Il Vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede (Rm 1,16)

27/01/2013 | Cammino di fede secondo San Paolo

Cammino di fede secondo San Paolo

(mons. Rinaldo Fabris) 

            Oggi iniziamo il “Cammino di fede secondo San Paolo”, accompagnati da un grande credente della prima generazione cristiana: Paolo di Tarso. La fede è un tema tipico di Paolo: il percorso nel programma mensile che abbiamo stabilito [vedi programma dei Cooperatori su questo sito], prevede una prima parte dedicata all’argomento con testi della Lettera ai Romani, ed una seconda distribuita in tre incontri con la lettera ai Galati (che è una “bozza” di Rm). La Lettera ai Romani è l’ultima lettera scritta dall’Apostolo da Corinto, prima di arrivare a Roma sotto scorta militare, dopo due anni di detenzione a Cesarea Marittima, verso la fine degli anni 50. Nell’ultimo incontro analizzeremo la 2 Cor cap. 5 sul tema “Il cammino nella fede“, che è un affidarsi a Dio anche quando non si vedono le cose.

            Il tema di questo primo incontro ha come tema “Il Vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” , desunto da Rm1,16. Per la  riflessione è approntata una traccia che prevede, dopo l’introduzione, la lettura di alcuni brani, specialmente della lettera alla Chiesa di Roma. L’unica condizione per essere salvi è la convinzione di vivere nella fede. Ma che cos’è la fede?

            L‘esperienza di fede, come fiducia nei rapporti interpersonali, è la dimensione umana, senza la quale non si può vivere. Se uno non si fida, ad esempio, del pilota di un aereo o dell’autista di un bus, non va da nessuna parte! In realtà noi facciamo atti di fede nelle persone che ci offrono servizi e beni, fidandoci che… non mettano veleno nel vino! Questo è il senso di una fede umana. Tutti, anche un ateo,  abbiamo dei punti di riferimento, senza i quali è impossibile fare delle scelte. Pertanto fede umana è aderire ad alcuni principi ideali di  carattere etico o morale, quali il valore della vita, il rispetto della persona umana, la giustizia nell’uso dei beni, la libertà e la pace per tutti i popoli.  Per rispettare la vita e la persona, per considerare la libertà e la pace beni e valori inalienabili per tutti i popoli, non è necessario credere in Dio, Gesù Cristo e nella Chiesa.

La fede religiosa è accogliere un insieme di verità su Dio e praticare le regole di vita conseguenti. Se si accolgono alcune verità su Dio, si accolgono anche alcune pratiche non solo rituali, ma anche morali: cioè si aderisce ad una comunità di persone credenti in Dio, le quali praticano alcuni riti, quali segni di identità e di appartenenza. Questo vale per i Buddisti, Induisti, Mussulmani, Ebrei, Cristiani.

La fede cristiana include le prime due e consiste nel riconoscere che Gesù è il Cristo, Figlio di Dio, morto in croce per la salvezza di tutti gli esseri umani. Gli Ebrei non credono in Gesù Cristo, come del resto anche i Mussulmani. Noi crediamo invece che Gesù è morto per la salvezza di tutti. Avere la fede cristiana significa scegliere uno stile di vita corrispondente al messaggio di Gesù e riassumibile in amore del prossimo e dei nemici ed il perdono (per Ebrei e Mussulmani esiste solo l’amore per il prossimo) e quindi anche condivisione dei beni e della vita. Anche fra gli Ebrei troviamo condivisione dei beni, ma il “perdono” è il marchio o l’etichetta  dei cristiani!

            Un autore che si è interessato del rapporto fra cristiani ed ebrei, si chiama Martin Buber (Vienna 1878 – Gerusalemme 1965), filologo e filosofo del dialogo.  Egli negli anni ’30 lascia la Germania, dopo aver tradotto la Bibbia in tedesco, e va in Israele, dove fonda quel movimento che dà origine alla lingua ebraica moderna, partendo dall’ebraico biblico.

Buber ha scritto anche, agli inizi degli anni ’50, un libretto – pubblicato anche in Italiano – sui due tipi di fede.  In ebraico la fede si dice ’emunáh ed ha la stessa radice di Amen (che significa in ebraico “così va bene, è sicuro”, derivato da ‘amán che significa “stabilità, sicurezza”); ’emunáh indica la fede di Abramo, che per fede si abbandona totalmente in Dio. Per Buber, Paolo è ebreo, nato all’estero, ma ha rinnegato la fede ebraica – ma questo non è vero! – ha sposato ed adottato la mentalità greca, per cui pistis di Paolo è più frutto dell’ambiente greco in cui egli è vissuto ed ha fondato le comunità cristiane, che non della tradizione biblica di Abramo. Questo è un abbaglio, un falso storico che però possiamo perdonare a Martin Buber ed ai suoi amici, perchè egli non aveva molta simpatia di Paolo. Buber considera Paolo un apòstata, mentre Gesù è  il “fratello” che appartiene al popolo ebraico.  Invece Paolo ha denigrato e bestemmiato la legge ebraica. Così solo Gesù è stato “rimpatriato” (naturalmente solo dai professori e persone colte ebree, non certo dal popolino e dagli scrupolosi osservanti ebrei!).

Secondo Buber, Cristo è stato mal capito dalle autorità del suo tempo, ma non è figlio di Dio: questa  è un’operazione fatta da Paolo che ha inventato il cristianesimo! Questa è una lettura non solo di Buber, ma anche di quei “cristiani” del ‘700 e ‘800, per i quali la fede è una combinazione di convinzioni e di idee, di cui uno non capisce il contenuto (mistero di Dio, la Trinità, Gesù Figlio di Dio e uomo). Alla fede si aderisce per obbedienza a chi comanda ed impone i “dogmi” (“dogma“, parola greca, era un “ordine imperiale”; esso vuol dire “comando dell’imperatore”). Ai dogmi i cristiani aderiscono anche se non capiscono. Questa è la fede dei laici, “figli” dell’Illuminismo, ed a questi pregiudizi hanno contribuito in qualche modo anche i cattolici… La fede era  intesa come un pacchetto di dottrine da trasmettere ai bambini con la dottrina cristiana. E “dottrina” è imparare i dogmi: Dio Creatore, incarnazione, morte e resurrezione, la Chiesa, il primato del papa… Questa visione, “figlia dell’Illuminismo”,  è condivisa  in parte anche da Buber. Il Concilio Vaticano I è “figlio” dell’Illuminismo: esso afferma che la fede è adesione dell’intelletto alle verità rivelate: non si tratta di capire, ma di aderire incondizionatamente. Inoltre per esso era importante ribadire il concetto dell’infallibilità del papa. Ancor oggi ci sono dei filosofi italiani che sostengono che i “poveri” cattolici” devono obbedire a quello che dice il papa e non sono liberi di pensare. Per il Vaticano II (circa un secolo dopo: 1962-65), la fede è invece adesione dell’intelletto e della volontà alle verità di Dio che rivela se stesso.  Per noi la rivelazione non è un libro, ma Gesù che rivela il Padre, cioè se stesso nel Figlio. Paolo, figlio di Abramo, nel Prologo della lettera agli Ebrei scrive: “Dio, che nel tempo antico molte volte e in diversi modi aveva parlato ai padri nei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi in un Figlio…” (Eb 1,1-2) Dunque Gesù è la parola, la Rivelazione. Ma se Dio si rivela nel Figlio significa che Egli non è l’Autore immobile di Aristotele o il fondamento dell’etica secondo Kant, ma è il Padre! Il rapporto fra Gesù ed il Padre è filiale.

            E così eccoci arrivati all’unica definizione della fede presente nella Bibbia. Innanzi tutto si deve puntualizzare che la fede non si impara come la storia o la geografia: si entra in un rapporto di amore. Ma come si impara ad amare? Solo in un rapporto di persone che ci coinvolge. Come si impara  a donare la vita? Bisogna avere un padre e una madre che si sacrificano e dedicano tutta la loro vita ai figli senza chiedere nulla. Dunque l’iniziazione alla fede avviene attraverso un dinamismo con qualcuno che ti coinvolge.

            L‘unico autore che dà una definizione della fede è un anonimo che ha scritto un testo di altissimo livello, complicato per i suoi riferimenti all’AT e che i cristiani – non solo cattolici! – non leggono. La Lettera agli Ebrei  è uno dei testi greci di tenore più elevato e di pensiero più profondo. Nel sottofondo c’è una matrice paolina: è scritto da un ammiratore di Paolo, ma non da lui! Iniziando il cap. 11 l’autore fa un elenco dei campioni o, meglio, dei padri nella fede, partendo da Abele “il giusto”. La fede infatti viene prima del popolo ebraico, poi viene Abramo, Mosè ed i Profeti, ed alla fine veniamo noi: 1“La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono”. Dio e la sua azione infatti non si vede. Se la mattina di Pasqua avessero puntato una macchina fotografica sul sepolcro di Gesù, non avrebbero fatto nessuna fotografia! La creazione non è il Big Bang! La Creazione avviene prima. L’azione di Dio è invisibile, perchè Dio nessuno lo ha mai visto! La sua azione è “fondamento delle cose che si sperano e soprattutto  prova di quelle che non si vedono”. Poi per 21 volte l’autore dirà “Per la fede Abramo…, per la fede Sara…Isacco… Mosé”, cioè in forza del loro legame con Dio. Il testo prosegue: 2Per mezzo di questa fede gli antichi ricevettero buona testimonianza (in tutta la Bibbia).  3Per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede.” Possiamo alzare gli occhi al cielo e vedere il sole, la luna e miriadi di stelle ed anche delle galassie, ma la parola di Dio non si vede. Dalla parola invisibile di Dio inizia il mondo creato: da qui inizia il cammino della fede.

            Subito dopo l’autore chiude il cap. 11 ed apre il dodicesimo, presentando i cristiani che sono invitati a seguire la carovana che li ha preceduti. Così egli scrive in Eb 12,1-2:

«Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, (testimoni sono quelli che hanno vissuto la fede da martiri (martire = testimone) sugli spalti dello stadio antico, davanti ad uno spiazzo erboso su cui corrono gli atleti che vanno verso la meta: una specie di colonna. Vediamo che questa immagine sportiva viene applicata alla fede: deposto tutto ciò che è di peso ed il peccato che ci assedia (Il peccato viene sempre indicato al singolare, perchè indica l’infedeltà! Essa è infatti quella che ci impedisce di correre, che ci paralizza: è la paura derivata dalla mancanza di fiducia), corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, (dunque non si tratta di un cammino, ma di una corsa nello stadio della vita! Qui si sente il pensiero paolino, perchè l’Autore, come Paolo, fa un riferimento a gare sportive) tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede».  L’atleta non guarda di qua o di là, ma guarda diritto alla colonna (meta) attorno alla quale si gira. E la meta per noi è Cristo Gesù, che sta all’origine e porta a compimento la nostra fede. Egli è il capo cordata, il capofila del cammino di fede. Egli ha vissuto la fede da Figlio, affrontando anche la morte da Figlio. In questo è anche la meta, perchè noi guardiamo a Gesù, cercando di conformarci, di imitarlo nel modo di amare e di perdonare. Questo è il cristiano! Le dottrine servono per elaborare in modo umano e linguistico quello che la fede ti dice su Dio, sul mondo, sulle persone, sull’aldilà: sono delle categorie per esprimere i contenuti della fede. Ma presuppongono una relazione, prima di essere un “pacchetto” di dottrine, come avviene nelle scuole filosofiche. 

            La prima tappa della nostra  “corsa” per vivere la fede non in modo privato, ma come personale – la fede è sempre personale! – inizia col celebre testo – chiamato intestazione o esordio della lettera ai Romani (Rm 1-17).  E’ il testo più maturo, più pensato ed elaborato di Paolo, scritto a Corinto verso il 57 o 58, per preparare il suo viaggio a Roma, dove pensa di fermarsi solo per breve tempo e condividere la propria fede ed anche per farsi finanziare la missione in Spagna.  Paolo non vuole soldi per sé dalle comunità, ma solo per le missioni, per cooperare al Vangelo.  La lettera inizia con l’indicazione del mittente, dei destinatari ed il saluto (Rm 1,1-7). Poi viene l’esordio con l’indicazione del mittente, dei destinatari e col saluto (Rm 1,8-15); infine c’è l’annuncio tematico: thesis – propositio generale (Rm 1, 16-17). 

1,1 Paolo, servo di Gesù Cristo, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio (si notino i tre titoli usati, dove “scelto” è un attributo di apostolo). In greco doûlos significa “schiavo” , legato come un profeta al servizio di Dio. A Roma dove si parla anche greco, è comprensibile il linguaggio di Paolo quando dice “servo di Cristo Gesù”.[Il Kyrie eleison deriva dall’uso del greco nella prima chiesa romana]. Nei primi due secoli perfino le tombe ebraiche avevano l’iscrizione in greco. Lo schiavo è legato radicalmente e per tutta la vita al padrone. Paolo dice che non può decidere nulla, perchè il suo “padrone è Cristo Gesù”. L’espressione klētòs apóstolos, “chiamato apostolo”, sottolinea l’iniziativa gratuita ed efficace di Dio all’origine e a fondamento del ruolo di Paolo apostolo. Da  klētòs deriva ecclesía, cioè la “convocazione,  chiamata”. Anche i cristiani di Roma, destinatari della lettera, sono klētoí  Iēsoû  Christoû, “chiamati da Gesù Cristo”. L’iniziativa della “chiamata” risale a Gesù Cristo, anche se essa avviene mediante l’annuncio del vangelo di Dio, fatto dall’apostolo.  Paolo li saluta come agapētòi Theoû, “diletti da Dio”. L’amore libero e gratuito di Dio sta all’origine della chiamata ed ha come scopo la salvezza piena e definitiva (cioè la vita). Essi sono klētoì hágioi, “santi per vocazione”, chiamati santi, perchè i credenti battezzati appartengono a Dio in forza della loro chiamata.    Paolo si considera “prescelto” per annunciare il vangelo di Dio: aphorisménos, “riservato”, ” messo da parte” per il Vangelo di Dio. L’espressione “Vangelo di Dio” fa capire che esso è opera di Dio o dipende dall’iniziativa di Dio. Il Vangelo (euaggélion) riguarda Gesù Cristo, il Messia discendente da Davide “secondo la carne”, e Figlio di Dio secondo lo Spirito santo, in forza della resurrezione dei morti. euaggélion (= lieto annuncio) è una parola presa da Paolo dal mondo greco e collegata con Dio e Gesù Cristo. Per questo nasce nel linguaggio cristiano l’espressione “Vangelo di Dio”, cioè vangelo che ha il suo fondamento nell’azione di Dio… 

2 che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture (la Bibbia – come dice San Eusebio – è una lunga preparazione al lieto annuncio)  3e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, 4 costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della resurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore; 5per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome,  6e tra queste siete anche voi, chiamati (klētoi) da Gesù Cristo -, 7a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!

            E’ decisamente un testo ben congegnato. Paolo ha avuto tre mesi di tempo a Corinto nella villa di Gaio con un buon vitto e alloggio, per scrivere una lettera ben articolata e piena. Da giovane ha  imparato al ginnasio come si fa un bel discorso e di grande respiro.

Quelli che sono a Roma sono “amati da Dio, santi”… perchè Dio li ha chiamati.

il vangelo di Dio…che riguarda il Figlio suo: questa è la grande intuizione di Paolo. Dio gli ha donato il suo Figlio. Il Crocifisso non è solo un ebreo fallito, pseudo-profeta, ma IL FIGLIO. Allora vuol dire che Dio è PADRE, e non solo un Dio di Abramo, Giacobbe ed invisibile. Per lui il Figlio dà la vita: questa è la grande svolta teologica di Paolo. Certo Gesù discende da Davide e dunque è re e Messia (perchè Davide è il consacrato, l’unto atteso). Paolo scrive questo in base alla Tradi-zione di Gesù Messia. Poi aggiunge costituito Figlio di Dio con potenza: quello che conta, oltre ad essere un discendente di Davide, è che Lui ha un rapporto unico con Dio in forza dell’intervento potente ­ dýnamis ­ che si chiama Spirito Santo. E tutto questo diventa manifesto, pubblico attra-verso la vittoria sulla morte. Nella resurrezione si manifesta la potenza di Dio, che nel linguaggio biblico si chiama ruah, Spirito di santità, cioè Spirito trascendente.

Certo chi sta scrivendo è un ebreo colto e preparato, conosce le Scritture, ma conosce Dio attraverso il Figlio. Il cammino di fede di Paolo – che era un ebreo osservante  e scrupoloso fino al fanatismo delle regole morali e rituali – scopre che Dio ha il volto di un Padre, tramite il Figlio che lo ha rivelato.

            Proseguendo nella lettera, Paolo racconta quali sono i suoi progetti ed i suoi propositi fino a pronunciare finalmente il tema “Il Vangelo è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rm 1,16).

8Anzitutto rendo grazie a mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perchè della vostra fede si parla nel mondo intero.  L’incontro di Paolo con Dio è sempre tramite Gesù, che non è un altro Dio, ma il Figlio, un tutt’uno con il Padre. Paolo non fa qui l’adulatore della comunità cristiana di Roma, ma se può parlare bene, non si fa scrupoli, perchè anche questo favorisce il dialogo.  

9Mi è testimone Dio, al quale rendo culto nel mio spirito annunciando il vangelo del Figlio suo, come io continuamente faccia memoria di voi, (cioè mi ricordo sempre di voi)  10 chiedendo sempre nelle mie preghiere che, in qualche modo, un giorno, per volontà di Dio, io abbia l’opportunità di venire da voi.              Evidentemente Paolo ha scritto la lettera perchè ha tanto desiderato il viaggio a Roma forse fin da giovane, quando era semplicemente un cittadino romano. 

11Desidero infatti ardentemente vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale (carisma) , perchè ne siate fortificati,  12o meglio, per essere in mezzo a voi confortato mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io.   

Il carattere di Paolo lo porta a  tendere ad essere un “primario”, pieno di iniziative, ma poi cerca di condividere la fede con altri cristiani. Il suo primo atteggiamento è quello di fondatore di comunità, ma subito dopo aggiunge che è un povero cristiano che ha bisogno di essere confortato dalla fede comune. 

13Non voglio che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi – ma finora ne sono stato impedito… Non dice da cosa, ma nel cap. 15 dirà che  è stato impedito perchè impegnato nelle province orientali dell’impero  a portare il Vangelo là dove non era stato ancora annunciato. Ora che ha finito il suo compito ed ha piantato il Vangelo in punti strategici in quella regione, finalmente può andare a Roma,  per raccogliere qualche frutto anche fra voi, come tra le altre nazioni (cioè fra i non ebrei. Paolo è specialista nell’annunciare il Vangelo per ” i non ebrei”!  E sa che i romani sono in maggioranza non ebrei, anche se il nucleo cristiano è nato in una colonia ebraica). 

14Sono in debito verso i Greci come verso i barbari, (La parola “greco” corrisponde qui a “persona colta, civile”; “greco” non è una categoria etnica ed antropologica, ma culturale, mentre “nazioni” è etnica. Infatti fa la distinzione fra “barbari” – cioè quelli che non parlano il greco – e i “Greci”- le persone colte,  confermando subito questo binomio: 

verso i sapienti come verso gli ignoranti:  15sono quindi pronto, per quanto sta in me, ad annunciare il Vangelo anche a voi che siete a Roma. 

 La città è un ambiente tutto da sondare: in quegli anni 50 si pensa abbia avuto più di un milione di abitanti, mentre i cristiani saranno stati forse un centinaio. Andare in Spagna avrebbe potuto significare raggiungere l’estremo occidente , oltre il quale, dopo lo stretto di Gibilterra, finisce il mondo. Arrivare fino in Spagna poteva significare che tutto il mondo era stato evangelizzato. 

16Io infatti non mi vergogno del Vangelo, (di Dio che riguarda il Figlio suo Gesù Cristo) perchè è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco.  17In esso infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà.

“Da fede a fede” è un’espressione enigmatica. L’unica condizione è quella di una fede in sviluppo, che si incrementa continuamente. Paolo usa un paio di volte in Cor l’espressione “di vita in vita”:  raddoppiando il vocabolo, indica una “fede al cubo”. Qui vuol dire “una fede che cresca sempre più” nella relazione con le persone. E da questa nasce la relazione più importante che è quella con Dio, cioè quella dell’amore che non ha limiti.

La parola “fede” ritorna in modo ossessivo, collegata al Vangelo e chiamata “potenza di Dio”.

Il Vangelo riguarda il Figlio di Dio, Gesù, l’ebreo crocifisso dal potere di Roma. Nella morte di Gesù si rivela la potenza di Dio che non è quella dell’impero, né militare o quant’altro, perchè la potenza del Vangelo che salva tutti senza distinzione etnica,  è quella dell’amore.   E l’amore  è impotente, cioè non può imporsi con la forza o con la violenza. “E’ la potenza che viene da Dio per la salvezza di chiunque crede.” Nel linguaggio di Paolo “salvezza” è quella del popolo ebraico strappato dall’Egitto prima e poi dai campi di deportazione in Babilonia: vuol dire libertà” sociale, politica, economica. Solo che per Paolo “l’Egitto” vero da cui nessuno può liberarci, è la morte. Il peccato è l’incapacità, il rifiuto di amare, cioè è scegliere la morte. La soppressione della vita è il “peccato”. La misura del peccato è dato dal tasso di violenza in una società, in una famiglia ed in un ambiente o in una regione. I milioni di morti nelle guerre mondiali ed anche oggi nell’Uganda ed in Siria, ma anche quelli morti per fame ed ingiustizia sono la misura del peccato. “Salvezza” significa dunque essere salvati dall’egoismo ribelle, dall’anti-amore, dall’anti-umanità che apre la porta alla morte violenta.     Ci salva dal peccato e quindi dalla morte, per cui  l’effetto finale non è un sopravvivere a lungo con le macchine, ma è la “pienezza di vita” che nel linguaggio di Paolo, si chiama “risurrezione”. Per questo è Gesù la fonte della salvezza; il Vangelo è Gesù cioè  colui che è risorto, affrontando per amore una morte violenta.  Ha disinnescato il peccato, prendendo su di sé questa storia di malvagità ed uscendone con un sovrappiù di amore, introducendo l’umanità ad un nuovo rapporto con Dio, con gli altri e col cosmo: cioè in una pienezza di vita, nella resurrezione.

Questa è la potenza che salva, e l’unica condizione per essere salvati non è l’appartenenza al popolo ebraico, fare dei riti, ma credere. Cosa vuol dire “credere”?  Paolo usa un participio per indicare tutti quelli che credono. Poco prima aveva scritto “obbedienza della fede” che usa due volte: qui nell’esordio e nel cap. 15:  hypakoê pisteōs, richiama l’idea di ascoltare (la parola latina e italiana derivata da “ob-audire” significa “curvare l’orecchio per sentire”) e si riferisce ad una parola del Deuteronomio, in cui si definisce l’atteggiamento del popolo di fronte a Dio che propone l’alleanza: shemah Israel! “Ascolta, Israele! Il Signore è unico. Il Signore è nostro Dio”. “Ascoltare vuol dire “amare” che, nel linguaggio della Bibbia, non è uno stato d’animo, ma un impegno libero e consa-pevole di dedicarsi. E’ un atto di lealtà ed un linguaggio di alleanza. Così i trattati internazionali  usavano l’espressione “Mi amerai” – che non ha nessun riferimento ad omosessualità fra due re. “Mi amerai” significa che “quando passo per il tuo territorio, mi provvederai fieno ed acqua per i muli ed i cavalli”: è l’impegno a fare. “Amare” è un dinamismo delle tue energie messe al servizio di qualcuno.   Si deduce quindi che la fede è  attenzione amorosa che coincide col dinamismo dell’amore. Siamo dunque ben lontani dalla visione illuministica, dalla adesione delle verità rivelate con l’intelletto.  Tutta la persona è coinvolta in questa relazione.  Attraverso i secoli l’idea di Paolo è stata mal interpretata. Così oggi si tende a dire che “se Dio non mi ha chiamato, manca la fede!”

Ma si dimentica che la prima offerta è la tua vita. Ed è un modo di incontrare Dio. Prima di leggere la Bibbia e di aprire gli occhi sul mondo, è la tua esistenza che è nata in una rete di rapporti e che è stata accolta dall’amore di Dio. E’ lì la prima offerta della fede: se uno è nato e cresciuto vuol dire che ha avuto la chiamata alla vita, a cui si risponde con l’obbedienza e l’ascolto amoroso. Non c’è nessuna persona vivente che non abbia avuto questa chiamata. Se si è vivi, è segno che qualcuno ti ha dato una mano: e quella è la mano di Dio.

            E’ evidente che la fede domina nel linguaggio degli scritti di Paolo.  Per quanto riguarda il lessico evangelico e della fede, notiamo che il termine greco euaggélion ,” vangelo”, ricorre 76 volte nel NT, di cui 60 volte nell’epistolario paolino; il verbo euaggelízein, “evangelizzare” ricorre 54 volte nel NT (21 in Paolo). Nella lettera ai Romani si trovano le espressioni “vangelo di Dio” (Rm 1,1; 15,16), “vangelo di Cristo Gesù” (Rm 15,19), “vangelo del Figlio suo” (Rm 1,9), “il mio vangelo” (Rm 2,16; Rm 16, 25).

            Il sostantivo greco pístis, “fede”, ricorre 137 volte nell’epistolario paolino, su 243 volte complessive nel NT; il verbo pistéuein, “credere”, compare 54 volte negli scritti di Paolo, su un totale di 243 ricorrenze nel NT. La fede è l’affidamento a Dio per essere salvi, perchè nella fede si rivela la fedeltà di Dio, la sua giustizia. Il Vangelo è dýnamis tês sōtērias,”potenza di salvezza” per tutti: unica condizione è “credere”. Questo vale per Giudei – primi in ordine di tempo – e per tutti gli altri, inclusi nel termine “Greci”.  Nel vangelo si rivela la “giustizia di Dio”, conforme alla Scrittura, cioè la parola e la promessa di Dio che dice: “Il giusto vivrà mediante la fede”. La dikaiosýnē toû Theoû, “giustizia di Dio”, in ebraico ṣedaqâh, indica l’azione di Dio “giusto”, perchè è fedele alle sue promesse.

            Paolo conferma questo con un testo del profeta Abacuc: «Il giusto per fede vivrà». Vivrà grazie a questa relazione profonda con Dio e questa è anche la condizione per la sua giustizia: giusti rapporti con Dio. Prima di ogni altra attività anche di carità, è la relazione con Dio che rende giusto, che ti comporta condivisione della vita e dei beni.  “Vita” significa salute, tempo, affettività, amore, capacità professionale, intesa come capacità di mettere la tua vita al servizio di qualcuno.  E’ un modo di vivere la fede. Non è indottrinamento, ma tutta la tua esistenza è legata al dinamismo dell’amore.

Per la riflessione personale si propongono alcuni punti: 

*  Come vivo l’esperienza della fede cristiana: con gioia, riconoscenza?

*  Su chi e su che cosa si fonda la mia fede?

*  Qual è il rapporto fra la mia fede e la vita di tutti i giorni?

*  La comunità cristiana mi aiuta a vivere la fede in Gesù Cristo?

 12 gennaio 2013                                                                           (continua)