“Su mangia con gioia, bevi il tuo vino con cuore lieto (Qo 9,7)

01/10/2012 | Il libro del Qohelet

Siamo al sesto incontro, in cui analizzeremo i due capitoli 8 e 9 di appena 18 versetti con anche una breve forma poetica. Il titolo dell’incontro è stato preso dal cap. 9: esso precorre la cena che Gesù ha lasciato per noi: la cena eucaristica. Nel Qohelet il pane ed il vino sono considerati in senso profano, ma sono legati a momenti lieti dell’uomo.

Il Salmo 104 canta Dio che fa crescere il frumento che dà forza e vigore al cuore ed il vino che dà gioia.  E’ un ritornello che fa da Leitmotiv al cap. 8: non val la pena faticare e lavorare, perchè tutto è vanità.

            Anche se qui sono considerati due capitoli, in realtà è molto difficile distinguere uno dall’altro, perchè l’Autore gira e rigira le espressioni più volte. In ogni caso si possono raccogliere due o tre temi nel capitolo ottavo: il saggio, l’autorità (il re – si ricordi che siamo all’epoca dei Tolemei o Tolomei d’Egitto, successori di Alessandro Magno, nel IV secolo a.C.). Altro tema dominante è la giustizia: c’è giustizia nel mondo? Perchè Dio non fa giustizia? Ed infine la sapienza: essa serve a qualcosa? Se alla fine tutti muoiono, vale la pena cercare di essere onesti? Ha un senso nella vita? E’ una domanda fondamentale su cui si sono cimentati tutti i grandi filosofi fino ai giorni nostri.

            Iniziamo con l’elogio della “sapienza”: 

1Chi è come il saggio? Chi conosce la spiegazione delle cose? La sapienza dell’uomo rischiara il suo volto, ne cambia la durezza del viso.

Quale deve essere il rapporto con l’autorità? Il sapiente è il re. Poi però alla fine del cap. 9 conclude “Chi detiene il potere? Non il sapiente, ma lo stolto! Evidentemente anche a quei tempi non erano i migliori ad andare al governo! 

2Osserva gli ordini del re, per il giuramento fatto a Dio. Il giuramento fatto a Dio era una formula religiosa utilizzata dai Tolomei per legare al dovere i cittadini, una specie di impegno. Erode il Grande, famoso per i suoi terribili massacri, aveva fatto imposto ai farisei una specie di giuramento di fedeltà. Questa tradizione si usava poi anche nell’impero romano: i cittadini dovevano giurare un impegno di fedeltà. Uno degli attriti con i cristiani era proprio legato a questo, perchè questi si rifiutavano di giurare, accendere l’incenso in onore dell’imperatore romano. 

3Non allontanarti in fretta da lui (cioè dal re); non persistere in un cattivo progetto, perchè egli può fare ciò che vuole. 4Infatti la parola del re è sovrana; chi può dirgli «Che cosa fai?».

Prima delle monarchie illuminate e costituzionali c’era il potere assoluto. Il re decideva con un editto, un ordine (dogma, in greco) quello che voleva ed i sudditi dovevano obbedire. 

5Chi osserva il comando non va incontro ad alcun male; la mente del saggio conosce il tempo opportuno. L’obbedienza al potere era una cosa saggia, tanto che anche Paolo di Tarso la raccomanda. 

 6Infatti, per ogni evento vi è un tempo opportuno… In Qo 3,1-9 avevamo letto che “c’è un tempo per piangere, ridere, amare, odiare…” Ma anche questo non ti sottrae al destino inesorabile della morte, … ma un male pesa gravemente sugli esseri umani.  

Si consideri che c’è anche un motivo intrinseco per cui è opportuno obbedire con saggezza. 

7L’uomo infatti ignora che cosa accadrà (Qo 10,14); chi mai può indicargli come avverrà?  8Nessun uomo è padrone di un suo soffio vitale tanto da trattenerlo, né alcuno ha potere sul giorno della morte (cf. Sap 2,1)

Egli muore come tutti i mortali. Chiaramente per il nostro Autore non c’è una prospettiva dell’al di là. Autori vari hanno parlato nei libri apocalittici dell’incontro con Dio e di un destino a tre piani secondo i meriti individuali. E’ la visione descritta da Dante Alighieri, che ha copiato dalle apocalissi, facendo  una lettura  rovesciata di quanto succede nella vita.

 Non c’è scampo dalla lotta e neppure la malvagità può salvare colui che la compie.

E’ un tema che abbiamo già sentito: si ripete la coscienza della fragilità, della precarietà dell’essere umano, dove la morte azzera tutto.    E si solleva anche il problema di cosa ci sia oltre la morte, quando non si sa  neppure quello che accade ogni giorno.

            Altro tema cruciale è quello che riguarda l’ingiustizia nei rapporti umani: il principio fondamentale che regge l’etica ed anche la società viene contraddetto dall’esperienza. Il principio è: a ognuno il suo: ai buoni il premio, ai cattivi il castigo. Se a questo mondo non c’è giustizia, bisogna che essa venga fatta da qualche parte! C’è la speranza in un “al di là” (sia nel mondo ebraico sia in quello cristiano). Ma ciò che garantisce il futuro per noi cristiani è la potenza indistruttibile che si chiama amore. Questo è il percorso che garantisce un futuro.

Il Qohelet di questo non sa nulla: vive con la coscienza del suo tempo.  Il principio della retribuzione è quello dell’alleanza: fai il bene e avrai bene; fai il male e andrai in rovina. 

9Tutto questo ho visto riflettendo su ogni azione che si compie sotto il sole, quando un uomo domina sull’altro per rovinarlo.

Ecco l’ingiustizia. Da sempre essa esiste quando un uomo domina sull’altro. Hegel, grande filosofo tedesco, diceva che la fine della schiavitù è legata alla fine delle ingiustizie.

10Frattanto ho visto malvagi condotti alla sepoltura… (Si pensi al ricco epulone sepolto con tutti gli onori.) …ritornando dal luogo santo, in città ci si dimentica del loro modo di agire. Anche questo è vanità.

Anche per i malvagi che sono condotti alla sepoltura finisce tutto. L’unico loro palazzo indistruttibile è il sepolcro. Anche questo è vanità: è il ritornello per dire “non ha consistenza”. 

11Poichè non si pronuncia una sentenza immediata contro una cattiva azione, per questo il cuore degli uomini è pieno di voglia di fare il male; 12infatti il peccatore, anche se commette il male cento volte, ha lunga vita.

Poichè non c’è una punizione immediata, ognuno si considera impunito. Si consideri poi che la giustizia è lenta: non solo quella civile, ma anche quella penale, ed il malvagio ne approfitta. 

Tuttavia so che saranno felici coloro che temono Dio…

“felici” del senso della vita. Ecco ciò che sta a cuore al Nostro: più che un desiderio è un principio fondamentale della tradizione sapienziale. Principio della sapienza è il “timor di Dio”, dove “timore” è non la paura, ma “il senso profondo di Dio, o la fede.” 

…appunto perchè provano timore davanti a lui, 13e non sarà felice l’empio e non allungherà come un’ombra i suoi giorni, perchè egli non teme di fronte a Dio.  14Sulla terra c’è un’altra vanità (cioè una cosa stupida, senza senso): vi sono giusti ai quali tocca la sorte meritata dai malvagi con le loro opere, e vi sono malvagi ai quali tocca la sorte meritata dai giusti con le loro opere (Ger 12, 1-2). Io dico che anche questo è vanità.

Questo quadro non è casuale: qualcuno lo aveva anticipato: si veda ad esempio il salmo 73, uno dei salmi sapienziali. “Quanto è buono Dio con gli uomini retti,/ con i puri di cuore.” – E’ il tema programmatico o fondamentale: Dio protegge i puri di cuore. “Per poco non inciampavano i miei passi,/perchè ho invidiato i prepotenti,/ vedendo la prosperità dei malvagi.” Dio protegge i giusti, però osservando la vita, vedo che i malvagi trionfano ed i giusti sono calpestati.  Poi il salmista conclude: “Per me il mio bene è stare vicino a Dio, nel Signore Dio ho posto il mio rifugio,/ per narrare tutte le sue opere…”

            Si deve leggere il testo del Qohelet con questa apertura ai vari richiami dei testi sapienziali, anche quando invita a godere dei beni donati da Dio:  (Qo 2,24; 3,12-13; 5,17; 8,15; 9,7-8). 

15Perciò faccio l’elogio dell’allegria, perchè l’uomo non ha altra felicità sotto il sole che man- giare e bere e stare allegro.  Sia questa la sua compagnia nelle sue fatiche, durante i giorni di vita che Dio gli concede sotto il sole.

Tutto il bene è dono di Dio. Per questo la vita è accettabile e vivibile: perchè è accompagnata da giorni lieti. E il suo orizzonte è l’incontro con Dio. Questo ci consente di guardare al futuro con serenità. E così giungiamo alla conseguenza della sapienza che è la coscienza del limite legato al “sapere” umano, cioè il non sapere cosa succederà. 

16Quando mi dedicai a conoscere la sapienza e a considerare le occupazioni per cui ci si affanna sulla terra – poichè l’uomo non conosce sonno né giorno né notte – 17ho visto che l’uomo non può scoprire tutta l’opera di Dio…

Alla conclusione del cap. 3 si diceva che “c’è un tempo per…” ma l’uomo non riesce ad abbracciare quello che Dio ha fatto e non comprendiamo la totalità dell’agire di Dio. 

…tutto quello che si fa sotto il sole: per quanto l’uomo si affatichi a cercare, non scoprirà nulla.  Anche se un sapiente dicesse di sapere, non potrà scoprire nulla.

La vita umana non è solo per mangiare e bere e progredire, ma anche per capire come nasce e si sviluppa l’universo, come si deve organizzare la vita. Si pensi che questa è anche la conclusione di tutti i grandi scienziati che riconoscono che “non si sa nulla sia del mondo fisico che di quello cosmico.”

            Al cap. 9 (1-18) torna in maniera insistente la coscienza radicale della fragilità, del limite, della precarietà della vita fino alla morte. La morte azzera tutto e toglie l’illusione di essere padroni di sé e degli altri. Il senso di precarietà è quello della creatura, che non si è creata da sé. 

1 A tutto questo mi sono dedicato, ed ecco tutto ciò che ho verificato: i giusti e i sapienti e le loro fatiche sono nelle mani di Dio, anche l’amore e l’odio; l’uomo non conosce nulla di ciò che gli sta di fronte (cf. Qo 6,12).

Non sappiamo da dove veniamo, dove andiamo, come è fatto l’universo e ciò che succederà domani: non sappiamo nulla della realtà dinamica degli esseri umani, partendo dalla dichiarazione che sarà ripresa più volte – profondamente religiosa – che tutto e tutti siamo nella mani di Dio. La sorte non è nella nostre mani. Si veda anche Dt 33,3; Prv 16,1; Sap 3,1; 7,16. Anche i due sentimenti estremi – l’amore e l’odio – sono nelle mani di Dio. Noi non siamo padroni neppure dei nostri sentimenti profondi. Del passato ci ricordiamo qualcosa, ma nulla sappiamo del nostro futuro. Questa mancanza di prospettiva è legata ad una situazione che è insita al nostro vivere e cioè alla morte, che rende tutti uguali. 

2Vi è una sorte unica per tutti (cf. Qo7,14; 8,14):
per il giusto e per il malvagio,
per il puro e per l’impuro,
per chi offre sacrifici e per chi non li offre,
per chi è buono e per chi è cattivo,
per chi giura e per chi teme di giurare.

Ma vale la pena essere onesti e pregare? Tutti siamo uguali davanti alla morte. L’Autore con questo elenco fa capire che il destino non è deciso da noi e la sorte è uguale per tutti. Nella iconografia medievale la morte è raffigurata con una falce che taglia teste di re, papi, vecchi e giovani. 

3Questo è il male in tutto ciò che accade sotto il sole…

Non si sa se il fatto della precarietà radicale di cui la morte è l’esperienza, possa essere all’origine del male. Forse è l’angoscia della morte che porta all’egoismo estremo. 

… una medesima sorte tocca a tutti e per di più il cuor degli uomini è pieno di male e la stoltezza dimora in loro mentre sono in vita.

Stoltezza non è intesa come “stupidità”; ma in senso religioso e morale è il “non capire il senso della vita”. 

Poi se ne vanno fra i morti. 4Certo, finchè si resta uniti alla società dei viventi, c’è speranza: meglio un cane vivo che un leone morto.  5I vivi sanno che devono morire, ma i morti non sanno nulla; non c’è più salario per loro, è svanito il loro ricordo. 6Il loro amore, il loro odio e la loro invidia, tutto è ormai finito, non avranno più alcuna parte in tutto ciò che accade sotto il sole.  

La morte è annientamento di ogni valore umano. L’uomo antico immaginava un sotterraneo in cui i morti vagavano come ombre. L’unica cosa che distingue i morti dai vivi è che questi  sanno di dover morire – ironia sottile! 

             Quando sorge il dubbio che l’Autore sia pessimista, appare un invito (che si trova anche in testi mesopotamici ed oggi nella cultura araba). Il mondo occidentale o greco è invece ricco di banchetti ed allegria, tanto quanto quello mesopotamico è triste, fatalistico. 

7Su mangia con gioia il tuo pane
e bevi il tuo vino con cuore lieto,
perchè Dio ha già gradito le tue opere.

Il vivere bene la vita è già una ricompensa. Noi potremmo dire che uno che fa il bene è già gratificato per il bene che fa e non ha bisogno di premi ulteriori. Il compenso è che fai dunque sempre festa:

8In ogni tempo siano candide le tue vesti
e il profumo non manchi sul tuo capo.

Le vesti candide erano per le feste, dove non mancava mai il profumo. 

9Godi la vita con la donna che ami per tutti i giorni della tua fugace esistenza che Dio ti con-cede sotto il sole, (La vita è un dono di Dio e quindi: godila!) perchè questa è la tua parte nella vita e nelle fatiche che sopporti sotto il sole.

Questo ritornello che è molto ampio rispetto a quelli precedenti, ha dei contatti col testo mesopotamico riportato nei Proverbi (5,15) Si noti che il testo è maschilista, perchè non si rivolge alle donne. L’uomo è protagonista della vita. 

10Tutto ciò che la tua mano è in grado di fare, fallo con tutta la tua forza, perchè non ci sarà né attività né calcolo né scienza né sapienza nel regno dei morti, dove stai per andare.

E’ un invito a fare subito con la massima intensità quanto si deve fare, senza rimandarlo al futuro, perchè con la morte progetti ed impegni non ci sono più. Vivere con intensità il momento presente fa parte della spiritualità non solo orientale, ma è presente anche nella Bibbia.

            E chiudiamo con un altro brano in cui lo sguardo si rivolge con realismo all’esperienza e si notano delle contraddizioni. Accanto alla giustizia umana (ad ognuno il suo) c’è la giustizia dell’Autore che invita a vivere la vita come dono di Dio. 

11Tornai a considerare un’altra cosa sotto il sole: che non è degli agili la corsa né dei forti la guerra, e neppure dei sapienti il pane e degli accorti la ricchezza, e nemmeno degli intelligenti riscuotere stima, perchè il tempo e il caso raggiungono tutti.  

Il senso di questo elenco che parte dall’atleta che non corre,  è che nessuno realizza ciò per cui è predisposto: cioè non realizza se stesso. E questa è contraddizione.

Solo chi si dedica alla ricerca, ha possibilità di vivere.  Il limite non è solo la vita che finisce, ma il non realizzare i propri progetti.

Quando si parla di morte non si pensi alla sola fine biologica (di tutti i viventi), ma alla fine dei desideri, dei progetti e delle potenzialità non realizzate. E’ questo un aspetto antropologico della morte umana. Gli altri viventi non hanno il senso del futuro. 

12 Infatti l’uomo non conosce neppure la sua ora (cioè il destino): simile ai pesci che sono presi dalla rete fatale e agli uccelli presi al laccio, l’uomo è sorpreso dalla sventura che improvvisa si abbatte su di lui.

L’immagine della rete (dei pesci e degli uccelli) fa pensare a Gesù quando si rivolge ai due fratelli “Venite dietro a me: vi farò pescatori di uomini”(Mt 4,19). Geremia, Abacuc dissero che i re prendevano i popoli come i pescatori nella rete. La pesca era per i pesci un disastro. Gesù invece annuncia il giudizio di Dio (vedi anche “Due donne stanno macinando: una è presa, l’altra è lasciata”). Oggi  pensando ai disastri dei terremoti, c’è da domandarsi “Che senso ha la vita”?

La tua ricompensa è vivere intensamente la gioia di vivere. 

13Anche quest’altro esempio di sapienza ho visto sotto il sole e mi parve assai grave: 14c’era una piccola città con pochi abitanti. Un grande re si mosse contro di essa, l’assediò e costruì contro di essa grandi fortificazioni.  15Si trovava però in essa un uomo povero ma saggio, il quale con la sua sapienza salvò la città; eppure nessuno si ricordò di quest’uomo povero.

E’ chiaramente una favola di tipo orientale del mondo letterario antico. Allora, dopo la morte di un saggio, nessuno si ricordava di lui. Oggi noi facciamo i monumenti. 

16Allora io dico:
«E’ meglio la sapienza che la forza,
ma la sapienza del povero è disprezzata
e le sue parole non sono ascoltate».

Il povero è il sapiente che ha salvato la città. Se si guarda la storia del passato, i saggi ed i sapienti erano ascoltati solo in funzione del successo del potente che non sempre era il migliore!

17Le parole pacate dei sapienti si ascoltano meglio
delle urla di un comandante di folli.
18Vale più la sapienza che le armi da guerra,
ma un solo errore può distruggere un bene immenso.

La parabola viene gustata in diverse sentenze che mettono in evidenza qual è il percorso giusto finché un solo errore o la fragilità umana non viene tollerata. Anche il sapiente ha il suo limite. Torna il principio che non  possediamo il senso complessivo della vita umana, la storia. Dio ci ha dato la possibilità di vivere ogni momento della nostra esistenza, per cui c’è un tempo per nascere, uno per amare, uno per odiare. Sapienza è riconoscere questa fragilità, questo limite e vivere intensamente la nostra vita. E’ una spiritualità molto terra-terra, ma è realistica. Nel vivere semplicemente la propria vita, in cui si consumano anche cose che altri producono, riconoscendo che è ciò che Dio ti chiede, consiste la riconoscenza. Tutto è dono di Dio e non è solo frutto del tuo lavoro.

            E’ un testo intrigato, “birichino”, ma che fa riflettere. E’ una fortuna che sia capitato nella Bibbia, perchè raccoglie tutto il pensare di molta gente quando ha una dimensione religiosa, non banale. Di fronte a Dio totalità, noi siamo dentro un circuito limitato, fragile e non possiamo credere di essere quelli che danno il senso ultimo e definitivo alla vita, al mondo ed alla storia.

  

22.09.2012                                                                             (continua)