La fede di Gesù

23/04/2013 | Cammino di fede secondo San Paolo

mons. Rinaldo Fabris

Cominciamo a considerare la fede in cui Gesù è protagonista.  Questo è un modo un po’ inconsueto, perchè è più tradizionale dire “Io credo in Gesù Cristo, nel Figlio di Dio, nel Signore risorto“. E’ sempre la fede in o che proclama Gesù. Ma l’idea che Gesù sia soggetto della fede per noi è un po’ inconsueto, a causa della nostra formazione spirituale o catechistica.  E’ un aspetto nuovo per noi, ma non per la tradizione cristiana che poi ha dimenticato e cancellato questo aspetto. E’ presente in un unico testo che definisce la fede: nel breve scritto, che va sotto il nome di “Lettera agli Ebrei”. Non è una lettera, ma un’omelia e non è rivolta agli Ebrei sulla mediazione unica ed assoluta di Gesù.  Per questo egli è chiamato “sommo sacerdote” o anche “unico sacerdote”. E lui, laico, non diventa sacerdote attraverso unzione, un rituale o un apparato, ma attraverso la sua fedeltà di Figlio, vissuta fino alla forma estrema della morte: dunque è consacrato attraverso l’amore. La consacrazione sacerdotale di Gesù non è simbolica come avviene per i preti oggi, ma attraverso la sua umanità, totalmente trasformata dalla potenza dello Spirito, come si legge in Eb 9, 26: «Cristo si è manifestato una volta sola con sacrificio di se stesso per annullare il peccato». Questa è la sua mediazione sacerdotale. Il suo atto di culto, unico ed irripetibile, è chiamato impropriamente “sacrificio“. Nel senso di “cosa sacra” va bene, ma non in quello di “sofferenza e distruzione“. E’ un atto di Amore, irripetibile come la morte.

Ma che cos’è la fede?  Essa abbraccia i secoli e tutta la nostra vita. Un ebreo, chiamato Shalom Ben-Chorin (Ben-Chorin significa “figlio della libertà o libero”), presenta in un suo libro Gesù come fratello: Bruder Jesus. Der Nazaraner in jüdischer Sicht (Fratello Gesù. Il Nazareno nella prospettiva ebraica) scrive che la fede di Gesù ci unisce, ma la fede in Gesù ci divide, parlando di ebrei cristiani. La fede di Gesù unisce gli ebrei ed i cristiani cattolici o riformati, mentre la fede in Gesù, proclamato Messia, Figlio di Dio, Signore, ci divide. Gesù è motivo di unione nella sua fede e di divisione nella nostra fede. Accanto all’ebreo Shalom Ben-Chorin c’è un filosofo e filologo famoso – Martin Buber – che ha poi dato avvio alla lingua ebraica moderna quando negli anni ’30, prima della II guerra mondiale, si trasferì in Israele (come molti ebrei tedeschi, per sfuggire allo sterminio nazista). Egli, che aveva già tradotto la Bibbia in tedesco, ha dato origine al movimento (o Scuola) per creare la lingua ebraica moderna a partire dalla Bibbia.  Buber ha scritto un libretto, tradotto e pubblicato dalle Figlie di S. Paolo: Due tipi di fede, 1950. Egli afferma che la fede di Gesù è quella dei Patriarchi, ebraica – ’emunâh (da cui viene il nostro “Amen” che significa “sì, va bene, d’accordo): è la fede totale, abbandono totale a Dio.  Ma Buber, che conosceva bene la Bibbia ebraica, afferma che Paolo ha inventato un’altra fede, più greca che ebraica, chiamandola pistis, che in greco significa “persuasione, convinzione”. Si tratterebbe di un’idea su Dio. Ma ciò non ha nulla a che fare con San Paolo, ebreo che tale rimane anche se scrive e pensa in greco.  La pistis non è una convinzione, una dottrina, un’opinione, ma è ancora la ’emunâh, la fede di Abramo. Non a caso Paolo, parla di Abramo come il prototipo della fede. In Gen. 15, 6 si legge infatti “Abramo credette a Dio e Dio gliela computò come giustizia“.

Giusto rapporto con Dio è l’affidamento, non teorie o pensieri su Dio!

E’ colpa della filosofia illuministica, di cui siamo figli, se si parla oggi di opinioni su Dio. Per la fede biblica non è un problema, in quanto la fede è un atto umano, libero. E’ un “leggere dentro” – come dice S. Agostino.

Non ci sono due fedi, ma una sola: la fede di Gesù, quella di Paolo e speriamo anche la nostra, nonostante che siamo figli dell’Europa e dell’Illuminismo.

L’Autore della Lettera agli Ebrei è l’unico che definisce la fede in tutta la Bibbia ebraica e cristiana (nei 73 libri) non come riflessione teologica su cosa significhi “credere”: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono» (Eb 11,1). Nei versetti successivi (fino al v.40) riporta un campionario della fede, partendo da Abele, passando per Enoc, Noè e poi Abramo, Mosè ed i martiri: tutti personaggi che si fidano di Dio, nonostante il rischio di perdere la vita. Dentro “questa carovana” collochiamo anche noi che viviamo il rapporto vitale con Dio.

Terminata la carrellata sui campioni della fede, l’Autore prosegue in Eb 12,1-3:

«Anche noi dunque, circondàti da un così gran numero di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede.

Gesù è inizio ed anche meta o compimento del nostro cammino di fede. Autore ed alla fine anche colui che porta alla pienezza. E’ bella questa immagine dello stadio dove sugli spalti sono i testimoni, quelli che ci hanno preceduto da Abele fino ai martiri e che fanno il “tifo” per noi. E l’Autore ci invita a fare la corsa guardando la meta. La meta è Gesù che è sia origine che traguardo. Per fare la corsa bisogna essere liberi da tutto ciò che è di peso, “che ci assedia”. Il peccato – al singolare – non è la trasgressione di una legge, la violazione di un comando, ma l’infedeltà. Gesù ha percorso la sua strada di Figlio, restando fedele. Se vuoi seguire Gesù, lascia l’infedeltà /il peccato, che è un peso che impedisce la tua corsa. Se il peccato è l’infedeltà, il suo contrario è la fede, la relazione con Dio. Gesù è fedele nonostante la morte, le sfide e l’ostilità.

Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia (della morte di croce) e si è assiso alla destra del trono di Dio.  Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perchè non vi stanchiate perdendovi d’animo». (Eb 12, 2-3)

Stancarsi, deprimersi è mancanza di fede e quindi infedeltà. Gesù, Figlio obbediente, ha affrontato la morte di croce, restando fedele, vincendo il peccato.  Così possiamo intravvedere la fede di Gesù secondo il nostro autore. Chi scrive non è Paolo, ma probabilmente solo un suo discepolo. Infatti la lettera non si chiama “di Paolo”, ma semplicemente “agli Ebrei”, anche se, come dicevamo, si tratta di un’omelia.

Vediamo ora in un altro piccolo brano come Gesù vive ed interpreta la sua esperienza di rapporto filiale con Dio, nel contesto della fede ebraica, come obbedienza fino alla morte.  La fedeltà significa l’obbedienza filiale. Vediamo dai Vangeli come ha vissuto la fede Gesù.  Si può subito dire che Gesù ha vissuto la fede partendo dalla sua esperienza di famiglia: pregava due volte al giorno con Maria e Giuseppe, ripetendo come gli altri ebrei, la sintesi del rapporto di alleanza vitale con Dio – che in ebraico comincia con l’invito “Shema’ Israel“/Ascolta Israele! Il Signore nostro è unico” E prosegue con “Amerai il Signore tuo Dio con tutte le tue forze“. Questo è il comandamento fondamentale del Deuteronomio, ripetuto mattina e sera dai bambini e bambine ebraiche con i loro genitori. In questa recita-preghiera ed impegno c’è tutta l’educazione e la formazione ai tempi di Gesù. Nei Vangeli Gesù ripeterà sempre: “Dio è unico ed il rapporto con Lui è di Amore.”  Aggiungerà una seconda frase, presa sempre dalla Bibbia: “Il Suo amore è unico ed inseparabile dall’amore al prossimo.” Solo che il “prossimo” non è solo il connazionale, figlio del popolo ebreo, ma anche il nemico che minaccia la tua vita. Solo l’amore educa ad un rapporto universale. Questo è un principio rivoluzionario che molti cristiani hanno dimenticato da secoli, tanto che la loro storia è contrassegnata da violenza e guerre che non hanno nulla a che fare con l’immagine di Dio. Leggiamo dunque in Matteo (5,38-43):

38Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. 39Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra,  40e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. 42Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.

43Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. 44Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, 45affinchè siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. 46Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete?  Non fanno così anche i pubblicani? 47E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? 48Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.

E’ questo un discorso fondamentale per essere discepoli di Gesù. E’ preceduto dalle affermazioni “Beati, … beati…” e prosegue riferendosi alla luce ed al sale.  L’affermazione “occhio per occhio” è una regola che si trova nel libro dell’Esodo. Faceva parte delle norme degli antichi che regolamentavano la violenza, la vendetta, la rappresaglia, il diritto d’onore, per cui si pensava alla “perfetta giustizia”, in equilibrio fra delitto e castigo. “Ma io vi dico…” Ecco la novità, che è quella di Dio:

39Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra,  40e a chi vuole portarti in tribunale (per questioni di pegni) e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. 42Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.

Sono espressioni paradossali: un modo di agire completamente opposto alla regola di “giustizia violenta“. Segue un’ultima contrapposizione o antitesi :

43Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai… In realtà questa seconda parte non c’è nella Bibbia, ma è stata aggiunta. Nel Levitico si legge solo “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Il “prossimo” è colui con cui condividi religione, cultura, interessi; il “nemico” è l’avversario che va sterminato, odiato.

44Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, Tutta la Bibbia è riletta dal fatto che Dio è unico…

45affinchè siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, Ecco: Dio creatore distribuisce i doni senza discriminare fra i figli suoi. Questa affermazione – di cui non serve andare a cercare il fondamento nella Bibbia – è ovvia: il sole si alza al mattino per tutti: criminali e santi. Se Dio non fa distinzione fra i suoi figli e noi vogliamo amarlo, dobbiamo fare come fa Lui. E quindi siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. Dobbiamo amare senza discriminazioni: questa è la pienezza della Legge. 

Consideriamo ora un testo del Vangelo di Marco (12, 28-34).Siamo alla fine di una serie di dibattiti.

28Allora si avvicinò  a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò:”Qual è il primo di tutti i comandamenti?” 29Gesù rispose..

(come aveva imparato da piccolo a recitare mattina e sera) :«Il primo è Ascolta Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; 30amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza.

C’è qualche aggiunta nel testo di Mc, ma ha conservato il testo che possiamo ritrovare in Luca.

31Il secondo (ben collegato col primo) è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi.»

I due comandamenti sono uniti ed inseparabili; entrambi legati all’Amore: all’amore a Dio ed al prossimo. Poi c’è un commento da parte di quel tutore della Legge, che coincide perfettamente col pensiero di Gesù:

32Lo scriba gli disse:«Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; 33amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».

Più di tutta la Legge, nulla vale più dell’Amore, che è il vero atto di culto, è il rapporto con Dio.

34Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse:«Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

All’inizio della sua missione, dopo aver lasciato il Battista e Nazareth, Gesù va a Cafarnao. Cosa dice? Qual è la sintesi del suo messaggio? “Il tempo è compiuto. Il regno di Dio è qui.” L’azione sovrana di Dio, fonte della vita e della libertà, della giustizia è qui presente. Lo scriba dunque ha intuito attraverso il comandamento fondamentale dell’amore a Dio ed al prossimo qual è il regno di Dio: è il regno dell’Amore. Ed è quello che sosteneva anche il famoso vescovo africano Agostino di Ippona.

In una piccola preghiera si ritrovano gli accenti della fede di Gesù che benedice e loda Dio Padre creatore per la sua scelta dei piccoli. Gesù è un uomo di grande fede, che va a pregare in luoghi solitari, di notte, al buio. Invece nelle assemblee, quando si facevano le preghiere, egli va a discutere e compie qualche gesto di guarigione; al tempio litiga con i trafficanti al mercato. La preghiera che segue, di poche righe è una delle poche riportate in una versione molto antica, precedente a quella attuale, in Mt 11, 25-27 e Lc 10, 21-22.

“In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perchè hai nascosto queste cose (cioè il Tuo disegno e la Tua volontà) ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli (cioè ai discepoli, a quelli che sono incompetenti, inesperti, non ai bambini!)

Sì, o Padre, perchè così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.»

Conoscerenon è un sapere su Dio, ma un entrare in relazione con Lui, fare esperienza di Dio attraverso il Figlio. E’ il linguaggio di Osea, di Geremia, e poi del IV Vangelo. Quando Osea immagina un nuovo atteggiamento con Dio; la sposa lo ha abbandonato e lui l’ha ripresa, l’ha portata  nel deserto e ha parlato al suo cuore, promettendole un matrimonio e che l’amerà “E tu conoscerai il Signore!” E’ la teofania dell’Amore. Gesù è il riflesso, il volto svelato di Dio, così che tu puoi entrare in rapporto con Dio. Nel IV Vangelo, poco prima di essere arrestato, Gesù afferma in una preghiera: «Questa è la vita eterna: che conoscano Te l’unico e vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo». In “conoscere” c’è una componente mentale, intellettuale, ma è una relazione vitale, totale, quella di cui parlano Osea e Geremia. E’ il linguaggio dei Profeti.

Un secondo testo riporta una preghiera ancora più breve: quella che esprime la fedeltà di Gesù nel buio, nel tunnel della morte: la preghiera è espressione di fedeltà, non un elenco delle cose che Dio “deve fare”, perchè non se ne ricorda (Mc 14, 32-42)!

Gesù è prima della morte e sa che cosa lo aspetta. Si rilegga il brano seguente ricordando la definizione di fede (“Fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono“) e si cerchi di rispondere ad alcuni spunti:

32Giunsero intanto ad un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». 33Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34Gesù disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte: Restate qui e vegliate.»  35Poi, andato un po’ innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora.  36E diceva «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu.»  37Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola?  38Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole.»  39Allontanatosi di nuovo, pregava dicendo le medesime parole.  40Ritornato li trovò addormentati, perchè i loro occhi si erano appesantiti, e non sapevano che cosa rispondergli.  41Venne la terza volta e disse loro:

« Dormite ormai e riposatevi!  Basta, è venuta l’ora: ecco il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori.  42Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino.»

Spunti per la riflessione.

1. In chi o in che cosa credono i cristiani adulti oggi? In Dio, in Gesù Cristo, nella Chiesa, nell’aldilà, nella Madonna, nei Santi? Che cosa significa “credere nella Madonna”? E’ lo stesso che credere in Dio?

2. Quali sono le condizioni per un “cammino” di fede cristiana oggi?  Avere fiducia nella vita, avere fiducia negli altri, conoscere la Bibbia, conoscere il Catechismo, frequentare la Chiesa, pregare, vivere secondo coscienza, essere onesti, conoscere Gesù Cristo, fidarsi del Magistero della Chiesa, fare opere di carità?

Libere considerazioni sul testo di Marco

(Anselmo) Gesù, Figlio fedele, come supera il dramma della morte nel Getsèmani, prima dell’arresto? Ma  quale tentazione poteva avere Gesù nel Getsèmani? Quella di abbandonare la fedeltà a Dio ed andare contro la Sua volontà. La sua relazione col Padre resta forte, ma la carne (cioè la sua umanità) è debole; così prega per non entrare in tentazione di fronte alla paura della sofferenza che lo attende.

(Nicla) “Abbà Padre! Tutto è possibile a te…” Evidentemente Gesù ha una fiducia totale e piena nel Padre e questo lo convince che quanto verrà dopo è da accogliere ed accettare, proprio per la sua relazione con il Padre. Il suo relazionarsi viene ben prima di un suo “fare”.

Risposte agli spunti

Alla domanda – In chi o in che cosa credono i cristiani adulti oggi? – si può rispondere che i cristiani oggi cercano “un Dio”: hanno bisogno di credere in qualcosa, a volte sbagliando nel modo, affidandosi a diverse proposte. Essi credono un po’ meno in Gesù Cristo, perchè non è chiara questa figura di Gesù, figlio di Dio, incarnato. Certo le persone non hanno molta fiducia nella Chiesa perchè la identificano con la gerarchia, vedendola come una Istituzione. Abbastanza diffusa è la fede nella Madonna e in alcuni santi, attraverso i quali – in quanto figure umane – si può “arrivare” a Dio.

Riguardo alla seconda domanda – Quali sono le condizioni per un “cammino” di fede cristiana oggi? – si può affermare che la preghiera sia fondamentale per un cammino di fede: essa però dovrebbe essere accompagnata dalle opere di carità.

Si dovrebbe innanzi tutto vivere l’amore verso gli altri, assieme alla preghiera, fondamentale per il rapporto con Dio e con i fratelli. Ma anche la frequenza della Chiesa è importante, altrimenti si rischia di allontanarci dalla verità.

Innanzi tutto bisogna avere fiducia nella vita. Un cammino di fede suddiviso fra tanti fattori segue il modo di essere nella vita. La conoscenza aiuta, ma l’esperienza di fede è fondamentale perchè tocca le nostre relazioni umane.

Conclusione (mons. R. Fabris)

Ripensando alla scena raccontata da Marco e poi ripresa anche da Mt e Lc, sia pure con qualche piccolo ritocco, ci sono 3 momenti:

1. Gesù, a contatto con i discepoli, invita i tre in particolare a vegliare e pregare, perchè vuole condividere con i suoi amici il tormento, la  paura e l’angoscia di fronte alla morte, perchè essi sono quelli che hanno condiviso il suo progetto.

2. Momento centrale è la sua preghiera al Padre, a cui si consegna. Scopre la volontà di Dio, che è “Abbà, Padre”.

3. Torna dai suoi discepoli che, appesantiti i loro occhi, stanchi, rimangono estranei al suo dramma. Egli cerca di coinvolgerli per ben tre volte. “La carne è debole, lo spirito è pronto.” Lo Spirito non è l’anima, ma la preghiera; la carne” non è il corpo, ma un’umanità fragile, che ha paura della morte e dell’angoscia di precipitare nel nulla, anche se siamo venuti dal nulla. Più che “anima e corpo” lo spirito è il rapporto con Dio, mentre la “carne” è la creatura, la nostra mente, il nostro cervello.

La preghiera è non lasciarsi trascinare verso il nulla.

Alla fine Gesù si sente libero e invita ad alzarsi: ha trovato la libertà filiale di mantenere la sua relazione col Padre. La morte è il sigillo della nostra vita: l’ultimo atto della vita.

mons. Rinaldo Fabris

13 aprile 2013