Sulla “1-2 Tessalonicesi” – Intervento della giornalista Antonella Lanfrit

26/11/2014 | Donne e uomini della speranza

Bisogna prima di tutto ringraziare l’Autore, perchè il libro “!-2 Tessalonicesi” è un dono estremamente complesso ed avvincente nella lettura.  Egli ha messo insieme il rigore scientifico con una capacità dialettica e la ricchezza che è al tempo stesso straordinaria semplicità di linguaggio.

Un secondo “Grazie” va alle Paoline per questa serata, perchè mettere assieme la vivacità intellettuale che abbiamo ascoltato di questi due sacerdoti che hanno speso la loro vita all’approfondimento, è semplicemente fantastico!

Grazie dunque per queste occasioni di confronto di pensiero!

Durante la lettura del libro, avrei proprio voluto aver vicino l’Autore, perchè mi sono sorti alcuni interrogativi:

Il primo è: Se questo libro è uscito di recente (2014) e probabilmente fa parte di una programmazione  o una collana, è una felice coincidenza, perchè racconta per primo di  carità, fede e speranza come elementi costitutivi dell’identità cristiana. Questi sono termini molto diffusi e non solo nel mondo dei cristiani praticanti. Si vorrebbe sentire una parola in più sul “dinamismo della speranza”. Può essere che il termine “speranza” venga inteso come uno “status”?  Uno spera o no, ha la capacità di fare o no. Invece in Paolo emerge molto chiaro il dinamismo con l’apertura all’azione di Dio: è un dinamismo della speranza che richiede perseveranza.  Ora, in questi tempi così difficili, come può questo testo contribuire a dare una risposta a chi cerca speranza? E soprattutto: che cosa intendere per “speranza”, nella vita di ogni giorno e di ciascuno?

mons. Fabris: La qualità della speranza è nella prima Lettera ai Tessalonicesi, dove Paolo crea la triade “fede, speranza e carità”: tre virtù teologali, che hanno a che fare con l’agire di Dio dentro di noi. Nella preghiera di apertura, Paolo ringrazia Dio per la condizione cristiana basata sulla fede, l’agápē (=amore) e la speranza. Ci sono delle riserve traducendo agápē con “carità”. Se si tratta della charitas in S. Agostino, va bene perchè è teologica. Ma Paolo afferma: «Se anche dai tutto ai poveri, ma non hai la carità, non ti serve a nulla» (cf. 1Cor 13,3).

È impressionante! Paolo collega la speranza alla hypomonê (che una volta era tradotta con “pazienza” in casa e fuori. C’è un aneddoto in proposito: Pierino diceva “Mio padre tollera mia madre; mia madre tollera mio padre. La mia è una casa di tolleranza!”).

Un tempo si diceva “pazienza, pazienza, pazienza!” e si cominciava così l’elogio dell’agápē (cf. 1Cor 13,4). La carità è paziente!. Dio è magnanimo (= di animo grande). Egli è il principio dell’amore. Affrontando la questione dei cristiani morti, che ha messo in crisi la comunità cristiana di Tessalonica, che piange disperata, Paolo dice: «Non voglio che siate tristi come quelli che non hanno speranza!» (cioè i greci e romani). A Tessalonica c’era il culto di Diòniso, dei morti – che assicurava le pompe funebri, i funerali, i rinfreschi sulla tomba (con un tubo che mandava giù il cibo ai morti!). Chi crede nell’immortalità è senza speranza. La speranza è il fondamento: il problema è che i greci credono nel destino, come i mesopotamici e gli egiziani. Anche oggi c’è il culto dei morti. Perchè molti vanno in chiesa a far dire la messa per la nonna? Non è tanto questione di fede, quanto dell’antico culto dei morti! E questo è un problema non da poco… perchè quando moriranno quelle vecchiette che fanno dire la messa… non ci sarà più messa per i defunti!!? E i giovani: in che cosa sperano? Sono donne e uomini senza speranza. In tempo di crisi, la speranza diventa costanza ,”resistenza”, lotta contro il male.

A noi manca questa idea, perché ci manca il fondamento: il volto di Dio che non è solo un architetto o un orologiaio, ma è dentro l’umanità per mezzo di Gesù, che ha attraversato la morte rimanendo fedele, come figlio e perciò può intercedere a nostro favore.  Col Dio vivente, la speranza è saldamente fondata e può contare nel futuro. In Rm 7,5 Paolo dice che «la morte è il salario del peccato, ma la vita eterna è dono di Dio…».

A. Lanfrit: La seconda questione è quella femminile. Le donne sono quelle che aderiscono prima, ascoltano il Vangelo. Le ricche in modo particolare erano più libere, perchè gli uomini avevano ruoli importanti.

Le donne sono le prime testimoni della Risurrezione, sono le prime che comprendono che Egli dice parole vere, che si può scommettere su quanto Paolo afferma. Eppure anche nelle indicazioni pastorali della 1Ts si parla soprattutto al maschile. Perchè? È vero che il cristianesimo non voleva essere sovversivo e quindi accettava la condizione sociale, però perchè anche Paolo che pur era innovativo, continua a fare gli esempi solo la maschile?

mons. Fabris: Perchè le donne sono le protagoniste della prima chiesa e oggi sostengono la vita parrocchiale con la catechesi ecc. Sono spesso “invisibili”.

Nel mondo antico il passaggio da un’istituzione religiosa a un altra era più facile per le donne – soprattutto se  benestanti – mentre le donne povere potevano parlare solo attraverso il marito!

Inoltre un cristiano, non avendo strutture, apparati economici, aveva come riferimento solo la casa, dove chi è l’amministratrice?  La donna! Lei aveva la gestione familiare. Da ciò l’importanza di avere questi punti di riferimento: Paolo sul finire della Lettera ai Romani nomina almeno otto donne collaboratrici.

Dicendo «Non c’è uomo e donna», Paolo afferma che c’è pari dignità. C’è una diversità non discriminante. Per Paolo ciò che conta è la fede in Gesù, non la carriera, l’apparato. Si deve attendere il processo di liberazione del mondo laico che ha affermato non solo i diritti del cittadino, ma anche quelli della donna, quando la Chiesa – a metà dell’Ottocento – diceva che i diritti umani – la libertà di coscienza – sono una cosa sragionevoli e folle. Giovanni Paolo II dirà invece: “Evangelizzare vuol dire annunciare e difendere i diritti umani”.

A. Lanfrit: Ancora un quesito: Paolo nella 2Ts dice: «Chi non vuole lavorare, neppure mangi!». Questa affermazione indica come la dimensione del lavoro appartenga veramente alla dignità della persona. In questo momento, però, siamo impossibilitati a lavorare!  Cosa pensare nella situazione attuale?

mons. Fabris: Torniamo alle origini! Dopo il peccato, Dio si rivolge prima all’uomo, poi alla sua donna e poi al serpente…. La mancanza di lavoro è intesa da Paolo come “non dipendenza  dagli altri”, “non essere a carico degli altri”.

La mancanza di lavoro è da considerare come una “struttura di peccato”. L’unica forza che domina attualmente il mercato è la finanza, non l’economia! Con Paolo perciò si potrebbe dire: “Chi non riesce a vivere con propria dignità del proprio lavoro è schiacciato dalla forza negativa che è il peccato”. Ci sono risorse per tutti! Il problema è come distribuirle in modo giusto a tutti. Da qui la funzione non dei vescovi, ma dei politici pensanti. Ma oggi i politici più che pensare… rubano!

A. Lanfrit: Un’ultima domanda: Leggendo sulla quarta copertina del libro “1-2 Tessalonicesi” l’elenco delle ultime pubblicazioni di mons. Fabris, si vede che Paolo torna spesso. Che cos’è dunque che lo avvince del pensiero di Paolo? Studio e fede: quest’appassionata analisi delle lettere paoline cosa aggiungono al suo credere?

mons. Fabris: Grazie di questa domanda che mi coinvolge personalmente!

Tutto è iniziato per un suggerimento del direttore dell’Edizioni Borla – D’Agostino – su Gesù di Nazaret. È stato un impatto importantissimo, perchè ho cercato il fondamento della fede che non è solo fatto di idee o, teorie. Così dopo l’esame di maturità, ho scelto di studiare teologia a Roma, poi sono andato a Gerusalemme non solo per approfondire la Bibbia, ma per conoscere la terra di Gesù.

A Gerusalemme ho capito che il fondamento non sono le pietre, i libri, ma l’insegnamento di Gesù, da riscoprire nella sua umanità. La scoperta di Gesù è stata per me il fondamento della mia fede, come Paolo che l’ha incontrato nella sua vita ed è cambiato. Il suo punto di riferimento resta sempre e solo Dio. Solo che Dio lo si può incontrare nella comunità di Gesù e dei suoi fratelli. Paolo nelle sue lettere testimonia come si può incontrare Dio attraverso il Signore Gesù, che lo ha chiamato con la forza della grazia. Karl Rahner diceva: “Il cristianesimo o è mistico – nel senso di ricerca˗contatto con Dio – oppure non è niente!”

(26 giugno 2014)