La fede viene dall’ascolto

28/09/2013 | Cammino di fede secondo San Paolo

Il titolo è preso da Rm 10,17, dove Paolo sta parlando del destino salvifico di Israele, “dei suoi connazionali e fratelli nella carne“, che egli vorrebbe salvi nell’incontro col Messia Gesù, di cui essi hanno conservato l’attesa e la speranza nelle promesse.

A questo tema sono dedicati 3 capitoli dedicati alla fedeltà di Dio, nonostante il rifiuto di Israele. Nel cap. 10 il tema è sulla fede come fondamento della giustizia, contrapposta alla “giustizia della Legge“.  Nel cap. 11 Paolo chiude con l’annuncio anche di una salvezza di tutto Israele alla fine. Questo è il mistero del progetto di Dio: segreto che Paolo dice ora “svelato” e compiuto in Gesù.

Una piccola premessa sul tema dell’ascolto, che è tipico della spiritualità evangelica nella tradizione ebraico-cristiana. Dio più che una realtà da vedere – oggetto da controllare, è una Parola che ci interpella. Dio parla. Esce nel silenzio prima della creazione, quando nessuno poteva ascoltarlo.  In quel silenzio “esce la Parola” – come dice molto bene il Libro della Sapienza – ripresa anche da Turoldo – “Nel colmo della notte scende la Parola che libera Israele come una spada potente…” La prima parola è la luce: “Sia la luce“. Ma solo con la creazione degli esseri umani incomincia l’ascolto.

Se non c’è nessuno che ascolta, anche se Dio parla… E dunque lo Shema’ è creato ad immagine di Dio per creare questo di-alogo (= parlare insieme, conversare, dialogare). Così si capisce perchè il Credo di Israele nell’edizione finale – II edizione della Torah -, nel Deuteronomio (5° libro del Pentateuco) si ha quella formula che è un invito all’impegno: “Shema’ Isra’èl/Ascolta Israele”!  Shema’ è una parola ebraica che deriva dal verbo shalah/ ascoltare. “Il Signore nostro è l’unico!” è recitato due volte al giorno da tutti i figli di Israele, fin da piccoli. E’ la parola che Gesù ha ripetuto con suo padre e sua madre a Nazareth, e che egli utilizzerà per riassumere la volontà di Dio. Quando gli chiesero “Qual è il comandamento più importante?” risponde “Shema’ Isra’el“. E l’altro comandamento, simile come  importanza è “Amerai Dio con tutto il tuo cuore ed il prossimo tuo come te stesso...” E’ in pratica un comandamento unico: amare Dio ed il prossimo.

La relazione con Dio, fondata sulle 10 parole, è anche il sigillo dell’alleanza nell’esodo: si basa su principi che la Bibbia chiama “lògoi” e noi abbiamo reso con “deca-lògoi“. Ma nessuno quando cita il decalogo pensa a “lògos“, ma piuttosto ai comandamenti/ordini. Sono parole da ascoltare, che non vuol dire “sentire con l’orecchio”, ma “fare”. “Ascoltare” vuol dire “fare“. Non a caso quando Mosè scende proponendo le clausole del Patto – offerta che Dio fa al popolo liberato – cap. 19 dell’Esodo – il popolo risponde: “Quello che il Signore ha detto noi lo faremo e lo ascolteremo (prima si fa e poi si ascolta!)”. E’ un po’ strana questa maniera, ma è tipica di una tradizione biblica: indica ascolto fattivo, efficace, più che un “sentire  per apprendere”.

Partendo da questo principio, troviamo il sogno di Geremia, ripreso poi da Paolo quando dirà che la nuova Alleanza è quella dove le parole non sono più proclamate e poi incise sulla pietra, ma nel cuore. Dio cambia la relazione, partendo dalla radice dell’essere umano, cioè dal cuore. Concludiamo questa piccola introduzione con un testo che Paolo ha dettato per la Chiesa di Tessalonica: è il primo testo in assoluto della prima chiesa cristiana, dove egli dice (1 Ts 1):

Ringrazio Dio sempre perchè avete accolto la Parola di Dio non come parola di uomini, ma come veramente parola di Dio che opera in voi in modo efficace quando voi credete“. E “credere” per Paolo significa ascoltare o ob-audire (da cui la parola “obbedienza”). “ob-audire” significa “ascoltare piegando l’orecchio, attentamente, intensamente). Questa è la fede.

Per questo Paolo riassumerà la sua meditazione del cap. 10 dicendo: “La fede nasce dall’ascolto“, inteso come “relazione vitale con Dio, resa possibile dalla Sua Parola accolta“.

Dio che parla, entra in relazione quando tu accogli questa Parola. Così si forma il rapporto profondo, vitale con Lui.

Il cap. 10 non è molto ampio, di una ventina di versetti, al centro della trattazione sul destino di salvezza di Israele. Paolo sta scrivendo ai cristiani di Roma e dunque a fratelli che non ha ancora visitato:

1Fratelli, il desiderio del mio cuore e la mia preghiera salgono a Dio per la loro salvezza”.

E’ l’annuncio del tema che aveva già anticipato al cap. 9. E’ una preghiera intensa, il desiderio che tutti si salvino, anche i suoi connazionali.

2Infatti rendo loro testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo una eretta conoscenza.

Paolo lo sa perchè è stato educato alla retta conoscenza dai Padri. Si definisce fanatico. Si noti che in greco questa parola era “zelotes“. In italiano è derivata la parola “zelo” che si usa un po’ raramente. Interessante è che in greco la stessa parola significa anche gelosia. Luca negli Atti scrive che “divennero gelosi di Paolo perchè veniva ascoltato dai non ebrei“. “Zelos” può essere anche fanatismo. Da questa parola deriva “zelota” – che già conosciamo – per indicare il combattente nella rivolta anti-romana. Lo storico Flavio, che parla dal punto di vista dei Romani, scrive di “zelotai” cioè “terroristi”.

3Perchè, ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi a quella di Dio. 4Ora il culmine della legge è Cristo, perchè la giustizia sia data a chiunque crede.

E’ una frase che abbiamo già sentito all’inizio della Lettera ai Romani, nella “propositio“, cioè nell’annuncio tematico, dove dice:

Non mi vergogno del Vangelo perchè la potenza di Dio è per chiunque crede: dell’ebreo prima e poi del greco, perchè in esso si rivela la giustizia di Dio(Rm 1,16).

La giustizia non è quella dei tribunali, né quella dei sindacati. La giustizia è la fedeltà di Dio. Dio è giusto perchè mantiene quello che ha promesso: è fedele. Giustizia significa fedeltà (o perdono).

Riprendiamo il versetto 3 (la giustizia di Dio = la giustizia che Dio compie. Non quella dell’uomo!). La giustizia di Dio non è quella che Dio vuole, ma quella che Egli fa.

Qui abbiamo il passaggio dal Paolo ebreo, militante, che si vanta della sua giustizia in base alla Legge osservata (= 613 precetti, quante sono le parti del corpo umano), alla giustizia che Dio compie e che si accoglie nella fede: libera accoglienza del dono di Dio.

Dal v. 5 in poi è la parte centrale, la più importante, in cui Paolo cerca di spiegare quanto detto, contrapponendo 2 giustizie: quella dalla fede che si accoglie e quella delle opere comandate dalla Legge.

5Mosè descrive così la giustizia che viene dalla Legge (cioè quella che dipende dall’osservanza dei comandamenti):L’uomo che la mette in pratica per mezzo di essa vivrà.

Questo è un testo del Levitico in cui si legge che, se tu osservi tutto quello che è scritto nella Torah, hai la vita (dove la vita è la promessa dell’alleanza, cioè la benedizione di Dio: salute, figli maschi, la stalla piena di vitelli, i granai pieni. Infatti la “vita vera” era considerata quella piena di salute, benessere).

6Invece la “giustizia” che viene dalla fede parla così (anche questo è un testo della Bibbia, perchè essa è conosciuta!):”Non dire nel tuo cuore: Chi salirà al cielo? (Dt 30,12) per far discendere Cristo. (Ma questa è la lettura cristiana di Paolo!) 7Oppure: Chi scenderà nell’abisso?(Dt 30,13, Sal 107, 26) – per far risalire Cristo dai morti .8Che cosa dice dunque? “Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore” (Dt 30, 14), cioè la parola della fede che noi predichiamo.

Come si vede, Paolo cita testi biblici: Deuteronomio 30,12.13.14. e argomenta come facciamo anche noi. Apre la Bibbia  e fa esegesi dei versetti. E’ questa la parola nella fede che noi predichiamo, non è trascendente, inaccessibile, ma dentro il cuore e accolta nella fede.

Alla fine del Deuteronomio si legge che gli ebrei chiesero a Mosè: “Ma come facciamo a fare la volontà di Dio? E’ lontano, al di là del mare”. (Il mare indica la morte, l’abisso.)

Paolo vede in queste domande il riferimento alla Parola che discende dal cielo, che è scesa poi agli inferi (cioè nell’abisso) e poi è risalita (= Resurrezione). Ed è il Cristo morto e risorto: è il mistero dell’Incarnazione, morte e resurrezione. E conclude:

E’ vicino a te la Parola, sulla tua bocca.”

Questo è vero anche antropologicamente. Essa non è inaccessibile, perchè è dentro il cuore. Geremia, che sta alla base della Scuola deuteronomistica, dice che alla fine Dio farà un’alleanza, mettendo la legge nel cuore (cioè nella coscienza). E la Parola in noi, prima di essere sulla lingua è nel nostro cuore (= nella nostra coscienza). Così la Parola è pronta per essere eseguita – non lontana! – Una volta che l’hai accolta, la devi attuare: è una parola che viene accolta nella fede, nella relazione di ascolto.

Queste due immagini “cuore e parola” torneranno ancora, perchè Paolo costruisce tutto sul “cuore” come centro della decisione (o della libertà), perchè esso ha a che fare con la coscienza -. che nel mondo greco e poi latino corrisponde più o meno alla “consapevolezza psichica”. La Bibbia la chiama “cuore”, perchè ha a che fare con i sentimenti e gli affetti. Altrimenti, parlando di coscienza, si riferisce alla “coscienza morale, psicologica”. Nella Bibbia non esiste la dimensione umorale della coscienza, perchè non esiste una dimensione che non sia accompagnata da emozioni, sentimenti, stati d’animo. “Cuore” comprende la libertà decisiva che parte dallo stato d’animo e dai sentimenti.

Dal verso 9 c’è la parte più nuova e tipica del pensiero paolino: egli fa una meditazione sul testo del Deuteronomio, come lo ha imparato a scuola, ma considerando che la Parola è Cristo, Parola accolta nella fede.

9Perchè se con la tua bocca proclamerai che “Gesù (Kyrios) è il Signore“, – è l’antica formula di fede – e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.

La fede nasce dal cuore, cioè dalla scelta di adesione, accoglienza interiore. Ma la tua professione, fatta con la bocca, ti porta alla giusta relazione con Dio e ti libera dall’angoscia di morte, dalla paura, dal fallimento, dai limiti che nascono dalla condizione umana.  Questa è la salvezza: uno è salvo perchè, nonostante tutte le disgrazie, alla fine sopravvive in piena salute o pienezza di vita.

Prosegue ancora Paolo in un testo molto bello, solo che non è conosciuto e meditato:

10Con il cuore credi nella giustizia – che non è quella della opere, osservanze  e prestazioni, ma della fede! – che accoglie l’Amore di Dio. La giustizia è il primo passaggio nel rapporto con Dio: segno della Sua vicinanza. e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza.

Il momento finale della giustizia, oltre la morte, si chiama “salvezza”. “Giustizia” significa passaggio dallo stato di peccato, dalla rottura di rapporti con Dio in uno stato di reazione positiva, così da essere “giustificato, reso giusto.”

E Paolo  conclude – dovendo trattare con gli Ebrei con cui deve considerare la Scrittura:

11Dice infatti la Scrittura – è il sigillo finale! – chiunque crede in Lui, non sarà deluso. (Is 28) 12Poichè non c’è distinzione fra ebreo e greco e Dio, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che lo invocano.  13 Infatti chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato (Gl 3,5). Paolo è molto abile nelle sue argomentazioni: nel primo testo chiarisce cosa significhi “credere” e nel secondo “invocare”.  I due testi che egli prende dalla Bibbia, vanno molto bene per illustrare la fede che è nel cuore e la invocazione al Signore. Ma quello che sta a cuore a Paolo è quell’affermazione che egli fa  al v. 12: “Non c’è distinzione fra giudeo e greco, dato che lui stesso, il Signore Gesù / Kyrios, è ricco verso tutti quelli che lo invocano“. A Paolo sta a cuore questa idea già espressa nel cap. 1,16: I giudei non hanno privilegio perchè hanno la Torah, le tradizioni, le alleanze. Davanti a Dio il greco e il giudeo sono alla pari, perchè l’unica via di salvezza è la fede, non la razza, non il sangue, non le prestazioni.  Il cristianesimo non è una proprietà del mondo ebraico, ma è offerto a tutti gli esseri umani. C’è una sola via: la fede! Che è libera accoglienza del volere e dell’iniziativa di Dio.

Nella parte finale Paolo ripercorre una specie di gradinata in crescendo: è il processo che porta dall’ascolto alla fede, partendo però dall’annuncio.

14Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui di cui non hanno sentito parlare?  Come ne sentiranno parlare senza che qualcuno lo annunci? 15E come l’annunceranno se non sono stati inviati? Come sta scritto: “Quanto sono belli i  piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!” (Is 52,7).

16Ma non tutti hanno obbedito al Vangelo. [obbedito significa “ascoltato, aderito”].

Lo dice Isaia: “Signore, chi ha creduto dopo averci ascoltato?” (Is 53,1) 17 Dunque la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo.

” di Cristo” è un genitivo epesegetico. L’annuncio del Vangelo – che è Cristo – sta alla base della fede. Ma deve essere annunciato da un inviato. Il primo gradino è dunque “essere inviati” Poi uno parla, ascolta, sente, crede e proclama la sua fede. Tutto il processo si chiama evangelizzazione. L’atto finale della professione di fede in base alla quale sei salvo, chiunque tu sia, ebreo o greco – è la fede. Ma se nessuno ne parla,… Ecco il senso anche della missione cristiana. Paolo deve risolvere un problema: i suoi colleghi di studi alla scuola rabbinica di Gerusalemme, fino agli anni trenta della sua vita, gli chiedono “Ma questo Messia che tu vai annunciando, ma che razza di Messia è?” Da qui il loro rifiuto. E Paolo si trova davanti a questo dramma: perchè i suoi connazionali non hanno accolto il Messia per essere salvi? Essi che hanno conservato le promesse di Dio!  Qualcuno diceva “Nessuno ci ha parlato di questo. Per Paolo il problema non è che nessuno ne abbia parlato, ma che essi hanno rifiutato la Parola.  Dunque  la “scaletta” che Egli ha fatto è per rispondere all’obiezione perchè il popolo ebraico che ha i privilegi della Scrittura, delle promesse di Dio, del culto da cui viene carnalmente e storicamente il Messia, non ha aderito.

18Ora io dico: forse non hanno udito? Tutt’altro…. E’ un problema fondato sulla Scrittura che egli ha citato continuamente per confermare tutte le sue asserzioni – infatti senza la Scrittura non sta in piedi nessun argomento, secondo Paolo che cita: “Per tutta la terra e fino ai confini del mondo giunsero le loro parole ” [Salmo 18,5].

Con questo salmo Paolo afferma che il Vangelo è stato annunciato a tutti. Egli lascia tutte le province orientali – cioè Acaia, Asia Minore, Siria e tutte quelle terre che stanno ad oriente dell’Adriatico – per portarsi in Occidente, perchè pensa che là egli abbia seminato ovunque. Era partito da Gerusalemme ed aveva raggiunto l’Albania. Ora gli restava l’Occidente.  Paolo ha dunque una visione geografica di un annuncio universale, che peraltro trova conferma nel Salmo 18 (che parla dell’atto creativo di Dio. E’ chiaro che la Parola iniziale di Dio non è solo la Torah, ma l’atto creativo di Dio).

I sei miliardi di uomini che mai ascolteranno un missionario o una missionaria, di fatto hanno la Parola nel cuore e possono fare una professione di fede, perchè la Parola di Dio fin dalla creazione è presente in tutti. Si tratta di accoglierla nel cuore. Poi ognuno farà il suo percorso secondo la sua cultura e religione. Paolo pensa a Dio Creatore che potenzialmente con la creazione raggiunge tutti. 19E dico ancora: forse qualcuno non ha compreso? No, perchè è il verso del Salmo che ne parla.

Forse Israele non ha capito quello che voleva dire Mosè “Io vi renderò gelosi di una nazione che tale non è; susciterò il vostro sdegno contro una nazione senza intelligenza” (Dt 32,21).

Mosè con questo testo che Paolo applica alla sua situazione, parlava già di un annuncio fatto ai non ebrei dicendo che questi sarebbero diventati gelosi dell’ascolto che hanno avuto altri e lo hanno rifiutato.

Si tratta di un testo famoso del Deuteronomio, dove c’è il testamento di Mosè.

Si noti come Paolo procede: prima cita la Torah, poi il profeta (cioè 2 testimoni della Scrittura).  E’ evidente che la lettera di Paolo è studiata secondo una metodologia precisa!E poi arriva a dire: “Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano, mi sono manifestato a quelli che non chiedevano di me” (Is 65,1)… “Quelli” sono i popoli.

21Mentre Israele dice: “Tutto il giorno ho steso le mani verso un popolo disobbediente e ribelle!” (Is 65,2)

La Bibbia stessa dice qual è il male di Israele: la sua ribellione, perchè ha dura cervice. Paolo non ha paura di parlarne, non teme di peccare di antisemitismo, perchè lo fa a casa sua. Egli cita infatti un testo di Isaia (65, 1-2) che si riferisce a Israele. In questo senso dice ai suoi connazionali: “Avete occhi e non vedete..” La radice del fallimento dell’annuncio del Vangelo e quindi della giustizia di Dio non sta nella missione cristiana, nella parola non detta chiaramente, nella disattenzione, ma nella vostra cecità e ribellione, nel vostro cuore indurito. E’ la denuncia che fanno i Profeti. Se invece di leggere il testo così, nel suo contesto storico-letterario, lo si applica a noi – “Israele” – possessori della Parola di Dio, Bibbia, Vangelo, Tradizione – alla Chiesa, il discorso si fa molto serio.

P.S.: Il termine “evangelizzazione” suona in maniera sinistra. Se ne parla da almeno 20 anni.

Due esempi storici: 1) Carlo Magno ed i Franchi “evangelizzano” i Germani imponendo con la spada la conversione ed il battesimo (“Evangelizzazione in funzione politica”). Così fece anche Costantino: abbandona la vecchia religione romana ed adotta una moderna, vincente, che attira ed ha successo. 2) Spagnoli e Italiani partono per il Centro America e la “evangelizzano”. Ma come??

Con lo sterminio. Ecco perchè c’è il rischio nel parlare di evangelizzazione. Certo c’è il Dicastero pontificio per la evangelizzazione. Più che “evangelizzazione” in senso storico, della evangelizzazione imposta con le armi o imposta con la tecnologia del commercio e dell’economia, si tratta di educarci ad ascoltare la Parola di Dio, la quale non è proprietà di nessuno, ma aperta a tutti i popoli. Allora sì, si può parlare del “Vangelo di Dio”, perchè evangelizzare significa ascoltare la bella notizia che è Gesù. Attraverso il Vangelo è Dio che parla, che ti mette in giusta relazione con Lui e ti offre vita e salvezza.

Spunti per la riflessione

– Dove, come e quando Dio parla oggi?Quali sono le condizioni per ascoltare Dio?

– Quali sono le condizioni per un ascolto fecondo della Parola di Dio nella vita dei cristiani?

– Come aiutare le persone – ragazzi, giovani, adulti – ad ascoltare la parola di Dio?


Udine, 15 giugno 2013                                                           (continua)