Gesù racconta il regno di Dio con le parabole

04/04/2015 | Evangelii Gaudium

Gesù rende presente il regno di Dio e lo interpreta con le “parabole“: il tema della gioia è trattato con parabole. Questo è il terzo tema previsto per un sabato di marzo. La narrazione fatta da Gesù utilizza racconti più o meno inventati, prendendo lo spunto dalla realtà e dall’esperienza per rendere presente  – non tanto illustrare! – l’agire sovrano di Dio. I racconti, costruiti ad arte, non sono tanto per convincere su verità astratte, quanto per portare le persone che li ascoltano ad una scelta di vita, ad una decisione. Questo è un punto importante, per non confondere le parabole con esempi, illustrazioni, similitudini: cioè col linguaggio più o meno figurato che si adopera con i bambini, le persone poco colte e poco istruite, che hanno bisogno di immagini, di emozioni. Gesù non fa ricorso a questo.

Le parabole sono un linguaggio molto complicato, sofisticato, rivolto in genere non ai discepoli, ma a quelli “di fuori”. Solo alla metà del 1800 si è scoperto che il genere delle parabole distingue il modo di raccontare di Gesù dall’uso che fanno i maestri ebrei  nel Talmud o nelle scuole giudaiche o come fanno i catechisti per aiutare i bambini a comprendere una verità astratta. La parabole non illustrano né la generosità, né la misericordia, né la bontà, né la giustizia di Dio: niente di tutto questo! Sono racconti in cui Gesù crea una situazione dove gli ascoltatori, ad un certo punto,  devono decidere da che parte stare. Con quest’ottica dobbiamo leggere i circa 40 racconti (tante sono le parabole riportate nei tre Vangeli sinottici (Il quarto Vangelo non ha nessuna parabola). Si conosce ad esempio la storia del pastore che va a cercare una pecora:  è una similitudine, non c’entra la parabola. Ancor oggi i predicatori presentano le parabole come esempi, illustrazioni di verità astratte o, soprattutto, morali!  Le parabole sono collegate strettamente col regno di Dio che Gesù annuncia, riassumendo la sua attività pubblica e la sua missione: “il regno di Dio è qui, è arrivato. Il tempo è compiuto. Accogliete il regno di Dio, cambiando modo di pensare e di vivere.”

La conversione è il presupposto per accogliere il regno con fede e fidarsi del Vangelo. Gesù non ha inventato del tutto il genere delle parabole, che si trovano già nei racconti dell’AT, dei profeti in modo particolare, ma anche nei Libri storici. Isaia, ad esempio, nel cap. 5 utilizza una canzone che veniva cantata in autunno, alla raccolta dell’uva e fa riferimento al suo amico che ha coltivato una relazione con l’amata, sperando che vada a buon punto, ma poi è rimasto deluso. La canzone è per “un mio amico” che aveva un colle, lo aveva spianato, piantando viti scelte, preparando anche il torchio e costruendo una torre per controllare la sua vigna prima del raccolto. Poi aspettava che facesse uva e quindi vino (il vino nel Cantico dei Cantici è simbolo dell’amore). Invece di produrre acini maturi, la vigna ha prodotto uva acerba. Allora distruggerà la vigna e dirà alle nubi di non piovere.

A questo punto il velo si rompe: chi è che può comandare alle nubi? E chi è allora il viticultore che è rimasto deluso dalla sua vigna? “Voi siete la piantagione di Dio, abitanti di Gerusalemme! Io aspettavo giustizia, ma voi avete risposto con iniquità”. E’ chiaro che si fa riferimento ad un rapporto di alleanza: ma si narra una storia in cui c’è un rapporto fra la realtà della comunità di Israele, che ha deluso e disatteso le attese di Dio, soprattutto la fedeltà e l’amore, e Dio che ha deciso di spiantare la vigna. C’è un rapporto fra il linguaggio di immagini e la realtà. Ma lascia sospesa la domanda “Voi che cosa decidete?”

Una parabola più celebre di questo racconto poetico,  è quella di Nathan, profeta e consigliere di Davide. Il re, mentre i suoi soldati combattono per la conquista della capitale nemica degli Ammoniti, passeggia sul terrazzo della sua reggia e vede una donna molto bella che sta facendo il bagno. Se ne invaghisce, manda a prenderla, la mette incinta. Poi, per coprire tutto quando arriva il marito a casa con un suo ufficiale, scrive al comandante del marito e gli ordina di esporre Urìa, il marito di lei, dove più ferve la mischia e di ritirarsi in modo che egli resti ucciso. Le cose vanno così. Otto giorni dopo (durata del lutto) Davide manda a prendere Betsabea – la moglie del suo ufficiale.

Ed ecco che entra in ballo Nathan: si presenta a Davide e gli racconta una storia che sembra non avere nulla a che fare con la realtà. Un uomo aveva cresciuto la sua pecorella, mangiando con lei, bevendo del latte. Quando il suo vicino ricco riceve un ospite, manda a prendere la pecorella che aveva allevato l’amico povero e la fa cucinare per l’ospite. Naturalmente Davide si infuria  e dice “Quell’uomo deve morire!” E Nathan: “Tu sei quell’uomo!” Qui è la tecnica tipica della parabola, che non illustra niente: né il coraggio, né la giustizia. Non c’entra la morale. Davide non si è accorto che Nathan gli ha teso una trappola, ma alla battuta finale del Profeta riconosce il suo peccato. La parabola è una tecnica per coinvolgere l’ascoltatore a prendere una decisione pratica. Se si trasforma la parabola di un raccontino per illustrare la misericordia di Dio, il suo perdono, non è più parabola! La parabola è un’altra cosa!

Gesù è un narratore geniale di parabole. Prende lo spunto dai fatti della vita: il contadino (cfr. Lc 8,5 segg.) che semina non curandosi di dove cade il seme e poi va a dormire. E il grano germoglia, poi cresce e diventa spiga, senza fretta. Quando è pronto il contadino prende la falce. Chiaramente l’autore o il soggetto è Dio. Un’azione semplice o insignificante, come il seme di senapa messo sotto terra, cresce e diventa un arbusto, è l’agire sovrano di Dio (cfr. Lc 13, 18-19).

Albero di senapa


In genere sono storie in cui il punto cruciale è al centro della parabola, in cui si decide la sorte dei protagonisti. Ed i notabili provenienti da Gerusalemme interrogano Gesù con quale autorità egli faccia certe cose. Quali sono i segni della sua credibilità? Gesù non risponde direttamente a queste accuse. Scaccia di demòni, ha capacità terapeutiche: lo fa con l’aiuto di Satana? Gesù non risponde direttamente, ma racconta delle storie come quella del grano di senapa o del seminatore. Oppure racconta parabole in cui c’è bisogno di scegliere. Due parabole celebri, riportate dal Vangelo di Mt (22,1-10) e Luca (14,16-24), riguardano un banchetto di nozze. Alla cena di gala tutto è pronto, ma gli ospiti che erano stati preavvisati, avanzano scuse e non vanno alla festa. Allora il re manda a raccogliere tutti quelli che si trovano sulle strade ed ai crocicchi: poveri che non hanno nessun diritto di partecipare ad una grande cena. Così fa Dio. E ognuno decide il proprio destino. Soprattutto le persone ricche e potenti non hanno accettato il regno!

Un racconto contro ogni morale è quello di un amministratore, il cui padrone si rende conto di essere stato imbrogliato e lo licenzia (Lc 16, 1-8). Il dipendente si mette a pensare nel poco tempo che gli rimane, a cosa deve fare prima di essere effettivamente cacciato dal suo padrone, provvedendo al futuro con lucidità e coraggio. Chiama i clienti del padrone, modifica i prezzi e gli importi dei debitori. “Così dovete fare voi – dice Gesù – Il padrone lodò quell’amministratore acuto, saggio, prudente, perchè aveva provveduto in tempo. I figli delle tenebre, nei loro affari, sono più saggi dei figli della luce”. Cosa significa questa parabola?  Perchè il padrone ha lodato l’amministratore ingiusto che ha agito con prudenza? E’ come dire: nel tempo che ti rimane fra la vita ed il futuro, assicurati con prudenza, con coraggio, inventiva, capacità di trovare una soluzione per il futuro.

Annunciando il regno, Gesù ha fatto sapere che ora siamo nell’emergenza e dobbiamo decidere cosa fare! L’unico tempo che ci rimane per decidere il nostro futuro è l’attuale, che è brevissimo.   Il problema reale è gestire la vita finché si è in tempo!

Allora si capisce come le parabole, invece di illustrare la giustizia, il coraggio, l’umiltà, la preghiera o che cos’è il prossimo (Lc 10, 30-37), soggetto di amore, sono racconti drammatici, in cui tu sei chiamato a prendere una decisione pro o contro. La vera parabola – più che un raccontino più o meno suggestivo – è lui: Gesù! Davanti a lui c’è lo scandalo che ha la pretesa di rendere presente il volto ed il regno di Dio.  Il regno di Dio non è un territorio, ma la persona di Gesù, presente nelle parabole.

Gesù invita così a prendere una decisione a favore o contro quello che egli propone con i suoi insegnamenti ed il suo modo di parlare e di predicare.  Pensiamo solo a come Gesù interpreta le regole ebraiche riguardanti il puro e l’impuro, l’attività ed il riposo del sabato. Quello che conta per Gesù è il cuore, da dove vengono i progetti buoni e cattivi! E dunque il rapporto con Dio, col Santo, si gioca nel cuore.

Tutto questo va contro tutte le regole ebraiche! Anche riguardo al “tempo sacro”, Gesù mette in gioco le sue scelte, pretendendo di rendere presente il volto di Dio che non è quello della legge e delle “10 Parole”. Non si può raggirare la parola di Dio con l’ipocrisia!

A questo punto si capisce che le parabole diventano una tecnica di comunicazione e di dialogo con avversari che non capiscono, e provocano lo scontro frontale di Gesù con i “maestri della legge”.

Dio è il tempio, Dio la legge da osservare oppure la legge per amore, che Gesù rende presente: questo è il regno di Dio!

Una conferma della connessione tra le parabole di Gesù e la proclamazione del regno di Dio si ha nei due brevi racconti simmetrici del tesoro e della perla, riportati all’essenziale, senza sbavature moralistiche, nel cap. 13 del Vangelo di Matteo. In questo capitolo Matteo ha raccolto sette parabole: la prima è quella del seminatore (13, 24-30) – il cui il seme è la parola di Dio che viene accolta o no. C’è il grano e la zizzania, perchè non esiste una comunità pura, né è immaginabile di estirpare il male durante la vita presente, perchè esso è in noi ed è talmente radicato che se si estirpa il male è impossibile non strappar via anche il bene.  Il seminatore è uno. Chi raccoglie è un altro.

Come la rete gettata nel mare di Galilea raccoglie pesci buoni e cattivi e la scelta viene fatta dopo, sulla riva, così nelle comunità ci sono peccatori e giusti, senza distinzione. Dio giudica, non gli uomini! E nella raccolta ci sono queste due piccole parabole. Mt invece di usare l’espressione “il regno di Dio”, usa “un sostituto” per chiamare Dio, presente nel mondo ebraico e per sottolineare l’aspetto alto, trascendente. Il “regno” non riguarda la terra o il terreno politico, amministrativo, ma il mondo di Dio. La parola “cieli”- al plurale – indica la realtà di Dio e quindi non è solo un sostituto del nome, ma un “regno trascendente” rispetto alle leggi della politica o dell’amministrazione.

«Il regno dei cieli è simile

ad un tesoro nascosto nel campo;

un uomo lo trova e lo nasconde;

poi va, pieno di gioia,

vende tutti i suoi averi

e compra quel campo»

(Mt 13,44).

«Il regno dei cieli è simile

anche ad un mercante

che va in cerca di perle preziose;

trovata una perla di grande valore,

va,

vende tutti i suoi averi

e la compra»

(Mt 13,45-46).

Il primo racconto parabolico è di un versetto solo.  Ad  esso corrisponde il secondo  in modo perfetto, cambiando protagonista e con contesto diverso. E’ solo un po’ più ampio ma altrettanto breve del prece-dente.

Dopo la formula introduttiva “Il regno dei cieli è simile a…”, il racconto parabolico si articola in tre momenti, in cui i protagonisti sono rispettivamente un contadino ed un mercante. La sorpresa della “scoperta” apre una nuova prospettiva sul futuro. La presa di coscienza dell’evento modifica il rapporto con il passato: «Va, vende tutti i suoi averi…». Si ha un rovesciamento dei valori. Su questo si fonda la decisione che modifica lo stato attuale delle cose: «Compera quel campo (la perla)». Il racconto parabolico riproduce un processo di trasformazione totale del tempo in cui si svolge l’esistenza umana: mette in moto un modo paradossale, incomprensibile dell’agire di Dio. Nella struttura dinamica della parabola si riflette la realtà del regno di Dio, che trasforma la storia umana nei suoi parametri lineari di passato, presente e futuro.

Con il racconto della parabola non s’illustrano verità religiose, né si propongono principi morali in astratto, ma si presenta il modo di agire di Dio.  Nel momento stesso in cui è proposta, la parabola provoca gli ascoltatori a prendere posizione, inserendosi nel processo avviato dall’intervento di Dio.  La parabola, riproducendo la prospettiva innovatrice di Gesù, offre agli interlocutori una nuova possibilità di comprensione della realtà e perciò stesso li costringe a prendere una decisione che modifica radicalmente la loro esistenza.  Chi racconta la parabola per coinvolgere i suoi ascoltatori nella sua storia, concede qualche cosa al loro punto di vista per portarli a superare il contrasto profondo che li separa dalla sua posizione di fronte al regno di Dio.  Nel dramma della parabola sono simbolicamente trasposti i protagonisti reali che si confrontano – Gesù ed i suoi interlocutori – con la loro rispettiva diversa posizione davanti a Dio.

Come quell’amministratore disonesto non viene criticato per la sua moralità, ma lodato per la sua astuzia e prudenza finché è in tempo. Non propone un agire immorale, perchè la morale non c’entra con le parabole. Il problema è la scelta religiosa, utilizzando un racconto che va contro la regola della morale. Come il contadino che compra il campo senza svelare che c’è il tesoro.  Poi “va pieno di gioia”. Tutte le parabole sono espressione di entusiasmo e di gioia che hanno i discepoli o chi ascolta Gesù. Pietro dirà: «Noi abbiamo lasciato tutto: campi, casa, famiglia, figli. Cosa sarà di noi?» E Gesù risponde: «Avrete cento volte in campi, figli e figlie ed in più la vita eterna!» La gioia porta alla decisione totale.

La vita religiosa legata solo a regole, è paralizzante, rende le persone sterili, noiose, insopportabili. Solo un’esperienza travolgente che entusiasma e – come dice Papa Francesco nella “Evangelii Gaudium”- l’incontro costante con Gesù, rende le persone capaci di comunicare la gioia di annunciare il Vangelo.

“…va pieno di gioia”: quello che conta è questo entusiasmo, che gli fa vendere tutti i suoi averi. E’ quello che dirà Pietro («Abbiamo lasciato tutto… e ti abbiamo seguito»). Riguardo agli averi pensiamo a quel giovane ricco che chiede cosa deve fare per avere la vita eterna (Mt 19, 16-22). Fin da piccolo ha osservato la Legge. Ma gli manca una cosa: «Va, vendi quello che hai, dallo ai poveri e poi vieni e seguimi!» Ed egli andò via triste, perchè aveva molti beni.  Questo è un problema cruciale in una società che ha molti beni ed è triste. Non sono i beni che danno la gioia.

Tornando alla prima parabola, si intuisce che non è tanto il tesoro o il campo, quanto il processo che viene messo in moto dalla scoperta: cioè l’incontro col regno di Dio e con Gesù. Scoperto “il volto” di Dio, si cambia completamente il modo di vedere le cose.

La seconda parabola, simmetrica: un mercante esperto di perle, vorrebbe completare la sua collezione con una perla trovata al mercato. Egli va, vende tutti i suoi averi e la compra. Il “regno dei cieli” è l’agire sovrano di Dio, l’incontro con lui è scoprire il tesoro o la perla preziosa, per la quale vale la pena alienare tutti i beni e fare la scelta radicale. Così hanno fatto i primi discepoli alla sequela di Gesù, facendo vita comune con lui. Ed i loro beni venivano condivisi.

La conclusione di queste due parabole ci porta ad un’immagine di Gesù che riassume l’agire sovrano di Dio. Quando si trova la formula “Il regno dei cieli è simile ad un granello di senapa”, simile ad un contadino che getta il seme nel campo  o in terreni vari”, si deve interpretare con: “Quando Dio si manifesta come re, è come quando il contadino getta il seme…” L’esito finale è grandioso, al punto di accogliere tutti i popoli (rappresentati dagli uccelli che si posano sulla pianta della senape).

Attraverso le parabole possiamo comprendere l’espressione che ripetiamo ogni giorno “Venga il tuo regno”. Tutti abbiamo bisogno del pane quotidiano, del perdono, della sicurezza di fronte all’angoscia della morte.  Si ricordi l’inizio della vita pubblica di Gesù: “Il regno di Dio è qui”.

Quando Gesù dice che scaccia i demòni con la forza di Dio, vuol dire che il regno di Dio è già presente: è liberazione, perdono, guarigione, accoglienza.  Ma come fa ad essere presente, se continuiamo a ripetere, come Lui ci ha insegnato: “Venga il tuo regno”? Per capire questa espressione, – che fa parte del linguaggio delle parabole – bisogna ricordare l’azione sovrana di Dio dentro la creazione, nella storia umana e dentro la nostra vita.

Nell’ultimo periodo della sua vita terrena Gesù compie un gesto simbolico, cambiando il rituale della cena pasquale ebraica. Invece di recitare la formula solita di benedizione per il dono del pane e del frumento, porge il calice ai discepoli identificando il calice con la sua morte ed il suo sangue  ed il pane con il suo corpo. Il sangue versato è per una moltitudine che abbraccia anche i lontani – e non solo il popolo ebraico – e annuncia la venuta del regno, proprio alla vigilia della morte.

Gesù, che ha predicato ed agito per rendere presente il regno di Dio, lo ha in qualche maniera reso visibile nelle parabole, invitando a prendere una decisione riguardo all’azione sovrana di Dio. E alla fine dice: “Io vi assicuro : non berrò più del frutto della vite finché non lo berrò nuovo con voi nel regno di Dio.” (Mt 26,29; Mc 14, 25).  E’ chiaro che questo agire sovrano di Dio che dà gioia, entusiasmo ed invita a fare una scelta decisiva, coraggiosa, mettendo in discussione tutte le logiche umane, ha a che fare con l’atto finale di Gesù: il corpo dato ed il sangue versato, cioè il dono di tutto se stesso. Il regno dunque più che un discorso su Dio che crea, che libera, che giudica e rende giustizia, è l’amore che cambia i rapporti fra le persone.

Le parabole di Gesù sono il suo “manifesto”, in cui si proclama l’evento del regno di Dio. Quelli che lo ascoltano sono posti davanti ad una decisione da prendere subito. Devono scegliere pro o contro la prospettiva che Gesù apre loro con la parabola. Questo confronto, che matura nell’orizzonte del regno di Dio, porta Gesù alla condanna a morte in croce.  Le parabole di Gesù si collocano fra l’annuncio programmatico del regno di Dio in Galilea e la sua fine tragica a Gerusalemme.  Questi racconti originali e suggestivi, impregnati del colore e sapore della vita quotidiana della Palestina agricola, dei braccianti e dei pastori, dei piccoli commercianti e imprenditori, rappresentano il nucleo storicamente più solido dell’insegnamento di Gesù.

Nelle parabole evangeliche si riflette non solo la tensione caratteristica fra presente e futuro del regno di Dio, proclamato da Gesù, ma anche l’urgenza e la serietà che pervadono i suoi gesti e le sue parole.  La presenza e l’azione decisiva di Dio – dimensione “escatologica” delle parabole – attraversano la vita quotidiana e feriale del contadino che semina ed attende la mietitura, del pastore che provvede con sollecitudine alle sue pecore, del mercante che con sagacia cura i suoi affari, della massaia che si affanna per una moneta perduta o impasta il pane per una famiglia numerosa; hanno a che fare con la scelta finale di Gesù col  dono di tutto se stesso. Il sangue versato è simbolo di una vita donata. Gesù dà un senso a questa tragedia che non l’ha colto di sorpresa: egli ha intravvisto la minaccia di morte, perchè lo scontro frontale è con l’autorità del tempio e del sistema legale. Alla fine l’autorità religiosa prende la decisione di eliminarlo, facendo intervenire il potere politico e militare di Roma. Gesù intravvede questa minaccia e nelle parabole c’è qualcosa di questo, come quando racconta la parabola di quei vignaioli che hanno ricevuto la vigna e che invece di consegnare i frutti, bastonano gli inviati del padrone, e poi ne uccidono il figlio. E’ chiaro che questa parabola in qualche maniera illustra il senso della vicenda di Gesù. La vigna di cui parlava Isaia (nel “canto del mio amico”, deluso per una vigna che non ha dato amore) è la storia di Dio col suo popolo. E Gesù vive questa storia nella propria carne, sulla propria pelle.

E possiamo anche intuire il senso delle piccole sentenze che non sono vere e proprie parabole, ma vere similitudini: i discepoli di Giovanni Battista e dei farisei fanno digiuno due volte alla settimana e protestano perchè i discepoli di Gesù non digiunano. Gesù risponde “Noi siamo a nozze!” A nozze non si può digiunare, per non far torto allo sposo. La morte di Gesù è dunque la sottrazione del rapporto di amore. Il digiuno sarà “di nostalgia di un amore troncato“, non di penitenza.

Tutto il Vangelo è intessuto di immagini (vino nuovo in otri nuovi; vestito nuovo e non rattoppato) che presentano il regno di Dio e costringono a fare una scelta che deriva da un’esperienza sconvolgente.

E’ probabile che molti cristiani non abbiano mai avuto un’esperienza travolgente: l’esperienza del Vangelo. Sono stati educati fin da piccoli ad andare in chiesa tutte le domeniche, a osservare i comandamenti, a fare bene il loro lavoro, ma l’idea di un cambiamento totale… la si trova in chi ha avuto un incontro con Gesù crocifisso: in Francesco di Assisi, per il quale i lebbrosi ripugnanti diventano il corpo di Gesù da abbracciare. Gran parte dei grandi personaggi che hanno cambiato la storia dell’esperienza cristiana, ad un certo punto della vita hanno avuto un’esperienza travolgente.        Le parabole sono il riflesso del progetto di Gesù, lo specchio della sua prospettiva religiosa, l’interpretazione della sua esistenza al servizio del regno di Dio.

Conclusione

Le formule “Il regno di Dio è simile a…” o “Il regno dei cieli è simile a…”, che introducono le parabole nei Vangeli sinottici, risalgono alla tradizione che ha conservato e trasmesso il materiale parabolico o il lavoro redazionale dei singoli evangelisti. Lo stesso va detto per le espressioni di carattere parenetico, che attualmente concludono alcune parabole evangeliche: «Così gli ultimi saranno i primi ed i primi ultimi» (Mt 20,16; 19,30); «perchè molti sono chiamati, ma pochi eletti» (Mt 22,14); «perchè chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato» (Lc 18,14; Mt 23,12).

La parabola presuppone una tensione o, per lo meno, una diversa prospettiva fra Gesù, che racconta la parabola, ed i suoi interlocutori. In linea di massima si può pensare che Gesù racconti le parabole per “quelli di fuori”, siano essi capi e maestri giudei d’indirizzo farisaico, prevenuti nei confronti delle sue prese di posizione, oppure la folla estranea e sorpresa per le sue scelte e dichiarazioni. L’identificazione dei destinatari delle parabole di Gesù con i rappresentanti del “fronte esterno” trova una conferma nel mašal conservato nella tradizione sinottica comune: « A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole» (Mc, ; cfr. Mt 13,11; Lc 8,10).

Sullo sfondo dell’annuncio programmatico in Galilea, che ruota attorno alla dichiarazione “Il regno di Dio si è fatto vicino”, Gesù prende posizione a favore dei poveri e diseredati, di malati ed emarginati, di peccatori e pubblicani, di piccoli e stranieri.  La sua interpretazione ed applicazione della Toràh, l’halakhâh sul sabato, sulle norme di purità dei cibi e della mensa, sulla legge del ripudio, provocano sospetti e tensioni con i maestri farisei e con i rappresentanti dei giudaismo comune.      Con i suoi gesti e le sue parole Gesù afferma che il regno di Dio irrompe con forza nella storia umana. Questo fatto mette in crisi la sicurezza di chi conta sulla stabilità delle tradizioni, la regolarità delle pratiche religiose e la solidità delle istituzioni sociali. Nelle parabole di Gesù si riflette la sua prospettiva religiosa, che entra in tensione con quella dei suoi interlocutori. Egli afferma che Dio, con il suo modo di agire paradossale, è presente qui e ora. Quelli che ascoltano le sue parabole sono costretti a prendere posizione: da che parte stanno? Che cosa intendono fare? Con le sue parabole Gesù rivela il momento critico in cui si deve fare una scelta, come quando si è invitati ad un banchetto già pronto o si è chiamati a rendere conto del proprio ruolo o compito (Lc 16,2;  Mt 18,23).

Spunti per la riflessione ed il dialogo

* Nelle mie scelte mi lascio guidare dalla logica dell’agire di Dio (cioè  del “regno di Dio”), che dà libera-

mente i suoi  doni a chi li accoglie con impegno generoso e costante?

La vita con tutto quello che comporta è data con generosità, ma presuppone anche un’accoglienza   generosa e costante. Si tratta di intuire che non siamo noi a costruirci, ma siamo frutto di   “qualche cosa” che ci precede. Veniamo dal nulla, rischiamo di precipitare nel nulla se non c’è il rapporto con   il Creatore.  Il cambiamento avviene attraverso l’incontro di cui le parabole sono una specie di  esemplificazione dell’esperienza di cambiamento dopo una decisione.

* Sono disposto/a a lasciare tutto con gioia per possedere il tesoro e la perla del  regno dei cieli?

Cosa vuol dire “disposto a lasciare tutto”?? Non dobbiamo pensare alle persone che abbiamo a  carico? Ma il problema non è venir meno ai legami, alle responsabilità, quanto invece creare un ordine, una gerarchia delle cose importanti. Cosa conta di più nella mia vita? I beni, le cose che  possiedo oppure l’esperienza spirituale e religiosa profonda, che suppone poi anche relazioni di amicizia e di affetto? Solo l’incontro con l’UNICO cambia totalmente la vita, e dà senso a tutto  quello che si vive: casa, campi, figli e figlie.

Chi ha lasciato tutto, alla fine si ritrova in una comunità allargata.

(14 marzo 2015)