“Getta il tuo pane sulle acque, perchè col tempo lo ritroverai” (Qo 11,1).

28/10/2012 | Il libro del Qohelet

Il nostro cammina continua col “birichino” Qohelet che fa pensare e riflettere sul senso della vita in maniera libera e creativa. Oggi arriviamo al cap. 10 che leggeremo tutto intero; poi affronteremo il cap. 11 per alcuni versetti. La prossima volta finiamo il cap. 11 e leggeremo il 12°.

            Il titolo della puntata odierna è dato dall’inizio dell’11° cap.:  Getta il tuo pane sulle acque, perchè col tempo lo ritroverai. L’espressione si può intendere sia come condivisione del pane e dei beni per – come dice Gesù – fare un investimento per accumulare “tesori in cielo”. Oppure è una lettura più realistica e meno spirituale. Gettare il pane sulle acque è legato al mondo portuale. Probabilmente il testo è nato nella città di Alessandria: e invita ad investire nell’attività commerciale e marittima. Entrambe interpretazioni sono possibili.

            Il testo è suddiviso in otto sezioni con due-tre versetti alla volta.

La prima si apre con il confronto fra il sapiente e lo stolto (Qo 10,1-7), tenendo presente la differenza fra ignoranza e stoltezza, dove questa è la peggiore. L’ignoranza è frutto della mancanza di istruzione o di studio. La stoltezza è la stupidità , è la mancanza di buon senso nella vita e, quindi – secondo il nostro Autore – è ben più grave davanti a Dio, perchè è l’atteggiamento di chi pensa di porre la sua fiducia nel possesso delle cose e dei beni della vita, mentre la vita sfugge. Questo fa lo stolto, che coincide bene con l’empio.

            Il capitolo 10 inizia con una sentenza che rimanda all’esperienza della vita. Come il profumo contaminato da una mosca è rovinato, così il re, o il potente, è danneggiato da cattivi consiglieri.

Gli stolti vengono scelti al posto dei saggi consiglieri: questo è un fatto comune fra gli uomini – ieri come oggi. Così doveva essere successo anche ad Alessandria, l’importante città dei Toloméi. Anche là gli stolti facevano carriera, mentre i saggi finivano in miseria. E dunque anche una cosa preziosa come il profumo, perde moltissimo quando c’è un elemento negativo. Agli effetti pratici la stoltezza ha effetti maggiori della sapienza: 

10,1 Una mosca morta guasta l’unguento del profumiere:

un po’ di follia ha più peso della sapienza e dell’onore.

 2Il cuore del sapiente va alla sua destra,

il cuore dello stolto alla sua sinistra (cf. Qo 2,14).

 Nella Bibbia la destra è sempre la parte benedetta: è un dato antropologico che è presente nella maggior parte delle culture. Qualcuno dice che questa scelta è legata al cervello, che è formato da due emisferi. Ma noi sappiamo che i movimenti e le facoltà umane dipendono dall’altro emisfero: quelle di destra da quello sinistro, ecc.

3 E anche quando lo stolto cammina per la strada, il suo cuore è privo di senno e di ognuno dice: «Quello è un pazzo».  E’ interessante osservare il giudizio dello stolto riguardo alla gente. Da questo confronto fra lo stolto ed il sapiente, abbiamo modo di osservare come è organizzata la vita sociale. Del re se n’è parlato già nei capitoli precedenti (per es. in Qo 9, 17-18).  La rovina della società è quando un re si circonda di gente folle e stolta.

4 Se l’ira di un potente si accende contro di te, non lasciare il tuo posto, perchè la calma pone rimedio a errori anche gravi.  La cosa migliore, quando vedi qualcuno adirato, è lasciare che gli passi. Tutto passa e tu puoi riprendere il tuo posto (vedi anche Qo 8,2-4).

 5C’è un male che io ho osservato sotto il sole, uno sbaglio commesso da un sovrano: 6la stoltezza viene collocata in posti elevati e i ricchi siedono in basso (cf. Prv 30,22). Continua la rassegna della vita da parte del Qohèlet. In che cosa può consistere l’errore di un sovrano che rovina tutto? E’ la posizione degli stolti e dei ricchi. La posizione di questi ultimi suona un po’ strana.

Nel mondo della diaspora ebraica, in cui è nato questo testo, ed anche a Gerusalemme, i membri delle famiglie potenti e ricche erano tutti consiglieri. Qui si ribaltano  la posizione reale ed i ruoli dei saggi e consiglieri.

 7Ho visto schiavi andare a cavallo e principi camminare a piedi, per terra, come schiavi.    Continua l’inversione dei ruoli: schiavi fanno carriera, mentre i ricchi vanno a piedi come gli schiavi.  E’ il rovesciamento della situazione socio-economica, in cui i membri delle famiglie  ricche e potenti formavano il consiglio degli anziani, chiamato “gherousìa“.

            E fin qui è la riflessione sulle due entità dell’essere umano. Segue una piccola considera-zione che si può riassumere nel proverbio “Chi fa, sbaglia!” Chi pretende di non sbagliare mai, non può fare nulla, deve rimanere immobile. Ogni azione ha un possibile esito negativo, ogni azione ha possibilità di errore e quindi anche di incidente. Però il Nostro conclude che attraverso l’esperienza, gli errori fatti, si accumula cultura (che è frutto di esperienza). E dunque una persona che ha vissuto molto dovrebbe avere notevole esperienza. I giovani non rischiano perchè non hanno esperienza.

 8 Chi scava una fossa vi può cadere dentro (Sal 7,16; 9,16; 35,8; Prv 26,27; Sir 27,26): come si vede in numerosi salmi, questa immagine  ritorna anche nei Proverbi. L’empio scava una fossa per far cadere il saggio ed invece è lui stesso che ci cade dentro!

Così come  chi abbatte un muro, può essere morso da una serpe.

Dunque il rischio esiste in ogni attività:

9 Chi spacca pietre può farsi male

e chi taglia legna può correre pericoli.

C’è insicurezza assoluta, malgrado tutte le precauzioni. E se ci spostiamo nella sfera spirituale, la fragilità è caratteristica di ogni essere umano. Ecco sei casi da riflettere sull’attività ed esperienza umana.

 10 Se il ferro si ottunde e non se ne affila il taglio, bisogna raddoppiare gli sforzi:… 

Quando la scura o l’accetta non taglia più, è duro dover lavorare!   Bisogna allora affilare la lama.

…il guadagno sta nel saper usare la saggezza  Da qui si capisce che la saggezza non è solo la capacità di scegliere quello che è buono e giusto, ma anche di far tesoro della propria esperienza.

Ecco poi l’ultimo caso di rischio: 11Se il serpente morde prima d’essere incantato, non c’è profitto per l’incantatore (Sir 12,13). C’è un grande rischio per chi cerca di incantare un serpente e viene morso prima di mettere in opera la sua arte! Ed anche questa immagine è citata dal Siracide, scritto nel II secolo a. C.

            Il terzo quadro fa un ritratto dello stolto con alcune pennellate molto efficaci: non tanto in termini morali, quanto di esperienza umana. E’ uno che parla senza ritegno, un “incontinente” nella parola.

12 Le parole del saggio procurano stima,

ma le labbra dello stolto lo mandano in rovina:… (cf. Qo 9,11; Prv 10,32; 14,2; Sir 21,16)

Noi non siamo abituati a questo, ma chi più parla, più pensa di avere ragione e di avere seguito sull’assemblea, sulla comunità, sugli amici.

 13 l’esordio del suo parlare è sciocchezza,

la fine del suo discorso pazzia funesta.

Allora il suo parlare dall’inizio alla fine è un disastro, una catastrofe. E poi ancora:

14 L’insensato moltiplica le parole, ma l’uomo non sa quello che accadrà: chi può indicargli ciò che avverrà dopo di lui?

Non si tratta dunque solo del parlare in generale, ma la pretesa di poter guidare la vita altrui: cosa impossibile perchè non sai quello che accadrà. E’ un tema che abbiamo già trovato in Qo 6,12 e 8,7.

 15 Lo stolto si ammazza di fatica,

ma non sa neppure andare in città.

Questa espressione è un po’ enigmatica: lo stolto che parla e parla,  alla fine non è capito da nessuno è uno che non riesce a progredire socialmente ed economicamente e non fa il salto sociale come quello dei braccianti che diventavano proprietari e poi andavano in città. Al contrario la mentalità romana (vedi Cicerone ed anche Catone): i ricchi ambivano tornare al lavoro agricolo  dei campi e produrre le cose utili e indispensabili. Lo stolto si ammazza di fatica e non riesce a sfondare nella vita : è uno che non sa com’è la vita in città: nasce, vive e muore nei campi o nel villaggio.

             La quarta strofa riguarda il rischio di avere un re o un capo incapace, inetto. Il testo potrebbe essere ispirato dai fatti di Alessandria, quando nel II secolo a.C., sale al trono Tolomeo V Epifane (= rivelato, manifesto) a soli cinque anni e ne approfittano il tutore Agàtocle e sua sorella Agatoclèa per fare ogni genere di dissolutezza, provocando una serie di scandali. Alla fine la città si ribella e li uccide.

16 Povero te, o paese, che per re hai un ragazzo

e i tuoi principi banchettano fin dal mattino!

 Qui non è solo il fatto storico di riferimento, ma la situazione generale vale per tutti: per le nazioni, la società, perchè la persona anziana deve avere esperienza e quindi la sapienza, mentre un bambino è incapace di governare, perchè non ha esperienza.

 17 Fortunato te, o paese, che per re hai un uomo libero…

Forse questo uomo libero è il re che, venendo dalla Siria, vince i Tolomei.

 …e i tuoi principi mangiano al tempo dovuto, (e cioè non si danno alle orgie)

per rinfrancarsi e non per gozzovigliare.

 Altra scena di corte : il re non sa governare ed allora i suoi dignitari ne approfittano. E’ ciò che accade da tutti i tempi, perchè non c’è nulla di nuovo sotto il sole! E non solo nelle monarchie, ma anche nelle democrazie. Questo evidenzia l’importanza di chi è responsabile della vita sociale.

             Nel quinto quadro si tratta della pigrizia di rimandare continuamente una decisione: è il sintomo della stoltezza. Così il rischio è di spendere poi il doppio. Qui si evidenzia  la saggezza spicciola della gente semplice: bisogna riparare per tempo la casa, senza aspettare l’irreparabile.

18 Per negligenza il soffitto crolla

e per l’inerzia delle mani piove in casa.

19 Per stare lieti si fanno banchetti

e il vino allieta la vita,

ma il denaro risponde a ogni esigenza.

 Per fare banchetti e bere vino, bisogna avere risorse ed anche denaro. Un tempo il vino non era molto diffuso: i poveri lo bevevano nei matrimoni e in poche feste. Non è una condanna!  E’ un’antifona che viene ripetuta più volte Non c’è nulla di meglio sotto il sole che mangiare, bere, godere, sapendo che questo viene dalle mani di Dio. L’ideale non è la privazione, ma  ricordare che i  beni devono essere usati con diligenza ed a suo tempo.

            Il quadro sesto è un invito a saper controllare la propria lingua perchè ci sono orecchie che spiano in giro. Bisogna dunque stare attenti nel parlare. Forse il Nostro fa ancora riferimento ai due tutori di Epifane V, i quali avevano una rete di informatori… come del resto  tutti i potenti che, attraverso l’informazione, controllano il potere.

 20 Non dire male del re neppure con il pensiero

e nella tua stanza da letto non dire male del potente,

perchè un uccello del cielo potrebbe trasportare la tua voce

e un volatile riferire la tua parola.

 Il mondo è sempre quello: la povera gente non ha problemi di intercettazioni! Il Nostro riflette su un fatto storico, e fa una serie di riflessioni che trasmette alle nuove generazioni.

            E arriviamo quindi al Qo 11,1, alla frase che dà il titolo a questo nostro incontro: si può provvedere al proprio futuro, quando non sai cosa succederà? Si dimostra che ogni situazione ha due esiti;  si deve agire sapendo che si può avere uno o l’altro risultato.

 11.1 Getta il tuo pane sulle acque, perchè con il tempo lo ritroverai.

Questo invito sembra riferito all’elemosina. Gettare il pane sulle acque è una metafora non comune. Il pane è come il bene: lo ritroverai. Noi diremmo oggi: “Semina e raccoglierai!”

 2Fanne sette o otto parti, perchè non sai quale sciagura potrà arrivare sulla terra.

Questo riferimento è invece economico, dà l’idea di investire in più banche, per avere più fonti di guadagno perchè non si sa da che parte arriva la sciagura. Sembra banale, ma il testo ha una saggezza di fondo, perchè nessuno sa cosa gli riserva la vita.

 3 Se le nubi sono piene d’acqua,

la rovesciano sopra la terra;

Le nubi sono una benedizione o foriere di una catastrofe?  Dipende!  La pioggia può essere attesa da mesi oppure travolgere tutto. La forza dell’uragano si ritrova nella metafora, tipica del Qohelet:

 se un albero cade

L’albero che cade è la metafora della morte in cui tutto si ferma e non si può cambiare più nulla.

verso meridione o verso settentrione,

là dove cade rimane.

 Con la morte la situazione diventa immutabile: il tempo della disavventura può giungere all’improv-viso e produrre la morte. Da qui l’invito ad organizzare la propria vita in modo saggio.

            E siamo giunti all’ultimo quadro: è un invito ad agire con tempestività, quando è necessario: perchè non sai cosa  succederà  domani.

4Chi bada al vento non semina mai,

e chi osserva le nuvole non miete.

E’ la tipica esperienza del contadino. Questo fatto ci ricorda che non sappiamo l’inizio e la fine delle cose: agiamo pertanto con le conoscenze che abbiamo, senza aspettare chissà cosa.

 5 Come tu non conosci la via del soffio vitale (cioè come ha inizio la vita) né come si formino le  membra nel grembo d’una donna incinta, –e qui il riferimento è al Salmo 139,15 – così ignori l’opera di Dio che fa tutto. Oggi che sappiamo tante cose sulla biologia, ancora non sappiamo perchè succeda così, perchè Dio agisca in questo modo. (Cfr. anche Qo 3,11 ; 8,17).

 6 Fin dal mattino semina il tuo seme

e a sera non dare riposo alle tue mani,

perchè non sai quale lavoro ti riuscirà meglio,

se questo o quello,

o se tutti e due andranno bene.

 Come la semina è la nostra vita. L’importante è che la scelta sia ponderata, tanto non si può sapere se gli effetti saranno positivi o negativi. L’ambivalenza è connaturale alla vita umana.

            Dopo questa serie di riflessioni che abbiamo raccolto nel cap. 10 ed all’inizio del cap. 11, si potrebbe concludere con la dimensione religiosa della sapienza:

La sapienza di chi riconosce in tutto la presenza ed azione di Dio (che sempre guida la storia umana e quella di ognuno di noi), consapevole del proprio limite, porta ad agire con prudenza e determinazione nello stesso tempo.

            Il Qohelet è decisamente un laico che valorizza il buon senso e la saggezza delle persone semplici. Gli sfugge il senso ultimo della vita, ma non che la sua esistenza dipende da un altro, e ammette così la creaturalità dell’essere umano.

(20 ottobre 2012)                                                                                                      (continua)