“Siete figli di Dio mediante la fede in Gesù Cristo” (Gal 3, 26)

22/11/2013 | Cammino di fede secondo San Paolo

Al settimo incontro, mons. Fabris sviluppa la meditazione considerando il cap. 3 della Lettera alla chiesa della Galàzia.  All’inizio del capitolo Paolo fa leva sul contrasto fra le “opere della Legge” e la “fede”, in relazione al dono dello Spirito contrapposto alla “carne” (cioè alla circoncisione e relative osservanze). Tre sono le fasi dell’esperienza cristiana:1) L’annuncio/proclamazione di Gesù Cristo crocifisso; 2) l’ascolto/fede; 3) il dono dello Spirito Santo.

La Galazia e l'ultimo viaggio di Paolo

I Gàlati, celti scesi dalla Gallia, evangelizzati da Paolo durante la malattia, con la sofferenza della carne, erano stati messi in crisi da una attività missionaria di giudeo-cristiani o ebreo-cristiani provenienti da Gerusalemme o del gruppo di Giacomo, della stretta osservanza. Questi avevano scoraggiato i poveri contadini gàlati che avevano accolto con grande entusiasmo il Vangelo della libertà dalla Legge e verità della salvezza. L’incontro con Dio non avviene attraverso pratiche fatte da noi, riti, osservanze, opere, ma nell’accoglienza dell’amore di Dio, gratuitamente rivelato e comunicato per mezzo di Gesù Cristo. La fede è questa accoglienza. Per questo la salvezza passa solo attraverso la fede. La lettera ai Galati è una bozza della grande lettera che Paolo scriverà alla fine della sua attività in Oriente prima di intraprendere il viaggio a Roma, che farà non da libero cittadino, ma sotto scorta militare, per rispondere alle accuse davanti al tribunale dell’imperatore.      Il settimo  incontro parte dal versetto tematico “Siete figli di Dio mediante la fede in Gesù Cristo”, che riassume bene il tema della libertà cristiana – che Paolo chiama anche “verità del Vangelo” – non in base alla propria appartenenza etnica (gli ebrei si sentono “figli di Dio” perchè sono figli” di Abramo” o, meglio, di Giacobbe – che era il nipote di Abramo.  Non consideravano gli altri “figli di Dio” perchè non erano ebrei). Per Paolo si è “figli di Dio” mediante la fede in Gesù, nel Figlio per eccellenza.  Uniti a Lui, mediante la fede, noi partecipiamo del Suo statuto filiale. Paolo dirà “figli adottivi” che non vuol dire “figliastri”, ma figli che hanno diritto all’eredità, secondo la giurisprudenza o le consuetudini romane del tempo.

Come introduzione al tema Paolo si richiama all’esperienza di annuncio del Vangelo fatto ai Gàlati che lo hanno deluso.  Invece di fare un preludio di ringraziamento come fa di solito all’inizio delle sue lettere, qui egli li “attacca di brutto” e dice di meravigliarsi che si siano allontanati così in fretta dalla grazia di Dio per seguire un altro vangelo. Ma non esiste “un altro”, diverso da quello annunciato da Paolo!! Anche se lui non era del gruppo dei dodici apostoli, ha ricevuto il Vangelo dalla rivelazione diretta di Dio che gli ha fatto scoprire nel Crocifisso il Figlio suo!

E conclude che la vita che egli vive, dopo l’esperienza di Damasco,  la vive nella fede del Figlio di Dio che lo ha amato ed ha dato se stesso. Perciò il giusto rapporto con Dio non si fonda sull’osservanza della Legge(norme, riti, precetti) ma sulla fede. Altrimenti Cristo sarebbe morto invano.  Così conclude al cap. 2.

Il cap. 3 incomincia con un duro giudizio – e si noti il carattere irruente di Paolo!

3,1O stolti Gàlati, chi mai vi ha incantato, proprio voi agli occhi dei quali Gesù Cristo fu presentato crocifisso?

Questo è il Vangelo di Paolo! Che non solo predica, ma ha scelto di usare il linguaggio delle immagini. Invece di fare uso dei mass-media, egli è la fotocopia di Gesù Cristo Crocifisso! Un po’ come Francesco di Assisi: un’icona!  Paolo ha dipinto in maniera efficace nella sua sofferenza fisica, l’esperienza di Gesù Crocifisso.  E prosegue:

2Questo solo vorrei sapere da voi: avete ricevuto lo Spirito dalle opere della legge o per aver ascoltato la parola della fede (= del Vangelo. E la Parola non è un libro, ma Gesù crocifisso!)? Siete così stolti/ privi di intelligenza – si ricordi che anche i due discepoli di Emmaus furono tacciati di stoltezza (Lc 24): avendo iniziato con lo Spirito, ora finite con la carne?

La carne indica la circoncisione, il rito dell’appartenenza ebraica

4Tante e così grandi cose avete sperimentato invano? Se almeno fosse invano! (E’ un danno, non solo inutile!)

5Colui dunque che vi dona lo Spirito e opera miracoli in mezzo a voi, lo fa grazie alle opere della legge o perchè avete ascoltato la parola della fede?

L’alternativa è fra le pratiche umane, con le quali pensiamo di meritare la salvezza e la fede. Il rapporto con Dio non dipende dalle nostre prestazioni, ma dalla fede, che è la “finestra aperta” perchè entri la luce dello Spirito. Questo è il senso della fede! Non è una prestazione, ma la libera apertura della coscienza all’iniziativa di Dio.  Questo è un tipico pensiero paolino. Purtroppo, anche se trattato in Gàlati e poi in Rm, nel corso del tempo e della storia sono ritornate le osservanze, i riti, le pratiche, una specie di rapporto mercantile con Dio! Siccome siamo andati a messa tutte le domeniche, non abbiamo ammazzato nessuno, né rubato,…abbiamo meritato il diritto alla paga! Questo è fuori dalla logica paolina, è una ricaduta totale nel Giudaismo che Paolo combatte!

La parte che segue è stata intitolata Midráš su Abramo, “padre dei credenti”. Midráš è una parola formata da idráš che significa “cercare, indagare“; la m iniziale trasforma la parola in sostantivo che indica “ricerca, indagine, approfondimento, lettura attualizzata della parola di Dio, cioè della Scrittura.”

Gesù non gira con i libri sotto braccio, come Paolo, ma si guarda in giro, vede gli uccelli del cielo,  i fiori del campo, i seminatori e racconta delle storie. Poi gli metteranno in bocca anche passi delle Scritture, ma questa è un’operazione di chi a tavolino ha scritto la sua vita. Ma Gesù non ha testi: è un maestro strano, senza diplomi e senza libri! Il Midráš su Abramo è una rilettura del testo di Genesi 15, 6 – dove si fa un confronto fra la storia di Abramo e la nostra storia. Noi siamo “figli di Abramo” perchè siamo credenti. Sull’altro versante sta la logica della Legge, quella data a Mosé sul Sinai, riportata nel Levitico, quella delle osservanze che Paolo però non disprezza: rappresenta un’altra strada. Prima di Mosè e del Sinai c’è Abramo. Dio “salta” il Sinai e va direttamente a Gesù Cristo, per cui c’è una linea diretta Abramo-Gesù Cristo. In mezzo c’è la Legge che non aiuta ad incontrare Dio. Anzi rovina tutto, è un trabocchetto!  Ma allora perchè ce l’ha data?  Si sa che per molti quello che importa nella Bibbia è la morale, il Decalogo. Paolo salta direttamente la morale e va all’opera di Dio, alla creazione che è la grazia.

6Come Abramo ebbe fede in Dio e gli fu accreditato come giustizia, –  Gen 15,6 – 7riconoscete dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. 8E la Scrittura prevedendo che Dio avrebbe giustificato le genti/i popoli con la fede, preannunciò ad Abramo: In te saranno benedette tutte le nazioni.

Gli Ebrei si sentono figli di Abramo perchè discendenti da Giacobbe/Israele, per diritto di sangue. Per loro non è necessaria la fede, perchè hanno il diritto di essere benedetti da Dio, in forza della discendenza carnale!

9Di conseguenza, quelli che vengono dalla fede sono benedetti insieme ad Abramo, che credette.

Chi appartiene alla famiglia di quei credenti, riceve le benedizioni del Patriarca.

10Quelli invece che si richiamano alle opere della Legge stanno sotto la maledizione, poichè sta scritto: Maledetto chiunque non rimane fedele a tutte le cose scritte nel libro della Legge per metterle in pratica (Levitico). E siccome è impossibile osservarle tutte,  ci sono trasgressioni. E chi trasgredisce la Legge, cade sotto la maledizione (che significa “morte”). E’ una lettura fatta da uno come Paolo che conosce molto bene la Torah!

11E che nessuno sia giustificato davanti a Dio per la Legge risulta anche dal fatto che il giusto per fede vivrà (Abacuc 2,4). Paolo, da bravo studente di scuole ebraiche,  sa che per provare un principio o una tesi, bisogna avere due fonti, due testimoni: la Torah ed i Profeti. Per questo cita un testo del Levitico ed uno del profeta Abacuc: entrambi sono concordi. Il primo dice che è impossibile osservare la Legge e dunque si cade sotto la maledizione; il secondo dice che il giusto vive per la fede e non per le osservanze, non per le pratiche della Legge.

12Ma la Legge non si basa sulla fede; al contrario dice: Chi metterà in pratica queste cose, vivrà grazie ad esse. E’ impossibile praticare tutta la Legge.  Chissà cosa avranno capito i Gàlati della Legge, di Abacuc, visto che erano povera gente! Ma a Paolo interessa contestare i falsi missionari provenienti da Gerusalemme, che aveva imbrogliato quei poveri contadini e  che volevano imporre la circoncisione e quindi la Legge!

13Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi (= a nostro favore, non solo al nostro posto!), come  sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno, 14perchè in Cristo Gesù la benedizione di Abramo (che riguarda non solo lui, ma anche tutti i popoli) passasse alle genti e noi (Paolo sta parlando riferendosi anche ai Gàlati, a non ebrei e quindi a “pagani”), mediante la fede, ricevessimo la promessa dello Spirito.

E dunque la “benedizione” è lo Spirito, la promessa di Dio. Lo Spirito, donato ai credenti è il compimento della promessa fatta ad Abramo, non riservata ai discendenti carnali, ma a tutti i credenti.

Quando un testamento legittimo viene redatto, è irrevocabile. Il “testamento” è, nell’espressione antica, inteso sia come alleanza, sia come patto. Paolo usa la parola “testamento” per parlare delle promesse di Dio. Ora è appunto ad Abramo ed alla sua discendenza che furono fatte le promesse, l’impegno / testamento di Dio. Non dice la Scrittura “ai discendenti”, come se si parlasse di molti, ma “alla tua discendenza”. E’ chiaro che tale discendenza è Cristo. La promessa di Dio ad Abramo è dunque Cristo. … e tutti gli altri che credono in Lui.  La benedizione di Abramo passa dunque a tutti gli esseri umani, anche a quelli che non hanno discendenza fisica dal capostipite.  Dunque l’Apostolo deve far capire ai Gàlati che, pur essendo non-ebrei, sono diventati con la fede “figli di Dio”, parte di una grande famiglia, alla quale sono giunti l’annuncio e l’accoglienza del Vangelo.

Il patto sul Sinai avviene 450 anni dopo Abramo. Esso non può annullare il primo (con Abramo) o modificarlo. Questo è un tipico argomentare di uno che ha fatto le scuole ebraiche!

Qui Paolo introduce, come conclusione, il ruolo di Gesù che è appeso alla croce, e lo interpreta usando la categoria della “maledizione”. E cita un terribile testo del Deuteronomio, cap. 21, 20-23: ci sono norme su come trattare il figlio ribelle e testardo fino a portarlo in tribunale ed alla sua lapidazione. Si dice anche che quando un condannato è appeso ad un albero, il suo cadavere deve essere subito rimosso, per non contaminare l’aria. Naturalmente quando Paolo sente “ appeso al legno” , fa riferimento al Crocifisso. Per questo afferma che Cristo ha preso su di sé la maledizione di tutta la famiglia e l’ha eliminata. La morte nella condizione umana ha a che fare con la “maledizione” originaria: è una sentenza che parte da Adamo. Entrato nella storia della “maledizione”, fatta di sangue da Caino in poi, ha sciolto il grumo di sangue della cattiveria umana, rappresentata dal peccato con un amore più grande. La croce è un atto di Amore, nel senso che elimina la “maledizione”! Per Paolo la benedizione è lo Spirito: la promessa di Dio è lo Spirito, non riservata ai discendenti carnali, ma a tutti i credenti.

15Fratelli, ecco vi parlo da uomo – da esperto di diritto! – un testamento legittimo, pur essendo solo un atto umano, nessuno lo dichiara nullo o vi aggiunge qualche cosa (“testamento” è “disposizione, patto, alleanza”). Quando un testamento legittimo viene redatto, è irrevocabile. Il “testamento” è , nell’espressione antica, inteso sia come alleanza, sia come patto. Paolo usa la parola “testamento” per parlare delle promesse di Dio. Ora è appunto ad Abramo ed alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura “ai discendenti”, come se si parlasse di molti, ma “alla tua discendenza”. E’ chiaro che tale discendenza è Cristo. La promessa di Dio ad Abramo è Cristo.  La benedizione di Abramo passa dunque a tutti gli esseri umani e a tutti gli altri che credono in Lui, anche a quelli che non hanno discendenza fisica dal capostipite.  L’Apostolo deve far capire ai Gàlati che, pur non essendo ebrei, sono diventati con la fede “figli di Dio”, parte di una grande famiglia, alla quale sono giunti l’annuncio e l’accoglienza del Vangelo.

16Ora è appunto ad Abramo e alla sua discendenza che furono fatte le promesse. Non dice la Scrittura: “E ai discendenti”, come se si trattasse di molti, ma: E alla tua discendenza, come ad uno solo, cioè Cristo. – Paolo “gioca” sul singolare! La benedizione di Abramo passa a Gesù Cristo e grazie a lui si diffonde a tutti gli esseri umani, anche a quelli che non hanno la discendenza fisica, etnica di Abramo!

17 Ora io dico: un testamento stabilito in precedenza da Dio stesso, non può dichiararlo nullo una Legge che è venuta 430 anni dopo, annullando così la promessa.  18 Se infatti l’eredità si ottenesse in base alla Legge, non sarebbe più in base alla promessa; Dio invece ha fatto grazia ad Abramo mediante la promessa. 19 Perchè allora la Legge (le 10 parole)? Essa fu aggiunta a motivo delle trasgressioni, fino alla venuta della discendenza per la quale era stata fatta la promessa, e fu promulgata per mezzo di angeli attraverso un mediatore (Mosé). 20Ma non si dà mediatore per una sola persona: ora Dio è uno solo.  21La Legge è dunque contro le promesse di Dio? Impossibile! Se infatti fosse stata data una Legge capace di dare la vita, la giustizia verrebbe davvero dalla Legge;  -ma la Legge non può dare la vita! – 22 la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perchè la promessa venisse data ai credenti mediante la fede in Gesù Cristo.

Paolo riassume qui in breve quello che si trova nei Salmi: l’uomo in tutto peccatore, incontra la misericordia di Dio. 19Perchè allora la Legge?? è la domanda principale. La Legge è un’appendice, un’aggiunta, perchè l’essere umano trasgredisce la legge di Dio. La legge è come un vigile che regola il traffico. La legge provoca la trasgressione: non solo segnala il pericolo, ma anche spinge ad andare oltre il limite. Così la Legge ha provocato il peccato/ la ribellione. Ma è assurdo dire che la Torah induce l’uomo alla trasgressione!

Paolo supera decisamente l’idea di una religione fatta di leggi.

23Ma prima che venisse la fede (in Gesù Cristo), noi eravamo custoditi e rinchiusi sotto la Legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata.  24Così la Legge è stata per noi un pedagogo, fino a Cristo, perchè fossimo giustificati per la fede.

Quando si sente la parola “pedagogo“, si pensa che la legge abbia anche una funzione educatrice. No, la legge è un paidagogòs (= un personaggio della famiglia, in genere un liberto, che tiene a bada i ragazzi discoli, che li accompagna dalla villa del padrone al Gymnasium; li va a prendere, li controlla, li bastona. E’ un controllore, un secondino… al punto che in una lettera ai Corinzi, Paolo dice che “potreste avere mille paidagogòi”, ma un solo padre.

25Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo.

Qui il “pedagogo” ha però significato di controllore /legge:

26Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, 27perchè quanti siete stati battezzati in Cristo voi siete rivestiti di Cristo (assumendo una nuova identità, una nuova divisa).

Ed ecco la conclusione contro i predicatori che volevano la distinzione fra ebrei e non-ebrei:

28Non c’è Giudeo né Greco (= fine delle barriere religiose ed etniche. Tutti sono “figli di Dio”); non c’è schiavo (= uno che non ha diritti) né libero; non c’è maschio e femmina, ma tutti voi siete uno in Cristo Gesù.

Il versetto finale fa il bilancio di tutto:  29Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

Figli di Dio nello Spirito (Gal 4,1-31)

Paolo porta l’esempio del figlio minore, sotto tutela, assimilato allo schiavo. Con la “pienezza dei tempi” finisce la condizione di schiavitù mediante la missione del Figlio di Dio e dello Spirito Santo. La prova o conferma della condizione filiale è la preghiera dei credenti animata dallo Spirito di Gesù, il Figlio, in un rapporto di intima e fiduciosa comunione con Dio invocato con l’appellativo ‘Abbâ, “padre”, che riproduce la tipica preghiera di Gesù (Mc 14,36).

Paolo, artigiano, scolaro delle scuole di diritto,  si domanda quando il figlio ha il diritto di ereditare.

4,1 Dico ancora: per tutto il tempo in cui l’erede è fanciullo, non è per nulla differente da uno schiavo, benché sia padrone di tutto, 2ma dipende da tutori e amministratori fino al tempo stabilito dal padre.

Il figlio diviene erede solo con la maggior età –  questo avveniva nel mondo greco, romano e giudaico.

3Così anche noi – Paolo si identifica con i cristiani della Galàzia a prima della venuta di Gesù – quando eravamo fanciulli (e eravamo sotto il controllore /Legge) eravamo schiavi degli elementi del mondo (cioè delle strutture mondane e degli altri che, nel mondo antico decidevano e controllavano il destino – oggi chiamati astrologi!).

4Ma quando venne la pienezza del tempo (stabilito dal Padre, competente del Suo disegno), Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, 5per riscattare quelli che erano sotto la legge, perchè ricevessimo l’adozione a figli. 6E che voi siete figli, lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo, il quale grida “Abbâ, Padre!” 7Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.

Si è partiti dalla parabola del figlio minore per il quale il Padre ha stabilito un tempo. Non c’entra la nascita di Augusto. E’ l’incarnazione che porta a compimento la storia. Non è viceversa la storia umana preparata per l’incarnazione. “Nato da donna” indica che Gesù è veramente uomo. E’ un modo ebraico di esprimersi… e siccome la paternità non è sempre sicura, la maternità è assolutamente indiscutibile! Nel libro della Genesi Dio parla ad Adamo: “la discendenza tua“, il figlio. “nato sotto la Legge“: cioè col paidagogòs: è ebreo, sottoposto alla legge ebraica, “per riscattare quelli che erano sotto la legge“, cioè gli ebrei…” e che noi ricevessimo la adozione a figli“.  La prova è lo Spirito che abbiamo dentro di noi e ricevuto da Gesù risorto. Così possiamo, nella piena libertà a fiducia, chiamare Dio – come lo chiamava Gesù – Abbâ, Padre!  La conseguenza è che in futuro si avrà l’eredità non perchè si ha fatto chissà quali azioni, ma perchè si è figli! E il figlio ha diritto all’eredità, non come lo schiavo che resta sempre tale! E l’eredità è la vita finale, la resurrezione.

8Ma un tempo, per la vostra ignoranza di Dio, eravate sottomessi a divinità che in realtà non lo sono. 9Ora, invece, che avete conosciuto Dio, anzi da lui siete stati conosciuti, come potete rivolgervi di nuovo…

La conoscenza in un atto di fede è entrare in un rapporto di amore che parte da Dio.

… a quei deboli e miserabili elementi, ai quali di nuovo come un tempo volete servire? 10Osservate scrupolosamente giorni, mesi, stagioni, anni! 11Temo per voi di essermi affaticato invano a vostro riguardo.

Paolo biasima i Gàlati che osservano il calendario ebraico con le sue feste, i suoi riti e celebrazioni, pensando così di far contento il principale. Fanno così i cortigiani di un dio-re. Paolo sa quello che dice, perchè per trent’anni ha vissuto così, da osservante scrupoloso di tutte le pratiche raccomandate dalla Torah, dove la fede non c’entra!

Segue un intermezzo biografico in cui Paolo ricorda come ha annunciato il Vangelo da loro, durante la malattia e come l’hanno curato. E termina con:

19…figli miei che di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi. 20Vorrei essere vicino a voi in questo momento e cambiare il tono della mia voce, poiché sono ansioso per voi.

L‘ultima parte del cap. 4 che prendiamo in considerazione è la storia delle due spose che rappresentano le due alleanze: quella della carne e quella dello spirito:

21 Ditemi, voi che volete essere sotto la Legge: non sentite cosa dice la Legge? – e qui Paolo non si rivolge ai Gàlati, ma a quelli che sono giunti da Gerusalemme –   22Sta scritto infatti che Abramo ebbe due figli: uno dalla schiava (Agar) e uno dalla libera (Sara). 23Ma il figlio della schiava è nato secondo la carne (leggi), il figlio della libera in virtù della promessa (di Dio).

Ciò che interessa a Paolo è che Isacco è figlio della promessa di Dio, non un figlio adottato dalla concubina! Ora queste cose sono dette per allegoria (in modo simbolico, prefigurativo): le due donne rappresentano infatti le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar.

E Agar diventa la progenitrice degli Arabi, perchè il monte Sinai si trova in Arabia.

Essa corrisponde alla Gerusalemme attuale che di fatto è schiava assieme ai suoi figli ( e cioè rappresenta l’alleanza della legge, degli schiavi).

Invece la Gerusalemme di lassù (che viene da Dio e non ha uno spazio terreno) è libera ed è la madre di tutti noi. E per provare questo, Paolo cita ampiamente un testo di Isaia, in cui la sposa madre è resa feconda per iniziativa di Dio. Per lui questa rappresenta la comunità dell’alleanza definitiva.

27Sta scritto infatti:

Rallègrati, sterile, tu che non partorisci,

grida di gioia, tu che non conosci i dolori del parto,

perchè molti sono i figli dell’abbandonata,

più di quelli della donna che ha marito. (Is. 54,1)

(Israele si lamenta con Dio durante l’esilio a Babilonia, perchè è figlio della promessa, figlio della fede).

28E voi, fratelli, siete figli della promessa, alla maniera di Isacco (non discendenza carnale tramite Giacobbe, ma in forza della fede)29Ma come allora colui che era nato secondo la carne perseguitava quello nato secondo lo spirito, così accade anche ora.

Questa storia ha a che fare con il conflitto fra il figlio di Agar – Ismael – e Isacco . Paolo utilizza questi racconti per dire che gli ebrei di oggi li stanno perseguitando perchè non predica la Legge.  Immaginatevi quei contadini che sentivano parlare di leggi ebraiche! Ma se Paolo lo ha scritto, si vede che ha capito che era in gioco la libertà e la salvezza.

30Però, che cosa dice la Scrittura? Manda via la schiava e suo figlio, perchè il figlio della schiava non avrà eredità col figlio della donna libera. 31Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera. La libertà del Vangelo è libertà dalle osservanze: è libertà della fede che accoglie le promesse di Dio come è successo nella storia di Abramo. Paolo rivede tutta la vicenda di Abramo, la promessa e poi i figli, la lotta fra i due fratelli e le relative discendenze.

Si propongono alcuni spunti per la riflessione che però non riassumono o raccolgono tutto quello che Paolo ha scritto in questi due capitoli della lettera ai Gàlati:

* Come vivo la dignità e la libertà di “figlio/figlia” di Dio? – dove la dignità di figli è la massima che si possa avere!

* Mi impegno a far superare nella Chiesa e nella società le barriere sociali e culturali (che sono quelle fra Giudeo e Greco – cioè etnico/religiose – e soprattutto,  quelle fra schiavo e libero, uomo e donna)?

* La mia preghiera “filiale” è animata dallo Spirito Santo? (Non c’è altra preghiera se non quella animata dallo Spirito!  Quando diciamo “Padre nostro” – che poi è la sostanza del Vangelo e della preghiera cristiana – rispondiamo all’impulso dello Spirito che prega dentro di noi). 

19 ottobre 2013 (continua)