Dio ha stabilito Gesù Cristo come strumento di espiazione mediante la fede (Rm 3,25)

29/03/2013 | Cammino di fede secondo San Paolo

 

            Il titolo dell’incontro di oggi è preso da un versetto nel cap. 3 della Lettera di Paolo alla chiesa di Roma. Il concetto di espiazione mediante la fede sarà oggetto di riflessione a conclusione di una meditazione sulla storia dell’agire di Dio di fronte allo sbandamento ( peccato o ribellione) sia dei Greci come dei Giudei. In 3,19-20 l’Apostolo conclude con una dichiarazione programmatica sulla condizione di tutta l’umanità travolta dall’ onda di male che è il peccato. (Al singolare esso è inteso come potenza che domina l’umanità). I Greci, pur vantando la conoscenza di Dio e la loro sapienza, non hanno venerato  Dio come fonte, creatore di tutte le cose ed anche giudice. Dio li ha abbandonati ad ogni perversione non solo religiosa, ma etico-religiosa.  Dopo un breve intermezzo sul giudizio di Dio che non fa discriminazioni, perchè nessuno può vantare uno stato di immunità di fronte al giudizio giusto di Dio, presenta la posizione degli Ebrei che si trincerano dietro alla loro condizione di privilegiati. Essi formano il “popolo eletto”, che ha la Legge, le promesse di Dio. Ma questo non  esclude che Dio manifesti la sua giustizia nei confronti di chi non compie la sua volontà o trasgredisca la Legge. Così Paolo conclude con un brano a cui si innesta una parte positiva del grande perdono, offerto a tutti: non solo a quelli che fanno i rituali nel giorno dello yôm kippúr , ma a quelli che si rivolgono alla croce, alla morte di Gesù. Paolo si domanda all’inizio del cap. 3 se ci può essere una superiorità dei Giudei sui peccatori e quale l’utilità della circoncisione.         La tesi è che tutti sono schiavi del peccato. E Paolo fa un elenco di testi biblici in cui si dimostra che tutto l’essere umano è dominato dal peccato.  In Rm 3,10 “…Non c’è nessun giusto, neppure uno…” , arriva alla conclusione che fin dall’inizio dell’umanità (Genesi) il peccato parte dall’Eden e travolge tutto e tutti. Ma contro questo “tsunami” del peccato si manifesta la potenza salvifica di Dio. E così arriviamo al v. 3, 19: 

Ora noi sappiamo che quanto la Legge dice (La legge ha il cuore nella Torah), lo dice per quelli che sono sotto la Legge (cioè per i Giudei, che la riconoscono come guida, direzione e si impegnano ad osservarla),    di modo che ogni bocca sia chiusa e il mondo intero sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio. (Nessuno è immune all’accusa di essere ribelle in quanto idolatra nel mondo dei Greci. I Giudei sono peccatori in quanto la Scrittura stessa lo dice – ed infatti essa è rivolta ai Giudei! E’ una posizione un po’ pessimistica, ma serve ad introdurre  una positiva.  E chiude con una seconda dichiarazione che annuncia il perdono, contenuto nel cap. 7: 

20Infatti in base alle opere della Legge nessun vivente sarà giustificato davanti a Dio (o può pretendere di essere giusto. O comunque in base all’osservanza della legge di Mosè – dieta, calendario ed anche tutti i precetti morali – nessuno può considerarsi giusto), perchè per mezzo della Legge (Torah/ comandamenti), si ha la conoscenza del peccato

Per “conoscenza” si intende piena coscienza e consapevolezza del peccato e dell’essere peccatore, “venduto schiavo al peccato“.

            La visione è un po’ pessimistica, ma è strategica, funzionale per evidenziare quelli che si vantano di fronte ad altri uomini in base “al possesso della Legge“, quasi avessero un parafulmine.  Pur conoscendo e praticando i comandamenti, non si può pretendere di essere riconosciuti giusti davanti a Dio! Questa è l’argomentazione con cui Paolo chiude al cap. 3° per aprire il luogo in cui si manifesta la “giustizia di Dio“, il Vangelo.  L’aveva già detto nella tesi del cap. 1° che “il Vangelo è una potenza che salva  tutti i credenti, Giudei e Greci”, perchè nel Vangelo si rivela la fedeltà a Dio, la Sua giustizia che si accoglie nella fede. La dinamica della fede è cruciale per la salvezza: è la prima tappa, che si chiama “giustificazione“, in cui siamo resi e proclamati giusti davanti a Dio.    E siamo giunti al famoso testo della rivelazione della giustizia di Dio, in cui riprende la tesi di Rm 1,16-17:

 21Ora invece, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti: 22giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, 23 perchè tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, 24 ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù.  

Si noti che qui il punto fermo non era stato messo da Paolo, ma da chi ha tradotto il testo ed utilizzato per la liturgia! Paolo prosegue il testo senza interruzioni così da non perdere l’argomentazione, il suo aspetto unitario. (In greco al v. 25 inizia una frase relativa: “che Dio ha…”). 

25 E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati passati 26 mediante la clemenza di Dio, al fine di manifestare la sua giustizia nel tempo presente, così da risultare lui giusto e rendere giusto colui che si basa sulla fede in Gesù.  

Il testo è decisamente lungo e, forse per renderlo più comprensibile, è stato accorciato. Ciò che risulta chiaro, al di là di questo modo di costruire la frase in modo intrecciato, è la parola “fede” (pistis e pisteuin) che rappresenta il Leitmotiv di questa meditazione sul perdono che Dio offre liberamente e pubblicamente in Gesù crocifisso. L’avverbio “indipendentemente“(3,21) è molto forte: Paolo afferma infatti che, prescindendo dalla legge o dal Decalogo, si manifesta la giustizia di Dio, il Suo agire giusto dalla creazione in poi. Qui sembra una contraddizione di Paolo, perchè prima parla dell’indipendenza dalla Legge e poi della testimonianza della Legge e Profeti. Dobbiamo allora chiarire che la “Legge” è la norma mosaica, il Decalogo e tutti i vari comandi che devono essere osservati. Se si pensa di essere giusti osservando questi comandi, si è “fuori strada”, perchè la giustizia è un dono di Dio che si accoglie nella fede!  E la “giustizia di Dio” era stata annunciata, testimoniata, promessa dalla Legge e i Profeti. Con l’espressione “Legge e Profeti” si indica la Bibbia come rivelazione di quello che Dio da sempre ha progettato per tutta l’umanità. L’espressione “Legge e Profeti” è usata più volte non solo da Paolo, ma anche da Mt 7,12: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te: questa è la Legge e i Profeti”. La giustizia è dunque la fedeltà  di Dio, confermata dall’avvento di Gesù.

 22Giustizia di Dio” indica che è Dio che compie e opera la giustizia “per mezzo della fede in Gesù Cristo“. Qui è il nocciolo: l’unica condizione per fare esperienza della giustizia di Dio è la fede in Gesù Cristo! Dove “fede in“, non è “credere che”, ma è “un aderire“, un fondarsi su Gesù il Cristo. Fede in Dio evidenzia il rapporto con Dio. Quando nel Credo diciamo “Credo la Chiesa”, si indica un contenuto, non un rapporto. Gv insiste molto su Gesù il Cristo, ma anche sul “credere in Lui, nel Suo nome” (Gv 1,12): cioè su un aderire, appartenere, creare una relazione.

E questo vale per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza: ecco quello che sta a cuore a Paolo, contro la pretesa dei Giudei di sentirsi privilegiati, di essere esenti dal giudizio di Dio. Paolo mette tutti alla pari: di fronte alla giustizia che si accoglie nella fede, dono totale e gratuito di Dio, non ci sono privilegiati.    A differenza di quanto detto in Rm 1,16, in Rm 3, 23, Paolo riprende sintetizzando quello che aveva detto prima 23perchè tutti hanno peccato e sono privi  della gloria di Dio.

Tutti sono toccati dall’allontanamento da Dio.  Per “gloria” si intende nel linguaggio di Isaia e nei testi storici “potenza benefica di Dio creatore, che salva, che interviene per il suo popolo” (non quindi la fama, la rinomanza, ma l’azione potente di Dio). “Sono privi della gloria di Dio“:  sono privi del rapporto col Dio vivente, spogliati della qualità di figli di Dio, e non hanno un rapporto di comunione con Lui. Nel cap. 8 Paolo dirà che i “figli di Dio aspettano la rivelazione della gloria“, perchè prima c’è la morte, la fragilità, la malattia, il fallimento.       Tutta la creazione aspetta la gloria di Dio, la resurrezione dei figli di Dio, la quale è la pienezza di vita.  Sulla categoria  “glorificazione di Dio” insisterà particolarmente il IV Vangelo.

 Paolo continua in positivo:

 24ma sono giustificati  gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. Si noti la frequenza di uso da parte di Paolo delle parole “grazia“, “gratuitamente” e “gratuità”: nessuno ha diritti da accampare davanti a Dio, nemmeno il pubblicano che dice di essere stretto osservante delle norme e di pagare tutte le tasse. Si ha tutto gratuitamente per grazia Sua. E questo è un punto fondamentale per la fede cristiana: noi siamo creati e salvati gratuitamente.    La giustizia di Dio ci viene comunicata gratuitamente ed accolta nella fede per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. Questo spazio ideale nella storia dell’umanità è Gesù Cristo.

In Gesù avviene il riscatto (“redenzione” è un termine usato nei Salmi e nei Profeti per indicare la liberazione dall’esilio, ma anche la redenzione finale. Gli schiavi sono riscattati, liberati per intervento di Dio in quanto Padre, amico, sposo. L’idea del riscatto richiama l’idea della parentela che Egli ha con l’umanità).   Ma cosa vuol dire “redenzione in Cristo Gesù“? 

25 E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue,..

Paolo dunque presenta Gesù come luogo del perdono. “Apertamente” dà l’idea di un’esposizione: non un luogo chiuso, segreto, ma visibile ed evidente a tutti. E’  l’immagine della croce e della morte di Gesù.          Poi sviluppa questa idea centrale, parlando dei peccati precedenti alla morte di Gesù: non solo quelli di Israele, ma di tutta l’umanità in attesa di un riscatto totale:  

… a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati passati

 Paolo ha presente tutta la serie di riti, di bagni di purificazione, sacrifici di un vitellino o un capret-to per “ottenere” la remissione dei peccati prima della redenzione di Cristo. 

26 mediante la clemenza di Dio, al fine di manifestare la sua giustizia nel tempo presente, così da risultare lui giusto (che mantiene le promesse) e rendere giusto colui che si basa sulla fede in Gesù. 

L’unico canale per incontrare la giustizia di Dio, per entrare in rapporto con Lui giusto e per coglie-re il Suo dono gratuito, è sempre e solo la fede. Paolo conosce perfettamente tutte le pratiche in uso nel mondo ebraico nel tentativo di ottenere la remissione dei peccati. Ma per lui è importante solo la fede in Gesù Cristo crocifisso!     Il nostro tempo, inaugurato da Gesù, è detto “nel tempo presente“. Questa è la grande novità del mondo cristiano, a differenza delle religioni pagane, ebrea, mussulmana, induista o buddista, dove ciò che conta sono i riti. 

            Ma torniamo su alcune parole cruciali della lettera paolina: espiazione, fede e sangue.                   Il sangue richiama quasi in modo visivo la morte violenta; la fede è collegata alla morte cruenta. Così si capisce l’idea del luogo del perdono.  Per comprendere questo quadro di Paolo, si deve tener conto del giorno del grande perdono, descritto nel Lv al cap. 16 (Il Levitico  è un libro sulle pratiche rituali, perchè esso è specifico dei sacerdoti. Vi sono raccolte tutte le prescrizioni per ottenere il perdono, la riammissione nell’assemblea).   Ecco dunque una descrizione della ritualità: “espiare la colpa ed i peccati” nella mentalità comune di allora e poi nella tradizione cattolica era piuttosto complicato. Tutti gli esseri umani, da quando hanno cominciato a prendere coscienza che la loro vita dipende da una forza superiore e da un principio chiamato Dio, hanno avvertito le mancanze o colpe. Anche i torti fatti alle persone (colpe morali) o il disordine provocato nel mondo hanno creato un senso di disagio psicologico, senso di instabilità, di insicurezza e di paura, chiamato “colpa“. Questa, nella grande tradizione dell’umanità, veniva in qualche modo curata e placata con una riparazione, per ristabilire quell’ordine che era stato infranto. Per riparare spesso si doveva far subire la stessa pena: chi ha ucciso una persona, deve essere ucciso! Al posto della persona, si poteva “sacrificare” un animale (la cui grandezza variava a seconda della gravità del “peccato”).   Presso altri popoli, ad esempio, una grande bagno del Gange, fiume sacro, serve a liberarsi dal peccato. In Israele il sacrificio avveniva soprattutto quando scoppiavano morie di animali o pestilenze che colpivano anche le persone. Allo stesso modo si offriva l’agnello pasquale: una volta all’anno si “poteva” tenere lontane le disgrazie dal gregge.  Poi il rito dell’agnello pasquale rimase presso i popoli nomadi.             Al cap. 16 si legge dunque: “Tu non gradisci le offerte di animali per il peccato” – cfr. anche Sal. 39, Sal. 50.  Poi gli ebrei hanno inventato la grande festa del perdono, chiamato giorno del kippùr.            Kippùr viene da una parola antica del mondo mesopotamico (da cui deriva anche l’ebraico): kippèr (che significa “espiare, cancellare”). Quando nella Bibbia si trova questo verbo che ha soggetto spesso Dio, si dovrebbe dire che “Dio espia”. Ma per noi riesce incomprensibile. Con “espiare”   intendiamo l’eliminazione di una vita animale: eliminare il peccato pagando il prezzo.  Questa idea è presente anche nei codici.

            Entrando nel Santo dei Santi del tempio, il sommo sacerdote reca le bacinelle di sangue preparato dai funzionari del tempio, intinge il dito e per 7 volte bagna il coperchio dorato dell’arca. Poi esce ed asperge anche l’esterno. La prima volta entra e compie il rito per sé; la seconda volta per purificare il popolo. Il coperchio dell’arca si chiama “kappóret” cioè luogo del perdono, sede della presenza di Dio. Intanto il popolo fuori si inchina, chiedendo perdono e digiunando.  Se rimanevano dubbi sulla completa espiazione, si prendeva un secondo animale – un capretto. Mentre il sangue del primo viene usato per l’aspersione, il secondo animale viene mandato nel deserto, quasi a trasferire con lui i peccati fino da Azazèl (il diavolo,  potenza negativa).

Questi riti di espiazione daranno origine all’espressione moderna “capro espiatorio”. Ma il contatto con Dio non viene con l’acqua, il sangue, gli animali, ma – come dice Paolo – attraverso la fede. Se non c’è questa libera accoglienza che ha a che fare col cuore, con la libera coscienza, si possono fare tutti i riti di questo mondo: non cambia nulla! Per Paolo il luogo del perdono non sono più i bagni rituali o il tempio, ma l’adesione alla fede. 

25E’ lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione. Dio è il soggetto, non l’uomo! E’ Dio che ha mandato suo Figlio e Sua è l’iniziativa di espiazione per la nostra salvezza. Le altre religioni – Induismo, Buddismo, Islam – “usano altre tecniche” per ottenere la remissione dei peccati. In che senso allora la morte cruenta di Gesù è luogo di perdono?   Prima cerchiamo di capire il senso del sangue: non è quello fisico. Non è la morte per sé: la morte di Gesù è solo un crimine. La morte è l’anti-vita; è giusto combatterla per allontanarla il più possibile. Dio vuole la vita, non la morte! La morte violenta – da quella di Abele – è un crimine. La morte di Gesù è un crimine perpetrato dai potenti di turno, alleati fra di loro: Caifa e Pilato. E Gesù è vittima di questo crimine storico. Per capire l’importanza del sangue, leggiamo un breve brano del Levitico (cap. 17,10-14):” Ogni uomo, israelita o straniero, dimorante in mezzo a loro, che mangi di qualsiasi specie di sangue, contro di lui… io volgerò la faccia e lo eliminerò dal suo popolo. Perchè la vita della carne è il suo sangue…” Il sangue è il simbolo della vita. Dopo Noè ed il diluvio è prescritto che non si possa mangiare il sangue, perchè esso è la vita e rimanda alla realtà di Dio. Il sangue elimina il peccato in quanto è un elemento di Dio, ma soprattutto in quanto la parola di Dio e la sua volontà è di porlo sull’altare. La parola di Dio trasforma questo simbolo (sangue) in luogo del perdono, richiamando quel gesto fatto da Mosè il quale, dopo aver ricevuto le tavole dell’alleanza, asperge 12 massi (in rappresentanza delle 12 tribù) e dice “Questa è la nuova alleanza, siglata dal sangue”. Il sangue è dunque simbolo di vita, oltre che di parentela.  Per questo il testo dice: 

E’ Gesù che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione per le vostre vite. Per questo il testo dirà anche: “Gesù è venuto e si è sacrificato per voi”.

Quando Joseph Ratzinger arriva a questo tema nel suo secondo volume dell’opera “Gesù di Nazareth”, dice che l’amore di Gesù fino al dono della vita è una forza positiva che scioglie il male del mondo. L’amore scioglie il peccato, che è l’anti-amore. Lì si manifesta la potenza di Dio che è Amore. L’amore che nasce da una scelta libera ti fa uscire dall’impotenza di amare e ti scioglie da tutte le tendenze negative.   Gesù  ha speso gli ultimi anni della sua vita a sollevare gli indigenti, a curare ogni tipo di malattie fisiche e spirituali, per concludere con un supremo atto di amore. Questo suo amore scioglie il peccato del mondo.   E la fede è la libera accoglienza di un atto di amore.

Ma allora che senso hanno tutti i riti, le confessioni?  Sono tutti gesti che richiamano in qualche modo la corporeità in cui si è manifestata la morte di croce.  Essa non è un atto mentale, del pensiero di Gesù, ma è dentro la carne: è un atto pubblico sanzionato dalla massima autorità del tempo: cioè dal governatore locale dell’impero. La morte di Gesù che accoglie nel perdono è il sangue che rimanda al Lv 16, 17, ma non è più il sangue in quanto vita, ma atto di amore.

E Paolo conclude che, poiché tutti hanno peccato, Giudei e Greci, vicini e lontani, praticanti o non, tutti hanno la possibilità di ottenere il perdono e la fede in Gesù. 

3,27 Dove dunque sta il vanto? (degli Ebrei) E’ stato escluso! Da quale legge?

 (Gli Ebrei infatti si vantano della Torah, della Legge)

 Da quella delle opere?     (in modo da poter dire “Io ho fatto e dunque ho diritto!”)

No, ma dalla legge della fede. (E’ la logica della fede: il perdono, la grazia, la giustizia vengono dall’amore di Dio e puoi accoglierle solo nella fede. E’ un atto di libertà ma soprattutto è un atto di accoglienza di Dio). 

 28 Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge. 

E’ il versetto sbandierato da Lutero soprattutto contro noi cattolici: l’uomo è giustificato dall’accoglienza dell’amore di Dio, reso visibile a tutti in Gesù Crocifisso. E Paolo così conclude: 

 29Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche delle genti?

(Cioè di noi tutti?   Dio è universale.   In questo appare l’universalità di Dio: della offerta per tutti in Gesù, Suo Figlio). 

 Certo, anche delle genti! 30Poichè unico è il Dio che giustificherà i circoncisi in virtù della fede e gli incirconcisi per mezzo della fede. 

L’unico canale per tutti, per ebrei e non ebrei – che non hanno bisogno quindi di diventare prima ebrei – è la fede. Paolo ebreo non ha cambiato religione, ma in fondo alla sua esperienza che ha ricevuto da suo padre e da sua madre, ha incontrato Gesù. La fede di Abramo si esercita nella fede in Gesù. E siamo alla conclusione: 

31Togliamo dunque ogni valore alla Legge mediante la fede? Nient’affatto, anzi confermiamo la Legge.

Che cosa sta a fare la Legge, il Decalogo? Buttiamo via tutto? No, anzi, confermiamo la Legge, perchè Gesù Cristo è termine e compimento della Legge (Rm 4): tutta la Bibbia, dalla Genesi a Ma- lachia converge verso Gesù che è sigillo e compimento della Legge. Nel Crocifisso si rivela Dio.

Per una possibile riflessione comune, mons. Fabris propone alcune domande: 

*  Qual è il significato ed il valore delle “sofferenze” nella prospettiva della fede cristiana?

*  In che senso la fede mette in contatto il cristiano che soffre  e la morte “redentrice” di Gesù?

*  Perchè solo la morte di Gesù libera ogni essere umano dal peccato?

*  Qual è il ruolo della fede per avere il perdono dei peccati?

 Sabato 9 marzo 2013