Vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato ed ha dato se stesso per me

15/10/2013 | Cammino di fede secondo San Paolo

Oggi commentiamo il testo paolino della lettera inviata da Paolo alla Chiesa della Galazia, i cui primi due capitoli terminano con la dichiarazione del v. 20: “Vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato ed ha dato se stesso per me.” La fede che guida Paolo e su cui è incentrata tutta la sua esistenza è la consapevolezza ed anche la totale dedizione a Gesù Cristo, Figlio di Dio, che egli ha conosciuto sulla via di Damasco. O, meglio, che Dio gli ha rivelato come Suo Figlio.

Fonte: "L'archeologia della Bibbia" ed. San Paolo 2009

Prima di intraprendere la lettura di questi celebri testi, che hanno attirato l’attenzione delle comunità cristiane anche in epoca moderna, soprattutto dopo la Riforma [Lutero imposterà il suo discorso sulla libertà cristiana sulla lettera ai Galati, su questo piccolo testo di appena sei capitoli a stampa] parliamo di fede, soffermiamoci su due avvenimenti:

Uno è la lettera enciclica “Lumen fidei” di papa Francesco ai vescovi, presbiteri, diaconi, alle persone consacrate ed a tutti i fedeli laici sulla fede. In realtà la lettera enciclica è stata pensata e scritta da Benedetto XVI, Papa emerito, il quale l’aveva architettata prima che gli avvenimenti cambiassero il suo progetto. Egli ha lasciato il pontificato, si è ritirato a vita privata ma dentro la Città del Vaticano. E’ un caso unico di due papi in Vaticano senza che uno sia l’anti-papa. [Nel Medioevo ci sono stati anche tre papi, dei quali uno o due erano anti-papa!] Questa volta Benedetto XVI e Francesco non sono antagonisti, ma in perfetta armonia. La “Lumen fidei” trasuda completamente la teologia di Benedetto XVI. C’è qualche ritocco qua e là di papa Francesco…, come ad esempio quando dice “Non lasciatevi rubare la speranza!” I capitoli sono pensati e strutturati secondo le lezioni di un docente di Tubinga,  ex Prefetto di una Congregazione, che sa il fatto suo in teologia e nella riflessione semplice e chiara, ma ben orchestrata ed architettata – come sa fare un professore tedesco! Dopo quattro capitoli l’opera termina con una  bella preghiera molto semplice – come avviene ormai in tutti i documenti  del Magistero – a Maria, Madre della Chiesa e della nostra fede. Il pensiero continua a girare attorno al binomio “fede e ragione” senza però riuscire a coniugare questi due concetti in maniera serena ed armonica. Fede e ragione non si oppongono l’una all’altra. I due “polmoni” dovrebbero servire tutti e due, ma rimane un “peccato originale” che si chiama “Illuminismo”,  per cui la ragione ha sconfessato la fede come incapacità di pensare. Il papa dice invece che la fede è in grado anche di pensare, ma ha un’altra visione. Nonostante questa domanda che viene dalla sua formazione tedesca di professore di Teologia, Ratzinger riesce in qualche modo a conciliare quando, al posto di “fede e ragione” parla di “fede e amore”, dove “conoscere” non è altro che “amare”. Anche S. Agostino ha già vissuto questo problema: altro cercatore della verità per metà della sua vita, giunge alla fine all’idea che Dio non si può possedere come un oggetto, ma lo si può incontrare come una realtà personale. Paolo aveva già scritto in 1 Cor, 8: “Chi dice di conoscere Dio, non ha ancora imparato come lo si riconosce, perchè si tratta di amare, o, meglio, di lasciarsi amare”.

Agostino riprende questo tema a modo suo e parla della luce che sta al di sopra di tutto ed illumina. Ecco perchè il titolo “Lumen fidei“. L’idea della luce è il grande tema. La luce viene da Dio che non è solo dentro di noi e che apre al futuro, anche oltre la morte, anche al passato e da dove veniamo, e che nessuno è in grado di controllare.  Tutti pretendono di sapere che c’è stata un’origine, un’esplosione. Ma poi non si sa: la luce si ferma. A questo punto non è più la “luce del sapere”, ma quella “dell’amare”, cioè di un fidarsi.

Ma come vivere e trasmettere questa fede? C’è la famiglia, la chiesa come madre che genera – perchè la fede nasce in questo contesto. In quattro paginette papa Francesco ha risolto tutto il problema.

C’è un secondo avvenimento: Eugenio Scalfari – il “parroco” che fa un’omelia “laica” su “Repubblica” la domenica, da più di trent’anni – pensa da laico a temi religiosi. Si è incontrato anche col card. Martini, il quale, prima di morire, ha risolto ogni problematica dicendo:”E’ inutile che discutiamo, preghiamo!” La fede, infatti, è pregare. Siccome Scalfari ha scritto su “Repubblica” una lettera di un “cercatore di Dio” al Papa, questi gli ha risposto qualche tempo dopo sullo stesso quotidiano, in maniera molto semplice, toccando i punti cruciali del rapporto fra fede e ragione.

Ma allora qual è la verità? Quella che viene da Dio o quella derivata dalla nostra ricerca? Papa Francesco ha risolto il problema dicendo che la verità non è un oggetto che si cerca, si coltiva come un libro o una cosa preziosa: la verità è la relazione, è il rapporto. A questo punto non c’è né intelligenza, né fede. La relazione è aperta a tutti, perchè la vita è fatta di relazioni. Senza di loro noi siamo morti.  Ma questo lo avevano già scritto gli autori della lettera agli Ebrei: Dio è la mia roccia, è l’orizzonte, la giustizia.  Per la Bibbia la fede è un rapporto, non un sapere.  Con la persona si ha un rapporto vivo. La fede è una relazione non con una cosa, ma con un vivente. E quindi è ovvio che essa si possa trasmettere solo attraverso le relazioni, quindi come carità e amore, nell’ambito della vita.         Riguardo al dialogo, Papa Francesco scrive che esso è indispensabile, è intrinseco, non un optional, un lusso! Senza dialogo non esiste fede, né esperienza umana.  A Scalfari che chiede: “E se uno non cerca Dio perchè non gli interessa, e muore senza mai averlo incontrato? “, il Papa risponde: “La misericordia di Dio è più grande di tutti i nostri pensieri. Se uno non cerca Dio, ha la coscienza! E in base alla coscienza sa cos’è il bene ed il male. E di questo risponderà. Anche se non crede in Dio.”

Interessante questa risposta!  Scalfari ha mandato la lettera al papa dopo aver letto l’enciclica di cui non si sente appagato riguardo ai problemi del rapporto fede-ragione. Lui non crede in Dio, qual è la fine…?  La risposta comincia così, senza prosopopea, senza protocolli: “Preg.mo dott. Scalfari, è con viva cordialità che, sia pure solo a grandi linee, vorrei cercare con questa mia di rispondere alla lettera che, dalle pagine di “Repubblica“, mi ha voluto indirizzare il 7 luglio con la serie di sue personali riflessioni e poi ha arricchito sulle pagine dello stesso quotidiano il 7 agosto…”

Dunque si tratta di due interventi.

Scalfari ha fatto questa critica all’enciclica: essa parla di tutto, di Dio, di Abramo, di Israele ma non si interessa del Gesù storico, che è il fondamento…. Il papa risponde che no, la figura di Gesù è sempre presente perchè di Lui parlano i Vangeli e Paolo, anche senza toccare il problema della sua storicità, che poi è frutto dei suoi 2-3 libri. E conclude: “Concludo così queste mie riflessioni suscitate da quanto ha voluto comunicarmi e chiedermi. Le accolga come una risposta  “tentativa” e provvisoria, ma sincera all’invito di fare un tratto di strada insieme. La Chiesa – mi creda – nonostante tutte le lentezze e infedeltà, errori e peccati che possono commettere coloro che la compongono, non ha altro senso e fine che quello di vivere e testimoniare Gesù – che è stato mandato da Abbà/Padre a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione, a dare ai ciechi la vista…” E tocca così il tema molto caro della misericordia ai poveri. E’ una situazione nuova questa per la Chiesa, che ora deve cercare di liberarsi dalle preoccupazioni, da condanne o assoluzioni…   Bisogna annunciare ora Dio misericordioso e Gesù che ci rivela il volto di Dio.    I poveri e quindi i peccatori sono i privilegiati di Dio….

Ci sono due documenti del Magistero: uno alto e solenne – che pochi leggeranno – e questa lettera che tutti i giornali hanno commentato.

Papa Francesco è più ricercato da quelli di fuori che non dai suoi, perchè il suo linguaggio sembra troppo semplice.  I suoi discorsi sono sicuramente ben pensati ed hanno una profondità di messaggio pur in un linguaggio molto semplice. E “linguaggio semplice” non significa che non sia profondo! – come ad esempio sul tema della pace.

All’Angelus di una domenica il papa ha collegato la guerra civile e l’intervento militare in Siria e tutte le guerre che sono in giro col vero problema, cioè col mercato delle armi e relativi interessi economici. Che poi si tratti anche di interessi strategici, di energie da controllare, di territori, il fatto è che la guerra è soprattutto un infame mercato e produzione delle armi (ed anche noi siamo cointeressati!), legato al controllo del potere e poi al commercio, al denaro. Già il Concilio Vaticano II aveva parlato del disarmo; certamente detto così, papa Francesco ha mobilitato il mondo  e facendo la sua osservazione morale, ha cambiato lo scacchiere russo-americano. Al punto che poi è arrivata la scelta dell’ONU.

Iniziamo la lettura della lettera ai Galati, partendo dal versetto 1,11. E’ una lettera scritta alle Chiese (la prima volta è al plurale!), perchè si tratta di più comunità, non di una sola, cittadina: forse a comunità non urbane. Egli afferma fin dall’inizio la sua apostolicità: “Paolo apostolo (per volontà di Dio) non da uomini né in virtù di uomo, ma in virtù di Gesù Cristo e di Dio Padre…alle chiese della Galazia: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo…

E subito annuncia il tema della lettera, che poi riprenderà nella parte finale, “che ha dato se stesso per i nostri peccati..” – e questo è un punto fondamentale per la nostra fede, che è accoglienza dell’Amore, non di una verità astratta o di un avvenimento storico. “Peccati” sono il non-Amore. E solo un sovrappiù di amore può eliminare il peccato! Non è una questione giuridica, un’amnistia o un condono: è un cambiare le relazioni… “…al fine di strapparci da questo mondo malvagio, secondo la volontà di Dio e Padre nostro…” (Gal 1,4)

Questo inizio annuncia già il tema che approfondirà. Esso si incentra su due parole-chiave: la verità del Vangelo e la libertà del Vangelo. I due papi precedenti – Giov. Paolo II e Benedetto XVI – erano preoccupati per la “verità del Vangelo”. E che cosa vuol dire “essere liberi”? Su cosa si fonda? Come si manifesta?

Subito dopo Paolo richiama la situazione, come fa lui nelle lettere: dopo la sua missione, fatta durante una malattia, che l’ha costretto a fermarsi, o una disabilità che lo sfigurava davanti agli occhi della gente, che lo conosceva e diceva “Ma come può uno annunciare la salvezza se è così ammalato, colpito da Dio?” Così, dopo l’adesione entusiasmante e di piena adesione dei contadini dei villaggi della Galazia – attuale Turchia -, a Sud del Mar Nero,  erano arrivati altri predicatori, provenienti da Gerusalemme, i quali si richiamano alla figura del fratello di Gesù – Giacomo – il quale è la guida della comunità di ebrei cristiani, preoccupati di non rompere con i loro connazionali, di stretta osservanza della legge.  Ma questo significa anche circoncisione, calendario ebraico con relative feste, alimenti. A Giacomo interessa tenere quel rapporto con Israele. E i nuovi venuti non vedono di buon occhio l’attività di Paolo che “salta” Israele e va alle genti. Perchè Paolo ha scelto di annunciare il Vangelo ai non ebrei,  eliminando la circoncisione, il tabù alimentare, il calendario ebraico, le feste e le osservanze ebraiche: tutto quello che è scritto nella legge del Levitico? I nuovi venuti sostengono che Paolo ha imbrogliato quei contadini solo per avere dei clienti, per farsi bello a Gerusalemme, per avere nuovi aderenti al nuovo movimento. Ed ha tolto la circoncisione che è qualcosa di ripugnante per i non-ebrei.

Paolo si difende scrivendo: “Mi meraviglio che così in fretta passiate da colui che vi ha chiamato con la Grazia, l’amore gratuito di Gesù, passiate ad un altro Vangelo: non ce n’è un altro!”(Gal 1,6)

E sostiene che non c’è un altro Vangelo, anche se fosse annunciato da un angelo!  Cosa credono i Galati, che sia più facile aderire al cristianesimo di matrice ebraica? Ma a lui non interessa il plauso degli uomini. “Infatti cerco il consenso degli uomini o quello di Dio? Se ancora piacessi agli uomini, non sarei schiavo di Gesù” (Gal 1,10).

La verità del Vangelo è Gesù, non un libro, non un sapere su Dio. Per rispondere alle accuse contro di lui, Paolo racconta la sua storia, fa la sua biografia. E’ un testo molto importante per capire cos’è il Vangelo, su cosa si fonda la fede: egli scrive con tutto il suo carattere impulsivo, senza mezzi termini:

11Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunciato non segue un modello umano; 12infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.

La rivelazione è un intervento di Dio che mi ha manifestato Gesù, il Cristo. Il contenuto del Vangelo è Gesù Cristo.

13Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo: perseguitavo ferocemente la Chiesa di Dio e la devastavo, 14superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri.

Qui presenta il suo biglietto da visita: ex militante fariseo. I difensori della tradizione dei padri erano i laici farisei. Paolo infatti non è un prete, ma un laico che ha fatto studi di diritto. Era però un militante esagerato anche nel giudaismo, sorpassando tutti gli altri nel fanatismo, nell’osservanza delle tradizioni.  Accanito contro i non-ebrei, considerati “impuri”, che, fuori dal rapporto con Dio, contaminano. Questa è la tradizione dei Padri: essere farisei.  Ma ecco la svolta:

15Ma quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, –cioè con l’amore gratuito – si compiacque 16di rivelare in me il Figlio suo perchè lo annunciassi in mezzo alle genti, subito, senza chiedere consiglio a nessuno, 17senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco…

Paolo riconosce che c’erano gli Apostoli prima di lui, ma il suo Vangelo non dipende da loro; la sua missione non è un permesso ricevuto da quelli di Gerusalemme.  Egli ha fatto attività missionaria per tre anni in maniera autonoma nella zona di Damasco – chiamata Arabia Petrèa – perchè la capitale era Pètra.  Lì arriva la strada con il commercio del sale, incenso, spezie dall’Oriente che collega a Damasco, grande centro commerciale.  In questa zona Paolo svolge l’attività per tre anni. E torna a Damasco, vicino alla città in cui egli aveva fatto l’esperienza di Dio (Gal 2,1):

1 Quattordici anni dopo andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Bàrnaba…

Paolo dunque aveva contatti con la chiesa storica e non è vero che non tiene conto della chiesa-madre, che ha riconosciuto il suo metodo.

…portando con me anche Tito – che è un altro cristiano non-ebreo, probabilmente un latino –:

2vi andai però in seguito ad una rivelazione – cioè in seguito all’iniziativa di Dio – Esposi loro il Vangelo che io annuncio fra le genti, ma lo esposi privatamente alle persone più autorevoli, per non correre o aver corso invano.

Sicuramente allude al suo metodo, al non obbligo della circoncisione secondo le leggi ebraiche -.  3Ora neppure Tito, che era con me,  benché fosse greco, fu obbligato a farsi circoncidere;

[dunque i capi cristiani di Gerusalemme accettarono Paolo e Barnaba, ma anche Tito senza discriminazioni] 4e questo contro i falsi fratelli [cristiani!] intrusi, i quali si erano infiltrati a spiare la nostra libertà – la quale non ha più bisogno di imposizioni e di leggi esterne, di circoncisione – che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi; 5ma a loro non cedemmo, non sottoponendoci neppure per un istante, perchè la verità del Vangelo continuasse a rimanere salda fra voi…

Verità e libertà vanno dunque assieme, inseparabilmente! La libertà del Vangelo, dalla Legge è la sua verità, cioè l’Amore! Gesù Cristo è il fondamento: egli è il Vangelo! La fede dipende da Gesù: questa è la verità e la libertà del Vangelo. Gesù è la libertà: egli ci libera da tutte le preoccupazioni e paure! Dobbiamo solo amare Dio che ci ha amati per primo, e amare gli altri con l’amore di Dio. Non servono grandi discussioni: si tratta di amare i non-ebrei, i nostri nemici.  Poi c’è stato un accordo: riconoscono che Paolo ha ricevuto la grazia di essere apostolo fra le genti e che si impegna a fare una raccolta di offerte fra i non-ebrei cristiani. Interessante questa metodologia della comunione ecclesiale: di fede ed anche di condivisione dei beni. Poi avviene un episodio che butta all’aria tutto:

11Ma quando Cefa – si noti il nome usato da Paolo: originario degli ambienti in cui si parla aramaico:di Antiochia, Gerusalemme, degli ambienti ebraici – venne ad Antiochia [oggi in Turchia. Allora era Antiochia di Siria, dove esisteva una comunità ecumenica, grazie a Bàrnaba e soprattutto ai fuoriusciti in seguito alla morte di Stefano] , mi opposi a lui a viso aperto perchè aveva torto.

Viene da sorridere se si pensa che Pietro è il primo papa! E la sua infallibilità?? Ma cosa vuol dire “infallibile”? Sullo sfondo di questo confronto/scontro si profila la figura di Giacomo, il “fratello del Signore”, che guida la chiesa di Gerusalemme ed al quale si richiamano i “falsi fratelli” giudeo-cristiani. Pietro comincia a non frequentare la mensa dei cristiani, quando arrivano degli spioni inviati da Giacomo.

12Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo assieme ai pagani; ma, dopo la loro venuta, cominciò ad  evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi.

13E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione [= ipocrisia], tanto che pure Bàrnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia.  14Ma quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo [cioè di Gesù Cristo, unico mediatore, per il quale non c’è bisogno di leggi, osservanze, di riti. L’unica è la fede che si esprime nella carità], dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani [cioè hai abbandonato le pratiche del giudaismo – legge alimentare, calendari, ecc.] e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei? [cioè imporre di nuovo la Legge. Prima ti fai liberare da Gesù ed ora torni a costruire un muro divisorio?]». 15Noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori [tipica visione dei farisei], 16sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato per le opere della Legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poichè per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno.

Sono due frasi che Paolo ripete: fede in Gesù contrapposta a opere. E “opere” significa “mie prestazioni personali”: cioè mi salvo con le mie forze. “Fede” è abbandonarsi al rapporto con Dio per mezzo di Gesù. Ma allora la pratica, i riti, le preghiere, i Sacramenti? E le opere buone? Paolo arriverà anche a questo! Ma ribadisce che la fede non è frutto delle sue prestazioni, ma della Grazia.

17Se pertanto noi che cerchiamo la giustificazione in Cristo [cioè il giusto rapporto con Dio] siamo trovati peccatori come gli altri [per il fatto che la fede non ci libera dalle osservanze ebraiche. Se dunque noi trascuriamo la Legge ebraica della mensa, del contatto con gli stranieri, siamo peccatori e trasgressori della Legge. Ma allora Gesù è strumento di peccato?] Cristo è forse ministro del peccato? Impossibile! – Si sa infatti che Gesù è solo portatore di salvezza, non di peccato! Paolo conduce un’argomentazione paradossale!

18Infatti se torno a costruire quello che ho distrutto, mi denuncio come trasgressore.

Ho distrutto il muro che divideva ebrei dai non-ebrei, cristiani ebrei e gli altri. E’ inutile ricostruire le barriere fra ebrei e non-ebrei!

19In realtà mediante la Legge, [cioè il Decalogo, la Bibbia ebraica – Parola e rivelazione di Dio] io sono morto alla Legge, affinchè io viva per Dio [ Mediante la Legge io sono un tutt’uno con Gesù. E siamo stati condannati in base alla legge ebraica].

Sono stato crocifisso con Cristo, 20e non vivo più io, ma Cristo vive in me.

Io faccio un tutt’uno con Gesù: fede, battesimo, vita. Gesù è la mia realtà profonda, il mio nuovo essere. Per questo, essendo stato crocifisso assieme a Lui, la Legge non ha più potere su di me. E’ un modo di argomentare di uno studioso di diritto, di un magistrato come Paolo che sa che con la morte, se condannato con Gesù  dalla Legge, essa non ha più potere su di lui. E’ libero dalla Legge e il suo rapporto non è più con essa, ma con il Signore, con Dio.

E questa vita, che io vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.

La rivelazione di Damasco è stata fatta dal Figlio di Dio, non da un criminale, né da un ebreo deviante, pericoloso messia ribelle, ma dal Figlio, da uno che ha un rapporto unico con Dio che è  Padre. E la sua legge è la fede, la legge dell’Amore. Tutta la legge si riassume in un solo comando: “Ama il prossimo tuo come te stesso“. L’Amore non è solo frutto della fantasia di Paolo, ma una prova dell’Amore di Cristo Gesù che ha dato la sua vita in modo irreversibile. La morte di croce è l’estremo atto d’amore!

21Dunque non rendo vana la grazia di Dio [l’Amore]; infatti, se la giustificazione [= il giusto rapporto con Dio] viene dalla Legge, Cristo è morto invano.

La morte non è più lo spazio di redenzione,  del contatto con Dio: è inutile, vuota. Ora si comprende ancor più che cos’è la fede, leggendo un testo di 2000 anni fa! E il Papa, rispondendo alle domande dell’Europa moderna, si domanda come mai la Chiesa, che viene dalla luce di Dio, di Cristo, dell’Amore, viene considerata oscurantista, nemica del pensiero, della luce, della ricerca! Secondo papa Francesco questo è colpa di un malinteso, legato a varie vicende politiche, più che culturali e religiose. Se la verità è un pacchetto di dottrine, la si può controllare e si sa chi è dentro e chi è fuori. Ma nel rapporto con Dio non c’è possibilità di controllo, perchè è un rapporto libero. Egli può camminare con te, come fa Gesù con i due di Emmaus, ma non può condizionare, dicendo “questa è la verità e questo è l’errore“. Certo si può discutere sui problemi attuali di oggi – aborto, omosessualità, ecc. – ma alla fine il principio che guida la persona è la coscienza, l’unica fonte di luce è il principio dell’amore – che è il principio della vita. Dove viene promossa e coltivata la vita, lì c’è l’azione di Dio. Dove la vita viene soppressa o impedita o resa difficile, non c’è amore, non c’è Dio. E lì è il nostro peccato: nella mancanza di amore!

Concludendo, ci si può chiedere: che rapporto c’è fra Chiesa e Stato – fra Cesare e Dio? La Chiesa ha il compito di annunciare Gesù, vivere la fede, mentre lo Stato con le sue leggi deve organizzare la società, la solidarietà, la giustizia nella pace. E in piena autonomia, senza che la Chiesa intervenga a dire come deve fare le leggi. La Chiesa deve annunciare Gesù Cristo a tutti, anche ai capi, anche all’autorità civile.

Spunti per la riflessione ed il dialogo

* Che cos’è la “verità del Vangelo”?

* In che cosa consiste la “libertà del Vangelo”?

* Come Paolo presenta la sua di fede cristiana, a partire dall’esperienza di Damasco?Come la riassume?

14 settembre 2013 (continua)