Stefano e Filippo annunciatori e testimoni di Gesù Cristo

23/06/2015 | Evangelii Gaudium

Continuiamo il nostro cammino di riflessione su “Annunciare e testimoniare il Vangelo della gioia”. Siamo partiti dalla Parola di Dio nell’ascolto dei Profeti (Primo o Antico Testamento) per passare alla gioia delle parabole, la gioia nel Vangelo di Giovanni e poi la testimonianza degli Apostoli a Gerusalemme (Pietro e Giovanni) ed oggi vediamo la testimonianza di Stefano e Filippo che ricaveremo dagli Atti degli Apostoli.

Stefano e Filippo sono due testimonianze minori ma non meno importanti che Luca ci suggerisce come annunciatori del Vangelo non solo come testimonianza verbale, ma anche come presa di posizione a Gerusalemme da parte di Stefano. Guidato dallo Spirito, Filippo annuncia il Vangelo per la prima volta ad uno dei rappresentanti del mondo dei “lontani”  o dei “diversi”: e precisamente ad un etiope, servitore ed amministratore della regina Candace di Etiopia, il quale ha fatto fortuna nella carriera politica ed amministrativa, ma è un fallito nella vita perchè non può generare, perchè è un eunuco, un “senza futuro” in termini umani. A lui Filippo annuncia il Vangelo facendo strada con lui.

Prima si presenta la figura di Stefano a noi più nota, perchè è il primo martire cristiano. “Martire” nel senso tecnico che assumerà soprattutto nell’Apocalisse e poi nei secoli delle persecuzioni, è colui che “muore dal sangue” a causa del Vangelo e per la fedeltà a Gesù. Il primo martire per eccellenza, colui che dà la vita è Gesù stesso: testimone e martire.

Stefano fa parte del gruppo dei cristiani  di lingua e cultura greca-ellenista. E’ un ebreo, ma parla e prega dalla Bibbia in greco nella sua comunità ebraica in una delle tante sinagoghe di Gerusalemme dove si riuniscono gli ebrei della diàspora, cioè dell’emigrazione. Anche Paolo stesso a Gerusalemme frequentava la sinagoga di quelli di Tarso e della Cilicia.

Filippo viene scelto dalla comunità, su proposta dei Dodici per risolvere un problema che si è creato nella comunità di Gerusalemme a causa dell’aumento degli aderenti al Vangelo. Questo crea un problema di organizzazione nell’assistenza delle vedove di lingua greca, rispetto alle altre di cultura ebraica, grazie ad  una certa legislazione precedente.

I Dodici propongono l’elezione di un gruppo di sette persone, chiamate appunto “i sette” che Luca chiamerà “evangelisti” o testimoni, ma mai diaconi (Il titolo di “diacono” sarà dato solamente da Irenèo nel II secolo a questo gruppo che è invece un gruppo di responsabili di lingua greca, ma con una loro organizzazione autonoma). Il numero “7”, come il “12” ha naturalmente un valore simbolico. Dodici erano le tribù di Israele e il sette rappresenta la completezza. Sette erano anche gli organizzatori dell’assistenza ai pellegrini ed ai poveri nelle comunità ebraiche.

Con questa organizzazione nuova e la scelta dei “sette”, la Chiesa conosce una grande espansione. In questo contesto di crescita si manifesta la martirìa o testimonianza di Stefano, che suscita una reazione violenta nei suoi connazionali.  Essi non gli perdonano di essere passato dall’altra parte e soprattutto che egli continui – come Gesù – a contestare il tempio di Gerusalemme e le leggi di Mosè. Stefano è l’antesignano e precede la missione di Paolo che fa uscire il movimento cristiano dall’Ebraismo. Il distacco avverrà però solo nel II e III secolo. Per due secoli infatti i due movimenti vivranno uno dentro l’altro, senza distinzioni, con una cassa comune per i poveri. Poi nel IV e V secolo inizieranno i guai: gli ebrei verranno perseguitati come minoranza ed i cristiani saranno protetti dallo Stato. Dalla testimonianza di Stefano nasce la reazione violenta dell’autorità ebraica, che l’accusa di essere un violatore delle tradizioni – soprattutto della Legge di Mosè – e di andare contro il tempio santo di Gerusalemme. Viene quindi convocato davanti al Sinedrio e interrogato.

E Stefano risponderà ripercorrendo tutta la storia che va da Abramo fino all’ingresso nella terra promessa, con la costruzione del tempio da parte di Salomone. Stefano si sofferma sulla figura di Mosè, liberatore dei figli di Israele e mediatore del dono della Legge. Ma gli Israeliti non hanno osservato la legge data loro da Dio per la vita. Con la storia dei re Davide e Salomone, che hanno progettato e costruito il tempio di Dio a Gerusalemme, si completa il quadro dei rapporti di Dio con il suo popolo. Stefano afferma che Dio non ha bisogno di un tempio, perchè non abita in un luogo costruito da mani d’uomo. Dio ha creato i cieli ed essi non possono contenerlo. Vero tempio e santuario è la realtà creata da Dio.

Ma leggiamo una parte del capitolo sesto degli Atti degli Apostoli, dove ci sono le accuse contro Stefano, la sua testimonianza e poi la sua risposta, di cui riportiamo qui di seguito solo la requisitoria finale. E’ uno dei discorsi più lunghi degli Atti ed il più ricco di citazioni bibliche. Chi ha scritto questo testo era una persona molto colta, che conosceva bene le Scritture. Probabilmente Luca era in grado di farlo, ma deve aver utilizzato materiale già confezionato, secondo uno schema che va appunto da Abramo, Giacobbe, Mosè, l’ingresso nella terra promessa ed il tradimento dell’alleanza. La costruzione del tempio è una forma di idolatria: cosa orribile per un ebreo, che la considera come un insulto insopportabile. Nella sua requisitoria finale Stefano denuncia l’infedeltà dei figli di Israele all’alleanza, culminante nella condanna a morte di Gesù, il Giusto.  I membri del Sinedrio reagiscono accusando Stefano di bestemmia, perchè afferma che Gesù sta alla destra di Dio, pronto ad intervenire come giudice nella storia. All’accusa di bestemmia segue la lapidazione di Stefano che, morendo, come Gesù prega per i suoi uccisori.

1. La testimonianza di Stefano (At 6,1-7,60)

Le tensioni nella chiesa di Gerusalemme fra i cristiani di lingua ebraica e quelli di lingua e cultura greca per l’assistenza delle vedove, porta alla scelta ed elezione di un gruppo di “sette” cristiani rappresentanti della chiesa degli ebrei cristiani ellenistici.  Questa nuova organizzazione della Chiesa “decentrata” favorisce la sua crescita ed espansione.  Su questo sfondo si colloca la testimonianza di Stefano, del gruppo dei “sette, pieno di grazia e di potenza”. Davanti al Sinedrio egli riporta le parole di Gesù contro il tempio e la legge di Mosè.  Nel suo discorso di difesa di fronte alle autorità ebraiche, Stefano rilegge la storia biblica da Abramo – promessa della terra – a Giuseppe e la discesa dei figli di Giacobbe in Egitto.

Dagli Atti degli Apostoli (At 6,8 -15; 7,51-60)

8Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e segni tra il popolo: 9Allora alcuni della sinagoga detta dei Liberti, dei Cirenei, degli Alessandrini e di quelli della Cilicia e dell’Asia, si alzarono a discutere con Stefano, 10ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui egli parlava. 11Allora istigarono alcuni perchè dicessero: «Lo abbiamo udito pronunciare parole blasfeme contro Mosè e contro Dio».  12E così sollevarono il popolo, gli anziani e gli scribi, gli piombarono addosso, lo catturarono e lo condussero davanti al sinedrio.  13Presentarono quindi falsi testimoni, che dissero: «Costui non fa che parlare contro questo luogo santo e contro la Legge.  14Lo abbiamo infatti udito dichiarare che Gesù, questo Nazareno, distruggerà questo luogo e sovvertirà le usanze che Mosè ci ha tramandato». 15 E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo.

1Disse allora il sommo sacerdote: «Le cose stanno proprio così?» 2Stefano rispose: «Fratelli e padri, ascoltate…

51 Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi.  52Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, 53voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l’avete osservata». 54 All’udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano. 55 Ma egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che sta alla destra di Dio 56e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio»  57Allora, gridando a gran voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, 58lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero i loro mantelli ai piedi di un giovane chiamato Saulo.  59E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». 60Poi piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo peccato». Detto questo, morì.

Del racconto di Luca è stata tralasciata tutta la parte espositiva della Scrittura, per arrivare all’accusa “Voi siete testardi e incirconcisi” – cioè come i pagani, i non ebrei – nel cuore, nell’intimo, e nel modo di affrontare la Parola di Dio. Prima c’è il racconto del tumulto e dell’accusa rivolta a Stefano che non fa altro che ripetere la predicazione di Gesù, riguardo la Legge di Mosè, la consuetudine e il luogo santo – il tempio. Questa accusa nei confronti di Gesù che aveva minacciato di distruggere il tempio, lo porterà alla morte. La sua condanna a morte è motivata dall’accusa di essere  e proclamarsi Messia, re sotto il profilo politico – cosa che poteva essere una minaccia per Pilato e la presenza romana in Palestina. Il motivo religioso profondo è che Gesù  denuncia il tempio come luogo di mercato e traffici, non più come luogo di incontro con Dio. Il tempio rappresenta il vertice dell’esperienza religiosa ebraica, dove poi si insegna la Torah – la Legge. Tutte le leggi che conosciamo, non solo il Decalogo, ma anche quelle rituali venivano insegnate e praticate nel tempio.

Lì c’erano gli archivi e soprattutto il luogo dove era stata scritta e studiata la Bibbia. Per questo collegato assieme alla Legge è il santuario – il tempio.

E Stefano tocca questi “fili scoperti” che sono il cuore dell’esperienza ebraica ed anche giudaica. E questo lo porterà alla morte: egli è il primo seguace di Gesù che paga con la vita il suo coraggio.  Il testo di Luca inizia dicendo che Stefano “era pieno di grazia e di potenza”. La grazia è un linguaggio tipico di Luca – si ricordi il saluto dell’angelo Gabriele alla vergine di Nazaret: «Ti saluto o piena di grazia!» – cioè ricolma del favore e dell’amore di Dio: è il modo di salutare la persona scelta da Dio.

La Madonna è come Stefano, avvolta dall’amore di Dio. Questo stesso linguaggio viene scelto per parlare della Pentecoste: “furono tutti pieni di Spirito Santo“, cioè ricolmi della Grazia.

L’altra espressione indica la potenza, la forza. “Spirito” in ebraico si esprime con “ruhàh“, parola femminile che indica il turbine, la potenza. Noi traduciamo con “spirito” senza capire cosa vuol dire. Ma “spirito” è qualcosa di invisibile, di impalpabile e non si tocca: è la potenza, come il fuoco di Pentecoste, il vento gagliardo che scuote la casa. Sono evidentemente simboli per dire che Dio agisce con forza e che nel caso di Stefano si manifesta nel suo coraggio e nella sua audacia. Stefano è stato scelto perchè pieno di fede e di Spirito Santo. Una volta scelti dai “Dodici”, ai “sette”, tutti ebrei, ma di lingua e cultura greca, si imposero le mani.

Poi avviene lo scontro: i più fanatici degli ascoltatori davanti al Sinedrio si scagliano contro Stefano. Succede così anche nell’emigrazione di oggi: l’emigrante tende a difendere le tradizioni molto più di chi rimane a casa per ragioni di autodifesa e di identificazione o affermazione di sé.

Contro Stefano sono soprattutto quelli della diaspora, cioè alcuni liberti, altri di Cirene, di Alessandria e della Cilicia. Gli ebrei di quelle località hanno le loro colonie e le loro sinagoghe a Gerusalemme.  Lì, accanto al tempio ci sono comunità di preghiera che si riuniscono nella sinagoga.     Alle accuse Stefano risponde appellandosi ai membri del sinedrio ed al sommo sacerdote chiamandoli “fratelli e padri”, considerandoli persone autorevoli.

E’ stato omesso tutto il discorso in cui Stefano dimostra fedeltà di Israele alla Parola di Dio e Luca lo ha riassunto verso la fine dicendo: “Voi avete ricevuto la Legge – il Decalogo – mediante ordini dettati dagli angeli“(At 6,53). L’idea è che Dio trasmette la Torah sul Sinai mediante i suoi messaggeri – gli angeli -.

Prima si legge della vera accusa che dividerà i gruppi:”Voi avete perseguitato e ucciso i profeti“. Questa espressione non è originale di Luca. Si trova un paio di volte anche nell’AT, quando si parla della storia di Israele e della sua infedeltà. Si ricordi che Matteo e Luca, avvalendosi di una fonte comune, scrivono: “Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati”.  E’ una specie di caratterizzazione del popolo ebraico che per primo ha rifiutato l’inviato da Dio.

Questo è un punto cruciale del rapporto fra cristiani ed ebrei: una ferita che sanguina ancora oggi dopo 20 secoli! La fede cristiana è nata dall’ebraismo. Noi continuiamo a dire che non si può accusare gli ebrei di aver ucciso Gesù – ed è vero storicamente, perchè non sono loro gli esecutori della crocifissione né potevano emettere una sentenza di morte -, però l’iniziativa è partita dall’autorità del tempio, cioè dal Sinedrio.  Ma questa idea che il popolo di Israele, rifiutando la legge di Mosè, ha rifiutato i profeti, li ha uccisi ed alla fine, come culmine, ha rifiutato ed ucciso il Giusto – Gesù – non è altro che il punto di arrivo della storia di infedeltà.  Solo che noi in genere leggiamo questi testi come se parlassimo a degli estranei, mentre questo dibattito avveniva in famiglia. Quello che sta dicendo Luca non è per gente che è fuori, ma ebrei anche cristiani che fanno parte ancora del movimento ebraico-cristiano.

Si ricordi la parabola del viticoltore che manda i servi a raccogliere i frutti della vigna, ma i servi vengono bastonati, lapidati e uccisi. Per ultimo egli manderà suo figlio, per il quale sperava almeno il rispetto. Ma i lavoratori della vigna lo uccidono per diventare padroni della vigna.

La storia non è inventata, ma è presente nella storia ebraica nei testi di lamentazione o liturgia penitenziale, in cui si riconosce di aver peccato e rifiutato la Legge.

Infine la morte di Stefano è provocata da reazione esacerbata e violenta. Ma egli ripieno di Spirito Santo – la forza di Dio – 55“…fissando il cielo vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio”… 56…”Il Figlio dell’uomo” è chiaramente Gesù. Ma perchè Luca non dice “il Cristo“? E’ molto più semplice! Il “Figlio dell’uomo” nel linguaggio dell’epoca vuol dire non solo “il Messia, il Giusto“, ma anche il “Giudice“. Alla fine il Messia è giudice della storia. In testi trovati a Qumran o comunque nell’ambiente ebraico, si parla del “Figlio dell’uomo“, rappresentante di Dio per il giudizio. E Gesù userà l’espressione “Vedrete il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo…“, perchè Lui è il giudice della storia. E Stefano, con questa visione, accusa in qualche maniera i suoi ascoltatori di essere non solo uccisori di profeti e del Messia, ma anche di essere sottoposti al giudizio di condanna. “Ed egli sta (in piedi – non seduto, come si recita nel Credo) alla destra di Dio”.  “In piedi” significa “risorto“, mentre “seduto” indica la regalità.

Così Stefano viene accusato di essere un bestemmiatore e lo trascinano fuori per la lapidazione con grosse pietre, impedendogli così di sopravvivere. Luca mette in evidenza più che l’aspetto violento della morte, l’atteggiamento spirituale che riproduce quello di Gesù morente che prega «accogli il mio spirito» : è l’abbandono della propria vita a Dio. Stefano in ginocchio prega a gran voce « non imputare loro questo peccato». E’ la richiesta di perdono per gli uccisori. Luca dunque racconta la morte di Gesù e quella di Stefano “fotocopiandola“. Stefano è il primo martire che segue le orme di Gesù non solo nel modo di morire, ma anche di pregare invocando il perdono per i nemici.

2. La testimonianza di Filippo (At 8, 1-40)

E veniamo ora a parlare di Filippo. Anche questo ha un nome greco (vuol dire “amante del cavallo”): è un tipico nome macedone.  I cristiani di lingua e cultura greca sono costretti a lasciare Gerusalemme, dove rimangono gli “Apostoli” con gli ebrei-cristiani di lingua ebraica.  La “persecuzione” è una spinta alla “missione”: quelli che sono dispersi, seminano la Parola di Dio. Lo Spirito di Sapienza e di fortezza rende efficace la testimonianza di Filippo che apre nuove frontiere all’annuncio del Vangelo.

L’invio di Pietro e Giovanni da parte degli apostoli di Gerusalemme sigilla la missione di Filippo in Samaria.  Con l’effusione dello Spirito Santo, dopo l’accoglienza della parola di Dio e il Battesimo, nasce la “chiesa”.  La comunicazione del dono dello Spirito santo con l’imposizione delle mani è la “Pentecoste” dei cristiani di Samaria.  Il dono dello Spirito santo è il segno della piena appartenenza ecclesiale.  Filippo annuncia il Vangelo all’eunuco etiope, escluso dalla comunità dell’alleanza a causa della sua condizione.  L’eunuco che ritorna dal pellegrinaggio a Gerusalemme – dove si è recato per il culto – sta leggendo sul suo carro un brano dal rotolo di Isaia (Is 53, 7-8). Su invito dello Spirito, Filippo raggiunge il carro dell’eunuco e sente che sta leggendo il profeta Isaia. Da qui incomincia il dialogo che sfocia nell’annuncio del Vangelo. Il cammino d’iniziazione cristiana dell’eunuco etiope, guidato ed accompagnato da Filippo, si conclude con il rito di immersione nell’acqua: col Battesimo.

A quell’epoca molti ebrei parlavano e si esprimevano in greco. Filippo prosegue la testimonianza di Stefano. Poi c’era anche un giovane sullo sfondo alla morte di Stefano. Luca lo fa comparire all’improvviso, dicendo che è colui che tiene i mantelli degli uccisori – i così detti “testimoni”. E’ una specie di passaggio di consegne: la morte di uno prepara la missione dell’altro. In realtà chi prolunga la missione di Stefano è Filippo.

Paolo apparirà come il persecutore fanatico che infuria a Gerusalemme contro i seguaci di Gesù, entrando nelle case, trascinando in prigione tutti quelli che seguivano la via di Gesù. Questo fatto dà l’occasione al gruppo di Stefano di uscire e proseguire il percorso tracciato dal primo “testimone”. Nel testo – che possiamo leggere fra poco, troviamo che “tutti furono dispersi”, ad eccezione degli Apostoli, che sono i Dodici. Quelli che sono legati al gruppo degli Apostoli, di cultura e lingua ebraica, osservanti tradizionalisti, restano a Gerusalemme.  Gli altri sono cacciati fuori. Questa dispersione diventa occasione di seminagione, di missione. Luca usa uno stesso verbo in greco: seminare/disperdere. La prova della persecuzione costringe la Chiesa  ad uscire dalla sua rete di protezione, dal suo ambiente, ed intraprendere strade nuove. Questo è il modo di fare missione cristiana: non il trasn-tran quotidiano, ma “irrompere” in modo da far ripartire la storia attraverso l’esperienza spirituale.  Prima Filippo annuncia il Vangelo in Samaria con grande successo, poi arrivano due inviati di Gerusalemme che riconoscono il lavoro fatto da lui, imponendo le mani.

Questo gesto dell’imposizione delle mani è molto importante perchè significa “pregare” (non è infondere energia bio-chimica!). Certo esiste l’idea della guarigione attraverso l’imposizione delle mani, ma è ben altra cosa lo Spirito Santo! Questo gesto simbolico è un modo di invocare il dono. Qui si vede la Pentecoste dei Samaritani. Non esiste nascita di Chiesa senza la Pentecoste. Ogni novità o piccolo Movimento ha bisogno di una piccola Pentecoste per partire come comunità.

In qualche modo i due inviati – Pietro e Giovanni – da Gerusalemme non fanno altro che sigillare con questo dono dello Spirito la nascita della Chiesa in Samaria.

Il Battesimo è importante, ma è il dono dello Spirito che noi abbiamo riservato ad una specie di “conferma” del Battesimo: è la “confirmatio”, la Cresima (che significa “unzione”).

Nella 1 Gv. “unzione” vuol dire Spirito Santo, il Maestro interiore, Colui che insegna.

La cosa più importante nel percorso di Filippo che lascia la Samaria dopo la sua missione intrapresa e completata dai due inviati di Gerusalemme, è l’aver preso la strada che va verso Sud, lungo la strada di Gaza. E porta il Vangelo lungo una strada deserta: fa missione dove non passa nessuno!

L’incontro famoso con l’eunuco è un capolavoro di racconto lucano, dove lo Spirito Santo, l’angelo di Dio, costringe Filippo a fare la stessa strada dell’eunuco annunciandogli il Vangelo nel dialogo iniziante con le Scritture. Così abbiamo una metodologia della missione vera e propria: ascolto, lettura, accompagnamento e infine il Battesimo per immersione. Ma vediamo il testo.

5Quelli però che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola. 5Filippo, sceso in una città della Samaria, predicava loro il Cristo. 6E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendo parlare e vedendo i segni che egli compiva. 7Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. 8E vi fu grande gioia in quella città… 14Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni.  15Essi scesero e pregarono per loro perchè ricevessero lo Spirito Santo; 16non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. 17Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo…

29Disse allora lo Spirito a Filippo:«Va’ avanti e accostati a quel carro”.  30Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?»  31Egli rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?» E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui.  32Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo:

Come una pecora egli fu condotto al macello

e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa,

così egli non apre la sua bocca.

33Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato,

la sua discendenza chi potrà descriverla?

Poichè è stata recisa dalla terra la sua vita.

34Rivolgendosi a Filippo, l’eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?» 35Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù. 36Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c’era dell’acqua e l’eunuco disse: «Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?» [37] 38Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò.  39Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. 40Filippo invece si trovò ad Azoto ed evangelizzava tutte le città che attraversava, finchè giunse a Cesarea.

Per poter fare una lettura unitaria, senza ampliare troppo il testo, sono stati omessi un paio di brani che non tolgono nulla all’aspetto logico-narrativo. C’è la sostanza: l’evangelizzazione di Filippo con grande successo, il tema della gioia e l’aspetto liberante dell’azione di Filippo nei confronti di indemoniati e malati. Manca il passo di Simone mago che voleva comprare lo Spirito Santo per avere anche lui successo nelle guarigioni o negli spettacoli.  E’ tralasciata anche la parte finale, dove Filippo lascia la Samaria perchè è invitato ad andare lungo la strada verso Sud – che è deserta – verso Gaza.  Così si ha un percorso di un processo che va dall’annuncio fatto pubblicamente con i gesti che lo accompagnano: il Vangelo è inseparabile dall’esperienza di guarigione o di liberazione per l’azione potente di Dio. Come già accennato, i due inviati hanno un determinato ruolo. “Inviati” in greco si dice “apostolòi” e dunque qui è giusto il titolo “apostoli”, cioè inviati dal Signore Gesù. Questo è il senso lucano di “apostoli”. Pietro e Giovanni sono i due primi testimoni a Gerusalemme: sono loro che si scontrano col Sinedrio, vengono minacciati,  bastonati e messi in prigione. Poi sono loro che vengono inviati a sigillare e confermare, mediante l’invocazione dello Spirito, la discesa dello Spirito santo. Ciò che conta è la trasmissione della potenza di Dio attraverso la preghiera e la mediazione dei due inviati.

Importante è che poi Filippo viene guidato dall’angelo del Signore o dallo Spirito per stabilire un contatto con l’eunuco. Questi è un amministratore dei beni della regina di Etiopia chiamata Candace ed è quindi ricco e potente. Di ritorno da un pellegrinaggio a Gerusalemme, non può entrare a far parte del popolo ebraico. Secondo il libro del Deuteronomio chi non può generare è escluso dal popolo di Dio, perchè non può trasmettere la vita.

Il problema del celibato è non da poco per gli ebrei che non riescono a capire – come anche i mussulmani – che il senso della vita va ben oltre quello fisico. I celibi hanno fatto una scelta contro ogni attesa umana, ma per il regno di Dio. Per loro il futuro non è garantito dal sangue e dalla discendenza, ma dalla fedeltà di Dio. Quelli che hanno scelto il celibato per dedicarsi alla Parola di Dio sono contestati anche nel mondo ebraico, perchè sembra vadano contro la volontà di Dio, che ha ordinato “moltiplicatevi e siate fecondi”. La dinamica della trasmissione della vita fa parte della creazione. E l’eunuco si fa in qualche maniera interprete di questo. Il brano che sta leggendo è stato scelto da Luca per dimostrare la situazione di un uomo senza futuro, anche se ricco e potente:

Come una pecora egli fu condotto al macello

e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa,

così egli non apre la sua bocca… (Is 53, 7-8).

E Filippo gli annuncia Gesù: la fede in Gesù garantisce la vita anche a chi non può generare. Parte dalla Scrittura per annunciargli Gesù. Il Vangelo non è altro che Gesù, il volto di Dio.

Allora l’eunuco chiede che cosa gli impedisce di ricevere il Battesimo.

C’è la fede, un cammino di fede in itinere, fatta in forma dialogica. Il Battesimo come immersione nell’acqua.  Poi Filippo si separa, gestito dalla potenza di Dio e l’eunuco prosegue la sua strada verso Sud. Filippo si trova ad Azoto, cioè lungo la costa mediterranea e poi prosegue fino a Cesarea, dove darà origine ad una comunità domestica con quattro figlie, che faranno da animatrici della comunità liturgica di Cesarea.

Questa è la storia di Filippo che Luca chiamerà “euangelistès“, non solo diacono e annunciatore del Vangelo. E’ un modello di evangelizzazione e di catechesi. Filippo è un evangelizzatore itinerante come lo era Stefano che annuncia partendo dalla Scrittura.

Spunti per la riflessione e il dialogo sul modo di annunciare il Vangelo

*   Mi lascio guidare dallo Spirito di Dio anche su strade “deserte”, non frequentate da persone ai       margini della società?

*  Con quale stile e metodo annuncio il Vangelo?

* Si sa ascoltare le persone nelle loro situazioni vitali, nei loro bisogni profondi? L’evangelizzazione non è solo quella ufficiale – di Papa, vescovi, ecc. – ma anche della gente      comune che ascolta e cerca di capire, più che giudicare e condannare, per entrare in        sintonia con il dramma della persona).

(16 maggio 2015)