“Dolce è la vita e bello è per gli occhi vedere il sole” (Qo 11,7)

05/12/2012 | Il libro del Qohelet

          Il testo del Qohelet che oggi consideriamo negli ultimi due capitoli, invita ad apprezzare il dono di Dio.  Inizia con un’esclamazione (“Dolce è la vita…“), prosegue con un invito a vivere in pienezza (Qo 11,9-10) e termina con la considerazione che la conclusione della nostra vita inizia con la vecchiaia (Qo 12, 1-8), che è una specie di preludio della morte. La vecchiaia nel mondo antico era posata e tranquilla,  non aveva tutti i confort di oggi, ma poteva essere ugualmente serena come quella di Abramo, di Sara, dei Patriarchi. Ma c’era anche l’aspetto della decadenza e del disfacimento fisico. Con l’invito a godere la vita come dono di Dio – rappresentato dalla luce – in contrasto con  la prospettiva della morte – rappresentata dalle tenebre – si torna al brano introduttivo della raccolta di riflessioni del Qohelet (Qo 1,4-11).    Il versetto iniziale “Dolce è la vita” fa riferimento alla Torah, alla Verità e prelude  la venuta di Cristo che si definì “Io sono  la Verità”. Gesù Cristo è la luce del mondo; la sua parola è luce, legata alla vita.

            Nel mondo antico si pensava addirittura che la luce fosse prima di ogni fonte luminosa e della vita. Come nella Bibbia – nella Genesi – la “luce”, la prima opera di Dio creatore, era pensata come una realtà precedente al sole, alle stelle e alla luna,  autonoma rispetto alle sue fonti (astri), e divenuta il simbolo della gloria-splendore di Dio. La luce, associata alla “vita”, è la metafora dei doni di Dio: la Parola, la Legge, la Sapienza. Si ricordi che nel libro della Genesi, quando parla della creazione del mondo, alla fine di ogni giorno si conclude con “E Dio vide che era cosa buona” – in ebraico tōv – significa anche “buono, splendido, bello “. 

7Dolce è la luce

e bello è per gli occhi vedere il sole. 

L’uomo cerca la luce, la vita, che è dolce e buona.   Secondo la simmetria ebraica,  luce e sole coin-cidono. E l’uomo cerca la vita e la luce. 

8Anche se l’uomo vive molti anni,

se li goda tutti,

e pensi ai giorni tenebrosi, che saranno molti:

tutto ciò che accade è vanità. 

            Dopo l’ immagine della luce e del sole – che sono metafore della vita – c’è l’invito, qui in forma esortativa  per l’uomo, “anche se ha vita lunga”, di godere tutti i suoi anni con intensità “nei giorni della giovinezza”. Giorni e anni è un modo di contare il tempo, ma sta ad indicare la vita  lunga. In essa ci sono anche “giorni tenebrosi”, cioè periodi tristi, ma si può sempre concludere che “tutto è vanità”: luce e tenebre, vita e morte, tutto è vanità, vento, inconsistenza totale. La “vanità” non ha un’accezione moralistica (come si usava dare nei monasteri del primo millennio e fino al XVI e XVII secolo), ma indica l’inconsistenza dell’essere umano, la cui morte rivela la sua precarietà radicale.

            Seguono i due brani poetici più affascinanti di tutto il libro: uno corto ed uno più lungo. Quest’ultimo ha ispirato grandi letterati dei secoli successivi. L’invito – ripetuto ben sei volte – è al giovane – a chi cioè ha esperienza della vita bella – il quale rappresenta l’umanità nel suo fiorire, la primavera della vita. Ecco i sei imperativi ed inviti al rappresentante dell’umanità: 

9Godi, o giovane, nella tua giovinezza,

e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù. 

Al primo invito segue come un’ eco, una specie di rafforzativo parallelo 

Segui pure le vie del tuo cuore

e i desideri dei tuoi occhi. 

Certamente se il testo finisse qui sorgerebbero non pochi problemi per un predicatore! E’ un testo un po’ licenzioso, quasi un invito a fare quello che si vuole. Il “cuore” è per la Bibbia la parte interiore e profonda, il pensiero, la volontà, le intenzioni, l’intimità, mentre gli “occhi” indicano la parte esterna, l’aspetto esteriore, l’agire.  Ma  subito dopo ecco un “correttivo”: 

Sappi però che su tutto questo

Dio ti convocherà in giudizio.. 

            E’ una delle poche volte in cui si parla di Dio. L’Autore è molto sobrio quando parla di Dio, mentre noi tendiamo a citarlo da ogni parte!  Lo troviamo anche in Qo. 12,14, in un’appendice, quasi una postilla editoriale,  che un suo amico ha aggiunto perchè il testo fosse recitato e accolto. Certamente poi il Qohelet è stato accolto nel cànone grazie a questi riferimenti al timore di Dio ed ai comandamenti. Alla conclusione del cap. 11 si riprende l’invito iniziale in forma circolare: 

10 Caccia la malinconia dal tuo cuore, (dall’interiorità)

allontana dal tuo corpo il dolore, (dall’aspetto esterno. E’ un invito ad evitare le sofferenze)

perchè la giovinezza e i capelli neri sono un soffio. 

            Tipica del mondo ebraico antico è la distinzione fra interiorità ed aspetto esterno, non fra anima e corpo.   Evita il dolore e le sofferenze “perchè la giovinezza ed i capelli neri sono un soffio”. Sembrano lunghi gli anni, ma se ci si volta indietro, si vede che si ha vissuto un momento. La vita mentre trascorre, sembra lenta, lenta. Ma quando è alla fine ti accorgi che nell’insieme è un baleno!
            Anche l’ultimo capitolo è rappresentato da una fase poetica molto bella. E’ il brano poetico più suggestivo di tutto il libro, affascinante, interpretato come “allegoria” della vita-vecchiaia-morte. Inizia con un invito a “ricordare”:  Dio creatore e giudice (cf. Qo 11,9) è il fondamento sapienziale  – la vita e tutto è dono di Dio – dell’invito a godere-gioire della vita.  Questo è il cardine attorno al quale ruota la meditazione sulla precarietà radicale dell’esistenza umana: “prima che…, quando…, quando…” Nella prima parte si riprende l’antitesi giovinezza-vecchiaia. La scomparsa del sole-luce-giorno-vita prelude all’oscurità della notte-morte (cf. Qo 11,7). L’antitesi prosegue con quella dell’arrivo dell’inverno (“nubi e pioggia”). Seguono immagini del mondo agricolo – gli uomini custodi della casa, le donne che macinano il grano, donne alle finestre, porte che si chiudono, rumori e suoni attenuati – immagini simboliche per indicare il progressivo degrado fisico: denti, occhi, udito, difficoltà a camminare.  Alla vecchiaia segue la morte inesorabile e ineludibile: nelle metafore del filo d’argento spezzato, della lucerna d’oro infranta, l’anfora rotta al pozzo e la corda per attingere l’acqua (vita) che cade nel pozzo. E “pozzo” indica “morte o catastrofe”.  Ma tutti questi aspetti non sono per deprimerci, ma per invitarci a godere la vita. Il senso sapienziale dell’esperienza della morte ci fa capire che il bene supremo è la vita. La morte è anticipata da una messaggera che si chiama “vecchiaia”. Oggi questa è prolungata, “dorata” nei nostri Paesi. Nel mondo antico si garantiva solo la sopravvivenza.  Nel mondo africano i vecchi che sentono avvicinarsi la morte vanno nella foresta a morire.  Interessante come viene presentata questa esperienza davanti all’orizzonte che è tracciato subito in chiave religiosa: 

1Ricòrdati del tuo creatore

nei giorni della tua giovinezza, 

            Nella Bibbia “ricordati” significa “tieni presente” quello che Dio ha fatto, la creazione.  “Creatore”: il Qohelet fa più volte riferimento a Dio come origine di tutto, ma chiamato col termine di “colui che plasma” e fa i vasi, perchè Dio è il vasaio. Alla fine (Qo 12,7)  si parla dell’essere umano che torna nella polvere: siamo nati dall’argilla, dalla polvere animata dal soffio di Dio. Il Creatore è la fonte della vita, ma diventa anche la meta della vita.     Così il Qohelet si riscatta da un materialismo o determinismo senza speranza, depressivo.  Segue una serie di “prima” e un’altra di “quando”: c’è una specie di scansione temporale del percorso della vita.  Il ciclo delle stagioni è una metafora della vita. Segue un’immagine non molto bella di un funerale. E’ lì che la vita si ferma. 

prima che vengano i giorni tristi

e giungano gli anni di cui dovrai dire:

«Non ci provo alcun gusto»;  (è una bella definizione della vecchiaia, in cui c’è inappetenza e poco interesse per la vita).  Ed ecco che inizia la metafora meteorologica: 

2prima che si oscurino il sole,

la luce, la luna e le stelle

e tornino ancora le nubi dopo la pioggia; 

            Prima c’è il riferimento agli astri a partire dal sole (simbolo della vita). Si ricordi che nella Bibbia ed anche nell’Apocalisse la fine  del sole e degli astri è metafora dello sconvolgimento del cosmo.   Nubi e pioggia indicano giorni tenebrosi, privi di luce: sono la metafora della morte.   Seguono tre “quando”: una specie di scansione temporale che dà l’idea di una vita che finisce  in modo inesorabile: 

3quando tremeranno i custodi della casa

e si curveranno i gagliardi

e cesseranno di lavorare le donne che macinano,

perchè sono rimaste poche,

e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre

4 e si chiuderanno i battenti sulla strada; 

Si immagini una casa agricola, con custodi (uomini forti che difendono la casa), che “tremeranno” di fronte alle intemperie, ai venti che piegheranno gli alberi. Le macine non lavoreranno più. Sono rumori che noi non abbiamo più, perchè la nostra vita è diversa.  

quando si abbasserà il rumore della mola (quando si sente lontano il rumore della mola)

e si attenuerà il cinguettio degli uccelli

e si affievoliranno tutti i toni del canto;

Gli uccelli si svegliano presto al mattino, ma il loro cinguettio si attenuerà per il vecchietto che non sente; e tutti i canti di chi va al lavoro e di chi è in casa si affievoliranno. 

5 quando si avrà paura delle alture

e terrore si proverà nel cammino; 

E’ il problema delle persone anziane: affrontare le scale o una salita con la paura di cadere e di rompersi un femore! Sono  paure che fanno parte della vita: fanno parte dell’essere umano che non ha più la vitalità. 

quando fiorirà il mandorlo (capelli bianchi sono un segno del degrado dell’uomo) 

Il mandorlo fiorisce all’inizio della primavera, quasi in inverno. 

e la locusta si trascinerà a stento  (la fatica della locusta richiama la fatica del camminare)

e il cappero non avrà più effetto, ( è un’immagine un po’ ambivalente:i capperi erano utilizzati sia come stimolanti per lo stomaco  per chi soffriva di inappetenza – problema degli anziani – sia come afrodisiaco a buon mercato).

poiché l’uomo se ne va nella dimora eterna (cioè al riposo eterno)

e i piagnoni si aggirano per la strada; 

Ma ecco immagini poetiche molto belle: 

6prima che si spezzi  il filo d’argento

e la lucerna d’oro s’infranga

e si rompa l’anfora alla fonte

e  la carrucola cada nel pozzo, 

Se l’anfora si spezza, non c’è rimedio.  La carrucola fu inventata nel III sec. a. C. in Israele. Da qui si deduce che il Nostro ha scritto dopo l’introduzione di questo strumento.

L’immagine legata ai metalli preziosi (oro, argento) ricorda il filo che viene spezzato e fa pensare alle Parche che filavano e tagliavano. Il filo d’argento indica la bellezza della vita. Anche l’anfora ha a che fare con la vita. Anche la lucerna che rischiara è una metafora della vita. La lucerna è d’oro per indicare la preziosità della vita. Il pozzo è la fossa, la morte, il baratro in cui affonda la vita.

Quando si spezza il filo della vita, si spegne la luce della lucerna e non si può più accedere alla fonte, resta l’inesorabile: l’unico atto che non si può ripetere.  A fronte di questa ineluttabilità dell’esistenza,  il Qohelet ha elaborato la sua interpretazione della vita davanti a Dio: 

7 e ritorni la polvere alla terra, com’era prima, (cf. Genesi 3,19: “Eri polvere e in polvere ritornerai”): la morte è intrinseca alla struttura umana, alla creatura che dura un arco di tempo limitato, 

e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato. (cf. Genesi 2,7) 

Ed ecco il ritornello che richiama l’apertura in un movimento ciclico: 

8Vanità delle vanità, dice Qohèlet,

tutto è vanità. 

Questo versetto è quasi un calco di Qo 1,2: tutto è inconsistenza, vuoto. Di fronte alla inconsistenza di tutta la vita umana, l’unico che ha valore è Dio. La morte fa parte della creaturalità: tutto ciò che inizia, tutti gli esseri viventi – e non solo gli uomini – devono avere anche una fine.

Per questo Qohelet insiste sul vivere con intensità la vita senza l’ossessione di chi ha paura di non arrivare, di non riuscire a possedere tutto (edonismo eccessivo, attaccamento alle cose),  ma con grande fiducia in Dio.  Questa è anche l’ottica di Gesù: che le persone vivano bene, serene, senza paura della morte. C’è anche il paradiso, ma esso ha la sua premessa in questa nostra esperienza terrena.

            Per far passare il messaggio del Qohelet, l’editore (o un suo amico)  ha aggiunto una appendice o nota. Egli fa prima l’elogio del Qohelet e poi dà un ultimo avvertimento che è in perfetta sintonia con il Maestro (che non ha un nome, perchè Qohelet è il titolo di una funzione: “il parlatore, il comunicatore, colui che interviene all’assemblea”).

            Qo 12,9 -14  è un epilogo, un’appendice, quasi una postilla editoriale.  Poi il libretto è stato accolto nel cànone certo anche grazie a questi riferimenti al timore di Dio ed ai comandamenti. 

9 Oltre ad essere saggio, Qohèlet insegnò al popolo la scienza (intesa più come sapienza che come erudizione); ascoltò, meditò e compose un gran numero di massime (così nasceva la Sapienza, che si basava su trasmissione orale. I rotoli erano un patrimonio di pochi.  Per questo era importante ascoltare. Poi ruminare, pensare e riflettere. E infine appare l’arte del Qohelet che non è solo un parlatore, ma sa anche comporre, cioè disporre le esperienze in una sentenza. I proverbi sono la cultura popolare: erano la prima forma di enciclopedia che si tramandava oralmente fino a che non arrivò la carta stampata. 

 10Qoèlet cercò di trovare parole piacevoli e scrisse (qui vuol dire “dettare”) con onestà parole veritiere.  Qui si aggiunge un proverbio che calza perfettamente: 

11Le parole dei saggi sono come pungoli, e come chiodi piantati sono i detti delle collezioni: sono dati da un solo pastore. (E’ un versetto che fa da ponte fra la composizione del Qohelet e l’ultima massima riportata dal discepolo della scuola di sapienza. “Un solo pastore” potrebbe essere Dio o anche Salomone. Si tenga presente che nel  tempo biblico i re (o i sacerdoti quando comandavano) erano considerati i pastori del loro popolo. Le massime sono dei “pungoli” che ci spingono ad andare avanti o anche dei chiodi ben fissi (come per tenere ferma la tenda). Sono immagini prese dal mondo dei pastori nomadi.   

12Ancora un avvertimento, figlio mio (nel linguaggio usato nella scuola di sapienza “figlio mio” significa “discepolo”): non si finisce mai di scrivere libri (pergamene o rotoli) e il molto studio affatica il corpo (cioè richiede fatica ed impegno).   

13Conclusione (Questa conclusione è sicuramente ciò che ha garantito al Qohelet di entrare nel cànone.) del discorso, dopo aver ascoltato tutto  (Questa è la conferma culturale che la sapienza derivava dall’ascolto più che dalla lettura dei rotoli): temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perchè qui sta tutto l’uomo.  14Infatti, Dio citerà in giudizio ogni azione, anche tutto ciò che è occulto, bene o male.  

            L‘ultimo avvertimento è il senso del limite: non si può conoscere e sapere tutto – bulimia culturale.  C’è un limite per scrivere libri ed anche per studiare!

Nel giudizio di Dio si risponde non ad una tavola scritta né ad un tribunale anonimo, ma a Colui che sta all’origine e che ti accoglie alla fine della vita. Questa idea del giudizio di Dio, messa dall’amico editore, era già stata inserita alla fine del cap. 11. Anche se non fa riferimento al decalogo, all’Esodo ed al Sinai, a tutta la storia biblica, e non c’è nulla del credo ebraico, dei Patriarchi, ma c’è solo questo riferimento che va bene per ogni essere umano, il Qohelet è universale. Il libro ha molte affinità col pensiero buddista per quell’invito a vivere con intensità il presente. In realtà è la sapienza internazionale che si trova in Egitto, in Mesopotamia, nei filosofi: scrive sulla vita e invita a riflettere su quello che tutti possono sperimentare.

E’ un peccato che pochissime persone leggano questo testo. Soprattutto i giovani dovrebbero leggere almeno una volta nella vita questo libretto! 

Conclusione 

            Il Qohelet descrive con molta garbatezza la carne che si evolve e si chiude nella morte, così che la vita è irripetibile. Non è per scoraggiare, ma per stimolare a vivere intensamente questi momenti. Si deve godere della libertà nei confronti delle cose: tutto quello che hai, non è il fondamento  e  questo ti rende libero. La vita che scorre ha però sempre un futuro: Dio. Solo Dio è la vita piena.

            Il Qohelet è un percorso, un filone non tutta la rivelazione, ha qualcosa dei Proverbi, del Siracide: è un completamento dello scaffale “sapienziale” con una dimensione extra ebraica. E’ una Parola di Dio non marchiata di ebraismo. Il Dio colerico, impetuoso, visceralmente coinvolto esprime la sua partecipazione che si umanizzerà nel Dio incarnato, ma c’è anche il rischio di un Dio geloso che non ti perdona. Nella Bibbia troviamo dunque diversi volti di Dio. Un “bagno” di Qohelet farebbe bene ad alcuni che ce l’hanno con Dio per quanto di male succede nel mondo (terremoti, guerre).  E’ una fortuna che sia entrato nel cànone, assieme al libro di Giobbe – che crea innumerevoli problemi interpretativi.  Per molti laici moderni, post-illuministi il Qohelet, assieme a Giobbe è un libro molto amato. 

            Il Dio del Qohelet non interviene ogni piè sospinto nella storia; ma c’è ugualmente una relazione con Dio, che però sta oltre, che non si può sfruttare per i problemi umani. Condanna quelli che pensano che la vita dipenda dai beni che, in caso di morte, vanno ad un figlio che li sciupa tutti in un giorno.  Questo pensare che tutta la vita dipenda dai beni è la tentazione di sempre.

            Il Qohelet è una riserva, una pista accanto al comandamento dell’amore, al coinvolgimento del padre e della madre. Va depurato di tutti gli aspetti nazionalistici, aggressivi e violenti.

Il pensiero di Gesù rispecchia sia l’aspetto  profetico (“Beati, beati…) che quello sapienziale (quando contempla la natura, gli uccelli, come fa Dio). Non si sa se Gesù abbia letto il Qohelet, ma sicuramente lo ha sentito nelle assemblee, e si è formato considerando i fatti della vita.

Il Qohelet non ha nulla che “odori” di tempio, di riti, di ritualità perchè è un’opera laica.

            Il IV Vangelo metterà la Sapienza come apertura: “In principio era il Verbo” (cioè la  Sapienza, che prende dimora e si incarna). L’Autore del Vangelo era un grande pensatore: ha fuso assieme la sapienza filosofica del mondo greco e quella incarnata in Gesù. Fino a giungere a dire che “Non c’è amore più grande di chi dà la vita…”, dimostrando che c’è un Dio che non è lassù, imperturbabile nel suo mondo, ma si commuove fino al pianto di fronte alla morte dell’amico Lazzaro.  Il Qohelet non ci infiamma di fronte alle ingiustizie, ma ricorda che c’è Uno che ci aspetta alla fine della vita.

Fine