Meglio un giovane povero, ma accorto, che un re vecchio e stolto (Qo 4,13)

27/04/2012 | Il libro del Qohelet

Il libro del Qohelet, un tempo conosciuto come l’Ecclesiaste, oggi è presentato col nome comune di questo personaggio. Significa infatti “Colui che convoca l’assemblea” (da ka’al” = chiamare, convocare), come dalla parola greca kale’ deriva “ecclesìa” (= tirare fuori per stare assieme). Così anche ka’al significa ecclesìa, assemblea. Il termine ebraico è però femminile, per cui c’è il sospetto che sia stato scritto da una signora sapiente. Solo se si potesse trovare qualche manoscritto in una grotta per es. del Qumran, si potrebbero risolvere tutte le ipotesi sull’autore di questo libretto sapienziale.

Un manoscritto ritrovato nelle grotte del Qumran - Fonte: Atalante biblico. Ed. S. Paolo 2009

Il quarto tema è annunciato con una frase Meglio un giovane povero, ma accorto (saggio), che un re vecchio e stolto, che troviamo al cap. 4, 13, in una raccolta di sentenze prive di un ordine preciso, tematico, monografico, in un accostamento di temi dove l’elemento unificante, razionale, crea un’assonanza che si trova solo nel testo originale ebraico. E’ un insieme di pensieri – come quelli di Pascal  o dell’imperatore filosofo Marc’Aurelio –  i quali danno l’idea di una specie di diario o di raccolta di riflessioni sulla vita.

Qui di seguito i pensieri sono divisi secondo un certo raggruppamento tematico. La scansione  può essere riconosciuta nella frase iniziale, al 4,1 Tornai a considerare le oppressioni che si fanno sotto il sole, al 4,4 Ho osservato ancora che ogni fatica e poi ancora  al 4,7 E tornai a considerare quest’altra vanità sotto il sole…. Queste prime tre sono introdotte da una specie di meditazione o riflessione sui fatti della vita.  La sezione quarta – quella che dà il titolo a questo incontro – è una specie di accostamento paradossale fra il giovane ed il vecchio e le loro situazioni che fanno riflettere sui casi della vita.

I primi tre temi vengono sempre confrontati con l’interrogativo E’ meglio e vale la pena impegnarsi e dedicarsi. Che cosa rende felice l’essere umano? E’ una domanda fondamentale che ci poniamo anche noi oggi. “Cosa è bene e cosa è male” non è solo un problema di regole morali, ma legato al significato dell’esistenza ed al senso ultimo del nostro vivere.

La prima osservazione riguarda le ingiustizie della vita sociale. E’ un tema che ci occuperà a lungo fino anche al cap. quinto dopo un intermezzo sul culto, al punto che ci si potrebbe chiedere come mai questo libretto possa essere finito nella Bibbia, dopo aver detto “peste e corna” della religione!

L‘Autore è molto critico nei confronti del fanatismo religioso, del devozionismo.

4,1 Tornai poi a considerare tutte le oppressioni che si fanno sotto il sole. E’ un tema che è già stato annunciato nel capito precedente al 3,16. Ecco le lacrime degli oppressi e non c’è chi li consoli; dalla parte dei loro oppressori sta la violenza, ma non c’è chi li consoli. 2Allora ho proclamato felici i morti, ormai trapassati, più dei viventi che sono ancora in vita; 3 ma più felice degli uni e degli altri chi ancora non esiste, e non ha visto le azioni malvagie che si fanno sotto il sole.

Altro che la cronaca nera dei nostri giornali!  Questo testo è decisamente pessimista. Per l’Autore è dunque “meglio non essere nati!” Non è un giudizio morale (anche se poi è riportato anche da Gesù), ma una constatazione di una situazione inaccettabile. Il fatto che siano più felici i morti si basa sull’idea che i prepotenti continuano a vivere tranquilli, mentre gli oppressi non hanno consolazione.  E’ un tema non presente soltanto nel Qohelet, ma si ritrova dal libro dell’Esodo in poi: in pratica dalla storia di Abele, che Dio difende, perchè Egli viene in difesa della vittima. Infatti parlando poi degli ebrei oppressi dagli Egiziani, “Dio ascoltò le loro grida“. Non si dimentichi che la Bibbia è nata come storia di oppressi liberati, di cui Dio si fa difensore.

Intanto però, piuttosto che vedere queste cose ingiuste, è meglio non essere nati o morire prima del tempo. Così si esprime il così detto “paziente” Giobbe (che in realtà era assolutamente impaziente!), furente – che dal cap. terzo in poi comincia con una maledizione (Gb 3, 11-23). Si ricordi che Giobbe è un grande poema inventato, una grande tragedia spirituale che ha come protagonista un capo beduino che rappresenta tutta l’umanità colpita da un male assoluto. “Perchè Signore, mi hai trattato in questo modo?”  Analogamente  un altro si lamenta con Dio. Forse aveva anche ragione, perchè è stato chiamato a fare il profeta quando lui non voleva: è Geremia. Nel cap. 20 in una delle così dette “lamentazioni di Geremia” rievocando Giobbe, dice ai vv. 17-18: ” Perchè non mi fece morire nel grembo? Mia madre sarebbe stata la mia tomba ed il suo grembo gravido per sempre. Perchè sono uscito dal seno materno, per vedere tormento e dolore nei miei giorni della vergogna?

Si vede dunque che non si tratta di un tema isolato, ma si trova nella tradizione sapienziale ed in Geremia che riprende il linguaggio della lamentazione dei salmi. E’ comunque un modo di iniziare piuttosto brusco e negativo, ma serve per dire che si tratta di cose inaccettabili, orribili umanamente, al punto che è meglio non vederle! Le ingiustizie allora erano le violenze, uccisioni: esse mettono in risalto la prepotenza degli oppressori e la situazione di indifesa e di disarmo dei deboli.

Il secondo tema è quello dei beni. Violenza e beni non sono due cose separate. Si sa che la violenza è spesso lo strumento per accumulare ed arricchire.

4 Ho osservato anche che ogni fatica e ogni successo ottenuto non sono che invidia dell’uno verso l’altro. Anche questo è vanità, un correre dietro al vento. 5Lo stolto incrocia le sue braccia e divora la sua carne. 6 Meglio una manciata guadagnata con calma che due manciate con tormento e una corsa dietro al vento.

Si tenga presente che nella cultura orientale non c’era l’attaccamento al lavoro, tipico dell’Europa post-illuministica  o, comunque, dell’affarismo moderno. Forse la vita sognata era quella di stare in pace. Qui c’è anche l’idea della fatica per avere successo. Il successo poi è inseparabile dall’invidia reciproca. Nella grande tradizione orientale di etica dei Sapienti fino ai filosofi greci, l’invidia è uno dei temi centrali, intesa come grande corrosivo dei rapporti umani. Ciò è vero soprattutto quando c’è il successo… e non ha importanza se politico, economico o affettivo.  Così Qohelet conclude col v. 6: Meglio una manciata guadagnata con calma che due manciate con tormento e una corsa dietro al vento. Questo tema si ritrova anche nei Proverbi (6,9 – 11).

Il terzo argomento riguarda la solitudine o l’isolamento e ruota attorno al tema “Guai a chi è solo”, di chi non ha nessuno su cui contare: né parenti, amici e né eredi a cui lasciare tutte le cose che ha accumulato. Anche il Qohelet, come Giobbe afferma che nulla si può portare con sé nella morte: anzi nudi si nasce e nudi si ritorna nel “seno materno“, cioè nella terra.      Una corsa dietro al vento e la vanità sono metafore efficaci per esprimere l’idea del vuoto, dell’inconsistenza.

7 E tornai a considerare quest’altra vanità sotto il sole: 8il caso di chi è solo e non ha nessuno, né figlio né fratello.  Eppure non smette mai di faticare, né il suo occhio è mai sazio di ricchezza: «Per chi mi affatico e mi privo di beni?» Anche questo è vanità e un’occupazione gravosa. Ecco un argomento che sarà ripreso nel cap. 5 dove si parla del padre che ha sudato tutta la vita perchè il figlio sciupi tutto in poco tempo. E’ anche il problema di oggi, della nostra società, dove la grandezza del PIL è la grande ossessione! Così la società non ha futuro in questo modo di vivere! 9Meglio essere in due che uno solo, perchè otterranno migliore compenso per la loro fatica.  10Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro.  Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi.  11Inoltre, se si dorme in due, si sta caldi (Che realismo! Allora c’era solo il riscaldamento animale); ma uno solo come fa a riscaldarsi? Allora ci si chiede: e gli eremiti o i celibi?? Lasciamo questo argomento che non interessava al Qohelet! Alla sua epoca erano situazioni inimmaginabili quelle dei celibi. 12Se uno è aggredito, in due possono resistere; una corda a tre capi non si rompe tanto presto. Naturalmente la corda ha solo due capi. Qui si vuole evidenziare una piccola comunità che può difendersi più agevolmente quando essa è formata da tre persone. E’ un’espressione che si ritrova nel Salmo della benedizione del primogenito dove si diceva “fortunato l’uomo che quando si troverà i nemici alla porta, ha i figli maschi a proteggerlo“.

E passiamo al confronto paradossale fra il giovane povero ed il vecchio re rimbambito (o stolto):

13Meglio un giovane povero ma accorto, che un re vecchio e stolto, che non sa più accettare consigli.  14Il giovane infatti (I Romani parlavano dell’homo novus) può uscire di prigione ed essere fatto re, anche se, mentre quello regnava, era nato povero. E qui si potrebbe ricordare il testo parallelo del Siracide (11, 5), in cui un povero carcerato, caduto il regime, diventa re.

15Ho visto tutti i viventi che si muovono sotto il sole stare con quel giovane, che era subentrato al re.  16Era una folla immensa quella che gli stava davanti.  Ma coloro che verranno dopo non si rallegreranno neppure di lui.  Anche questo è vanità, un correre dietro al vento.

Anche la fortuna ed il successo sono vuote, vanità, nel lungo corso della storia. E’ un modo liberante di leggere la vita.

Così arriviamo al capitoletto o paragrafo della religione e del culto (Qo 4,17-5,6). Anche allora c’era il rischio di ridurre la pratica religiosa a parole e parole. Avviene anche a Geremia – chiamato da Dio ad essere giovane profeta contro la sua volontà – quando si rivolge al popolo di Gerusalemme durante un’assemblea un po’ tormentata perchè è stato ucciso il re durante uno scontro. In 7, 23 Geremia mette a confronto il culto genuino rispetto a quello che viene praticato ufficialmente nel tempio, dove la povera gente, pagando un capretto o un vitellino, pensa di offrirlo a Dio e così sentirsi in pace e di aver pagato il suo debito per le sue trasgressioni. Si ricordi che molte religioni sono costruite sui voti, che sono a volte diventati una mania. Geremia fa un confronto fra l’autentica religione richiesta da Dio e quella che si fa nel santuario, perchè lui è un prete – che non esercita perchè c’è già una classe sacerdotale che controlla la vita religiosa. Geremia vive in un piccolo villaggio, dove hanno tentato di avvelenarlo, perchè si era scagliato contro i proprietari terrieri. Così, vittima di un complotto, si lamenta di essere un disgraziato: 23Dice il Signore degli eserciti, Dio d’Israele; «Aggiungete pure i vostri olocausti e sacrifici e mangiatene la carne – [durante i sacrifici all’altare che diventava una specie di rosticceria all’aperto, la parte migliore veniva data ai sacerdoti e la povera gente mangiava il resto davanti al Signore considerato un ospite. “Olocausto” significava “bruciare tutto”, mentre “sacrificio” era quello che si mangiava] – perchè non ti ascolterò. Io non diedi ordini sull’olocausto ed il sacrificio ai vostri padri quando li ho fatti uscire dalla terra d’Egitto. Ma questo comandai loro: ascoltate la mia voce! Allora io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo; e camminate sempre sulla strada che vi indicherò perchè siate felici. 24 Ma essi non ascoltarono.. » Dunque anche sul culto e la religione il Qohelet ha una posizione originale: non si deve esagerare ma avere il senso della misura e dell’equilibrio, perchè il rapporto con Dio è una cosa seria. Dopo aver ascoltato la voce -parola di Dio, bisogna essere saggi, moderati nell’uso della parola sia nelle preghiere che nelle relazioni con gli altri. Infine ecco il giusto atteggiamento saggio davanti a Dio: “temi Dio!”

17 Bada ai tuoi passi quando ti rechi alla casa di Dio [cioè al santuario di Gerusalemme]. Avvicinati per ascoltare piuttosto che offrire sacrifici, come fanno gli stolti, i quali non sanno di fare del male. Vai dunque ad ascoltare la parola che Dio ti dice, piuttosto che offrirgli cose!Gli stolti sono coloro che non sanno ciò che è bene e ciò che è male. Poi prosegue al v. 5,1. [la divisione in capitoli non rispetta sempre la suddivisione delle argomentazioni] Non essere precipitoso con la bocca (Prov 20, 25) e il tuo cuore non si affretti a proferire parole davanti a Dio, perchè Dio è in cielo e tu sei sulla terra; perciò siano poche le tue parole. Si ricordi una sentenza di Gesù in Mt ripresa poi da Giacomo nella sua lettera: La vera religione non consiste in parole, ma è questa davanti a Dio nostro Padre: soccorrete gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni (Gc 1,27) Questa è la grande tradizione che va dai Profeti ai Salmi. Riguardo ai voti ricordiamo i Prov. 20, 25 e Sal 76, 12Fate voti al Signore vostro Dio e adempiteli” Gesù dirà: “Non giurare né per il tempio, nè per l’oro del tempio, né per la tua vita…” Il Sal. 50, 14 raccomanda “Offri a Dio un sacrificio di lode e sciogli all’Altissimo i tuoi voti…”  Il sacrificio era un po’ il punto di arrivo del voto fatto. Ma il salmista mette in guardia: quello che conta più che il voto è  la fedeltà a Dio e seguire la Sua volontà. Nella Mishnah – commento o applicazione della legge biblica – c’è un intero trattato sui voti. Per esempio il voto fatto dalla moglie senza ascoltare il marito è nullo, perchè esso comporta anche un impegno finanziario.  Anche il Nostro invita alla cautela, alla sobrietà ed alla prudenza nel modo di vivere la propria esperienza religiosa. E prosegue: 2Infatti dalle molte preoccupazioni vengono i sogni, e dalle molte chiacchiere il discorso dello stolto. E’ interessante questa storia dei sogni, che nel mondo antico erano utilizzati per interpretare la volontà di Dio. Si pensi al famoso interprete di sogni qual era Giuseppe nell’AT, ma anche nel NT quando Dio mandò un angelo in sogno a Giuseppe durante l’infanzia di Gesù. 3Quando hai fatto un voto a Dio, non tardare a soddisfarlo [Num 30,3; Dt 23, 22-24 insistono nella fedeltà ai voti ed alle promesse fatte], perchè a lui non piace il comportamento degli stolti: adempi quello che hai promesso. E’ un po’ quello che si raccomanda anche nel Vangelo: la coerenza nelle relazioni, quando fai una promessa fatta davanti a Dio. 4E’ meglio non fare voti che farli e poi non mantenerli.  5Non permettere alla tua bocca di renderti colpevole e davanti al suo messaggero, che può essere un angelo incaricato di portare i voti e le promesse davanti a Dio o anche nel tempio, dove un sacerdote vagliava se il voto era valido o no – non dire che è stata una inavvertenza, perchè Dio non abbia ad adirarsi per le tue parole e distrugga l’opera delle tue mani. E’ una delle poche sentenze in cui si parli con queste immagini antropomorfiche di Dio che giudica ed esprime un giudizio di condanna, che è la rovina “dell’opera delle tue mani“. Si consideri che alcuni salmi terminano con “Benedici l’opera delle mie mani“. Se fai un voto sopra pensiero, Dio invece ti condannerà per la tua inadempienza, perchè la tua esperienza religiosa è fasulla. E questo porta alla rovina. E’ fondamentale dunque la lealtà verso Dio.) 6Poichè dai molti sogni provengono molte illusioni e tante parole. Tu, dunque, temi Dio! (cfr. Qo 3, 14; 7,18; 8,12-13; 12,13). Alla fine una breve frase riassume il giusto atteggiamento saggio davanti a Dio: Temi Dio! Esso non ha nulla a che fare con la “paura” di Dio, ma col senso della sua trascendenza. Il “timore di Dio” che, per il libro del Siracide, è il principio della sapienza, è il senso profondo di Dio, è senso di rispetto e di venerazione. Il “temere il Signore” corrisponde al nostro “credere” nella grandezza e potenza di Dio.

Il tema della “ingiustizia sociale” riprende quanto già trattato sopra, è seguito da quello del possesso e destino delle ricchezze (trattato poi nei Vangeli e nelle lettere di Paolo).

7 Se nella provincia vedi il povero oppresso e il diritto e la giustizia calpestati, non ti meravigliare di questo, poiché sopra un’autorità veglia un’altra superiore e sopra di loro un’altra ancora più alta. Allude a Dio? Chi in fondo può essere l’ultimo giudice? La giustizia umana è legata a vari gradi ed alla fine ci sarà pur uno che farà giustizia! 8In ogni caso– Qohelet si rivolge qui alla povera gente o al ceto medio che non ha il potere di giudicare – la terra è a profitto di tutti, ma è il re a servirsi della campagna. (Questo avveniva al tempo dei Tolomei d’Egitto, II sec. a. C., in cui le grandi proprietà terriere erano di proprietà del re che faceva quello che voleva.

Il cap. 5 (9-19) considera la fame infinita di beni. Viene subito da pensare a Mammona – potenza alternativa al rapporto con Dio. L’accumulo del denaro e Dio sono due realtà che non si possono mettere assieme (cfr. Mt 6, 24-25; Lc 12, 13-21; 16, 13). Il testo del Qohelet è molto bello, perchè ha risonanze nella tradizione evangelica:

9 Chi ama il denaro non è mai sazio di denaro e chi ama la ricchezza non ha mai entrate sufficienti.

La parola “amare” ci aiuta a capire la parola evangelica “Non puoi servire due padroni: o amerai l’uno e disprezzerai l’altro..” Il tema “amore” non è solo legato ai sentimenti, ma ha a che fare con la ricerca e l’attaccamento ad un bene come assoluto. “Amore” è inteso come “investimento di tutti i propri interessi”. Non c’è limite al desiderio umano di possesso: “Auri sacra fames“- la sacra fame dell’oro non è solo un simbolo. Anche questo è vanità (inconsistenza). 10 Con il crescere delle ricchezze aumentano i profittatori e quale soddisfazione ne riceve il padrone se non vederle con gli occhi? Vediamo come il Nostro si inserisce nella lunga catena della tradizione sapienziale (cfr. in Prov 19,6): “Molti sono gli adulatori dell’uomo generoso e tutti sono amici di chi fa doni” – Quando si ha la ricchezza, si hanno gli amici che mangiano tutto;ed anche in  Sir 13,6).

11 Dolce è il sonno del lavoratore, poco o molto che mangi; ma la sazietà del ricco non lo lascia dormire (Cfr. Prov 13,8: Riscatto della vita d’un uomo è la sua ricchezza, ma il povero non avverte la minaccia).  12Un altro brutto guaio ho visto sotto il sole: ricchezze custodite dal padrone a suo danno.  13Se ne vanno in fumo queste ricchezze per un cattivo affare e il figlio che gli è nato non ha nulla nelle mani.

E’ un paragone simile al precedente: là il padre accumula tante ricchezze e le lascia al figlio che mangia tutto; qui una disgrazia impedisce al padre di lasciare le sue ricchezze al figlio. 14Come è uscito dal grembo di sua madre, nudo ancora se ne andrà come era venuto (cfr. Gb 1,21: è la prima risposta che Giobbe dà alla perdita di tutti i suoi beni e di tutta la sua famiglia. E’ un testo simile anche nella 2 Tim), e dalle sue fatiche non ricaverà nulla da portare con sé. Di tutto quello che accumuliamo in questa vita non ci porteremo nulla nella morte. 15Anche questo è un brutto guaio: che se ne vada proprio come è venuto.  Quale profitto ricava dall’avere gettato le sue fatiche al vento?  16Tutti i giorni della sua vita li ha passati nell’oscurità, fra molti fastidi, malanni e crucci.. Chi ha lavorato e sudato per mettere via, deve buttare tutto al vento.

E siamo giunti alla fine: vediamo che cosa è buono e bello: 17Ecco quello che io ritengo buono e bello per l’uomo: è meglio mangiare e bere e godere dei beni per ogni fatica sopportata sotto il sole, nei pochi giorni di vita che Dio gli dà, perchè questa è la sua parte. Bisogna vivere la vita come dono di Dio. L’errore del ricco agricoltore è che non considera il bene come dono di Dio. La sua ricchezza – o il suo Mammona – soltanto gli dà sicurezza. Ed è in questo senso che Mammona è un imbroglio. 18Inoltre ad ogni uomo, al quale Dio concede ricchezze e beni, egli dà facoltà di mangiarne, prendere la sua parte e godere della sua fatica: anche questo è dono di Dio. Questa è la chiave di tutto: non è tanto il senso della sobrietà e dell’uso sacro dei beni, ma considerare tutto come dono di Dio. 19 Egli infatti non penserà troppo ai giorni della sua vita, poiché Dio lo occupa con la gioia del suo cuore. La gioia del cuore  è la gioia profonda ma ha anche a che fare con chi sta bene (cfr. Sal. 104), in perfetto equilibrio psico-fisico. Si ricordi che i Patriarchi, prima di trasmettere i loro doni e la benedizione ai figli, chiedevano di mangiare bene. La soluzione per il Nostro è qui il pensare alla persona che sta bene prima di tutto, a differenza di Giobbe, ma non ha l’ansia e angoscia dell’accumulo.

(21 aprile 2012)

(continua)