amore di Dio (Ger 31,15-17,18-20). Nel suo nome egli annuncia una triplice promessa: la fecondità (Ger 31,23-26), la responsabilità (Ger 31,27-28) e una “nuova alleanza“. I tratti distintivi della nuova alleanza sono: interiorità della legge, scritta nel cuore; la conoscenza spontanea ed universale del Signore, il perdono del peccato e la riconciliazione (Ger 31,31-34). Il tema della “conoscenza” di Dio, di cui si  parla in Ger 31,34, ricompare in altri testi (Ger 2,8; 4,22;9,2; 22,16; 24,7). Essa coincide con l’esperienza del suo perdono come manifestazione del suo amore eterno.

Qui avviene un ribaltamento della sorte.  Sullo sfondo è l’esodo rinnovato: Geremia ha visto nelle carovane partite da Gerusalemme i dignitari, capi politici e famiglie. Egli scrive una lettera ai deportati a Babilonia, preparandoli sulla durata dell’esilio, di oltre cinquant’anni. Questo testo era stato pensato quando c’è stata la distruzione del regno del Nord e lui si rivolge ai connazionali per incoraggiarli. Poi quando Gerusalemme è minacciata ed assediata dai Babilonesi, egli riprende e ripropone il tema della “nuova alleanza”. Dio farà un nuovo esodo e una nuova alleanza non più su tavole di pietra, ma con la legge scritta nel cuore:

2Così dice il Signore:«Ha trovato grazia nel deserto un popolo scampato alla spada; Israele si avvia a una dimora di pace». 3Da lontano mi è apparso il Signore: «Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo ad esserti fedele.  4Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata, vergine d’Israele…» 15Così dice il Signore: «Una voce si ode a Rama, un lamento ed un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perchè non sono più». 16Dice il Signore:«Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perchè c’è un compenso alle tue fatiche – oracolo del Signore -; essi torneranno dal paese nemico.  17C’è una speranza per la tua discendenza – oracolo del Signore -: i tuoi figli ritorneranno nella loro terra. 18Ho udito Efraim che si lamentava… 20Non è un figlio carissimo per me Efraim, il mio bambino prediletto? Ogni volta che lo minaccio, me ne ricordo sempre con affetto. Per questo il mio cuore si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza». Oracolo del Signore. 21Pianta dei cippi, metti paletti indicatori, ricorda bene il sentiero, la via che hai percorso. Ritorna, vergine d’Israele, ritorna alle tue città.  22Fino a quando andrai vagando, figlia ribelle? Poichè il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna circonderà l’uomo!…

31Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore -, nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova.  32Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. 33Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore -: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo.  34Non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo:”Conoscete il Signore”, perchè tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore -, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato».

E’ un testo pregnante, ripreso anche se per la nostra lettura, si sono fatti dei tagli. Ma è rimasto il senso, il filo logico. La prima immagine che Geremia propone è quella dell’incontro del Signore col popolo, che è un gruppo di scampati alla spada. Ci si può riferire sia al primo esodo, cioè agli esuli dall’Egitto sotto la minaccia dell’esercito del Faraone, oppure anche a quelli che, portati in esilio, sono scampati alla distruzione di Gerusalemme: ai superstiti di un disastro militare, politico.       Il popolo  scampato alla  spada è  Israele – sempre popolo di Dio – che ritorna  dalla  prigionia, dopo la deportazione,  per andare ad abitare in pace nelle proprie case.

3Da lontano mi è apparso il Signore… Nel primo esodo, il popolo dopo aver vagato nel deserto, arriva alla montagna: al Sinai. Lì c’è la teofania: la potenza di Dio espressa dall’uragano, dal terremoto, il monte avvolto dal fumo e dalle fiamme.

Geremia riprende questa esperienza e dice che Dio gli è venuto incontro nel deserto. Il Signore gli  appare da lontano e si presenta:

Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo ad esserti fedele.

Riprende l’immagine del cap. 2 in cui dice “Mi ricordo del tempo della tua giovinezza, quando mi seguivi nel deserto”. E’ un’immagine ripresa da Osea: l’innamoramento, l’impegno dell’alleanza. Qui ritorna con Ti ho amato di amore eterno. La storia può ripartire, malgrado tutti i disastri, perchè Dio rimane per sempre fedele al suo Amore.

Questo è un testo fondamentale. Sbagliano quelli che affermano che nell’AT Dio è presentato come terribile, pronto a castigare. Certo ci sono espressioni antropomorfiche di un Dio vivo, non certo di una statua, ma in questo testo c’è tutto il linguaggio di Gesù, della misericordia di Dio. Il Padre ama non perchè tu sia interessante, simpatico, fai le cose giuste e buone, ma perchè Dio è fatto così. Egli è il Padre che attende il figlio con un Amore eterno. E poi continua:

4Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata. Dopo la demolizione, l’abbattimento, finalmente si parla di riedificazione della città – che rappresenta la comunità e che è chiamata “figlia di Sion” o “figlia di Giuda”. “Vergine, figlia di Israele” vuol dire “popolo ebraico”. Però l’immagine è quella dello sposo che si rivolge alla città come ad una ragazza.

E poi immagina un’altra scena: la deportazione è avvenuta partendo dalle steppe di Gerico e poi dirigendosi verso la Siria. Geremia immagina Rachele, madre di Beniamino,  che muore dando alla luce il figlio – che per questo è chiamato “figlio del mio dolore”, mentre per il padre egli è “figlio della mia forza”.

Vicino a Betlemme c’è una tomba – oltre il muro, più a Nord, con tanto di filo spinato e torrette di guardia lì vicino. Geremia immagina che, quando iniziano le carovane dei deportati, Rachele esca dal sepolcro:

Una voce si ode a Rama, – luogo dove, secondo la tradizione, è morta e sepolta Rachele – un lamento ed un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perchè non sono più.

“I figli non sono più”, perchè deportati verso i campi di prigionia. Interessante è che Matteo userà questo testo per l’inizio del racconto della fuga di Gesù in Egitto.

16Dice il Signore:«Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perchè c’è un compenso alle tue fatiche – oracolo del Signore -; essi torneranno dal paese nemico.  17C’è una speranza per la tua discendenza.

Il Signore interviene per il suo popolo: la vita continua perchè Lui è fedele. L’alleanza è fondata sulla fedeltà di Dio, per cui c’è un futuro, una speranza: essi torneranno dal paese nemico.

Segue un soliloquio di Dio che parla del suo bambino: di suo figlio che si chiama Efraim – cioè il regno del Nord (Israele, Giuseppe, Efraim sono la stessa cosa. Efraim era uno dei due figli di Giuseppe e il nonno, prima di morire, lo benedice incrociando le mani. Così con la mano destra privilegia Efraim, il più piccolo ed il secondogenito e non il primogenito, cioè Manasse).  E’ un modo per indicare l’aspetto affettivo, amoroso di Dio nei confronti del popolo di Israele.

18Ho udito Efraim che si lamentava… per me Efraim, il mio bambino prediletto? – Efraim è il nipote di Giacobbe e il prediletto da Dio.

Ogni volta che lo minaccio, me ne ricordo sempre con affetto. Per questo il mio cuore si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza.

In ebraico per dire “tenerezza”, si dice “rachamìn o rachàm“,  che ha a che fare con l’utero materno. Dio è un padre e una madre e, come tale, non può abbandonare suo figlio. Interessante è che i mussulmani, all’inizio delle sure, usano il verbo “rachmun“: una parola che ha a che fare con queste parole che, indicando l’utero, alludono al senso più profondo dell’amore. Questo amore viscerale, profondo, carnale di Dio, fonda la speranza. E’ la fedeltà di Dio che importa! E’ l’amore che non può venir meno.

Dopo il 1600-1700 noi abbiamo ripreso, dopo una visione aspra e dura del Cattolicesimo – grazie anche alla guida spirituale dei Gesuiti – l’immagine del Sacro Cuore. L’immagine del Cuore di Gesù e la sua  devozione nasce nella Francia dove c’è un dibattito fra un cattolicesimo rigido e duro, che tormenta le coscienze e la riscoperta dell’amore di Dio. Certo bisogna tener conto di questi precedenti biblici per capire il senso di questo amore, che non è caramelloso, ma quello forte di chi non viene meno anche nella tragedia. Questa immagine si trova in Osea, è ripresa poi da Geremia e quindi da Gesù, quando parla di quel padre che corre incontro al figlio commosso. Quello è ancora il volto di Dio che Gesù ha conosciuto. Il finale è un po’ sconcertante. Egli si rivolge alla giovane deportata – la figlia di Sion – e le dice di segnare bene con dei paletti la strada che sta percorrendo, perchè tornerà indietro.

La strada della deportazione sarà anche la strada del ritorno. Poi c’è l’immagine sconcertante:

Poichè il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna circonderà l’uomo!…

Cosa vuol dire? Normalmente è l’uomo che abbraccia la donna! Qui è il contrario. La comunità finalmente si rivolgerà al Signore:  finalmente la donna di Israele si rivolgerà al suo sposo. Geremia ha queste intuizioni: del padre, della madre, dello sposo e della sposa.

Segue poi il testo sulla alleanza nuova. Nuovo è anche il rovesciamento dei rapporti: la legge non sarà più scritta sulle pietre (cfr. Mosé ed il Decalogo), ma porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore.

Allora non ci sarà bisogno di istruire ed incoraggiare a cercare il Signore: ognuno lo cercherà spontaneamente, per impulso interiore.  Ma la fine è ancora più sorprendente:

poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato.

Il peccato è cancellato: è il perdono totale di Dio… senza riti, sacrifici o penitenza.

L’alleanza nuova è salda, sicura, perchè Dio toglie l’ostacolo che è l’infedeltà, il peccato. E’ quello che Gesù propone: “I tuoi peccati sono perdonati: vai in pace“. Il perdono è gratuito, libero e rinnova il rapporto di alleanza.

Si pensi alla parabola del re che condona un debito incalcolabile perchè ha avuto pietà del suo debitore. Il perdono di Dio è fondato sulla sua misericordia; noi dobbiamo semplicemente accoglierla, senza porre ostacoli!  Questa è la speranza: di poter ricominciare e ripartire anche nelle situazioni più disastrose, grazie a questa fedeltà di Dio. Ma se c’è veramente un uomo della speranza, che ha vissuto tutto il dramma familiare, politico e sociale, che va in piazza, nel tempio, va al palazzo del re, rischia di morire soffocato nel fango, questo è Geremia, il profeta della speranza!  Un po’ come farà poi Gesù che ha giocato la vita per riaccendere la speranza, agganciandosi a questa grande speranza di Israele.

8 marzo 2014