Molta sapienza, molto affanno

08/03/2012 | Il libro del Qohelet

“Molta sapienza, molto affanno: chi accresce il sapere, aumenta il dolore” (Qo 1, 18).

Il libro del Qohèlet forma il pentateuco sapienziale (assieme ai libri dei Proverbi, Siracide, Cantico dei Cantici e Sapienza). Questo libretto prende il nome dell’autore o, per lo meno di colui che si presenta come tale: un personaggio di Gerusalemme, addirittura “figlio di Davide” e quindi Salomone. Il nome Qohèlet è femminile in ebraico, per cui c’è l’ipotesi che a scriverlo sia stata una donna.

Il testo sembra però scritto da un uomo, soprattutto quando parla di lavori, di mestieri ed è molto severo quando parla del gentil sesso.

Nel secondo incontro, dopo il prologo, dove fa un bilancio delle situazioni continuamente mutevoli, effimere, transitorie di tutta l’esistenza, dopo aver passato in rassegna un quadro cosmico, antropologico e tutta la realtà: le acque, il vento, gli avvenimenti della terra, Qohelet conclude che tutto è vanità, cioè tutto è tremendamente vuoto, totale  inconsistenza. Il vento gira e rigira, le acque vanno al mare che non è mai pieno. Quello che è stato sarà e tutte le cose nuove sono già state. E nessuno si ricorderà delle cose passate. Ma allora vale la pena vivere? Questo è un problema molto serio… E come è finito nella Bibbia questo scanzonato e intrigante libretto, così pessimista e,  a prima vista, deprimente?

In realtà l’autore ha una grande consapevolezza del rapporto con Dio perchè, dopo aver passato in rassegna tutte le azioni, afferma che nessuna cosa umana ha consistenza: l’unica che rimane è DIO. Con la morte tutto viene azzerato. Nessuno ha un futuro stabile. Al di là di tutto rimane la realtà di Dio.

Oggi affrontiamo la lettura di parte del primo capitolo e tutto il capitolo secondo.

L’inchiesta o l’indagine è sulla felicità. Ci sono esperienze umane belle e l’autore passa in rassegna tutte le possibilità di avere una vita riuscita. E’ un re che può avere tutte le esperienze che desidera (così era nel mondo antico), e si presenta:

12Io, Qohèlet, fui re d’Israele a Gerusalemme.

Non dice che lui è Salomone, ma semplicemente “re a Gerusalemme”. E’ chiaro che può essere soltanto un discendente di Davide, perchè nella storia ebraica, dopo la morte di Salomone c’è un regno al Nord con capitale Samaria ed uno a Sud con capitale Gerusalemme.

La dicitura re di Israele non indica “il regno del Nord”, ma le tribù che discendono da Giacobbe, chiamato”Israele”  dopo la lotta con l’angelo nella notte. Pertanto regno di Israele è un modo per indicare non un gruppo etnico, ma il popolo di Dio, le tribù dell’Alleanza.  L’Autore non si chiamerà mai “Salomone”, ma solo figlio di Davide.

Dal v. 13 al v. 15 comincia la sua inchiesta sull’attività umana:

13Mi sono proposto di ricercare ed esplorare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo.

(“cercare” è un termine ebraico: “daràsh“, da cui deriva il sostantivo “Midràsh” = indagine, esegesi. Qui afferma di fare un’indagine sull’attività umana che si fa sotto il cielo). Questa è un’occupazione gravosa che Dio ha dato agli uomini, perchè si affatichino. 14Ho visto tutte le opere che si fanno sotto il sole, ed ecco:

15 Ciò che è storto non si può raddrizzare (cfr. Qo 7,13)

e quel che manca non si può contare.

Questo è un esempio tipico della sapienza popolare fatta di aforismi: anche i nostri vecchi hanno  sempre detto che è  impossibile  “raddrizzare le  gambe ai  cani, far  tacere i bambini e  far correre i vecchi”.  L’occupazione gravosa riguarda l’idea di cercare il senso della vita: non è fisica come quella del contadino che suda sotto il sole mediterraneo. La sua fatica diventa metafora o immagine del capire il senso della vita. Tutti abbiamo questo “tarlo” dentro e non possiamo farne a meno. Così dobbiamo cercare di capire perchè siamo nati e dove andiamo a finire. Ma vale la pena tribolare tanto per morire?  Gli altri esseri viventi, dai più piccoli ai più grandi non si pongono il problema: mangiano, dormono, consumano, si riproducono… Noi invece dobbiamo cercare la sapienza che non è la cultura o l’erudizione, ma la riflessione che tutti fanno: “Perchè lavoro e mi affatico?”

Dicevamo che la lettura comincia con l’immagine del re – come una fiction o una maschera – dove l’Autore è un personaggio del III-IV secolo avanti Cristo. I suoi discepoli hanno messo insieme le riflessioni che lui ha fatto. L’immagine del re è chiarissima nella seconda parte, definibile “Ricerca della sapienza“: Qo 1, 16-18. Con 4-5 versetti si delineano piccoli trattati con una loro coerenza tematica. E’ una raccolta di pensieri, una specie di diario.

Piantina della città di Davide. Fonte: Atlante biblico. Ed. S. Paolo, Milano 2009

16Pensavo e dicevo fra me:«Ecco, io sono cresciuto e avanzato in sapienza più di quanti regnarono prima di me a Gerusalemme…

Ma quanti regnarono prima di lui, se egli è re di Israele, figlio di Davide? Infatti prima di Salomone è stato solo Davide, perchè Saùl non  era re a Gerusalemme. Infatti Gerusalemme era chiamata anche la città  di Davide.             Grosso modo dove oggi è ubicata la zona delle moschee, c’era una  volta la città di Davide. Dire più di quanti regnarono prima di me è un anacronismo storico, ma ricorrente nei testi assiro-babilonesi.

La mia mente ha curato molto la sapienza e la scienza». hokmàh (=sofia, “sapientia” in latino non indica il sapere, ma l’arte del pensare – che si impara non a scuola, ma dalla vita) e da’at (= conoscenza) non si riferiscono   all’intelligenza razionale illuministica, quanto invece all’esperienza.  D’altra parte si sa che la vera conoscenza è esperienza.

17Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, (il bene e il male) ed ho capito che anche questo è un correre dietro al vento. 18Infatti:

molta sapienza, molto affanno;

chi accresce il sapere aumenta il dolore.

Correre dietro al vento è la migliore trascrizione simbolica di “vanitas”, che è la inconsistenza di quanto esiste (e non in senso moralistico). Più si conosce e più si ha consapevolezza del patire e del tribolare… ma non si può fare a meno, perchè la nostra testa non può cessare di pensare. Il pensare fa parte del nostro destino.  Allora Qohelet si volge alla ricerca della gioia e del piacere (Qo 2, 1-2), cercando di realizzare tutto quello che umanamente era possibile.  I due ambiti della ricerca sono la śimḥàh (per es. la festa della gioia della Toràh) e il piacere, diletto – ṭôv – Quando nella Genesi si parla della gioia, si racconta che Dio vide che era “una cosa bella”: ṭôv, appunto. Il diletto non ha dunque solo a che fare con le cose spirituali, ma anche materiali.

2,1 Io dicevo fra me:«Vieni, dunque, voglio metterti alla prova con la gioia (prima esperienza: è la gioia assieme alla festa). Gusta il piacere!» Ma ecco, anche questo è vanità.

2Del riso ho detto: «Follia!»

e della gioia: «A che giova?»

Il riso è l’espressione esterna della festa. Ma a che serve la gioia?    Da qui nasce tutta una riflessione sulla gioia e sul godimento (Qo 2,3 -11). Il re può naturalmente permettersi di costruire palazzi, giardini, di tracciare i canali, irrigare giardini e parco regale, acquistare giovani e schiave -lasciando da parte per il momento la morale! – Se leggiamo il Libro dei Re, sappiamo che la regina di Saba è andata a Gerusalemme a far visita al grande Salomone e ne resta estasiata per la sapienza, per le sue conoscenze di botanica, di zoologia, per  le opere ed il cibo(1 Re 10). Ancor oggi si possono vedere i resti delle grandi opere fatte da questo sovrano illuminato.

3Ho voluto fare un’esperienza: allietare il mio corpo con il vino e così afferrare la follia, pur dedicandomi con la mente alla sapienza. (E’ un invito a bere con sobrietà, in modo da non perdere la lucidità. A titolo di curiosità ci sono numerosi testi che parlano del vino nella Bibbia: dal Sal 104 ai Giudici 9,13 ed al Siràcice (31,25-28). Non si dimentichi che, soprattutto nel mondo mediterraneo, i dialoghi dei filosofi si svolgevano dopo il pranzo, quando venivano portate le caraffe del vino (simpòsio): da Platone in poi). Volevo scoprire se c’è qualche bene per gli uomini che essi possano realizzare sotto il cielo durante i pochi giorni della loro vita. (Non è questione di morale nella brevità della vita. Si cerca qualcosa di bene, di buono). 4Ho intrapreso grandi opere, mi sono fabbricato case, mi sono piantato vigneti. (Ecco l’attività del re: costruire case e, nel mondo mediterraneo, piantare vigneti). 5Mi sono fatto parchi ( parola di origine persiana: da pardés, da cui poi deriva la parola “paradiso”) e giardini e vi ho piantato alberi da frutto d’ogni specie (si ricordi che nel libro della Genesi, si dice che Dio aveva preparato un grande parco, con ogni genere di alberi con frutti belli e buoni. La parola “Eden” vuol dire infatti “parco, oasi”); 6mi sono fatto vasche per irrigare con l’acqua quelle piantagioni in crescita. 7Ho acquistato schiavi e schiave e altri ne ho avuti nati in casa; ho posseduto anche armenti e greggi in gran numero, più di tutti i miei predecessori a Gerusalemme. (Ecco la vita del re: piena di benessere e di piacere! Non quella di un povero contadino o di un morto di fame!). 8Ho accumulato per me anche argento e oro, ricchezze di re e di province. Mi sono procurato cantori e cantatrici, (anche negli affreschi egiziani i banchetti sono raffigurati con danzatrici) insieme con molte donne (pare che Salomone avesse ben 800 concubine! Ma non era una questione morale, bensì semplicemente un segno regale di potere. Segno della ricchezza del re era il suo harem eccezionale – 1 Re 11,1-3), delizie degli uomini.  9Sono divenuto più ricco e più potente di tutti i miei predecessori a Gerusalemme, pur conservando la mia sapienza.  10Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore, che godeva d’ogni mia fatica: questa è stata la parte che ho ricavato da tutte le mie fatiche (che erano essenzialmente “fatica di vivere” nella ricchezza). 11Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo affrontato per realizzarle. Ed ecco: tutto è vanità e un correre dietro al vento. Non c’è alcun guadagno (nel senso di “utile”) sotto il sole.

Dopo aver passato in rassegna tutto quello che si può desiderare da re, resta l’amara conclusione che non rimane niente!   Ora abbiamo l’ultima riflessione – prima del bilancio teologico – sulla sorte del sapiente e dello stolto (Qo 2, 12-16). Di fronte all’esperienza della morte, il saggio e lo stolto sono sullo stesso piano. Di nessuno dei due vi sarà un ricordo duraturo. Si mette a confronto la stoltezza e la sapienza, ma la conclusione è molto amara, al punto che se ci si fermasse qui nella lettura del libro del Qohelet, si dovrebbe concludere che si tratta di un libro senza Dio e senza speranza.

12Ho considerato che cos’è la sapienza, la stoltezza e la follia: «Che cosa farà il successore del re? Quello che hanno fatto prima di lui». (Qohelet si considera il successore di Davide. Il suo successore farà quello che ha fatto lui e quindi nulla di nuovo) 13Mi sono accorto che il vantaggio della sapienza sulla stoltezza e come il vantaggio della luce sulle tenebre:

14il saggio ha gli occhi in fronte,

ma lo stolto cammina nel buio.

Eppure io so che un’unica sorte è riservata a tutti e due. ( A che serve allora avere gli occhi e guardare la vita, se poi si muore? Muore il santo ed il criminale.)15Allora ho pensato: «Anche a me toccherà la sorte dello stolto!  Perchè allora ho cercato d’essere saggio? Dov’è il vantaggio?»

E ho concluso che anche questo è vanità.  16Infatti né del saggio né dello stolto resterà un ricordo duraturo e nei giorni futuri tutto sarà dimenticato.  Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto. (Verso la fine del libretto egli dirà che forse lo spirito dell’uomo – a differenza di quello delle bestie – forse va su. Ma non è sicuro. Lo stolto non è solo lo stupido, ma anche chi non fa il bene e non tiene conto dei rapporti con Dio).

17Allora presi in odio la vita, (Questa espressione  che è un po’ scandalosa, è in bocca a due personaggi: uno è Giobbe che in un giorno perde tutto il suo patrimonio, la salute e l’amore dei suoi cari per finire ad odiare il giorno della nascita ( Gb, cap. 3 ) e l’altro, che nel suo diario racconta la sua crisi di vocazione, è Geremia, che a Gerusalemme soffre tutti i pericoli, sfugge per un pelo alla morte) perchè mi era insopportabile quello che si fa sotto il sole. Tutto infatti è vanità ed un correre dietro al vento (Si noti come l’Autore spiega insistentemente la vanità con la metafora di inseguire il vento). 18Ho preso in odio ogni lavoro che con fatica ho compiuto sotto il sole, perchè dovrò lasciarlo al mio successore.  19E chi sa se questi sarà saggio o stolto?  Eppure potrà disporre di tutto il mio lavoro, in cui ho speso fatiche e intelligenza sotto il sole. Anche questo è vanità! (Fa riflettere se valga la pena sfinirsi nel lavoro e accumulare ricchezze che poi un successore o erede sperpererà!) 20Sono giunto al punto di disperare in cuor mio per tutta la fatica che avevo sostenuto sotto il sole (non si deve intendere la fatica fisica, ma la vita stessa), 21perchè chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un gran male.

Ma allora c’è qualcosa nella vita per cui val la pena vivere oppure è una fatica inutile? Ma non possiamo sottrarci a questa fatica del vivere, perchè Dio ce l’ha data.  Forse c’è qualcosa per la quale vale la pena. Siamo così giunti alle riflessioni finali sul senso della vita umana (Qo 2, 21-26).

Le riflessioni finali dell’Autore sulla fatica dell’essere umano sotto il sole, si articolano in due parti. Prima constata che tutti giorni sono dolorosi e penosi non solo per la fatica del lavoro, ma anche per le preoccupazioni che lo accompagnano giorno e notte (Qo 2,22-23). La dichiarazione che tutto è “vanità/niente” è coerente con questa visione pessimistica della vita. La seconda conclusione, più positiva, si concretizza nell’affermazione che Dio ha dato all’uomo il diritto/possibilità di godere di quello che ha prodotto con la sua fatica, consapevole che questo viene dalle mani di Dio. La diversa situazione di chi è gradito a Dio rispetto a chi “fallisce, non dipende da una scelta etica dell’essere umano – buono o cattivo – ma dalla libera e insindacabile scelta di Dio. La conclusione non può essere se non la constatazione che anche questo è vanità ed un correre dietro al vento.

22Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? (Si raccomanda di non  considerare  solo il lavoro fisico, ma tutte le preoccupazioni che tengono svegli di notte.) 23Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. (E’ comprensibile che si lamenti uno che ha subito ogni forma di sofferenza, ma anche chi che ha costruito palazzi, vigneti), Anche questo è vanità!  24Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersi il frutto delle sue fatiche (Finalmente una fase positiva! Ma è quello che ha fatto il Nostro: ha piantato, ha costruito); mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. (Inaspettatamente è l’unica volta in cui si menziona Dio) 25Difatti, chi può mangiare o godere senza di lui? (Il frutto della fatica – che ci illudiamo di costruire noi, – viene dalle mani di Dio.) 26Egli concede a chi gli è gradito sapienza, scienza e gioia, mentre a chi fallisce dà la pena di raccogliere e di ammassare, per darlo poi a colui che è gradito a Dio. Ma anche questo è vanità e un correre dietro al vento! (Che delusione: si sperava di aver trovato finalmente un punto di appoggio!) Considerando l’agire libero e sovrano di Dio “Creatore” del mondo e “Signore” della storia umana, Qohelet è in sintonia con l’autore del secondo Libro di Isaia sulle “vie di Dio”: «Perchè i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta ala terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55, 8-9), e con l’esclamazione di Paolo nella Lettera ai Romani: «O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto sono insondabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie» (Rm 11, 33-34).

C‘è un particolare da tenere presente: ci sono due destini. Uno è gradito a Dio e dell’altro si dice che fallisce, che non ha futuro. Quello che è gradito a Dio richiama una scena del libro della Genesi. Vi si dice che Eva ha un figlio da Adamo e lo ha acquistato da Dio (Gen 4, 1): per questo lo chiama Cainàn. Il secondo figlio Eva chiamerà “il soffio“/ Ebel – vanità – Abele. Caino era lavoratore dei metalli e dei campi, mentre Ebel era allevatore di bestiame. Entrambi offrivano i sacrifici a Dio, ma questi “gradì l’offerta di Abele e non quella di Caìno.”(Gen 4,4) Perchè? E’ la vita. Non c’entra il bene o il male, la morale. La creazione ha aspetti diversi. All’uomo resta solo di vivere la sua relazione con Dio.  Si tratta di ammettere che il bene e tutto è nelle mani di Dio. E questo è un atteggiamento religioso: tutto quello che riusciamo a ricavare dalla vita è dono di Dio.

(25.02.2012)                                                                                                            (continua)