La speranza di Paolo

24/12/2014 | Donne e uomini della speranza

Oggi meditiamo due testi di Paolo, uomo della speranza: un estratto dalla prima lettera alla Chiesa di Tessalonica – in assoluto il primo testo cristiano che noi possediamo, inviato nel 49-50 dalla giovanissima comunità di Corinto. Questo testo precede di 30 anni i Vangeli.

Paolo stesso  l’ha fondata alcuni mesi prima assieme a Silvano e Timoteo che compaiono nell’intestazione della lettera. In un secondo testo molto più ampio egli espone in modo sistematico il contenuto ed il fondamento della speranza cristiana di fronte all’esperienza della morte.

Paolo di Tarso, travolto dall’esperienza dell’incontro con Gesù  risorto sulla via di Damasco, investe tutte le sue energie e risorse spirituali nella diffusione del lieto annuncio che Dio ha risuscitato Gesù Cristo, come anticipazione e garanzia di vita per tutti gli esseri umani. Nelle lettere che invia alle giovani comunità fondate nelle metropoli delle province orientali dell’impero romano, Paolo spiega e sviluppa il contenuto e le ragioni della speranza  cristiana. In alcuni cristiani della comunità di Corinto che hanno abbracciato con entusiasmo il Vangelo, proclamato da Paolo agli inizi degli anni cinquanta, sorgono dubbi ed interrogativi circa l’effettiva resurrezione dei morti. Di fronte all’esperienza della morte fisica si pensa che una parte dell’essere umano – l’anima – non muoia. Questa prospettiva è presente anche nella tradizione culturale del mondo greco-romano.  Paolo, come aveva già scritto ai cristiani di Tessalonica, dice espressamente, che il mondo greco-romano è “senza speranza”. Perciò di fronte alla morte, a quelli che non credono in Gesù Cristo non resta che piangere (1 Ts 4, 13).

Alla fine del cap. quarto della Lettera, Paolo affronta il tema della sorte dei cristiani, morti prima della parousìa del Signore (1 Ts 4,13-18).  Nei primi versi del capitolo quinto risponde alla questione dei tempi del “giorno del Signore”, con le relative conseguenze per lo stile di vita dei cristiani (1Ts 5,1-11). L’articolazione delle due pericopi è segnalata mediante l’appellativo iniziale adelphòi, “fratelli” (1 Ts 4,13a // 5,1a). L’antitesi fra tristezza e conforto, evoca il genere letterario del “discorso di consolazione”, utilizzato anche nelle Lettere, chiamate appunto “Lettere di consolazione”.

Il dialogo epistolare è caratterizzato dalle decise affermazioni iniziali – “non vogliamo… crediamo… diciamo” – dalla ripresa delle espressioni “i dormienti, noi i viventi, i rimasti” – e dalla ridondanza del tracciare lo scenario apocalittico, nel quale si collocano la discesa del Signore dal cielo, il rapimento e l’incontro di tutti i credenti, vivi e morti risorti, con lui. Con questo quadro movimentato contrasta la sintetica affermazione finale: «e così per sempre saremo nel Signore»(1 Ts 4, 17c). Nella stessa prospettiva della comunione con il Signore si colloca l’invito finale, che rivela lo scopo parenetico e pastorale di tutta la sezione: «Confortatevi dunque a vicenda con queste parole»(1 Ts 4,18).

Il testo della 1 Ts tratta della morte di parenti: evento che ha sconvolto la piccola comunità dove si pensava che con la fede cristiana si superasse il dramma della morte.

Il secondo testo è scritto per incoraggiare la comunità; lì alcuni affermano che non serve la resurrezione, perchè basta l’esperienza spirituale che già stanno vivendo.

Paolo afferma invece che siamo disgraziati, perchè pensiamo solo al tempo in cui viviamo. E’ il famoso cap. 15: Gesù è la nostra garanzia – «primizia», anticipazione della resurrezione  di tutti i credenti.

Il primo brano di oggi – indirizzato alla chiesa di Tessalonica – consta di 5 versetti del cap. 4. Possiamo dire tutto sulla resurrezione di Gesù o, se si vuole, sulla comunione vitale con il Signore Gesù che Paolo ha incontrato sulla strada di Damasco. E questo ci dà anche la chiave del suo Vangelo (o Buona notizia) e fondamento del suo agire e della sua missione di viaggiatore o itinerante proclamatore della Parola. Paolo ha lasciato sullo sfondo tutto quello che riguarda l’attività pubblica di Gesù, la sua attività terapeutica, il suo insegnamento in parabole, il suo messaggio spirituale e morale-religioso, incentrato sull’evento finale in cui si rivela come Signore della vita: la morte e resurrezione (intesa come uscita e attraversamento della morte).  Questo diventa per i cristiani la loro prospettiva oltre il morire. Ma vediamo il testo (cap. 4 di 1 Ts):

4,13 “Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perchè non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. 14 Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. 15Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. 16Perchè il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; 17quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. 18Confortatevi dunque a vicenda con queste parole…

Le “parole”, quelle che lui ha dettato, cominciano con un ritratto della situazione disperata della comunità per i lutti che li hanno sorpresi e sconvolti. E si chiude con questa brevissima esortazione:«confortatevi dunque a vicenda con queste parole»  che sono quelle riguardanti la fede cristiana e soprattutto quelle finali: «così per sempre saremo con il Signore».

Saremo per sempre con il Signore è tutto quello che Paolo onestamente è in grado di dire sull’aldilà. Tutto il resto è fantasia, perchè nessuno sa nulla di come stanno le cose! Abbiamo l’idea di un giardino, di un banchetto, di una visione di Dio: sono tutte fantasie umane che cercano di riempire un vuoto, perchè non c’è nessuna informazione precisa nei Vangeli, nelle lettere di Paolo, nell’AT. Sono tutte e solo immagini.  L’idea di banchetto o di giardino  richiama il “paradiso”: parola in italiano, viene dal latino e dal greco, ma è all’origine una parola persiana “pa-ra-daì-za” che vuol dire “parco per passeggiare”. I Mussulmani (= i sottomessi a Dio) parlano del giardino, che nel modo antico ed orientale vuol dire “acque, piante, banchetto”, aggiungendo poi anche le gioie dell’amore.  Il Vangelo – specie quello di Luca non parla mai di questo, perchè non ci saranno né moglie né marito, ma solo comunione. Solo dopo il peccato si parla di figli nell’AT: Adamo chiamò la donna Eva, perchè era la madre di tutti i viventi (Gen 1,20).

Potremmo dire che prima della morte dei giovani ebrei, uccisi a causa della loro fedeltà alla Legge ed alle tradizioni, all’epoca dei Maccabei e di Daniele (metà del II secolo), non si parla molto dell’aldilà. Non si parla di morte perchè la vita ha un suo senso quando si prolunga in modo naturale “sazi di giorni e pieni di felicità”. Così muoiono Abramo e Giobbe, il quale  dopo la “restaurazione” viene ricolmato con figli e figlie ed il raddoppio dei beni. Si comincerà a parlare di resurrezione dei morti solo quando una giovane vita viene troncata. Prima non si parla di immortalità. Platone e Socrate immaginano che l’anima esca dal corpo e vaghi fino a trovare il posto giusto “tra i giusti”. Ma la Bibbia non sa nulla di immortalità: l’essere umano muore totalmente e viene resuscitato totalmente: questo modo di pensare deriva dal Qohélet, dal libro di Giobbe, dai Salmi. Solo dopo l’esperienza della tragica fine dei giovani, si comincia ad elaborare l’idea che i giusti vivano con Dio e siano nella pace.

Sono testi che si leggono ai funerali e che i parroci interpretano alla luce di Platone, non della speranza biblica. “I giusti sono nelle mani di Dio” è il testo che si legge ai funerali. La loro spiegazione è: “qui c’è il corpo che porteremo in cimitero, ma l’anima è immortale. Per essa facciamo il suffragio e la messa. Questo è Platone, non Gesù Cristo, né Paolo, che conferma col versetto 4,13 : Non vogliamo… come gli altri (cioè Greci che non hanno speranza, i quali hanno costruito monumenti molto più grandiosi dei nostri, dove la gente ricca spende le sue ricchezze per dimostrare la sua potenza!)

Anche i Greci costruivano i loro monumenti funebri, chiamando i migliori artisti. Ma c’è la speranza per l’anima immortale. I Greci sono senza speranza. Credono nell’immortalità dell’anima, ma questo vuol dire piangere e basta. Parlare solo di anima, non significa considerare una persona, ma mezza…! Perchè l’anima riesce a vivere solo in un corpo. Si cerca è vero,  di creare uno scenario – perchè nessuno ha esperienza di questo – come fa qui Paolo, da esperto di tradizioni bibliche e apocalittiche che creano un bel panorama, ma è pura fantasia.

L’unica “cosa” storica e sicura su cui poggia la nostra speranza “perchè non siate tristi come quelli che non hanno speranza”  (che continuavano a far scendere cibo e bevande ai loro morti – come anche gli Egiziani, nelle loro piramidi e nella “città dei morti”, nella valle dei re, con tombe magnifiche e grandiose, tutte affrescate, con enormi sarcofagi di porfido rosso o grigio).

Tutti i popoli vivevano senza speranza, anche pensando che lo spirito si dilegui e si confonda con tutta la realtà della vita. La speranza si basa per Paolo solo sul  v. 14:  “Se infatti crediamo che… Gesù (= l’uomo storico, ben conosciuto negli anni 30) è morto (e questo è sicuro) e risorto ( e questa è la fede!)… così anche Dio (che è soggetto, perchè è Dio creatore!) radunerà con lui quelli che sono morti” e usa il termine che corrisponde un po’ a sinagoghé (= rifare la comunità).

Le comunità di Tessalonica, prima di diventare cristiane, facevano parte di confraternite, fra cui quella di “consolazione per i defunti”, alla quale si doveva pagare ogni anno un obolo per assicurare il ricordo, un banchetto con gli amici e parenti e per consolare quelli che restavano in vita.

Nella comunità cristiana con i morti non si sa cosa fare: non ci sono più banchetti, perchè c’è la resurrezione. Per questo Paolo dice “la nostra speranza non è il banchetto, ma noi contiamo nell’intervento di Dio che radunerà con lui coloro che sono morti attorno a Gesù risorto.

Qui formiamo la chiesa dei viventi e ricordiamo che LUI è morto e risorto, ma poi staremo con DIO cioè con Colui che sta all’origine della vita. Perciò si fa appello non tanto all’anima immortale – che non ha bisogno di Dio, perchè è un’energia che non si distrugge  – E’ molto pericoloso puntare sull’immortalità, perchè così sarebbe indistruttibile, e non ci servirebbero Cristo ed i Santi!

Per descrivere i morti che saranno riconvocati attorno a Gesù dalla potenza di Dio creatore, che ha risuscitato il Figlio, Paolo  scrive: 15Sulla parola del Signore (Gesù risorto)…  infatti vi diciamo questo. L’unica preoccupazione di Paolo è di mostrare che non ci sarà  nessuna differenza fra noi ancora vivi e quelli che sono già morti. E crea la visione dell’arcangelo… riprendendo passi dell’AT (teofanìa del Sinai) o la tradizione apocalittica del segnale della tromba. Ma è pura fantasia, proiezione di un’esperienza narrata dalla Bibbia! Non si sa nulla, se non che Dio ha risuscitato Gesù e resusciterà anche noi assieme a Lui.             “Ordine e tromba” sono segnali di convocazione; “discenderà dal cielo” (immagine di Dio, il cui mondo è rappresentato dalle nubi): è chiaro che si tratta di un linguaggio simbolico, metaforico, che non ha nulla a che fare con la realtà di Dio!  Per costruire lo scenario dell’incontro, Paolo adopera  un termine tecnico greco utilizzato per descrivere l’incontro con l’imperatore: apàntesis,  quando tutti fanno festa. Utilizza spezzoni di descrizioni bibliche per descrivere l’incontro gioioso con Dio: “saremo per sempre con il Kyrios”.

Noi dovremmo ripensare l’immortalità – come fa il Libro della Sapienza – intesa come resurrezione, cioè intervento di Dio creatore.

Il Purgatorio è la morte stessa, perchè dopo la morte non esiste il tempo. Come non c’è lo spazio. Così pensano i fisici e filosofi moderni. La loro è la teoria dei quanta: “quantistica” in cui, con Einstein, è sparito il tempo e lo spazio. Tutto dipende dall’energia. Ma qui la fede non c’entra.

E’ un problema che possiamo risolvere in un altro momento…

Nel secondo testo  Paolo scrive ad una comunità cristiana molto fervida, “effervescente” e impegnata, come la chiesa di Corinto. Essa vive intensamente l’esperienza di preghiera e quella dello Spirito: è una comunità carismatica.  Quei cristiani parlano nelle lingue, profetizzano ed esortano e si sentono già risorti  nel mondo di Dio nelle loro esperienze di entusiasmo spirituale. A loro l’aldilà non interessa. In parte condividono la visione che hanno i Greci di un’anima separata dal corpo, per cui l’idea di resurrezione è impensabile. Così pensavano anche i Sadducei per i quali, pur credenti in Dio, non c’è resurrezione dai morti.

Pensavano che è fortunato chi muore al limite delle sue sofferenze e, per contro, è sfortunato chi vive una bella vita. E’ quasi un inno all’eutanasia! Ed è un testo biblico: del Siracide!

Il problema si pone a partire dal trauma della morte giovane, che è una contraddizione… ma Gesù più che di resurrezione, parlerà di Dio creatore. Egli  è la potenza dell’amore che rende possibile la continuità della vita oltre la morte. E questo non è solo un prolungamento della vita di qua. Ma con quale corpo risorgeremo? Con quello dei vent’anni o quello degli 80? Con quello sano o quello malato? Marito, moglie, amici, parenti come li vedremo?

Paolo aveva già risolto il problema: saremo per sempre insieme: la vita è ristabilita come rete di relazioni, reintegrate nella loro pienezza.

1Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi 2e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!

Poi Paolo riporta lo schema del Vangelo su cui si fonda la vostra fede. Voi però dovete tenere il Vangelo senza censure e tagli: il Vangelo integro comporta la fede in Gesù risorto, che è fondamento della nostra resurrezione. Se è vero questo, allora…:

12 Ora se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni fra voi che non vi è resurrezione dei morti?

Ci sono dunque quelli di origine greca o di origine ebraica che hanno la mentalità dei Sadducei: si deve credere solo alla vita presente, perchè non c’è resurrezione.

Ed ecco subito l’annuncio della tesi: 13 Se non vi è resurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota (cioè vana) anche la vostra fede…Noi poi risultiamo falsi testimoni di Dio, perchè contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo, mentre di fatto non lo ha resuscitato, se è vero che i morti non risorgono.

Non è tanto una teoria se i morti risorgono sì o no. Un Vangelo senza la resurrezione è vuoto: solo chiacchiere!

16 Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; 17ma se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.”

Torna la tesi iniziale. La morte di Gesù risorto è efficace se è salvifica e i peccati sono perdonati!

Per Paolo la morte è inseparabile dal peccato: esso è entrato nel mondo col peccato. Peccato e morte sono la realtà del racconto originario. Se non è tolto il peccato, la morte continua a fare le sue vittime. E non c’è la comunione con Dio. Allora siamo dei disgraziati.

18 Perciò anche quelli che sono morti in Cristo, sono perduti (senza speranza) . Invece tutta la nostra speranza sta nella resurrezione di Gesù.

19 Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo solo per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. 20 Ora, invece Cristo è risorto dai morti, primizia (garanzia) di coloro che sono morti. Cristo è fondamento e garanzia per tutti.

22 Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.

Adamo è colui che apre la porta al peccato:

23 Ognuno però al suo posto (c’è una scansione, un ordine): prima Cristo che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza (cioè forze negative) 25 E’ necessario infatti che egli regni finchè non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi (Salmo 2: sulla vittoria del Messia)  26 L’ultimo  nemico ad essere annientato (non solo vinto, ma eliminato radicalmente) sarà la morte, 27perchè ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però, quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. 28E quando tutto gli sarà sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perchè Dio sia tutto in tutti…

Questo è l’unico testo che ci dice che cos’è l’aldilà: la pienezza totale di Dio.

I nostri modi di pensare la geografia dell’aldilà, con Paradiso, Inferno e Purgatorio non hanno spazio, se Dio è in tutto! Queste divisioni sono prodotto della fantasia umana che immagina una zona del premio e una del castigo e il tempo di passaggio e di purificazione. Sono solo teorie ebraiche entrate nell’immaginario cristiano. Nel Credo non si parla di Purgatorio, ma solo di resurrezione della carne. Si parla di paradiso e di vita eterna. ma non del Purgatorio. Esso è un’esigenza di purificazione e pensato come un tempo calcolato.

Infine Paolo risponde alla domanda – che è anche la nostra e dei Corinzi – “Come risorgono i morti? Con quale corpo?” Con quello vecchio, malato? Ma allora che cosa vuol dire resurrezione? Ci basta solo l’anima immortale, mentre il corpo è fonte di sofferenza, è un peso che ci trasciniamo tutta la vita. Il corpo dei risorti non ha più consistenza fisica, altrimenti sarebbe di nuovo soggetto al morire. Se non si esce dallo schema per cui l’energia va degradandosi fino all’annientamento totale, non si viene a capo di nulla.  Bisogna entrare in un’altra dimensione: quella di Dio creatore. E qui Paolo risponde in qualche maniera:

35 Ma qualcuno dirà  «Come risorgono i morti? Con quale corpo verranno?»  Stolto!Ciò che tu semini non prende vita,  se prima non muore.

E’ la prima metafora. La semina per loro era un miracolo, nel senso che da un granellino esce una pianta. Si pensi al granello di senapa: è un miracolo di trasformazione!

37 Quanto a ciò che semini, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di grano o di altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo.

E qui si apre una grande finestra sull’atto iniziale, dove Dio ha fatto sorgere tutta la realtà in modo diverso.

39 Non tutti i corpi sono uguali: altro è quello degli uomini e altro quello degli animali; altro quello degli uccelli e altro quello dei pesci (cfr. Genesi cap. 2 e 3).

E’ un testo che Paolo riprende in Rm 5, quando vuol spiegare perchè tutti moriamo e perchè con Gesù noi accediamo finalmente alla vita. Per capire che cos’è la resurrezione, bisogna tornare alla creazione, cioè all’atto iniziale con cui Dio fa partire la vita cosmica.

40 Ci sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, altro quello dei corpi terrestri.  Altro lo splendore del sole, altro quello della luna e altro lo splendore delle stelle. (Si ricordi che l’Autore di Genesi divide proprio così la creazione: prima il sole, poi la luna.)

42Così anche la resurrezione dei morti: è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; 43 è seminato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; 44è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale.

Si noti che i Greci dicevano che incorruttibile è l’anima. Non il corpo. L’immortalità riguarda la resurrezione. Soffermiamoci un po’ sul “corpo spirituale”, contrapposto a “corpo vitale”.

Solo Dio è Spirito e Spirito significa potenza immortale. Perciò un corpo viene totalmente pervaso dalla potenza di Dio. Ma come esso sia, non sappiamo, perchè non avendo esperienza di un corpo risorto e trasfigurato, che non ha più fame né sete, stanchezza, malattia e morte, non siamo in grado di parlarne! Nemmeno immaginarlo! E senza esperienza il nostro linguaggio è muto.

Noi possiamo solo sapere che tutto il nostro destino dipende da Dio grazie all’incontro ed alla comunione vitale con Gesù, che è amore.

Spunti per la discussione ed il dialogo

–  Qual è la speranza delle donne e degli uomini d’oggi di fronte all’esperienza della morte?

Forse si può concludere come Paolo nella lettera ai Tessalonicesi che siamo senza speranza. Dopo la morte ci aspetta la sepoltura. Qualcuno poi ci verrà a portare qualche fiore, ma questo non ha nulla a che fare con la fede. La fede è un’altra cosa. I morti in cimitero sono nel nostro ricordo e nella comunione con Gesù. La messa è memoria dei vivi e dei morti che sono tutti uniti a Gesù.

La morte non separa dalla comunione con Lui. Oggi si tende ad occultare la morte: essa viene separata in percorsi tali da non disturbare l’esistenza dei vivi! Una volta la morte avveniva in casa ed era partecipe e condivisa, oggi è occultata. Appare in pubblico solo negli annunci soprattutto per le persone potenti che muoiono.

–  I cristiani si distinguono per il fondamento e la qualità della loro speranza?

–  Come vivo personalmente l’esperienza della morte delle persone care? Con rassegnazione?

Con speranza?

–  Qual è la differenza fra speranza e rassegnazione?

La speranza cristiana si manifesta nel modo di vivere quotidiano,  nel  modo da affrontare malattie, dolore, incidenti. L’idea di immortalità non è cristiana, ma pagana.

Il linguaggio dell’immortalità dell’anima è entrato nel IV sec. nel linguaggio di catechismo delle prediche ed anche nella Liturgia. Così si ha abbandonato l’idea di resurrezione in senso forte, per cui l’anima è la parte cosciente della persona, ma è separabile dal corpo. Da qui molti cristiani (ed anche non cristiani) pensano che ci sia una sopravvivenza. Anche ebrei e mussulmani pensano alla resurrezione finale. La differenza tra noi e loro è che la resurrezione fin d’ora è il legame con Gesù, non è un automatismo legato all’azione di Dio che resuscita i giusti e condanna i malvagi all’an-nientamento o alla tortura eterna. Questa è una visione dei mussulmani e degli Ebrei, perchè  non riconoscono Gesù quale fondamento della speranza e dunque della resurrezione.

L’idea che Dio premia i buoni e condanna i malvagi è solo in parte cristiana, ma è diversa da quanto dicono ebrei e mussulmani, perchè solo i cristiani credono nel legame profondo di fede con Gesù. Così per noi  ha senso il Battesimo, l’unzione degli infermi e l’Eucaristia: cioè i Sacramenti, che passano attraverso l’umanità di Gesù.

–  E tutti i non cristiani che non credono in Gesù?

Ogni essere umano viene a contatto col mistero della resurrezione per mezzo dello Spirito. Non siamo gli unici garantiti alla resurrezione. Tutti sono chiamati alla resurrezione attraverso le vie della fede esplicita, sacramentale, ecclesiale per i battezzati. Per gli altri c’è la via normale della coscienza. Ogni essere umano che vive in coscienza, cioè assiste i malati, lavora, rispetta gli altri è un giusto, candidato alla resurrezione in Gesù. Tutto il mondo è candidato alla resurrezione, anche gli animali e le piante, nei modi che Dio conosce. Tutta la creazione attende la libertà dei figli di Dio.

(22 novembre 2014)