Meglio vedere con gli occhi, che vagare col desiderio (Qo 6,1-7,29

14/07/2012 | Il libro del Qohelet

La lettura del libro del Qohelet, dei Libri Sapienziali del cànone sapienziale biblico, prosegue con i capitoli 6 e 7.             Siamo al quinto incontro con lettura del piccolo libro del Qohèlet(= il Parlatore, colui che interviene nell’assemblea). Continua la riflessione sul senso della vita davanti a Dio: l’uomo deve confrontarsi con la consapevolezza della precarietà radicale o, per usare un altro termine: dell’effimero, dello scorrere di tutta la realtà. E questo fuggire del tempo deriva dalla parola ebraica hébel: vanità. “Vanità delle vanità, tutto è vanità”. Il Qohèlet dà l’impressione di essere corrosivo, ma in realtà non è così: continua a ripetere che l’unica cosa salda che rimane è Dio. Tutto il resto è precario, perchè non ha consistenza se non in rapporto a Dio. Ora questa idea è fondamentale, più di tutte le altre illusioni magiche delle religioni  fatte di pratiche e di formule. Ma noi siamo nella mani della potenza di Dio. E l’idea che la nostra esistenza dipenda dal nostro rapporto con Dio è basilare per il nostro modo di vivere.

            Così il senso di precarietà e dell’effimero – anche economico e finanziario – o, per dirla con una parola greca “crisis” (= passaggio, cambiamento) – significa che tutto passa e tutto finisce. Ci troviamo di fronte ad una conclusione, che tocca tutti gli esseri umani senza distinzione o privilegi, che è il morire. Questa  situazione non è per deprimerci – ci sono alcuni che, prendendo coscienza di questo fatto, accelerano la morte con l’autodistruzione – ma è un invito a vivere con semplicità il presente come dono di Dio. 

            Una forma religiosa che si diffonde ultimamente anche in Occidente è il Buddismo: esso considera il senso del mutevole  senza riferimento a Dio. Invece per il Qohèlet il senso di Dio rimane. Il senso di Dio rende giustizia a quelli che umanamente non l’hanno avuta, in questa storia paradossale in cui i giusti vengono calpestati e trionfano i malvagi. Ma alla fine Dio trionferà.

             Il cap. 6, che è un po’  più breve, si conclude con una specie di bilancio sul senso della vita, mentre il cap. 7 è un po’ più ampio: inizia con una serie di istruzioni e consigli, inizialmente paradossali, al punto che non si sa se faccia sul serio o prenda in giro, e conclude “Non illuderti, non esiste una persona umana che faccia solo il bene”. Fa parte della condizione umana che ci siano santi un po’ matti e sante un po’ balorde! L’unico che è veramente santo ed ha una sua correttezza e consistenza è DIO. Qui c’entra il “timore di Dio” che è il rispetto che nasce dall’amore.

             La prima parte della meditazione odierna (Qo 6,1-6)  è intitolabile “Riflessioni sulla precarietà ed il senso della vita“.             

            Il principio che guida le riflessioni del Qohèlet sul senso e significato dell’esistenza umana è la reale possibilità o meno di “godere” dei beni che Dio gli concede. La prospettiva che i beni accumulati possa goderli un “estraneo” coincide con l’idea di hébel, “vanità, vuoto totale o non senso” (cfr. Qo 2, 18-19)). Si consideri in proposito anche la parabola lucana di quell’impresario agricolo che aveva accumulato ingenti raccolti ed al quale nella notte Dio gli chiederà ragione della sua esistenza (Lc 12,16-21). Neppure una famiglia numerosa – molti figli – segno delle benedizioni di Dio, può appagare chi non può godere dei suoi beni.

1 Un altro male ho visto sotto il sole (E’ una formula che abbiamo letto in tutto il cap. 5 ed ora continua), che grava molto sugli uomini. 2A uno Dio ha concesso beni, ricchezze, onori e non gli manca niente di quanto desidera (si riferisce ad una persona che ha avuto successo, oltre che beni materiali); ma Dio non gli concede di poterne godere, anzi sarà un estraneo a divorarli. (“estraneo” è, naturalmente, la morte!) Ciò è vanità e grave malanno. 3Se uno avesse cento figli e vivesse molti anni e molti fossero i giorni della sua vita, se egli non gode a sazietà dei suoi beni e non ha neppure una tomba (= cioè possibilità di riposare), allora io dico che l’aborto è meglio di lui. Il confronto con il feto nato morto che non sa nulla della vita umana, è ricorrente nella tradizione biblica. Il capitolo  3 del libro di Giobbe inizia maledendo il giorno in cui è nato:

 11E perchè non sono morto fin dal seno di mia madre  e non spirai appena uscito dal grembo?

13 Sì, ora giacerei tranquillo, dormirei e avrei pace…”

            Di fronte alla morte, comune destino di tutti, una vita senza possibilità di godere dei beni, è senza senso. Giobbe ha avuto un’esperienza terribile e poteva comprensibilmente essere disperato! 4Questi (l’aborto) infatti viene come un soffio, se ne va nella tenebra e l’oscurità copre il suo nome, 5non vede neppure il sole, non sa niente; così è nella quiete, a differenza dell’altro!  6Se quell’uomo vivesse anche due volte mille anni, senza godere dei suoi beni, non dovranno forse andare tutti e due nel medesimo luogo? 

            Anche per chi non ha beni, alla fine la morte azzera tutto. Alla fine muore come l’altro. E senza vivere intensamente il bene che Dio gli ha dato. Il senso della vita che possa concludere nel nulla è una visione molto negativa, di fronte al progetto di Dio Creatore. E’ difficile che una persona accetti una visione totalmente atea. Dio ha messo in tutti gli esseri umani il desiderio di vivere intensamente. Qui si pone un senso della creazione. Per un credente – come Giobbe che crede in Dio – cade ogni discorso morale. Non c’è responsabilità, tutto è asservito al determinismo. Ma si pone il problema della precarietà dell’essere umano. 

            La seconda parte (Qo 6,7 12) è intitolabile La fame insaziabile e le domande della vita.

            Qui si pongono delle domande essenziali, alle quali non siamo in grado di rispondere, ma che non possiamo eludere, perchè in noi c’è il desiderio di continuare a vivere, a perpetuare la vita.  Il confronto è  fra il saggio (= povero) e lo stolto (= ricco) – “Quale vantaggio? (Cfr. Prov. 13,7) – si risolve per il Qohèlet di fronte alla comune esperienza della precarietà radicale della vita.  Alla fine due domande guidano la serie di riflessioni della seconda parte della raccolta.  Ai due interrogativi – “Chi sa? Chi può indicare all’uomo…? – il Qohèlet risponde: “nessuno”.

7Tutta la fatica dell’uomo è per la bocca, ma la sua fame non è mai sazia. (L’uomo – come tutti gli esseri viventi – lavora per mangiare e non è mai sazio) 8Quale vantaggio ha il saggio sullo stolto? Qual è il vantaggio del povero nel sapersi destreggiare nella vita? (Il povero corrisponde al saggio o sapiente) 9Meglio vedere con gli occhi che vagare con il desiderio (“desiderio” in ebraico è nepheš, [in latino è “anima”, in greco è psiché”] che vuol dire”gola” , “desiderio di vivere, appetito”)                                                                                                                                                                                        

Anche questo è vanità e un correre dietro al vento. (E’ il ritornello sul senso della vita che non è inseguire i desideri, perchè si insegue il vento) 10Ciò che esiste, da tempo ha avuto un nome (Cfr. Qo 1,9-11: “nulla di nuovo sotto il sole”), e si sa che cos’è un uomo (‘adàm, termine ebraico, significa “tratto dalla terra”): egli non può contendere in giudizio con chi è più forte di lui.  11Più aumentano le parole, più cresce il vuoto, e quale utilità c’è nell’uomo?  (Non ci si può perdere in chiacchiere, riempire la vita di parole: che utilità può avere l’uomo a fare tanti discorsi?)  12Chi sa quel che è bene per l’uomo durante la sua vita, nei pochi giorni della sua vana esistenza, che passa via come un’ombra? (Gb 8,9: “come un’ombra sono i nostri giorni sulla terra”; Gb 14,2: “L’uomo… come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l’ombra e mai si ferma). Quattro Salmi (39,7; 90,10; 102, 12; 109,23) ripetono continuamente il destino dell’uomo: la vita scorre come un soffio o come un’ombra. L’idea dell’ombra, che scompare nel corso di una giornata, dà l’idea dell’esistenza.  Che senso ha allora domandarsi qual è il bene per l’uomo? Chi può indicare all’uomo che cosa avverrà dopo di lui sotto il sole?  Queste sono due domande fondamentali che programmano tutto quello che viene dal cap. 7 in poi. Chi sa che cos’è il bene per l’uomo? è la vera domanda. Tutti vorremmo sapere come sarà il futuro! Gli esseri umani da sempre hanno escogitato tecniche per indovinare il futuro: fondi di caffè, il volo degli uccelli e delle nubi, il fegato degli animali… Alle due domande “qual è il bene” e “Cosa sarà domani”, nessuno sa rispondere, perchè non conosciamo la volontà di Dio, se non attraverso frammenti della sua creazione. L’unica verità è Gesù Cristo – dirà S. Tommaso d’Aquino. In termini umani la verità si conosce a frammenti, a poco a poco: la verità è immutabile in sé, ma la sua scoperta è relativa e la si conosce attraverso la esperienza che è mutevole. Il relativo è dato dunque dalla precarietà della vita dell’essere umano, perchè la morte azzera tutto.   

             La terza parte  (Qo 7,1- 29) che consideriamo oggi, riguarda tutto il cap. 7  e potrebbe essere intitolata:     Che cosa è meglio per l’uomo?

            Inizia una raccolta di “consigli” o suggerimenti pratici su che cosa fare nella vita,  ma nello stesso tempo se ne fa una critica lucida. La constatazione che alla fine tutto è “vanità”, rende relativa ogni scelta umana.  Le prime quattro sentenze sono di carattere paradossale.  Il  vero confronto è fra vita e morte, fra inizio e fine.  L’esperienza della precarietà sta alla base dello stile di vita del saggio.  E’ una visione dura ed austera della vita.  Ma anche questa è “vanità”!

                    1Un buon nome è preferibile all’unguento profumato (Cfr. Pr 22,1)

“Nome” in ebraico si dice “scem” (da cui” scemèn” olio, profumo) Il nome è quello che rimane di un uomo, mentre il profumo evapora. – Il Siracide in  11,28 dice:”Un uomo si conosce veramente alla fine” che è come dire: Non fare elogi prima che uno muoia!

Fra i Proverbi, per es. al 10,7 si dice:  “La memoria del giusto è in benedizione, il nome degli empi marcisce” (come un cadavere. Mentre l’immortalità è il nome, il ricordo).

e il giorno della morte al giorno della nascita.

2E’ meglio visitare una casa dove c’è lutto (a causa di un funerale)

che visitare una casa dove si banchetta, (per un matrimonio)

perchè quella è la fine d’ogni uomo

e chi vive ci deve riflettere. (Sono le situazioni traumatiche della vita che fanno riflettere. Se ti capita di andare ad un funerale di parenti o amici, ti rendi conto che la vita è precaria: questa è un’esperienza sapienziale!)

3E’ preferibile la mestizia al riso, (E’ una visione non solo austera, ma lugubre della vita!)

perchè con un volto triste il cuore diventa migliore.

4Il cuore dei saggi è in una casa in lutto

e il cuore degli stolti in una casa in festa.

5Meglio ascoltare il rimprovero di un saggio

che ascoltare la lode degli stolti:

6perchè quale il crepitio dei pruni sotto la pentola

tale è il riso degli stolti.  (Immagine sonora della inconsistenza del riso degli stolti)

Ma anche questo è vanità. (Dunque anche questo non ha consistenza!)

7L’estorsione rende stolto il saggio (E’ un versetto difficile da tradurre; “estorsione” sta qui ad indicare i beni che ti vengono sottratti in maniera violenta. L’dea di fondo è che il denaro sottratto serve a corrompere. La corruzione è sempre esistita a livello di governi e di potere).

e i regali corrompono il cuore.

8Meglio la fine di una cosa che il suo principio;

è meglio un uomo paziente che un presuntuoso.  (Riprende il tema già trattato: meglio andare al funerale che alle nozze; meglio la fine di una cosa che il suo principio. Forse è qui la chiave interpretativa di tutto il testo: di fronte alla precarietà della vita, uno può scoraggiarsi. Ma se sa aspettare, diventa saggio! Il presuntuoso, il prepotente, l’arrogante è chi non ha coscienza dei suoi limiti, della sua precarietà. Sembra che il Qohèlet dica cose scontate, ma fa riflettere sulla pochezza dell’essere umano di fronte all’assoluto che è Dio.   Segue una serie di consigli di sapienza: il criterio è scegliere ciò che fa vivere; avere il senso del limite.  Il bene è ciò che rende la vita vivibile, più umana. Alla fine poi c’è una terribile stroncatura delle donne).

 9Non essere facile a irritarti in cuor tuo, perchè la collera dimora in seno agli stolti. (Il collerico e lo stolto non hanno il senso del proprio limite) 10Non dire: «Come mai i tempi antichi erano migliori del presente?» , perchè una domanda simile non è ispirata a saggezza.

            Anche oggi si trova spesso persone che rimpiangono il passato con «Ah, ai miei tempi…» Ma è una cosa stolta. S. Agostino dirà «Chi dice che il tempo del passato è migliore di oggi, non sa cos’è il passato!»  Per noi il “passato” è il tempo dell’infanzia, che ha un aspetto gioioso. Il Siracide dice al 39,33-34: «Tutte le opere del Signore sono buone; egli provvederà tutto a suo tempo… a suo tempo ogni cosa sarà riconosciuta buona».  Questa osservazione del Siracide corrisponde a quella serie di osservazioni sul tempo: “C’è un tempo per nascere e uno per morire…” (Qo 3, 2)

11Buona cosa è la saggezza unita a un patrimonio ed è utile per coloro che vedono il sole. 12Perchè si sta all’ombra della saggezza come si sta all’ombra del denaro;… (Si ricordi che l’affermazione “Beati i poveri”: è saggezza ebraica Anche per Gesù i beni sono positivi , è l’accumulo che è idolatrico e quindi male! Chi è senza beni, il povero, è come un malato.)

…ma vale di più il sapere, perchè la saggezza fa vivere chi la possiede. (La sapienza è anche uso corretto dei beni). 13Osserva l’opera di Dio: chi può raddrizzare ciò che egli ha fatto curvo?  (cfr. Qo 1,15). 14Nel giorno lieto sta’ allegro e nel giorno triste rifletti: Dio ha fatto tanto l’uno quanto l’altro (luce e tenebre, bene e male, giorno buono e quello cattivo), cosicché l’uomo non riesce a scoprire ciò che verrà dopo di lui.  15Nei miei giorni vani ho visto di tutto: un giusto che va in rovina nonostante la sua giustizia, un malvagio che vive a lungo nonostante la sua iniquità (cfr. Qo 8,14).  E’ l’idea della giustizia rovesciata. E’ un concetto basilare di tutte le culture e della Bibbia in particolare: chi ha fatto il bene, deve godere e chi ha fatto il male invece… E’ un argomento che il Qo. riprenderà nel cap. 8. Anche Geremia pone a Dio la domanda “Perchè i poveri vengono sempre calpestati, mentre ai ricchi va tutto bene?” La risposta è che Dio sistemerà tutto. Per il Qo. non c’è l’idea che tutto sarà messo a posto dopo, né la speranza che Dio risolva la contraddizione attuale.

16Non essere troppo giusto

e non mostrarti saggio oltre misura:

perchè vuoi rovinarti?

            Ci vuole senso del limite anche nella ricerca del bene, della sapienza e della giustizia. Si ricordi cosa diceva a proposito della religione: “Non esagerare, non fare troppe promesse davanti a Dio…” Sii sobrio! Fai le promesse che sei in grado di mantenere! (Qo. 5)

17Non essere troppo malvagio

e non essere stolto.                                                                                                   

Perchè vuoi morire prima del tempo? (Cfr. Pr 10,27) (Qui c’è l’idea che la morte prematura è quella che colpisce gli empi  Perchè vuoi morire prima del tempo? La morte è il destino di tutti.)

 18E’ bene che tu prenda una cosa senza lasciare l’altra (A questo punto abbiamo l’unico riferimento al nostro rapporto con Dio): in verità chi teme Dio riesce bene in tutto (cfr. Qo 3,14).

E’ il principio del “timore di Dio”: il senso profondo di Dio e del tuo essere davanti a Dio. La tua precarietà mette in risalto la realtà che sta oltre le tue possibilità di conoscenza. “Timore di Dio” non ha nulla a che vedere con la paura: ma  è la vera fede.

19La sapienza rende il saggio più forte di dieci potenti che sono nella città (cfr. Pr 21,22). 20Non c’è infatti sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non sbagli mai.

(Tutti abbiamo la possibilità di errore, non frutto di idee malvagie, ma della fragilità umana. Questa è fondamentale per evitare la presunzione)  21Ancora: non fare attenzione a tutte le dicerie che si fanno, così non sentirai che il tuo servo ha detto male di te (Lascia stare le chiacchiere: sei limitato e quindi è naturale che la critica ti attacchi, perchè tutti sono limitati!) ; 22infatti il tuo cuore sa che anche tu tante volte hai detto male degli altri. 23Tutto questo io ho esaminato con sapienza e ho detto:«Voglio diventare saggio!», ma la sapienza resta lontana da me! 24Rimane lontano ciò che accade: profondo, profondo! Chi può comprenderlo? 25Mi sono applicato a conoscere e indagare e cercare la sapienza e giungere a una conclusione, e a riconoscere che la malvagità è stoltezza e la stoltezza è follia. (Qui abbiamo la perfetta confusione in questa identificazione: la sapienza è follia e viceversa. Ma allora c’è la possibilità di essere sapienti?) 26Trovo che amara più della morte è la donna:

(Ma cosa c’entra tutto questo?Perchè questa affermazione di principio?Sicuramente è dettata da esperienza personale Infatti inizia con “Trovo”. Tutti i testi biblici che parlano male delle donne sono scritti da persone che hanno un senso altissimo della donna. E’ l’esperienza concreta che li ha resi duri, acidi, implacabili). Così è anche il Siracide che presenta un quadro terribile della moglie:”E’ meglio vivere con un orso che con una donna malvagia!” Parla uno di  quegli uomini che, avendo avuto un’esperienza bellissima della madre, alla prima esperienza negativa diventano implacabili, aggressivi. La donna assume così il simbolo della vita!

Nei Proverbi (5, 3-5) si legge: “Stillano miele le labbra di una straniera (= prostituta), più viscida dell’olio la sua bocca…I suoi piedi scendono verso la morte, i suoi passi conducono al regno dei morti” Questa è l’esperienza non di una madre, sorella o moglie, ma di “una straniera”).

  essa è tutta lacci, una rete il suo cuore, catene le sue braccia (Cfr. Gdc 16: Sansone e Dalila è una coppia strana, formata dall’eroe indomabile che, sedotto da Dalila, perde ogni forza contro i Filistéi dopo che lei lo ha tosato.). Chi è gradito a Dio la sfugge, ma chi fallisce ne resta preso (Pr 5,3-6: è la donna rappresentante della cultura straniera, di un’esperienza amorosa che porta alla morte.). 27Vedi, questo ho scoperto, dice Qohèlet, confrontando a una a una le cose per arrivare a una conclusione certa. 28Quello che io ancora sto cercando e non ho trovato è questo:

un uomo fra mille l’ho trovato,

ma una donna fra tutte non l’ho trovata. (La donna è collegata alla vita ed all’esperienza amara della morte. Si noti che dietro c’è la ricerca dell’ideale. La vita umana è fatta di precarietà  e dunque non esiste la donna sognata).

29Vedi, solo questo ho trovato:

Dio ha creato gli esseri umani retti (cfr. Gen 1,26-28),

ma essi vanno in cerca di infinite complicazioni.

(E’ il cercare sbagliato dell’uomo che non riesce a trovare quell’ideale che Dio ha inaugurato con la creazione del maschio e della femmina. Il Qo. che sembra un testo misogeno, è in realtà un testo di cultura maschile, di una persona maschile che sta sognando  “l’eterno femminino” – la sua donna ideale. Purtroppo nella Bibbia non è riportato anche il punto di vista femminile! Interessante che il Sir  25, 12-26 scrive una serie di invettive sulla donna malvagia, ma poi mette in risalto la bellezza del cuore della donna (Sir 26, 1-18). Anche i Proverbi hanno sentenze terribili sulla donna, ma alla fine (Pr. 31, 10-31) ne fanno un elogio in tutti i sensi, ma lo fanno  in funzione del marito: è l’ideale della madre e, in fondo, è la Sapienza).

(26 maggio 2012)                                                         (Continua)