La fede in Gesù

13/05/2013 | Cammino di fede secondo San Paolo

Fonte: Atlante biblico. San Paolo editore 2009

Per la ns. meditazione sulla fede in Gesù sono state scelte lettere di Paolo e poi il IV Vangelo (detto anche di Giovanni): tutte riportano l’esperienza delle prime comunità paoline e giovannee. Due ambienti distinti: quelle di Paolo sono più antiche – degli anni 50-60. Invece il IV Vangelo riflette l’esperienza della seconda o terza generazione (fine del I secolo), anche se il modo di credere è nato prima in Palestina e poi è emigrato verso l’Asia Minore, cioè l’attuale Turchia, facendo capo alla città di Efeso. Paolo considera le comunità che sono sparse nel bacino del Mediterraneo, soprattutto Efeso, la Macedonia e la Grecia. Leggeremo la prima lettera ai Corinzi e quella ai Filippesi.  La lettera ai Romani non considera l’esperienza di Roma, perchè Paolo non ha fondato quella comunità. La lettera parla di una sua possibile visita a Roma, ma riflette l’esperienza comune che egli raccoglie in questo scritto finale prima di imbarcarsi come  cittadino libero. Andrà a Roma invece dopo due anni, da prigioniero in attesa di processo verso la fine degli anni 50 – inizio anni 60, per rispondere davanti al tribunale dell’imperatore delle accuse che gli fanno gli Ebrei di Gerusalemme e, in particolare l’autorità del Tempio. Ne aveva subìto uno prima a Gerusalemme e poi uno a Cesarea Marittima. La lettera riflette molto bene i modi di vivere la fede nelle comunità cristiane che egli ha fondato nell’arco di una quindicina d’anni, a partire dagli anni 30, dopo l’esperienza di Damasco, in cui Dio gli fa capire chi è Gesù. Ne parla nella lettera ai Galati con una frase sola: “Ha rivelato a me Suo Figlio, perchè annunciassi il Vangelo alle genti”.

Poi inizia la sua attività autonoma per tre anni nei dintorni di Damasco, presso colonie che facevano parte dell’Arabia Petrea (da distinguere dall’Arabia Felix – l’attuale Arabia Saudita e Yemen), chiamata così perchè la capitale era Petra, a circa 90 Km da Aqaba.

Ha attraversato l’attuale Anatolia e poi punta verso l’Europa. La prima comunità europea è quella di Filippi, colonia romana.   Dopo altri 150 km arriverà a Tessalonica, attuale Salonicco, capitale della provincia romana di Macedonia. Poi fugge a Berèa, scende ad Atene dove incontra gli intellettuali all’Aeròpago e, dopo altri 70 Km scende a Corinto, dove si fermerà un anno e mezzo.  In seguito scriverà la prima e seconda lettera ai Corinzi. Le altre due lettere sono andate perdute.  Corinto rappresenta la  base per la sua missione in Acàia (noi la chiamiamo Grecia).  Paolo sceglie sempre le capitali delle province romane, dove c’era anche il tribunale di fronte al quale poteva vantare la sua cittadinanza romana.

Come a Filippi, anche a Corinto ha rischiato molto la vita, come anche in altre città. Per fortuna lì c’era il fratello di Seneca – Gallione -. Con questo Paolo si salva in qualche modo, perchè Gallione sostenne la tesi che su questioni religiose loro non poteva interessarsi l’autorità civile.  Così Paolo si sottrae ad una possibile condanna da parte del tribunale.

In questo ambiente Paolo fonda piccoli gruppi domestici e scrive le lettere per mantenere i contatti con le altre comunità, rispondere a questioni, a difficoltà e sui rapporti ed all’esterno dell’ambiente. In questa prima lettera riporta il modo di credere dei cristiani: prima attestazione della fede fuori dell’area palestinese-ebraica. Questo significa che la fede in Gesù è nata in questi contesti di chiese paoline, ma Paolo vi riporta la tradizione che ha ricevuto ad Antiochia di Siria ed a Gerusalemme.

Il primo testo che prendiamo in considerazione è una piccola preziosa sintesi di fede cristiana nella comunità di Corinto, dove i fedeli sono molto vivaci e turbolenti, abituati a discutere ed a dibattere. Sono tutti adulti, ma con le loro tradizioni: impresari ed artigiani nell’edilizia, nella ceramica e soprattutto tessuti.  Corinto ha due porti importanti (uno sull’Egeo ed uno sullo Ionio) e i cantieri navali. E’ una città vivace con quasi mezzo milione di abitanti. Questi piccoli impresari usano festeggiare quando hanno finito un lavoro, vicino ad un santuario. I quarti di vitello venivano offerti alla divinità ed il resto dato al ristorante del tempio.  Qui si pone il problema: fino a ieri hanno praticato il culto agli idoli coi pranzi sacri. Si può accettare un invito a cena con carni di animali immolati? Per Paolo gli idoli non sono niente e, quindi, si può accettare l’invito, purchè un compagno di fede non abbia scrupoli e non rischi di tornare alla vecchia fede pagana. In questo caso non si può dare scandalo:

«E in realtà, anche se vi sono cosiddetti déi sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono molti déi e molti signori, per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore, Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui ». (Cor 8,5-6; 12,3)

E’ un testo molto importante perchè si unisce lo Shema’ con la fede cristiana.  Infatti Paolo dice “un solo Dio, il Padre“, per la fede ebraica. E poi aggiunge “ dal quale tutto proviene e noi siamo per lui” (indicando la nostra origine ed anche il nostro orientamento) e aggiunge (e questa è la fede cristiana – inesistente in quella ebraica!): il solo Kyrios ha un nome: Gesù Cristo. Gesù dunque è posto alla stesso livello di Dio Padre e creatore. Infatti aggiunge”in virtù del quale esistono tutte le cose“. Affermazione che ritroviamo nel prologo del Vangelo giovanneo. Si provi pensare: per noi Gesù è quasi una figura mitica, che vive sulle nubi; mentre i primi cristiani sapevano che Gesù era stato crocifisso 20-30 anni prima come un uomo concreto. E che poi quel Gesù abbia creato tutte le cose, era una cosa enorme!  “e noi esistiamo per lui”: ecco lo scopo della nostra vita. Gesù dunque ha lo stesso ruolo del Padre, sono alla pari.

Subito dopo si consideri una formula di fede che rimanda alla radice ebraico-aramaica. La fede non è nata a Corinto. Paolo la comunica ai suoi cristiani di Corinto, ma il punto di partenza è in altri ambienti culturali.  Nel congedo della prima Lettera ai Corinzi, Paolo scrive:

«Il saluto è di mia mano, (è un modo di autenticare una lettera, perchè non si usavano firme) di Paolo. Se qualcuno non ama il Signore, sia anàtema. Maranà tha: vieni, o Signore! La grazia del Signore Gesù sia con voi. Il mio amore con tutti voi in Cristo Gesù!» (1 Cor 16,21-23).

Si ha qui una specie di sentenza, dichiarazione o scomunica. “anàtema” significa “tagliato fuori, cacciato, eliminato” per chi non ama il Signore. Ma “amare” nel linguaggio di Paolo è l’impegno di alleanza (non il sentimento!), di lealtà nei confronti di Dio. Quando Gesù dice “Se qualcuno vuol venire dietro a me e non odia suo padre e sua madre…” non c’entrano i sentimenti! E’ la scelta di lealtà, non è lo scontro con i sentimenti dei genitori! Dunque: chi non aderisce completamente al Signore, non può far parte della comunità.  La formula aramaica è divenuta famosa (anche nell’Apocalisse) per concludere le assemblee cristiane: Maranà tha: vieni, o Signore. Questo indica che la fede di Paolo non è sorta a Corinto, ma ad Antiochia o a Gerusalemme, dove le comunità parlavano e pregavano in aramaico, in un contesto monoteista.

A Corinto ci sono molti déi ed altrettanti altarini. Questa è una prova che la fede cristiana non è un prodotto del pluralismo idolatrico greco-romano, ma è nata nella comunità che riconosce Gesù come Kyrios, dentro il contesto monoteistico ebraico.  Ma se Gesù è Signore come Dio Padre, si apre il discorso sulla Trinità, che non è questione di tre déi, ma un solo Dio nel modo di essere padre, in relazione con il Figlio e la potenza dell’amore dello Spirito.

Noi oggi ripetiamo “in attesa della sua venuta”: in attesa del Kyrios finale che però viene in modo sacramentale nella celebrazione della Cena.

Si consideri che nel 1600 – 1800 si pensava che la fede cristiana fosse una creazione di Paolo e che Gesù fosse uno dei tanti Signori, ignorando che egli proveniva da un mondo rigorosamente monoteista.  Egli anzi, pur scrivendo in greco, riporta la formula di fede nella misura originaria. Dunque la fede cristiana è nata in un contesto ebraico-aramaico.

Il secondo testo è molto più noto: è indirizzato alla prima comunità che Paolo fonda in Europa: a Filippi. In questo contesto egli riporta una formula di fede poetica che egli stesso aveva composto ed utilizzato per fondare l’invito ad essere uniti nell’amore, stimando gli altri superiori a se stessi.  E riporta un brano poetico in cui esprime la fede in Gesù. La formula di fede serve a giustificare il comportamento, le scelte, i rapporti con i cristiani, con l’ambiente. Il testo ai Filippesi si conclude con un appello alla fede cristiana:

«Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.  Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e ad una morte di croce.

La morte di croce messa in una lettera scritta per una comunità in una colonia romana, ha una risonanza scandalosa, perchè era la pena capitale che i romani riservavano agli schiavi, ai ribelli, ai terroristi. Basti pensare a come è finita la guerra degli schiavi ribelli di Spartaco: una foresta di croci.  Paolo scrive ai discendenti dei veterani che parteciparono alla battaglia di Filippi e Anzio, per i quali la morte di croce era infamante.

La seconda parte fa leva sul mistero della Pasqua: dopo essere stato umiliato fino alla morte di croce, Cristo è stato esaltato:

Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perchè nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2, 5-11).

Alla fine si trova quel titolo “unito a Dio Padre”, Gesù è Signore.  Non concorrente!

Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome…e ogni lingua proclami…” è una frase presa di sana pianta da Isaia che, dal cap. 40 al 55, raccoglie i discorsi e le preghiere che il profeta ha elaborato in prigionia. Rispondendo alle proteste dei deportati che si lamentavano che Dio non si curava più di loro, egli afferma che c’è un solo Signore e ogni lingua proclamerà Dio come unico Signore. Quindi la lode riservata a Dio è attribuita a Gesù. Il Crocifisso è il Dio unico! Qui è un trasferimento della formula del Dio unico al Crocifisso.

E’ una fede “scandalosa”, al punto che un prete, nel IV secolo, vedeva Gesù solo un grande mediatore, ma non Dio: era Ario ad Alessandria. Poi venne Costantino che organizzò – dopo la battaglia del ponte Milvio – il primo Concilio a Nicèa. Lì fu approvato il Credo che recitiamo alla Messa: “Credo in un solo Dio, Creatore…” La prima spaccatura toccò le due persone del Padre e del Figlio. Una seconda – quella di Nestorio – riguarda la fede in Gesù Crocifisso, che per lui è diversa da quella in Dio.  Poi le cose si conclusero con un altro Concilio.  Qui si gioca tutta la fede cristiana nel suo rapporto con l’Ebraismo.

La lettera ai Romani è un bellissimo testo: siamo all’inizio della Lettera in cui Paolo annuncia il tema: chiude la sua attività in Oriente ed intende proclamare alla Chiesa di Roma:

«Non voglio che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi – ma finora ne sono stato impedito – per raccogliere qualche frutto anche fra voi, come tra le altre nazioni.  Sono in debito verso i Greci come verso i barbari, – il mondo era diviso fra quello che parlava greco e quello che balbettava in greco – verso i sapienti come verso gli ignoranti: sono quindi pronto, per quanto sta in me, ad annunciare il Vangelo anche a voi che siete a Roma.  Io, infatti non mi vergogno del Vangelo –cioè Gesù Crocifisso -, perchè è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima, come del Greco.  In esso infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà » (Rm 1, 13-17).

Su questo tema Paolo gioca tutta la struttura della Lettera: la fedeltà di Dio si rivela in Gesù Crocifisso. Il suo modo di essere si esprime nella giustizia, per avere la vita. Il giusto vivrà per la fede è un testo di Abacuc.  Dio rende e proclama giusto chi crede in Gesù Cristo. Egli è l’unica via di redenzione per avere il perdono dei peccati ed un giusto rapporto con Dio (cfr. Rm 3, 19-30). Dall’ascolto obbediente del Vangelo, nasce la fede in Gesù Cristo, risuscitato dai morti per la potenza di Dio (Rm 10,1-17).

Dedichiamo ora un po’ di attenzione all’ambiente di Giovanni, che è quasi contemporaneo di Paolo. Il quarto Vangelo è una delle tre opere che nasce nell’ambiente che fa capo al testimone, discepolo amato da Gesù. La tradizione lo chiama Giovanni, ma in realtà non conosciamo il suo nome, perchè non si presenta se non nell’Apocalisse. Là il nome Giovanni è storico, legato alla tradizione dei 12 Apostoli e citato per dare autorità al libro. E’ importante per noi partire dall’obiettivo del IV Vangelo. Qui si capisce l’importanza e che cos’è la fede. Siamo alla fine del cap. 20:

«Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. Questi sono stati scritti perchè crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perchè, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20, 30-31).

Ecco dunque il contenuto della fede cristiana e lo scopo finale. Gesù fece molti segni da Cana a Betania, perchè egli è l’inviato, il Cristo, con un rapporto unico con Dio. Il nostro scopo unico è “avere la vita“: lo scopo della fede non è “avere idee su Dio”, ma vivere, non solo pensare, ma una pienezza di vita che va oltre la morte.

Da questo testo ci trasferiamo all’inizio del Vangelo dove si parla del Lògos, che non è la “ragione” come pensava Hegel, ma è la comunicazione. Qui si definisce molto bene chi sono i credenti. La fede non si fonda su un libro, ma è opera di Dio: questo è il punto cruciale del quarto Vangelo:

«Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo – cioè fra gli uomini – e il mondo è stato fatto per mezzo di lui – si noti questo aspetto della creazione! -; eppure il mondo non l’ha riconosciuto. Venne fra i suoi – cioè fra tutti gli uomini! – e i suoi non l’hanno accolto – e non si tratta solo degli Ebrei! A questo punto precisa come si diventa credenti:

A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1, 9-12).

La fede non è frutto di un ragionamento, di un’argomentazione fondata su un vecchio libro che parla di Gesù, né semplicemente sulla testimonianza di quelli che  lo hanno incontrato: la fede è generata da Dio. Alla pretesa di chi pensa di essere credente perchè nato in una famiglia/ nazione / popolo – la pretesa ebraica: un ebreo non è tale perchè crede, ma perchè è nato da madre ebrea -,  si contrappone la vera fede!

Questa è la grande novità e per chi avesse dei dubbi, possiamo considerare un racconto, riportato nel cap. 3, di un dialogo con un esperto e rappresentante dell’ebraismo. Si chiama Nicodemo. E’ un fariseo, capo dei Giudei, – cioè un laico impegnato e colto. Egli va da Gesù di notte e gli dice :

«Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Gli disse Nicodemo:«Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» Rispose Gesù:«In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio. – e poi precisa la differenza fra la carne e la potenza di Dio, rappresentata dallo Spirito –  Quello che è nato da carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto.  Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3, 1-8).

Il vento è una metafora. La fede non è un prodotto del ragionamento, né delle pratiche morali, né dei riti: è generata da Dio! E ci viene spontaneo domandarci: E se uno non è stato generato da Dio? – Ma ora sappiamo che tutto è stato fatto per mezzo della Parola e quindi potenzialmente tutti gli esseri umani da sempre, sono illuminati e generati da Dio per mezzo di Gesù, la Parola creatrice che sta all’origine di tutte le vite, di tutti gli esseri umani.

L’ultima parte proposta alla meditazione è un dialogo di Gesù con gli ebrei che hanno mangiato il pane sulle rive del lago di Tiberiade (o di Galilea). Essi domandano “Che cosa dobbiamo fare per avere la vita, quella che non finisce con la morte? Quali sono le opere da fare?” Gesù risponde: “una sola! Ma non siete voi a farla, ma Dio: la fede.  E poi noi continuiamo a parlare di fede e diciamo che essa si trasmette, si insegna, si comunica, dimenticando che è generata da Dio!

Spunti di riflessione

1. La fede, dono, ricerca o prestazione (credenze e osservanze): per me l’esperienza di fede è un dono (iniziativa gratuita di Dio) o ricerca-prestazione umana? Accolgo l’iniziativa gratuita di Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo e dello Spirito Santo? Ci si lascia generare da Dio?

2. Gesù Cristo e il cammino di fede: per me Gesù Cristo è la rivelazione dell’amore incondizionato di Dio Padre? La morte di Gesù in croce è solo un evento di umiliazione e sofferenza?  Che rapporto c’è fra la morte di Gesù in croce e la “mia” fede?  Perchè nonostante l’esperienza dell’amore gratuito di Dio Padre, le persone non si aprono alla sua accoglienza nella fede?

Conclusione

La fede cristiana che si innesta sul “Šema’ Israel! “Ascolta Israele!Dio è unico! ”  dice che c’è un solo Padre e un solo Signore, ma l’esperienza della fede cristiana passa attraverso il Figlio. Il Padre ci attira attraverso il Figlio, cioè Colui che ci ha amato fino a dare se stesso. E’ un lasciarsi amare, essere generati da Dio. Il fariseo che si vantava di essere ligio davanti a Dio perchè osservava tutti i precetti, è un ateo puro, un ateo religioso!

Invece Dio vuole semplicemente lasciarsi amare, attraverso il Crocifisso. E questo vale per tutti. E tutti sono attirati da Dio, indipendentemente dalla loro religione.  La croce è atto di amore, di fedeltà, come il Figlio resta fedele al Padre.

Secondo il linguaggio di Paolo, Dio è riservato al Padre. Per Paolo, Dio è Padre, Gesù è Signore.  Nel linguaggio della Chiesa, ci si rivolge al Signore, perchè Egli è anche Dio.

La ricerca di Dio fa parte del dialogo di amore.

(14 aprile 2013)