Donne e uomini della speranza: Abramo

11/02/2014 | Donne e uomini della speranza

La speranza di Abramo

Introduzione

La speranza è intrecciata con la promessa di Dio.  Nel contesto dell’alleanza Dio promette la benedizione a quanti ne osservano le clausole. La speranza si fonda sulla fedeltà di Dio o sul suo amore (Rm 5,5; cf Sal 33,18; 130,8; 147,11).  Nella storia di Israele l’oggetto della speranza, fondata sulla promessa di Dio, prende diverse forme. Dalla terra promessa ad Abramo e alla sua discendenza, si passa alla protezione o liberazione di Dio dai mali – malattie, invasioni, distruzioni, schiavitù, esilio – fino ad arrivare al regno di Dio, attuato per mezzo di un re discendente di Davide: il “messia”, il consacrato scelto da Dio.  Nei testi dei profeti Geremia ed Ezechiele il contenuto della promessa di Dio è la nuova ed eterna alleanza.  In altri si parla del “giorno del Signore”, nel quale si hanno il trionfo della giustizia e l’instaurazione della pace.  Solo verso gli ultimi secoli che precedono l’era cristiana si prospetta un futuro oltre la morte in termini di resurrezione e vita eterna (libri di Daniele e dei Maccabei).

1. La speranza di Abramo

Nella meditazione biblica su Abramo “giustificato per la fede”, Paolo afferma che egli ebbe fede sperando contro ogni speranza (Rm 4,18). Per gli Ebrei il patriarca è il “giusto”, per i Mussulmani è “l’amico di Dio”. In ogni caso Abramo è il modello della speranza fondata sulla fede in Dio. Questo appare nella storia biblica del patriarca (Gen 12,1-7.8.9). Dio lo invita a lasciare il suo passato – la terra e la casa paterna – sulla base della sua parola che gli promette un nuovo futuro: la terra, una discendenza e la benedizione estesa a tutti i popoli della terra. Alla chiamata di Dio Abramo risponde con la fede: «Abramo credette – in ebraico he’emin – al Signore che glielo accreditò come giustizia» (Gen 15,6). Il verbo ebraico ‘amàn significa “fidarsi di…”, “fondarsi su…”, mettere la propria fiducia, trovare la propria stabilità su qualcuno.  La fede di Abramo è messa alla “prova” quando Dio gli chiede di offrirgli in olocausto il figlio Isacco, al quale è legata la promessa del futuro (Gen 22, 1-19).  Nella Bibbia il sacrificio del primogenito è condannato come il peccato di chi non conosce il Dio vivente (Mic 6,7; 2Re 3,26; Lv 18,21; 2Re 17,17; 21,6; Ger 7,31; 19,5; Ez 23,37). Perciò la “prova” di Abramo diventa una “tentazione” per la sua fede e la sua speranza.  Ma Abramo supera la “prova” perchè si fida di Dio anche quando gli chiede il figlio, garanzia del suo futuro.   Paolo rilegge la storia di Abramo per confermare che “il vangelo di Dio è una potenza di salvezza per chiunque crede, perchè in esso si rivela la giustizia di Dio di fede in fede…” (Rm 1, 16-17; Rm 4,1-25; cf. Gal 3,6-29; 4,21-31).  La promessa fatta da Dio ad Abramo arriva al suo compi-mento in Gesù Cristo, figlio di Abramo (Mt 1,1; Lc 1,55; Gv 8,31-58). La figura ideale di Abramo è proposta ai cristiani come esempio di fede e perseveranza (Eb 11,8-10.17-19; Gc 2,21-26).

Iniziamo il percorso della speranza partendo dal libro della Genesi. I testi proposti sono in sequenza, perchè il tema è “La speranza di Abramo“. Egli è il primo personaggio che si presenta a noi come uomo della fede e della speranza.  Le due realtà – fede e speranza – in realtà non sono così distanti. Una si sovrappone all’altra: la base della speranza è la fede e la fede fiorisce, matura nella speranza come sguardo verso il compimento delle promesse di Dio o delle attese di chi si fida di Dio. Questo è il senso della speranza nella tradizione biblica.

Rispetto al mondo circostante, questo piccolo popolo sballottato da una terra ad un’altra, continuamente minacciato da potenze esterne, che vengono dall’Oriente e dall’Occidente: dall’Egitto da una parte e poi soprattutto – a partire dall’8° secolo, con Isaia, Geremia ed i Profeti – con la distruzione del Regno del Nord, le distruzioni degli Assiri ed il loro assedio di Gerusalemme. Questa è la città che i Babilonesi metteranno poi a ferro e fuoco.

La Palestina ha conosciuto a quei tempi un’esistenza drammatica, dove la popolazione ha cercato di difendersi alleandosi con le grandi potenze di allora, che sono maturate, fiorite e cresciute sulla riva dei grandi fiumi: Mesopotamia (terra fra i fiumi) e l’Egitto, grande potenza che controlla tutto il Nord Africa e parte del Mediterraneo, con influenza sulla Fenicia (o terra di Canaan).  Quando Israele è soggetto all’Egitto, arrivano prima gli Assiri con un grande esercito,  seguiti dai Babilonesi, poi dai Medi e Persiani, per finire con i Macedoni con Alessandro il Grande ed infine con i Romani.  Così Gesù è nato in questo crogiolo di popoli e di esperienze religiose e cercherà di interpretare la speranza tenuta viva dai grandi poeti ed interpreti della coscienza popolare, quali sono i Profeti. Potremmo dire che gran parte della Bibbia (non solo quella poetica dei Salmi e dei Profeti, e un po’ meno quella dei Sapienti), apre il varco della speranza.

La speranza è espressa molto bene da un piccolo profeta del Regno del Nord che si chiama Osea, il quale, dopo le disavventure del suo matrimonio, che è una specie di parabola del rapporto di Dio con Israele, immagina un nuovo dialogo di amore. Egli canterà, come al tempo della sua giovinezza, quando uscì dall’Egitto e trasformerà “la porta di maledizione in porta di speranza“.  Oggi “Porta di speranza” è un villaggio ebraico sulla costa fra Tel Aviv e Haifa.

Quel piccolo popolo parte da Abramo, poi Isacco e Giacobbe, ha le sue avventure prima in Egitto e poi in esilio; ritorna dall’esilio ed ha un continuo avvicendarsi di avventure che mettono in crisi la fiducia e l’affidamento a Dio, a Colui che garantisce un futuro.  Il popolo di Israele ha consegnato al mondo Occidentale, tramite Gesù ed i Dodici della prima Chiesa, il dinamismo che riguarda il futuro.  Le culture asiatiche (quelle cioè che vanno oltre la Mesopotamia fino all’Estremo Oriente), vivono di fatalismo: quello che capita è già deciso nelle tavole celesti ed il destino è ciclico, come una “ruota“.  E’ un po’ il pensiero che abbiamo trovato nel Qohélet: “Non c’è nulla di nuovo sotto il sole! Il vento gira e rigira e torna al punto di partenza; così anche l’acqua viene dal mare e ci ritorna”.  Il Qohélet si chiedeva «Vale la pena lavorare e faticare per morire?» Domina il fatalismo: quello che capita è stabilito da sempre, segue leggi che non si sa da chi sono state stabilite. Anche il mondo greco poi non conosce molto della speranza: tutto è destino. I Latini lo chiamano “fatum” (da cui fatalità). Oggi non sappiamo se sia cambiato molto, nonostante la fede cristiana, perchè la gente ha conservato molto dell’eredità degli antichi Celti, Germani, Veneti, ecc. fino agli Avari.  Solo il piccolo popolo ebraico ha guardato sempre avanti: di fronte alle disgrazie ha aspettato e invocato l’intervento di Dio e questo è concentrato in un personaggio idealizzato. Siccome era il re che difendeva, guidava, proteggeva e assicurava anche i viveri, diventerà il portatore della speranza. Un re ideale, che riproduce in qualche modo il primo re dopo il fallimento di Saul, è Davide.  Così il Messìa, consacrato re unto, sarà un davidico e, per noi cristiani, il discendente di Davide, nato da Maria, a cui Giuseppe garantisce l’appartenenza davidica, è Gesù.

Nel mondo asiatico c’era molta rassegnazione nell’abbandonarsi alle cose che sono stabilite da sempre, e non c’è nulla da cambiare. Poi il movimento della speranza cristiana, marcatamente religioso nel primo millennio, prenderà nel secondo millennio (verso il 1500-1700) la forma di un’attesa di un mondo che progredisce sempre verso il meglio, a partire dall’idea di evoluzione della vita: è il così detto progresso. Oggi siamo un po’ più scettici del progresso che promette mete felici, gioiose… E viviamo nel dubbio che il progresso materiale realmente favorisca quello dell’umanità. Una maggior umanizzazione può portare ad una vita più felice.

La coscienza di un futuro e la spinta corrispondente a lavorare per il futuro, è tipicamente cristiana. Ad un certo punto questa è stata catturata ed incanalata da un movimento che prende lo spunto da un filosofo di origine ebraica: Karl Marx. Questi dirà che la speranza è quella che predichiamo noi: non è nel cielo, ma qui sulla terra.

Un altro grande filosofo – Ernst Bloch – scriverà un trattato famoso “Il principio della speranza/Das Prinzip der Hoffnung“. Da questo partirà la Teologia della speranza di Moltmann e poi, negli anni 80 e 90 del secolo scorso, la Teologia della liberazione. Da questa lettura laica fatta da Bloch nasce il grande impulso messianico che è tipico dell’Europa occidentale.

Il fatto di attendere la speranza oltre la morte non ha impedito ad una serie di Madri e Padri, fondatori di Ordini religiosi, di dedicarsi al benessere dell’umanità, a partire dai Benedettini, che si sono preoccupati di  bonificare le paludi, insegnare a coltivare, a ricopiare i codici antichi per trasmettere la cultura laica, profana greco-romana alle nuove generazioni.

Non si capisce se noi oggi siamo ricaduti nel fatalismo dei Mesopotamici o possiamo ancora alimentare la speranza delle generazioni.

Dopo questa premessa possiamo iniziare la nostra lettura.  Dopo la storia di Abramo delle origini, comincia la storia vera e propria: dopo i primi 11 capitoli con l’origine del mondo e dell’umanità, la lotta delle culture – Caino e Abele -, la storia della corruzione umana che Dio cerca di lavare con un solenne bagno purificatore – il diluvio -, c’è il tentativo di creare una civiltà omogenea con un simbolo che rappresenta l’unità di tutte: la torre di Babele.  Questa è l’edizione politica del peccato del giardino: “Sarete come dei“. Il senso della famosa torre viene dal mondo mesopotamico. Sullo sfondo della dispersione dei popoli viene chiamato uno – che non è ebreo  e si chiama Abramo (Ab = padre; ram = grande). E’ un nome conosciuto anche nelle iscrizioni trovate negli scavi archeologici.  Egli lascia le terre mesopotamiche assieme alla sua sposa per cercare un posto per i greggi e il bestiame, perchè è un grande “sceicco“. Egli, che non ha figli, si sposta col nipote perchè il fratello è morto. Lei si chiama Sara (“principessa“). Prima di ogni altra cosa lei ed Abramo sperano in un figlio ed in una discendenza.

Il primo testo che prendiamo in considerazione è famoso e riportato qui in forma poetica. L’avventura dell’umanità incomincia con questo rappresentante dei popoli dopo la confusione in seguito al peccato “politico” della torre.  Le torri poi saranno sempre simbolo (e non solo nel medioevo) delle famiglie importanti: [Dal libro della Genesi (Gen 12 1-6)]

1Il Signore disse ad Abram:

«Vattene dalla tua terra,

dalla tua parentela

e dalla casa di tuo padre,

verso la terra che io ti indicherò.

2Farò di te una grande nazione

e ti benedirò,

renderò grande il tuo nome

e possa tu essere una benedizione.

3Benedirò coloro che ti benediranno

e coloro che ti malediranno maledirò

e in te si diranno benedette

tutte le famiglie della terra».

Abram viene riportato all’inizio della Bibbia. Poi il nome è cambiato in italiano in Abramo, per indicare la promessa di Dio: padre di molti popoli. I nomi non sono banali, ma hanno a che fare con tutta la persona. Nell’antichità essi rappresentavano un po’ il progetto, il destino, la missione.

Il Signore disse ad Abram“: è un ordine di partenza per un esodo. Si vede che la Bibbia ruota attorno ad un’icona, ad un simbolo dell’uscita: dallo stato di schiavitù e di paura. Ma si potrebbe dire anche che il mondo esce dal caos. E Abraham è chiamato ad uscire dal mondo dei popoli, dispersi sulla terra dopo la torre di Babele con questo triplice invio ed ordine “dalla terra, dalla parentela, dalla casa paterna”. Si ricordi che una persona del mondo antico è identificata non dal lavoro che fa, dalla professione o dal sesso, ma dall’appartenenza familiare, dalla genealogia. In qualche maniera Abram deve cambiare identità: lasciare il passato, la terra, la grande famiglia e la casa di suo padre. Tale identità è poi la sua garanzia.

Al v. 2 c’è un futuro ma non è del verbo “promettere”. Noi continuiamo a ripetere le promesse di Dio, ma la Bibbia non ha promesse: ha solo il verbo “dire” al futuro. La Parola di Dio è al futuro e garantisce la promessa.  “Farò di te una grande nazione” rispetto a quello che sognavano i costruttori della torre: una nazione che non si disperda!

Ti benedirò“: benedizione vuol dire “vita”… “renderò grande il tuo nome“, al contrario dei costruttori di Babele che volevano costruire una torre grande fino al cielo. “Nome” anticipa il futuro. ” una benedizione“: questa parola a partire dalla Genesi attraversa tutta la tradizione biblica perchè è la vita. “benedizione” vuol dire anche “salute, pace, benessere” e diventa poi l’unica forma di preghiera.  (Per noi invece è tracciare segni sul pane, sull’acqua, sulla macchina per tenere lontane le disgrazie. La benedizione è riconoscere che Dio è la fonte di ogni bene!) Si ricordi che Gesù ci lascia un segno del suo amore attraverso una “benedizione” – per esempio sul pane, dono di Dio. E il pane è Lui: Lui è il grande dono di Dio!)

Benedirò coloro che ti benediranno“: è una specie di patto.  E poi la benedizione di Abram si diffonde su tutte le nazioni.   Si ricordi che Matteo comincerà il suo racconto con “la storia o generazione di Gesù, figlio di Abramo, figlio di Davide.” E Abramo vuol dire “i popoli“, mentre Davide vuol significare “popolo ebraico“.

Il credente fonda la sua vita solo sulla Parola di Dio.

4Allora Abram partì come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran.

Qui si viene informati che il punto di partenza di questo clan non è la Mesopotamia del sud, verso Bassora, Nassiria ed il Golfo Persico, ma è al confine della Turchia.

Ipotesi del viaggio di Abramo
Ipotesi del viaggio di Abramo. Fonte:Atlante biblico Ed. S. Paolo, 2007

Si ricordi anche che l’Eufrate ed il Tigri nascono in Turchia. La terra di origine di Abram è dunque la Mesopotamia alta, che confina con la Turchia.

5Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistato in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan.

La terra di Canaan è la Fenicia che poi diventerà terra di Israele o Terra Santa.

Arrivarono nella terra di Canaan e Abram la attraversò fino alla località di Sichem, presso la quercia di Morè. Nella terra si trovavano i Cananei.

Si ricordi che Dio gli aveva promesso la terra. Ora la terra era occupata dagli abitanti di Canaan, imparentati, se vogliamo, anche col mondo ebraico, ma non sono il popolo che Dio ha scelto.

Secondo quadro: dal libro della Genesi (Gen 15,16)

Si comincia ad intuire che tutta la vicenda legata ad Abram è orientata al futuro. Egli ha tagliato col passato, perchè è l’uomo del futuro. E il futuro è la terra. Solo che gli manca un figlio!

E qui nasce la crisi di Abramo che pensa che Dio gli ha promesso la terra, ma manca la benedizione essenziale, che garantisce tutte le altre.  Il racconto che segue è molto breve, concentrato: è il testo sul quale lavorerà Paolo per elaborare l’dea di fede che ci mette in contatto con Dio (cfr. Gal e Rm).

Nei cap. 12-14 c’è la lotta con i popoli del luogo, la decisione di Lot di andarsene per conto suo.

1Dopo tali fatti, fu rivolta ad Abram, in visione questa parola del Signore: «Non temere, Abram:..

In genere quando Dio trasmette un incarico o una missione, inizia dicendo “Non temere!”

Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande».  2Rispose Abram: «Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Elièzer di Damasco ».

Secondo l’ antico diritto mesopotamico, il “maggiordomo”, se il padrone non ha figli, diventa erede.   Elièzer di Damasco è un servitore che egli ha preso come suo segretario o “maggiordomo”.

3Soggiunse Abram:«Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede».  4Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede».

Ecco dunque la promessa: l’erede non sarà un servitore, ma un figlio!

5Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». (Come le stelle del cielo, che Dio crea in modo innumerevole) 6Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.

Questa è una frase che Paolo utilizzerà in Gal e in Rm in tutte le forme, per dire che noi siamo giusti non perchè facciamo qualcosa, ma perchè crediamo: giusti per la fede, a partire da Abram che è giusto non perchè ha obbedito agli ordini… Infatti l’ordine di partire è un atto di fiducia, di fede. Anche la promessa che riguarda il futuro, la discendenza da un figlio, viene accolta nella fede. E questa è giustizia: giusto rapporto con Dio. Per questo per i cristiani, Abramo è giusto in quanto crede. Per gli ebrei egli è giusto perchè ha eseguito il comando della circoncisione. Ma lì entriamo in un’ argomentazione più farisaica, che non coglie il senso del testo.

Paolo conosceva la scrittura e quindi è andato a pescare un testo che gli serviva per mettere fuori gioco coloro che dicevano “Bisogna fare cose, per essere giusti. E seguire il Decalogo e tutte le prescrizioni di diete e calendari”. No, per Paolo bisogna abbandonarsi a Cristo!

E siamo al terzo atto: uno dei testi più complicati, intricati, ma anche profondi a livello di messaggio, della Bibbia ebraica: l’esistenza della morte, cioè del figlio che muore.

Allora su che cosa si fonda il futuro? Sulla Parola di Dio che viene cancellata o contraddetta dalla morte. E’ la famosa prova di Abram che può essere chiamata anche “tentazione“. La Bibbia non distingue fra “prova” e “tentazione“. Dio fa qui un esperimento con Abram, lo mette alla prova, come aveva fatto col povero Giobbe. Anzi ha scommesso su Giobbe, che perde figli e figlie e la salute, ma continua a fidarsi di Dio. La speranza è messa alla prova e sfidata da esperienze negative per le quali noi intravvediamo il volto di Dio. E così è anche la storia del figlio, che finalmente Abram ha: Iscac. “Sacac” in ebraico, significa “sorridere”. Iscac significa “figlio del sorriso di Dio“.

Sara, quando si sente dire che avrà un figlio, lei vecchia orami, non può credere: “Ma come??” e si mette a ridere.  Poi quando nasce Iscac, Dio sorride, come Abramo e come Sara.

Isacco è una figura un po’ sbiadita nella Bibbia, ma rappresenta la promessa di Dio che si compie.

Isacco è figlio di Abramo e di Sara. Così il futuro è garantito. Solo che questa speranza viene bloccata con l’ordine strano di Dio. Il testo non è solo la “tentazione di Abramo“, ma quella di tutti. E’ un proiettare su Dio le nostre paure e le nostre angosce, e vedere nelle disgrazie il volto “minaccioso” di Dio, che dà la vita e la morte come vuole.  Così è l’esperienza ebraica.

Dal libro della Genesi (Gen 22, 1-18)

1 Dopo queste cose Dio mise alla prova Abramo e gli disse:«Abramo!»

Legata a questa esperienza è la preghiera cristiana “Non ci indurre in tentazione“. Ma Dio non tenta nessuno, perchè è al di là del bene e del male, non entra nell’ambiguità dell’esistenza limitata, per cui nasce poi la tentazione. Per questo i commentatori ebrei – meglio: gli apocrifi ebrei – che hanno riscritto questa storia di Abram, incominciano così “Dopo queste cose, Mastenà che è il capo degli demòni ribelli, tentò Abram.”  Così è tutto più chiaro! Il testo ispirato invece scrive: “Dio tentò, mise alla prova…”

Rispose: «Eccomi!» 2Riprese: « Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».

E’ un comando che pone un problema enorme. In realtà Abramo ha due figli uno avuto da Agar, Ismaele – che per i Mussulmani è il primogenito, così che la festa dell’agnello è il ricordo di Ismaele, non di Isacco. Secondo loro sono stati gli Ebrei a cambiare la Bibbia. La vera Bibbia è quella del Corano. Ma poi Dio ha aggiunto:”Il tuo unigenito“. Perchè unigenito se aveva due figli? Isacco è la garanzia del futuro: tutto quello che Abramo si aspetta è legato al figlio.  Mòria è un nome che può indicare “temere” o anche “vedere“, e corrisponderebbe a quella zona o territorio dove oggi sorge la moschea di Omar e dove sorge anche il tempio: quindi in una zona sacra di Gerusalemme. “Su un monte che ti indicherò“: i sacrifici venivano fatti su delle alture. Il punto è che nella lingua ebraica per dire “offri in olocausto“, si dice: “fallo salire“. Il termine “olocausto” è una traduzione italiana.

3Abramo si alzò di buon mattino, sellò l’asino, prese con sé due servi e il figlio Isacco, spaccò la legna per l’olocausto e si mise in viaggio verso il luogo che Dio gli aveva indicato.

La legna ha a che fare con il fuoco, ma non si capisce bene se è il figlio il destinato al sacrificio. La sequenza del racconto è fatta in maniera – con i vari verbi – neutrale, senza nessuna emozione, come se si trattasse di un normale lavoro quotidiano.

4Il terzo giorno Abramo alzò gli occhi e da lontano vide quel luogo.

Si noti che “terzo giorno” nel linguaggio della Bibbia, significa “decisivo“. E nella catechesi cristiana Gesù fu risuscitato il “terzo giorno“.

5Allora Abramo disse ai suoi servi: «Fermatevi qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin lassù, ci prostreremo e poi ritorneremo da voi».

Il racconto si fa carico di emozione quando padre e figlio dialogano salendo sul monte di Mòria.

6Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio [Isacco], prese in mano il fuoco – sono le braci raccolte in un contenitore di ceramica – e il coltello, poi proseguirono tutti e due insieme

insieme” indica una convergenza non solo fisica, ma una sintonia profonda fra padre e figlio, che dà lo spunto ai primi commentatori di lingua aramaica, per mettere in bocca a Isacco una preghiera prima del sacrificio, prima che il padre vibri il colpo per offrirlo in sacrificio.

7Isacco si rivolse al padre Abramo e disse: “Padre mio!” Rispose: “Eccomi, figlio mio”.

Si noti che  la risposta di Abramo è come la chiamata da parte di Dio, al primo versetto del capitolo.

Riprese:«Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?»  8Abramo rispose: «Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!»

Poi riprende il racconto. Qui è la chiave di tutto: Abramo si fida di Dio. C’è l’ordine che si riferisce al sacrificio del figlio, ma… egli sa che Dio provvederà all’agnello per il sacrificio. Su questo testo l’Autore del IV Vangelo costruirà quella frase con la quale viene identificato Gesù la prima volta, quando il “testimone“, chiamato Giovanni, lo rivela ad Israele. Lo saluterà infatti con “Ecco l’agnello di Dio” (Gv 1, 36). Non c’entra l’agnello pasquale. Qui è l’agnello che Dio ha scelto per eliminare il peccato. Giovanni aggiunge questo perchè la preghiera che fanno gli Ebrei o che mette in bocca ad Isacco è una preghiera profetica di remissione di tutti i peccati, grazie all’obbedienza di Isacco, che diventerà per i cristiani modello di obbedienza di Gesù.

Dio provvederà“: “provvedere” viene dal verbo rah, che è assonante con mòria, la parola che indica il luogo. Abramo sa che Dio non può contraddire la promessa di un futuro e si fida in questa situazione drammatica.

Proseguirono tutti e due insieme. Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna, legò suo figlio Isacco e lo depose sull’altare, sopra la legna.

Nessuna emozione, a parte il problema della vittima del sacrificio. Qui gli Ebrei hanno integrato, aggiungendo un pezzo molto ampio che si trova in un antico codice, scoperto nel 1956 in Vaticano.  Esso aveva come titolo, sulla copertina, “Neofiti”. E si pensava che fossero le prediche che si facevano agli Ebrei per convertirli o per i neo battezzati. Poi leggendo bene quel testo si scoprì che era un commento in aramaico della Genesi. In quel commento, che può risalire al II secolo o al tempo anche di Gesù, l’autore sospende un momento la storia del dramma e mette in bocca ad Isacco questa preghiera a Dio: «Padre, legami forte perchè io non sia preso dalla paura e renda inutile il sacrificio». “lègami” diventerà nel linguaggio degli ebrei il legame di Isacco. Il padre risponde al figlio con una preghiera rivolta a Dio: “Ricordati dei legami di Isacco e quando i miei figli ti chiederanno perdono, tu ascoltali per questa fedeltà di Isacco e mia.” In forza di questa intercessione tutti i sacrifici degli ebrei perdonano il peccato. Ora si capisce perchè il IV Vangelo mette in bocca a Giovanni : “Ecco l’agnello che toglie il peccato”  E Giovanni vuol dire “la totalità dei peccati“. Partendo da questa antica preghiera di Abramo, si garantisce il perdono grazie all’obbedienza/atto di fede del figlio e del padre.  Non si dimentichi che la morte di Gesù è interpretata da Paolo come “il sacrificio perchè non ha risparmiato  il proprio figlio, l’amato”.

10Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio.  11Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!»  Rispose: «Eccomi!»  12L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente!  Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito».  13Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio.

Qui si ha un tentativo di superare il sacrificio umano con un surrogato – preso dal mondo dei nomadi – l’agnello, l’ariete, il giumento – che è una forma di sacrificio dei Cananèi, e che gli ebrei erediteranno.  Infatti nel tempio essi offrono animali.

E segue il primo tentativo di commento teologico:

14Abramo chiamò quel luogo «Il Signore vede»; perciò oggi si dice: «Sul monte il Signore si fa vedere».

In questa situazione drammatica sembra che Dio blocchi e contraddica la benedizione che Egli aveva fatto: la vita!

15 L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta  16 e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perchè tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, 17 io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare;– altra immagine per esprimere un numero incalcolabile – la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici.  18Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perchè tu hai obbedito alla mia voce”.

E’ un racconto della fede di Abramo che si fida di Dio in un momento drammatico, che è quello della cancellazione della promessa di Dio per la minaccia di morte del figlio.

Spunti per la riflessione:

– Qual è il fondamento della mia speranza?

– Su chi o su che cosa spero: nella mia vita prevale la logica della speranza o della delusione?

– Quali sono gli atteggiamenti e le scelte per coltivare la speranza?

11 gennaio 2014                                                                    (continua)