Rendete ragione della speranza che è in voi

09/01/2015 | Donne e uomini della speranza

L’Autore della prima lettera di Pietro (1 Pt) ci invita a rendere testimonianza della nostra speranza. Ci sono due lettere di Pietro: questa è la più nota; l’altra è più tardiva. Da questa lettera viene estrapolato il titolo ” Rendete ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15). La speranza “che è in voi” non è solo un modo di sentire e di vedere le cose con prospettiva utilitaristica della nostra vita nel mondo e nella società, ma la speranza che è in noi è Gesù Cristo, Signore,  non una virtù. Questo è molto importante anche  se la speranza, assieme alla fede ed alla carità, è una virtù teologale, che vuol dire “azione di Dio”. Le virtù cardinali, invece, (temperanza, giustizia, fedeltà, perseveranza, ecc.) sono attitudini che noi abbiamo acquisito attraverso l’esercizio.

Questa è invece la stessa dinamica che struttura la vita spirituale.  Dio ama e ci sostiene nella speranza e fonda la nostra fede. La “speranza”, il tema delle meditazioni della nostra diocesi (Udine) è quello dell’agape, tradotto con “carità” che non sempre rende il senso della agape paolina, cioè dell’amore fraterno. Quando sentiamo la parola “carità” si pensa soprattutto a “fare la carità”, ma non al dinamismo dell’amore e della relazione. Lo scritto petrino fa parte del genere epistolare ed è indirizzata ai  cristiani dispersi ed emigrati che vivono nella grande penisola chiamata Anatolia (Turchia), soprattutto la zona che va dal Mar Nero fino alla Cappadocia. La finale della lettera (al cap. 5), negli ultimi 3-4 versetti ci dà anche lo scopo, il nome dell’Autore e di chi ha materialmente scritto la lettera:

«Vi ho scritto brevemente per mezzo di Silvano che io ritengo fratello fedele, per esortarvi e attestarvi che questa è la vera grazia di Dio. In essa state saldi! Vi saluta la comunità che vive in Babilonia ed anche Marco, figlio mio. Salutatevi l’un l’altro con un bacio d’amore fraterno. Pace a voi tutti che siete in Cristo!» (1 Pt 5,12-14).

Interessante la menzione a questi due personaggi legati all’attività di Paolo: Silvano è il compagno di Paolo nel viaggio che lo porta in Macedonia e poi in Grecia. Sila – nella lingua ebraica o aramaica – o Silvano, Saulo, Seila e Marco, accompagnano Paolo e Barnaba  nel primo viaggio fuori dalla Siria e Palestina – e precisamente nell’isola di Cipro e nelle prime tappe sulla costa della Turchia, fino a Perge, prima di ritornare a casa a Gerusalemme. Chi ha scritto la lettera è Silvano, persona colta, di cui si serve l’Autore, Pietro, a cui è attribuita la lettera. Lo scopo è quello di esortare alla fedeltà che, nonostante le tribolazioni e le sofferenze, ostilità e sospetti dell’ambiente, è “grazia di Dio“.

Immagine: vista geografica dell'Anatolia
Anatolia

Si fa menzione alla “chiesa che è in Babilonia”. Nella tradizione biblica il nome “Babilonia” è associato alla dispersione dell’esilio, mentre in alcuni scritti apocalittici esso evoca il ruolo negativo della città di Roma. “Babilonia” ricorda anche l’antica Babel, situata a nord di Bagdad e poi chiamata “Roma”. E c’era un’altra Babilonia in Egitto, una fortezza vicino al Cairo.

Nell’epoca che stiamo vivendo, in prospettiva italiana, europea, si vive senza speranza ed è piuttosto triste. E non solo per il problema economico, ma anche perchè non ci sono prospettive, manca la grinta ed il gusto di vivere. Il vero atteggiamento del cristiano è quello di vivere la speranza e una gioia relativa. Nella 1 Ts Paolo raccomanda “Siate sempre lieti”; in quella ai Filippesi raccomanda: “La vostra gioia sia nota a tutti”. La gioia cristiana è legata alla prospettiva che non si appiattisce sul presente, ma guarda con fiducia al domani. Mentre la fede è l’aggancio solido sulle radici del passato e la carità è dinamismo attuale,  la speranza riguarda il futuro – che non è la morte, anche se inevitabile –  ma la vita piena con Dio.

Nel cap. 1 la lettera parla della speranza come una realtà viva, conservata da Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo  «che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la resurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo ».

Si sente l’invito ad una speranza viva. Sullo sfondo c’è l’idea che i vincitori ricevevano una corona, un serto verde che poi appassiva. Qui invece si parla di “speranza viva”, per un’eredità che non si corrompe, come le corone umane – che non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi: è invito all’attesa della salvezza. La venuta non è un problema di tempo: quello che conta è la sicurezza di questa venuta. Durante questo tempo di attesa, la potenza di Dio che ha risuscitato Gesù, ci custodisce nella fede.

E’ la prospettiva della vita piena – che si chiama “salvezza“. (Questa espressione nel linguaggio di Paolo indica sempre un tempo oltre la morte. Al di qua della morte noi siamo salvati solo “in spē”, nella speranza. Solo superando la morte noi siamo salvati).

Poi l’Autore rivolge un invito molto bello ai cristiani perchè siano come i partenti per l’esodo, con i fianchi cinti, pronti per il cammino la notte di Pasqua, verso la meta finale, sapendo che il nostro esodo è già avvenuto e noi siamo stati riscattati non attraverso l’agnello pasquale degli ebrei, ma «per mezzo di Gesù Cristo Agnello senza difetti e senza macchia » – come si richiedeva per la vittima pasquale, – «predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio».

Chi dà fondamento alla speranza è Gesù, l’ agnello. Questa è una delle poche volte – escluso il IV Vangelo e l’Apocalisse – in cui Gesù è identificato con l’agnello – qui chiaramente è l’agnello pasquale, che non è un animale, ma è Gesù stesso, scelto da Dio, per farci passare dalla schiavitù alla libertà. Anche Abramo disse a suo figlio Isacco: “Dio provvederà all’agnello, figlio mio!”

Gesù è l’agnello che Dio ha predisposto fin dalla creazione del mondo. Colui che ha risuscitato Gesù dai morti è lo stesso Dio che stabilisce il nostro futuro. L’agnello è una metafora riferita a Gesù, nostra Pasqua.

Col capitolo finale si rimanda al momento sacramentale del nostro esodo; all’immersione battesimale, con una bellissima immagine, una delle poche utilizzate nella tradizione paolina sulla rinascita. Indica il passaggio al nostro futuro di salvezza:

«Dopo aver purificato le vostre anime con l’obbedienza alla verità per amarvi sinceramente come fratelli, amatevi intensamente, di vero cuore, gli uni gli altri, rigenerati non da un seme corruttibile, ma incorruttibile, per mezzo della parola di Dio viva ed eterna. Perchè ogni carne è come l’erba e tutta la sua gloria come un fiore di campo. L’erba inaridisce, i fiori cadono, ma la parola del Signore rimane in eterno (Is 40,8-9). E questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato» (1 Pt 1, 22-25).

E’ un testo molto bello in cui si trova la parola “Vangelo”, la fede ed il sigillo fondamentale della purificazione – chiamato Battesimo. In riferimento alla purificazione c’è l’acqua, ma nuova è per noi l’idea di rigenerazione, cioè di rinascita.  Noi siamo nati dalla madre – umanamente  e fisicamente – siamo rinati mediante il seme incorruttibile che è il rapporto con Dio.  Non seme umano, ma potenza e parola di Dio.  E’ l’adesione alla parola espressa con la metafora paolina “l’obbedienza alla verità” (che poi è il Vangelo).  L’obbedienza – in senso paolino – non è eseguire un ordine, ma è l’adesione interiore (< ob-audire: ascoltare intensamente, accogliendo la Parola come potenza che plasma la nostra vita. Questo è il senso dell’obbedienza alla verità). Effetto di questa adesione al Vangelo è l’amore fraterno, sincero. Dice per due volte “amatevi intensamente.”  Non è un linguaggio che si limita a quello della “charitas”, ma all’affetto, tenerezza fra fratelli, che hanno un unico padre.

Si deve anche sottolineare  il riferimento alla parola di Dio che non marcisce, paragonata all’idea della creazione transitoria, effimera. E’ molto bene espressa la vita che è come il fiore del campo: al mattino fiorisce ed alla sera è ormai secco, marcisce. Questa è la vita. La Parola di Dio rimane invece sempre.  Noi siamo come l’erba o un fiore del campo.  Dalla Parola di Dio deriva la nostra prospettiva di speranza, che non è semplicemente il proseguire biologico che va inesorabile verso un degrado definitivo.

Subito dopo il testo prosegue con l’invito ai neonati a crescere fino all’età adulta mediante il latte spirituale, che è la Parola. Questo nutrimento porta alla pienezza di vita!

Ed ecco che inserisce quel celebre testo sulla comunità che è tempio spirituale, formata da tutti i battezzati – “pietre vive” – : il testo è sul sacerdozio dei cristiani che è alla base del sacerdozio ordinato. Il sacerdozio di base è il Battesimo. La comunità è il tempio di Dio, dove si offrono i sacrifici spirituali, cioè la vita trasformata dall’amore. Ogni esistenza, anche la più materiale o banale, che fa sempre le stesse cose, senza nessuna aspirazione artistica o letteraria, mistica o spirituale, è una vita di consacrazione a Dio: è un culto spirituale, quando è impregnato di amore, cioè quando lo si fa non per disperazione o per abitudine, ma per  amore di qualcuno.

«Avvicinatevi a lui (sempre a Gesù Cristo), pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio (qui l’Autore continua a rimandare a testi presi da Isaia che alludeva al tempio non di Salomone, ma a quello che Dio costruisce), quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. (I cristiani uniti insieme dalla fede e dall’amore fraterno, sono il tempio vivo di Dio. I sacrifici spirituali non sono gesti straordinari, ma la vita quotidiana, impregnata di fede e di amore. Questo è il culto spirituale, il sacerdozio.)

Ma allora il sacerdozio ordinato a cosa serve? Serve per incoraggiare e sostenere i cristiani, affinchè siano testimoni credibili con la loro vita, attraverso i Sacramenti. Fra i cristiani sono comprese anche le donne. Qui infatti non si fa nessuna distinzione fra battezzati maschili e femminili: tutti sono sacerdoti. Partendo da qui Lutero ha affermato che non servono preti, religiosi, e papi.

Tutti sono al servizio del popolo di Dio non per dignità. Questa è data dal Battesimo. E il servizio deve essere fatto per amore. Questa idea fu poi sviluppata da Agostino, che la sapeva lunga sulle “pietre vive”.   Il testo poi prosegue:

Si legge infatti nella Scrittura: Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso…

Si noti l’immagine : la pietra diventa fondamento. Per dire “fondarsi, affidarsi”, si dice “credere”. Così “credere” vuol dire “mettere i piedi sulla roccia”. Chi crede in essa, non resterà deluso, ma sarà stabile. I cristiani a cui questo testo si rivolge, formano piccoli gruppi che si domandano se valga la pena tribolare tanto e soffrire per la fede cristiana. E l’Autore scrive: “E’ grazia di Dio: perchè voi comprendiate che la vostra speranza non dipende dalla sicurezza sociale, economica, politica, ma unicamente dalla fedeltà di Dio, che vi conserva per mezzo della fede in Gesù”. Cristo è la “pietra viva”, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa  davanti a Dio. I cristiani sono “pietre vive”, per costruire un edificio spirituale ed un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali. Dio fa parte-cipare i credenti battezzati alla condizione di Cristo, re e sacerdote, portando così a compimento le promesse bibliche della prima alleanza circa lo statuto del popolo di Dio, liberato e santo.    Il testo che segue è tutto riferito ad Israele:

Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perchè proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Un tempo voi eravate non-popolo (come il figlio che Osea ha avuto dalla moglie prostituta), ora invece siete popolo di Dio; un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia (1 Pt 2,4-6, 9-10).

“Stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa…” non sono attribuiti al sangue, ma al battezzato, al credente. La combinazione di “sacerdozio regale” è di sacerdozio e regalità – che si trova un paio di volte nell’Apocalisse (cap. 1 e 5) -, dove noi battezzati siamo definiti “sacerdoti” (cioè capaci del culto spirituale) e “re”.

Il testo originale greco (che riprende in parte quello ebraico) non parla di “sacerdozio regale”, ma di re e sacerdoti. “Popolo di Dio” è un’espressione scoperta da papa Giovanni XXIII ed utilizzata nel Concilio Vaticano II. Questo non è populismo pedagogico, di bassa lega, ma è l’idea che noi siamo salvati non singolarmente, ma come comunità. Lo scopo di questo popolo è di proclamare le opere mirabili di Lui che mediante il Vangelo ci ha chiamati “dalle tenebre alla luce”, come si ripete ai battezzati nella notte di Pasqua. Non è solo una metafora, ma anche un’esperienza di veglia notturna in attesa della luce del mattino. Non si dimentichi che i destinatari della lettera sono  cristiani adulti che provengono da famiglie non cristiane.

2. Testimoniare la speranza cristiana (1 Pt 2,11-5,11)

Siamo arrivati alla parte tipica della speranza, con un testo incentrato sul Battesimo, la fede, lo statuto ecclesiale: Testimoniare la speranza cristiana che è in noi. “Testimoniare” non è solo dare il buon esempio, ma anche dire con cordialità, coraggio, franchezza, senza arroganza e prepotenza, la propria fede o contenuto della propria speranza.

L’esortazione prosegue presentando il paradosso della “libertà” cristiana: i “servi di Dio” liberati e consacrati a Dio, sono liberi di servirlo operando il bene con lealtà nella società e nelle istituzioni umane (impero, tribunale, amministrazione politica). La libertà cristiana è libertà di servire, non di fare i propri comodi o di approfittare del proprio ruolo. Problema cruciale ai giorni nostri: cosa vuol dire essere “reali” nella vita sociale e politica? Il cristianesimo non è solo un fatto privato, ma anche pubblico.

L’Autore  si rivolge poi a quelli che sembrano i meno adatti alla libertà dei figli di Dio: agli schiavi cristiani, che rappresentano la situazione limite, perchè spesso hanno padroni dispotici, che li maltrattano (non si dimentichi che un padrone poteva mettere a morte uno schiavo, perchè questi non aveva nessun diritto).  Anch’essi sono chiamati a testimoniare la loro speranza nelle diverse situazioni vitali, nella comunità e nelle relazioni interpersonali: a seguire le orme del servo-schiavo per eccellenza, cioè di Gesù Cristo, mettendo i loro piedi sulle sue orme, seguendolo. Lui infatti, mentre veniva condannato ingiustamente, ha affidato la sua causa a Dio; ed ha portato sul suo corpo  malmenato e piagato, i nostri peccati. E’ uno dei testi più chiari di Isaia 53, 1-12 applicato a Gesù,  e termina con l’espressione “Siete tornati al pastore, vescovo delle vostre anime”.

Così anche gli schiavi più che reclamare una giustizia umana, sono invitati ad abbandonarsi a Dio, come fece Gesù. E’ un modo paradossale di presentare la fede cristiana! E poi si rivolge ai cristiani e soprattutto alle spose cristiane  per la vita sociale, familiare, di coppia, dicendo loro che quando il marito non è cristiano “Col vostro atteggiamento fatto non tanto di cosmesi e di vestiti, ma di opere buone, voi convincete il marito. State uniti, vogliatevi bene, accettando la diversità dell’altro come condizione perchè la vostra fede sia efficace.” E’ un testo molto bello sulla vita familiare, ma poco conosciuto. Era frequente allora che la moglie fosse cristiana, ma non il marito, a causa di problemi legati alla vita pubblica; dovendo essere presente a cerimonie ufficiali egli non poteva professare una religione non riconosciuta dallo Stato. Dopo il IV secolo, con l’editto di tolleranza di Milano (313), tutti diventano cristiani. E lì nasce il sospetto che il cristianesimo a quel punto diventasse comodo per fare carriera.

Nel testo sulla speranza, l’Autore si rivolge alle varie categorie, anche alla vita di coppia, per indi-care come vivere “da fratelli”:

«E chi potrà farvi del male, se sarete ferventi nel bene? Se poi doveste soffrire per la giustizia, beati voi! (c’è qui l’eco di una nota beatitudine: “Beati i perseguitati per la giustizia” – che non è quella dei tribunali – ma l’amore e la volontà di Dio) Non sgomentatevi per paura di loro e non turbatevi, ma adorate il Signore, (è la citazione del Salmo 34) Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.

Chi è dunque la speranza che è in voi? La speranza è Cristo Gesù nel loro cuore! Non l’imperatore! Cristo è il soggetto della speranza.

Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto (non con violenza!), con una retta coscienza (cioè con uno stile di vita coerente, per cui la coscienza è integra, sincera), perchè, nel momento stesso in cui si parla male di voi (Non si dimentichi che si tratta di piccole comunità sospettate e soprattutto maltrattate. Una vita integra era vista con cattiveria, malignità e maldicenze), rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.  Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male (qui l’Autore cita un modo dire presente nei grandi pensatori greco-romani dell’epoca), perchè anche Cristo (Ecco il salto di qualità!) è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti (Is 53), per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito» (1 Pt 3, 13-18).

Qui si parla di corpo e spirito e non di anima e corpo! Spirito significa “potenza di Dio”.  E’ un testo un po’ complicato. Da qui è nato il mito della “discesa agli inferi”.

In Pt 4,6 si parla di una “buona notizia anche ai morti”: si tratta dei morti cristiani che, avendo ricevuto l’annuncio del Vangelo, hanno la garanzia della salvezza e della vita anche se fisica-mente sono “morti” come tutti gli altri esseri umani. E’ un testo molto interessante, più o meno d’accordo con quello che scrive Paolo al capitolo VIII della lettera ai Romani. Questo testo fu uti-lizzato da Origene e da altri per dire che forse c’è la possibilità di convertirsi anche dopo la morte, sostenendo che non sarebbe irreversibile lo status indicato nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro. Invece qui c’è l’idea che chi è morto nella fede cristiana ha la garanzia della vita, anche se apparentemente muore come tutti gli altri.  C’è dunque sempre la speranza viva che poi coincide con Gesù risorto.

Questo ciclo di “Donne e uomini di speranza” si potrebbe chiudere  con un decalogo su come vivere in modo spicciolo nella speranza come attitudine o stile di vita:

Il decalogo della speranza

1.  Il rispetto dell’altro, riconosciuto e accolto nella sua diversità (o dignità)

2.  Il perdono per superare le crisi: sapere ripartire e ricominciare da capo

(Questo vale soprattutto nei casi di dissenso e di rottura fra amici o nella vita di coppia. E’ un invito alla  riconciliazione fondata sul perdono, dando credito all’altro sul futuro)

3.  Dare fiducia e credito all’altro (E’ un’altra maniera per indicare il perdono che è sostanziale per ogni rapporto umano)

4.  Il dialogo, trovando tempo e modo per il confronto sincero

(Dialogo vuol dire saper ascoltare, mettere l’altro a suo agio. Quando parliamo con qualcuno, soprattutto se dissente da noi e non ha il nostro modo di pensare e di sentire, tendiamo a preparare la risposta prima che abbia finito di parlare. Questo non è ascoltare, non è dialogo: è solo dibattito. Dialogo è vedere le cose dal suo punto di vista: ciò consente di entrare in rapporto con lui, senza rinunciare alla  propria posizione).

5.  La reciprocità e pariteticità nelle relazioni (pariteticità sta per “uguaglianza”)

6.  Valorizzare e mettere in luce le potenzialità dell’altro (Questo è più difficile, perchè tendiamo a confrontarci con gli altri per sentirci rassicurati)

7.  Saper vedere lontano, rinunciando alla soddisfazione immediata (Questo è tipico degli adulti, – perchè sanno rinunciare all’immediato – non dei bambini. E’ fare il bene senza attendere nessuna gratitudine, sapendo che il nostro investimento è molto più lontano e più ampio)

8.  Avere dei modelli o persone esemplari che hanno superato le prove della vita (Aiuta molto avere delle persone a cui fare riferimento, perchè hanno dimostrato che si può vivere anche in situazioni critiche: nelle malattie, in pericolo di morte, nelle prove di lavoro, in crisi familiari)

9.  Coltivare i rapporti positivi (più che incrementare le cose negative e parlare di  disgrazie come fanno i giornali con le loro cronache “nere”)

10. Vivere con intensità il momento presente (senza rimandare al domani).

E’ un piccolo decalogo che riprende la sapienza tradizionale che si ritrova nel Libro dei Proverbi, nei grandi sapienti della Bibbia, nei Salmi e anche nei grandi pensatori del mondo laico.

Queste 10 situazioni sono una maniera concreta per coniugare la speranza che è Gesù, presente in noi. Vedere il bene che ci circonda è credere nella presenza di Gesù vicino a noi. Questo è possibile quando il rapporto con lui non è solo nel passato, ma è costante e permanente attraverso la preghiera. La speranza coincide chiaramente con la fede in Gesù, morto e risorto. Non è altro. La speranza è il cuore della fede cristiana o dell’esperienza cristiana.

E voi cosa dite della speranza cristiana che è in voi??