Annunciare e testimoniare la gioia del Vangelo

10/02/2015 | Evangelii Gaudium

Esortazione apostolica Evangelii Gaudium

“Gesù annuncia il regno di Dio”.

Premessa

Iniziamo nel nuovo anno 2015 un percorso spirituale di approfondimento, guidati dal testo della esortazione apostolica “Evangelii gaudium” (Gioia del Vangelo) di papa Francesco, dove egli traccia il programma della sua attività apostolica – pastorale, annunciando i temi che lo guideranno in questi anni. E come sintesi del lavoro sinodale sentiremo di come annunciare il Vangelo oggi o su come riproporlo in un nuovo contesto. Il papa riporta tutta la sua esperienza pastorale, la sua sapienza, la sua formazione religiosa presso i Gesuiti, attingendo a quello che è il patrimonio comune della Chiesa, frutto anche delle riflessioni dei Padri sinodali.

Non è un documento privato, ma una Esortazione apostolica che raccoglie le istanze della Chiesa riunita in Sinodo – cioè in un momento di confronto, di verifica – su come proclamare il Vangelo alla società nella cultura di oggi.

Abbiamo programmato una serie di incontri (10 in tutto) – l’ultimo in preparazione al Natale – tempo di Avvento. Gli altri incontri sono tutti ispirati al tema della gioia del Vangelo: una prima parte incentrata sulla figura di Gesù, l’annuncio del Regno e la sua azione per rendere presente il regno di Dio, spiegando il regno attraverso le parabole: racconti geniali che ci introducono in forma contemplativa all’agire di Dio. La seconda parte presenta gli Apostoli, annunciatori del Regno ed alcune figure prese dagli Atti degli Apostoli: testimoni come Stefano, Filippo e Pietro che annuncia il Vangelo ai non Ebrei.

Gli ultimi tre incontri, a conclusione di tutto, verteranno sul ruolo di Paolo – per eccellenza il testimone e proclamatore del Vangelo. Il linguaggio cambia, perchè per Paolo il Regno di Dio, indica  la vita futura che è la vita eterna: l’agire di Dio in Gesù, resuscitato dai morti, che comunica lo Spirito Santo. Questo è il lieto messaggio rivolto a tutti, senza distinzioni di Ebrei e non.

E’ un percorso interessante da riprendere, perchè aiuta un po’ ad entrare in sintonia con il Magistero dell’attuale Pontefice (che sembra parlare “a braccio”, in maniera spontanea, ma in realtà obbedisce ad un percorso ben definito). Anche i suoi interventi estemporanei, fatti la domenica, ispirandosi alla Liturgia domenicale, seguono una linea ben precisa: cioè quella di privilegiare i poveri, le periferie, portando la gioia, la misericordia, il perdono, la libertà, la giustizia,    l’accoglienza e la vita. Sono tutti temi che sembrano una costellazione di idee, in realtà ci parlano tutti dell’Amore di Dio, rivelato in Gesù.

Approfondiremo subito l’idea del Regno, che è entrato nel linguaggio comune, ma è stato così abusato, che quando uno pensa al Regno di Dio, pensa all’espansione della Chiesa, a conquiste e ampliamenti territoriali, ad una società o organizzazione da espandere. Oppure per “regno” si intende “la vita eterna”, soprattutto quando si usa l’espressione “regno dei cieli” – pensando al paradiso o l’aldilà. Ma l’unica cosa che si intende per “regno dei cieli” è l’oggetto dell’annuncio, il messaggio di Gesù. Approfondiremo questo argomento nell’AT e poi rifletteremo assieme sull’annuncio fatto da Gesù  che caratterizza tutta la sua attività itinerante. Il Regno è quello che Dio compie, che fa, non quello che facciamo noi per Dio.

Copertina libro: Evangelii Gaudium

Leggeremo di volta in volta qualche paragrafo dell’esortazione apostolica “Evangelii Gaudium”; non è un’enciclica, cioè una lettera circolare a tutta la Chiesa, ma un’esortazione di carattere pratico. Questo non significa che non abbia importanza: la Chiesa insegna come guidare il popolo di Dio, ascoltando la Sua parola. Questa è Teologia pastorale. Il pastore è in questo caso Gesù che si esprime attraverso tutti i membri della Chiesa.

“Gesù annuncia il regno di Dio”

Il paragrafo 1 dice il senso della gioia per i Cristiani:

«La GIOIA DEL VANGELO riempie il cuore e la vita intera di coloro che s’incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni.

Innanzi tutto la gioia nasce dall’incontro con Gesù Cristo: non è una gioia superficiale, ma tutta la vita ed il cuore hanno l’esperienza profonda dell’incontro. Lo stile dell’Esortazione è molto congeniale ad una lettura popolare, senza tante subordinate e frasi complicate. E spiega subito che cosa significa “incontro”: essere liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore e dall’isolamento (che sono motivi di anti-gioia, della tristezza): essere salvati da Lui!

La gioia è un processo di liberazione prima di tutto da tutto ciò che comporta tristezza: la morte, la paura. Nell’incontro con Gesù Cristo nasce e rinasce la gioia! Non è un incontro iniziale, casuale, avvenuto una volta per sempre, ma è un incontro permanente che alimenta questa gioia.

Qui è tutto il programma: l’esperienza cristiana come incontro, liberazione dalla tristezza e poi una gioia che viene alimentata dalla esperienza di approfondimento di tale incontro. Infine  il programma è molto chiaro e preciso: annunciare il Vangelo.

Gioia che si rinnova e si comunica

E’ l’idea di una gioia solo di una persona che vive, ma si comunica e diventa cioè comunicazione. Così Vangelo è uguale all’esperienza della gioia ed evangelizzazione significa comunicare la gioia del Vangelo.

2. Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo ed avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto.

Questo tema ci vuole riassumere così il contrario del Vangelo (che è pienezza di vita e di gioia): la vita è ripiegata su di sé, chiamata individualismo e autoreferenziale. Non è più il rapporto con Dio e con gli altri, ma solo con se stessi: una specie di prigione nella quale uno si aggira senza incontrare niente e nessuno. L’isolamento  spesso si crogiola, cerca di consolarsi, di chiudersi nel consumo: avere molti oggetti e cose da consumare dà l’illusione di essere in comunicazione con gli altri, mentre non fa altro che ampliare l’isolamento e la solitudine.

Se ci si chiude in sé, non si ha più interesse per gli altri, per i poveri. Questo interesse non nasce dal bisogno demagogico di dare assistenza e aiuto. Il rischio è per i cristiani che vivono in questo contesto culturale, credenti o no, laicisti o cattolici: questa è l’idea del consumismo autoreferenziale, di chiudersi in se stessi senza interessarsi alla vita degli altri.

3. Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perchè “nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore”. Chi rischia, il Signore non lo delude,  e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte. Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: “Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te. Riscattami di nuovo, Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici.” Ci fa tanto bene tornare da Lui quando ci siamo perduti! Insisto ancora una volta: Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia. Colui che ci ha invitato a perdonare “settanta volte sette” (Mt 18,22) ci dà l’esempio: Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile. Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia. Non fuggiamo dalla resurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada. Nulla possa più della sua vita che ci spinge in avanti!

E’ un linguaggio diverso dai discorsi dogmatici o anche di morale dei testi tradizionali, in cui di parla di amore, di fede, di speranza, sulla chiesa, sul mondo. Qui il linguaggio è quasi da meditazione. E’ un invito a lasciarsi incontrare. Non dice: “Cerca di incontrare Gesù…”, ma “Lasciati incontrare!” E’ mettere cioè l’accento sull’iniziativa che parte da Dio, tramite Gesù. E’ in Gesù che noi riconosciamo l’azione di Dio. Ed è in questa iniziativa che noi siamo consolati e salvati: Dio non si stanca mai di perdonare; siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono! Questo è fondamentale! La fede è lasciarsi amare da Dio, senza mai stancarsi. Questo è  il cuore!

E’ profondissima teologia, ma espressa con un linguaggio molto semplice, fatto di piccole frasi, come si usa nel discorso colloquiale in famiglia, nella comunicazione a tu per tu.

I paragrafi 4, 5, 6 e 7 – secondo uno schema ben studiato – ci portano la testimonianza della gioia nell’Antico Testamento: la gioia nei Profeti, la gioia messianica. E’ una documentazione per dire che questa non è una novità trovata per caso, ma fa parte della grande tradizione biblica.

E’ un testo che ha il tono caldo dell’esortazione, ma nello stesso tempo, ben organizzato, seriamente fondato sull’argomentazione dei testi della sacra Scrittura.

8. Solo grazie a quest’incontro – o re-incontro – con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perchè raggiungiamo il nostro essere più vero. Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice. Perchè, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri?”

Con quest’ultima domanda è aperta la via alla evangelizzazione intesa non come indottrinamento – cioè imposizione di una dottrina, di una religione, di una teoria su Dio, di una morale, – ma come offerta di un’esperienza gioiosa: mettere a contatto un’altra persona ad una cosa che ti riempie di gioia. E’ la comunicazione spontanea.

Torna sul tema del re-incontro, che diventa amicizia, incontro permanente. Questa profusione di gioia che si ha, ci spinge a comunicarla agli altri, a contagiare gli altri con questa esperienza.

Si trova qui citata l’espressione “autoreferenziale” che tornerà più volte e che, secondo gli psicologi moderni, è la peste e la rovina di ogni persona: la persona chiusa su di sé, che ha per riferimento solo i suoi interessi, il suo modo di vedere le cose, che giudica gli altri solo dal suo punto di vista, è incapace di stabilire relazioni umane, positive.  Quello che colpisce nella  terza riga di questo paragrafo  è l’espressione diventare “sempre più umani“, per cui essere in amicizia con Gesù, vivere aperti agli altri, lasciare che gli altri entrino nella nostra vita, non è altro che essere umani. L’umanità portata all’estremo non è altro che la comunicazione di un’esperienza intensa, gioiosa in questo caso, non è altro che l’esperienza con Dio per mezzo di Gesù.

Come si vede questo testo è una “miniera”, per cui si cerca di capire cosa c’è sotto, perchè al di là della citazione di Matteo, il testo è profondamente impregnato di riferimenti biblici.

Ora dedichiamo un momento di riflessione sul tema del “regno di Dio” nei Vangeli.

Prima accennavo all’espressione “regno dei cieli” che è molto ricorrente soprattutto nel Vangelo di Matteo. Giovanni adopera tre volte l’espressione “regno di Dio”, ma in genere si riferisce più alla vita che non al regno. La parola “regno” viene da un Salmo, del gruppo dei salmi regali, dove l’azione di Dio è espressa con un verbo: “mâlak JHWH”, ” il Signore regna”  (mâlak significa regnare). Ma vediamo cosa intende la Bibbia ed anche Gesù ed i Sinottici quando trascrivono il suo messaggio e parlano del “regno di Dio”. Consideriamo il Salmo 93 (secondo l’indicazione ebraica – o 92 – fra parentesi – della tradizione liturgica greca e latina). I Sal. 96, 97, 98, 99 sono detti tutti regali, perchè annunciano l’azione sovrana di Dio. Dio regna. Più che il “regno” come territorio o un’amministrazione, si intende “l’azione sovrana di Dio”. Era un’espressione usata nel mondo antico per indicare qualcosa di eccelso, di sublime. E sublime nel mondo umano era la regalità. Per questo per parlare di Dio si usa la metafora del regno. Metafora è anche dire che Dio è Padre, sposo, luce, pace e giustizia. Regno è una metafora molto sentita, perchè faceva parte del linguaggio e dell’immaginario collettivo. Così per dire qualcosa di divino, che conviene a Dio, si dice regno di Dio.

Il Signore regna, si riveste di maestà

il Signore si riveste, si cinge di forza;

è stabile il mondo, non potrà vacillare.

Stabile il tuo trono da sempre

dall’eternità tu sei.

Alzarono i fiumi, Signore,

alzarono i fiumi la loro voce,

alzarono i fiumi il loro fragore…

Degni di fede sono i tuoi insegnamenti,

la santità si addice alla tua casa

per la durata dei giorni, Signore.

E’ un piccolo salmo regale, che inizia appunto con “Il Signore regna”, indicando così l’azione di Dio. Leggendo tutto il salmo si comprende che l’azione di Dio che regna non indica “il regno delle anime”, cioè dell’intimo, della coscienza o il mondo trascendente. Dio regna sulla creazione con forza. Il trono di Dio è la creazione e Lui si manifesta in tutte le forme che noi chiamiamo “la realtà creata”. Nelle cascate e nel flutto potente del mare si manifesta il Signore.

Forse  chi vive in un ambiente cittadino non si rende conto della forza e della bellezza del mondo creato. Gli insegnamenti di Dio, prima di essere le 10 parole (o Decalogo) sono quello che Dio dice attraverso la voce della creazione. E qual è la casa di Dio? Il tempio? Qui non si intende il tempio costruito da Salomone, ma la creazione; il tempio di Dio è là dove c’è l’acqua, la luce, le montagne: la Sua potenza. E lì noi ascoltiamo i suoi insegnamenti, contemplando la creazione. E c’è da domandarsi come Gesù, che ha vissuto tra i contadini, abbia elaborato l’immagine del “regno di Dio”. Ma il sorgere del sole, il cambio delle stagioni fanno parte del “regno di Dio”. Per questo Gesù racconterà il regno di Dio attraverso le parabole.

Un secondo testo preso dal gruppo dei Salmi regali, è il 96:

Cantate al Signore un canto nuovo,

cantate al Signore da tutta la terra.

Cantate al Signore, benedite il suo nome,

annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.

In mezzo alle genti narrate la sua gloria,

a tutti i popoli dite le sue meraviglie.

Grande è il Signore e degno di ogni lode,

terribile sopra tutti gli dèi.

Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla,il Signore invece ha fatto i cieli.

Maestà e onore sono davanti a lui,

forza e splendore nel suo santuario…

E il santuario è sempre il mondo creato, più che il santuario storico di Gerusalemme…

Dite fra i popoli:”Il Signore regna!”

E’ stabile il mondo, non potrà vacillare,

egli giudica i popoli con rettitudine.

Qui oltre l’idea del regno di Dio che è il mondo creato nella sua forza, il regno è il giudizio.

La creazione è Dio che rende giustizia. La giustizia era ed è una delle esigenze fondamentali del mondo antico e di quello moderno.

Di fronte alle oppressioni, ci sarà qualcuno che rende giustizia: il Signore renderà giustizia, giudicando i popoli e i grandi della terra. Questo è dunque il senso della giustizia di Dio: Egli rende giustizia ai poveri, agli oppressi perchè  regna.  Nel mondo antico era inimmaginabile un re che non fosse anche giusto e non decidesse in base alla legge ed ai codici.

Il salmo 99 riprende il tema del giudizio di Dio in modo molto chiaro: anche per capire come mai nei Vangeli più volte si trova l’espressione “Signore, quando verrai a rendermi giustizia?” E’ una invocazione che fanno i martiri nell’Apocalisse (“Fino a quando non renderai giustizia a quelli che sono stati uccisi?” E non si dimentichi quella parabola che ad alcuni può sembrare strana: quella del giudice che non teme né Dio né gli uomini e né una povera vedova che vive sola nella città e ogni giorno va da lui. Gli chiede giustizia “contro il suo avversario”, che vuole portarle via tutto quello che possiede. E alla fine il giudice decide di farle giustizia perchè la donna non vada più a tormentarlo. Il commento che fa Gesù: “Avete udito il giudice iniquo. E Dio non renderà giustizia ai suoi che gridano a lui giorno e notte?”  “Rendere giustizia” è il compito del re.

Sicura è la giustizia, come sicuro è il regno, la creazione, il mondo creato per iniziativa di Dio.

Ma quando, dove e come? Non interessa! A noi interessa: so aspettare la giustizia di Dio? E quando il Figlio dell’uomo tornerà sulla terra, troverà la fede?  Ma Dio sembra silenzioso.

Il problema non è il silenzio di Dio, ma sei tu: tu attendi la venuta del Signore? Non si tratta tanto di credere se Dio esiste o meno, ma se ti fidi della promessa di Dio, che rende giustizia ai poveri!

E’ un bell’invito a perseverare nella fiducia che attende la giustizia di Dio!

Senza la giustizia, non c’è Regno di Dio!

Accanto a questo testo, ai salmi, vogliamo leggere un unico testo dei Profeti, per capire il regno di Dio nella sua bellezza e completezza. Prendiamo Isaia, cap. 52, 7: è un testo che si trova nella seconda parte di Isaia. Siamo all’epoca del ritorno dall’esilio dopo la deportazione e si immagina l’arrivo dei corrieri che annunciano a Gerusalemme il ritorno dei deportati.

Come sono belli sui monti

i piedi del messaggero che annuncia la pace

del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza,

che dice a Sion: “Regna il tuo Dio”.

Si noti la bellezza dell’arrivo usando l’immagine del corriere. Belli non sono i piedi, ma l’annuncio, la bella notizia. Dietro all’espressione “Come sono belli…” e “messaggero di pace, che annuncia il regno”, c’è un’espressione ebraica che sta alla base della nostra parola “Vangelo” (“Lieto annuncio che evangelizza”). Solo che quando si sente parlare di evangelizzatori, si pensa al missionario che va in Cina ed annuncia il Vangelo a quel popolo. Qui è il corriere che annuncia le carovane che stanno arrivando e lui si presenta sull’altura del monte degli ulivi gridando verso l’acropoli, a Gerusalemme: “Stanno arrivando!” La bella notizia (Vangelo) è pace, salvezza, regno. Solo che invece di dire “regno”, dice “Dio regna!”

Le tre parole “pace, salvezza e regno (o Dio regna)” sono equivalenti. Dire che Dio salva, che Dio regna, che Dio dona la pace o la salute (Shalom) è la stessa cosa. Questo si chiama evangelion / bella notizia. Ma hanno riempito il Vangelo di tante cose  – di precetti, di regole teologiche, tanto che c’è da domandarsi “Ma che bella notizia è questa?”- fuorchè di belle notizie, cioè di salute, gioia, pace, vita, amicizia, tenerezza, perdono, grazia.

E’ stato caricato il messaggio che Dio ci dona – e  quindi il messaggio della vita, la sua bellezza –  tante altre cose che sono la “periferia: servono per capire la parte centrale.

Sorprende che 7-8 milioni di Italiani siano rimasti incollati davanti al televisore per sentire cose scontate da venti secoli, che erano già scritte nell’Antico Testamento: quello che dice Gesù, che non fa altro che commentare il principio dell’amore a Dio ed al prossimo.

L’amore alla vita, alla bellezza, all’amicizia, alla tenerezza – cioè quello che Benigni ha detto – non è altro che Vangelo, usando il linguaggio tipico del Vangelo. Quando abbiamo letto Isaia: “pace, salvezza, salute: questo è il regno di Dio”, non facciamo altro che cogliere il cuore del Vangelo, la sostanza.

A conferma di questo leggiamo un breve testo preso dal libro dell’Esodo, al cap. 15, dove si conclude il racconto del passaggio del Mar Rosso. Ha fatto molto bene Benigni a collegare le “Dieci parole”  con la libertà, perchè esse sono la garanzia, i pilastri della libertà. L’esodo indica “libertà, liberazione.” I primi capitoli di questo libro sono tutti dedicati al processo lento di educazione del popolo alla libertà: un popolo che non vede un futuro, se non quello di morte dei propri figli, di schiavitù. Ad un certo punto ascolta l’annuncio di qualcuno che si prende cura per liberarlo, secondo le promesse fatte ai Padri. Così comincia un processo lento, che deve superare delle resistenze, perchè non si fidano di Mosè, fino a quando giungono allo scontro finale: il passaggio del mare, dove la potenza dell’esercito egiziano è travolta dalla potenza di Dio creatore. E lì leggiamo di un Dio che crea e giudica. Così al cap. 15 troviamo un canto poetico del passaggio del mare, cioè  dalla schiavitù verso la libertà, intonato nel ritornello dalle donne guidate da Miriam, sorella di Aronne e di Mosè:

1Allora Mosè e gli Israeliti cantarono questo canto al Signore e dissero:

«Voglio cantare al Signore,

perchè ha mirabilmente trionfato:

cavallo e cavaliere ha gettato nel mare.

Mia forza e mio canto è il Signore,

egli è stato la mia salvezza.

E’ il mio Dio e lo voglio lodare,

è il Dio di mio padre

e lo voglio esaltare!

"Il passaggio del Mar Rosso" di Raffaello Sanzio - da Atlante Biblico. Ed. S. Paolo, 2009

Questo canto comincia in maniera epica ed essenziale. Il popolo fugge, inseguito dai carri del faraone con tutta la sua potenza militare, concentrata per impedire la fuga della mano d’opera straniera. Ma ecco che le acque si aprono e poi si riversano travolgendo ogni cosa e persona.

Dopo questa vittoria contro la potenza del male, minaccia di morte per gli Egiziani, ma potenza di vita per gli Ebrei, Dio guida il suo popolo attraverso il deserto e lo conduce fino al monte Sion, dove si costruirà il santuario, dove si canta questo inno in occasione dei grandi pellegrinaggi e delle feste. E leggiamo la conclusione del canto (Es 15,17):

17 Tu lo fai entrare e lo pianti

sul monte della tua eredità,

luogo per tua dimora,

Signore, hai preparato,

santuario che le tue mani,

Signore, hanno fondato.

18 Il Signore regni e per sempre!”

Tutto quanto è avvenuto fino allora non è altro che “Dio regna!” L’azione sovrana di Dio si chiama “liberazione, esodo, educazione alla libertà, vivere nella libertà.”

Possiamo riassumere questo pensiero per dire come mai Gesù ha incentrato questo simbolo attorno al regno di Dio.  Dio darà a ciascuno secondo le sue opere. Più che una punizione o rappresaglia, è il compimento di una promessa: questa è la giustizia. Dio mantiene quello che ha promesso. Il grande atto della potenza di Dio è iniziato con la creazione, promettendo la creazione definitiva che passa attraverso l’esodo dall’Egitto ma anche attraverso quello da Babilonia.

Potremmo dire che ogni esperienza di Israele è un piccolo esodo. Quando Pietro è svegliato nel cuore della notte dall’angelo ed invitato a mettersi i sandali, a cingersi i fianchi, è un nuovo esodo, il suo esodo, la sua liberazione.  Bisogna tener presente questi avvenimenti per capire il messaggio di Gesù e quindi della prima Chiesa che ha costruito attorno a questi simboli tutto il messaggio: la vita, la creazione, la libertà e la giustizia.

Concludiamo con l’inizio del vangelo di Marco, che riassume molto bene il ruolo di Gesù, modello di evangelizzazione, quando annuncia la gioia del regno di Dio. Dopo che Giovanni è arrestato e Gesù ha ricevuto il Battesimo, immergendosi nel fiume sacro – il Giordano – con la manifestazione del mondo divino, che lo presenta come il “Figlio suo” e lo Spirito garantisce la presenza di Dio in Gesù, Giovanni sparisce dalla circolazione perchè viene arrestato dalla polizia di Erode e rinchiuso nei sotterranei della fortezza, dove sarà giustiziato col taglio della testa.  Così finivano tutti i predicatori che annunciavano il regno di Dio, perchè questo significa “libertà”.

Per questa “libertà” Gesù si è battuto ed è stato condannato, impegnandosi ad accogliere i diseredati, i malati, i poveri, portando il suo messaggio che, prima di essere un pacchetto di dottrine e di verità morali, è modo di agire.

Mc 1, 14-125Gesù predicando il vangelo di Dio, diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

Tutta la storia precedente, dalla creazione, cioè dal primo atto dell’azione sovrana di Dio, all’ultimo che è la giustizia, si riassume nel tempo di attesa, nella promessa “è compiuto!” Non c’è nulla da attendere, perchè il regno è qui: il regno di Dio è vicino!

Cosa intendiamo, quando recitando il “Padre nostro”, diciamo “Venga il tuo regno”?

Il regno di Dio è vicino, anzi è arrivato!  Tutta la storia prima di Gesù non è altro che una preparazione a questa irruzione del regno di Dio che è Lui stesso. Il regno è Gesù stesso. Lui ha garantito il compimento: Egli – Via, Verità e Vita – garantisce la libertà, la giustizia e la vita -!

Spunti per la riflessione e il dialogo

* Il regno di Dio è la manifestazione della regalità o signoria di Dio resa presente ed anticipata

da Gesù come salvezza e vita piena per tutti gli esseri umani.

* Il regno di Dio è presente come promessa e anticipazione nelle parole e nei gesti di Gesù, inaugurato in forma gloriosa nella sua resurrezione, ma non coincide né con la storia del mondo né con la chiesa. (Prima del Concilio si pensava che il regno di Dio fosse la Chiesa, o anche la Sua presenza nel mondo. Invece Dio non coincide né col mondo né con la Chiesa, che sono sue creazioni).

* Il regno di Dio è futuro nel suo compimento definitivo, ma non coincide con l’aldilà o la vita eterna. (Dio ha a che fare con la vita eterna, ma è molto più grande! L’incontro con Gesù, nella comunità degli esseri umani, dei battezzati, è anticipare l’esperienza di giustizia, di vita e di libertà che sono il contenuto – provvisorio, effimero – del regno).

* Nell’invocazione “venga il tuo regno” si riconosce l’azione libera e sovrana di Dio per la salvezza e ci si dispone ad accoglierla. (Non è che noi chiediamo a Dio a realizzare il regno perchè si dimentica, ma ci disponiamo con le nostre scelte, di cui la preghiera è espressione, ad accogliere e realizzare il regno).

(13 gennaio 2015)                 (Commento di mons. Rinaldo Fabris)                   – continua –