Tutto ha il suo momento (Qo 3,1)

29/03/2012 | Il libro del Qohelet

            Il testo del Qohelet è celebre perchè viene sintetizzato nella sentenza – che è in bocca anche a chi che non ha molta familiarità con la Bibbia – “Ogni cosa a suo tempo”, che è come dire “C’è un tempo per tutto”. Questa composizione dei primi otto versetti del cap. terzo è un blocco letterario, probabilmente preesistente e comunque autonomo, che l’Autore ha ripreso e forse anche ritoccato, dandogli una forma elegante, armonica ed equilibrata, partendo dall’annuncio tematico del v.1.

            Sono in tutto 28 coppie o situazioni, esperienze, condizioni che vengono abbinate a due a due e contrapposte. Sono 14 antitesi, 7 dichiarazioni, per cui tutto è costruito attorno al numero 7 che, nella tradizione non solo biblica, ma di tutto il mondo antico, è il numero della perfezione e della pienezza. 7 – 14- 28 sono una combinazione di antitesi. Il capitolo inizia con la frase: 

            Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.

“Sotto il cielo” è dove noi viviamo. Si ricordi che nel mondo antico la maggior parte della vita era trascorsa sotto il cielo e non come noi, nelle stanze. Il cielo poi è metafora di Dio in tutte le culture e religioni.   “Tempo” in ebraico ed anche in greco è sinonimo di “ora” (in Gv leggiamo “E’ giunto il tempo..”. E’ il modo di parlare di Gesù per indicare il suo appuntamento con la morte. In greco si trova un vocabolo usato nei Vangeli ed anche da Paolo: kairòs – che è l’occasione opportuna). Per noi l’idea del tempo è come uno scorrere dei fatti della vita che vanno in avanti, senza possibilità di recupero. Per gli antichi invece il tempo ritorna in modo ciclico. Oggi l’idea di “tempo” è molto problematica perchè esso è legato alla velocità. Possiamo dire che, più che il movimento meccanico delle lancette, il tempo è l’esperienza legata adesso. Il tempo è relativo perchè per qualcuno un’occasione sembra lunghissima e per un altro brevissima: dipende dall’emozione positiva o negativa. Le cose piacevoli passano subito, mentre quelle noiose non passano mai! L’Autore gioca su questa esperienza – e ci viene da ricordare S. Agostino che scriveva “Se tu mi chiedi che cos’è il tempo, non lo so” E’ difficile definirlo. E’ il movimento del sole o di una macchina oppure è l’esperienza?

            Tutto il testo gioca dunque su questa contrapposizione e dà l’idea che la vera antitesi ed il vero contrario siano fra l’infinito nello spazio e nel tempo – che è Dio – e l’essere umano che è confinato nel tempo e nello spazio. Noi abbiamo il tempo breve (e te ne accorgi soprattutto quando diventi vecchio e guardi indietro e ti sembra che tanti anni siano soltanto ieri), mentre quello di Dio è illimitato. Tutto si svolge per noi in un tempo  e spazio senza limiti e confini sotto il dominio di Dio, perchè l’essere umano è una goccia nell’immensità dell’oceano, di miliardi di anni. Il nostro universo sembra sempre più espandersi in più universi. In questo senso l’Autore riesce a dare, senza disturbare le leggi della fisica, un testo di grande spessore.  Ma è un testo filosofico o di spiritualità oppure di fede? Una riflessione profonda fatta davanti a Dio è il modo più alto di vivere la fede, intesa come la relazione personale con il Vivente, il fondamento di tutto.

            Cominciamo dunque con la prima antitesi:

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire… 

Se andiamo all’ottavo versetto abbiamo un quadro della pienezza: dell’inizio e della fine e di come sia stata costruita la serie di contrapposizioni attorno al numero della pienezza (il 7):

8Un tempo per amare e un tempo per odiare,

un tempo per la guerra e un tempo per la pace. 

Sono versetti che si possono collegare con “nascere e morire”. In tutte le altre contrapposizioni ci sono dei verbi all’infinito: uccidere, curare, demolire, cercare, ecc., mentre nell’ultimo versetto:

un tempo per la guerra… (che non è solo la guerra fatta dagli eserciti, ma il conflitto, lo scontro: è una situazione più che un’esperienza. Non sono verbi contrapposti, ma sostantivi. Alla guerra (intesa come morte, rovina) si contrappone la pace – shalòm, che è la vita, la pienezza di vita, la qualità dei rapporti.  Ma ritorniamo all’inizio: 

C’è un tempo per nascere ed un tempo per morire..

Sono due verbi indeterminati, perchè non si sa quando si nasce o si muore! 

… un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato

E’ una bella espressione presa dal mondo antico. Geremia, parlando del suo ruolo e della sua missione, dice “ti ho mandato a sradicare e demolire e poi piantare ed edificare”: tutte metafore della vita. Nel testo del Qohelet “piantare e sradicare” sono metafore della vita umana. 

3Un tempo per uccidere e un tempo per curare,

un tempo per demolire e un tempo per costruire. 

Qui il riferimento è al conflitto umano. 

4Un tempo per piangere e un tempo per ridere,

un tempo per fare lutto e un tempo per danzare. 

E’ un riferimento alle esperienze umane, soprattutto legate fra di loro. L’Autore dirà anche che è meglio entrare dove c’è un morto che dove si fa baccano. Il pianto ha a che fare con il lutto e la danza con la gioia. A questa antitesi farà riferimento anche Gesù quando parlerà della reazione della gente di fronte alla sua missione, portando la metafora dei ragazzi che non riescono a mettersi d’accordo in piazza se giocare alle nozze (danzare per la gioia) oppure imitare un funerale. 

5Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,

un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. 

            E qui ci si domanda che nesso esiste fra il “gettar sassi” e “abbracciarsi”. Si ricordi che nel tempo antico prima di coltivare un terreno bisognava raccogliere i sassi per bonificarlo e con loro segnare i confini. 

6Un tempo per cercare e un tempo per perdere,

un tempo per conservare e un tempo per buttar via. 

Come si vede, le coppie sono riunite a due a due (cercare/ perdere, conservare/ buttare via) e richiamano i sassi gettati e raccolti: è l’esperienza della vita che ha a che fare con il seminare e il mietere. 

7Un tempo per strappare e un tempo per cucire, (tipica attività domestica della donna in casa)

un tempo per tacere e un tempo per parlare.  

            E’ ancora sapienza il sapere quando si deve tacere e quando parlare! E allora si può dire che non è solo una constatazione che si alterna nella vita, – gioia e dolore, nascita e morte, guerra e pace -ma anche una questione di scelta. “Tempo per tacere e per parlare” indica una scelta eticamente valida o sapienziale. 

8Un tempo per amare e un tempo per odiare,

un tempo per la guerra e un tempo per la pace. 

            Diciamo che non è solo un codice di comportamento,  ma è anche una riflessione sull’alternanza delle cose che sono opposte. Quando si dice “opposte” nel linguaggio della Bibbia si intende tutto quello che c’è in mezzo: per dire “universo” la Bibbia non dice “tutte le cose”, ma “Dio creò in principio il cielo e la terra”; per dire la totalità della conoscenza, si dice “conoscere il bene e il male”. L’Autore fa la riflessione sull’universo  davanti a Dio in questa varietà e ambivalenza. E’ bene o male: questa è la situazione. Questa ambivalenza o contrapposizione  invita a scegliere la nostra  posizione davanti a Dio. E questo verrà ripreso nei due gruppi di riflessioni che seguono: la prima sull’agire di Dio e la seconda sulle contraddizioni della vita sociale.

Qui siamo davanti ad uno dei testi che denotano una lunga esperienza – presente anche in altre parti della Scrittura sapienziale (Proverbi): l’Autore ha fatto una specie di poema sul significato del tempo. Qui parla dell’agire di Dio; poi verrà l’agire umano.

Questo è scandito in tre momenti con i verbi – indicati nella lingua ebraica ra’iti (ho visto) e yadà’ti (ho conosciuto /capito, ho considerato) .

            Uno dei versetti più profondi e più enigmatici di tutto il Qohelet – ma forse anche di tutta la Bibbia – riguarda l’eternità che Dio ha messo nel cuore umano: il senso di infinito che ci rende inquieti. (S. Agostino direbbe “Il cuore è turbato e inquieto fin quando non riposa in Dio”). A differenza del mondo animale, che tutto sommato è guidato dagli istinti, in noi c’è il senso di insoddisfazione: non siamo mai tranquilli, perchè cerchiamo sempre l’oltre, l’infinito. E’ un destino, è un castigo, oppure un’opportunità?  Prima di passare alle considerazioni sull’agire di Dio l’Autore mette un versetto- ponte, una domanda che egli ha messo già nei primi due capitoli: 

9Che guadagno ha chi si dà da fare con fatica?

Se le cose stanno così e non si può cambiare nulla (nascita e morte, dolore e gioia, guerra e pace), cosa ne ricaviamo, che senso ha?  Non possiamo rassegnarci a non pensare, perchè la fiamma in noi non si spegne. 

10Ho considerato (in realtà: ra’i significa “ho guardato”, perchè “considerare” è molto più sofisticato)  l’occupazione che Dio ha dato agli uomini perchè vi si affatichino. 

Come se si potesse fermare la vita!

11Egli ha fatto bella (tôv < Gen 1, 31; qui però è yafèh, “bello” in senso estetico) ogni cosa a suo tempo; inoltre ha posto nel loro cuore la durata dei tempi senza però  che gli uomini possano trovare la ragione di ciò che Dio compie dal principio alla fine (Sal 139, 17; Is 55, 6-9).

            Si noti che in questo punto del libro si parla di Dio: per ben 6 volte è presente il nome di Lui – Elo’him. Come Giobbe ha tentato di riflettere sopra la sua vita chiedendosi “Ma perchè a me?” A lui Dio ha chiesto “Ma dov’eri tu quando ho creato l’universo?”

11 “Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo”. Chi legge questa frase non può non pensare a quel ritornello che scandisce la pagina della Genesi “Dio vide che era cosa buona” per sei giorni di fila, e alla fine “Dio vide che era una cosa molto buona”. Solo che l’ebraico usa il termine tôv (=buono), mentre qui il Nostro ha scelto un vocabolo diverso: yafèh (= bello). E’ lo stesso nome di una località a sud di Tel Aviv, chiamata Yaffo /Yaffa. Questa parola significa “bello” esteticamente.

… inoltre ha posto nel loro cuore… Il “cuore” nella Bibbia non è solo la coscienza in senso occidentale. “cuore” è l’intimo, il profondo, dove ci sono le emozioni, il ragionamento, la libertà: tutto. Lì c’è anche la personalità che ragiona e che pensa.

la durata dei tempi… La parola ebraica ‘olàm/eternità (?) –  che in latino veniva detta “saeculum” – potrebbe essere “lo scorrere del tempo” ed anche “eternità”. Dunque si deve intendere che Dio ha messo nel cuore degli uomini il senso dell’eternità.

            Isaia nel cap. 55 (scritto sulla consolazione), dopo aver invitato a cercare le cose  essenziali, prosegue in 8-9:

“Perchè i miei pensieri non sono i vostri pensieri,

le mie vie non sono le vostre vie -oracolo del Signore.

Quanto il cielo sovrasta la terra,

tanto le mie vie sovrastano le vostre vie

i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.” 

La via di Dio ci sfugge dunque: non siamo in grado di misurare l’agire di Dio. L’uomo occidentale moderno, figlio dell’Illuminismo, ha l’impressione di avere tutto sotto controllo, ma poi si rende conto che non controlla  nulla. 

12Ho capito (= so, per esperienza) che per essi non c’è nulla di meglio che godere e procurarsi felicità durante la loro vita; 13e che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro, anche questo è dono di Dio.  Che poi il mangiare, bere e godere indica la vita stessa.  Poco più avanti (Qo 3, 18) l’Autore farà un confronto con gli animali: anch’essi vivono e muoiono.

14Riconosco che qualsiasi cosa Dio fa, dura per sempre; non c’è nulla da aggiungere, nulla da togliere (cfr. Dt 4,2; Sal 33,11). Dio agisce così perchè lo si tema (cfr. Qo 5,6; 8,12; 12,13: temere Dio) 15Quello che accade, già è stato; quello che sarà, già è avvenuto. Solo Dio può cercare ciò che è ormai scomparso.

            Possiamo dire che l’essere umano non può tornare indietro, solo Dio può recuperare quello che è stato. …qualsiasi cosa Dio fa, dura per sempre.      E’ un concetto che si trova anche nel Deuteronomio 4,2 ed anche nel Salmo 33,11. L’agire di Dio è perfetto.

Dio agisce così perchè lo si tema… E’ la prima volta che si parla di “temere Dio”. Le altre ricorrenze di questo concetto sono in Qo 5,6; 8,12; 12,13.

            Ma cosa significa “temere Dio”?  Da questo modo di considerare l’agire di Dio nella storia si può intuire che il timore, legato all’agire sovrano, insindacabile di Dio non è la paura, ma la meraviglia, lo stupore della grandiosità. “Timore” è il senso del proprio limite, della propria condizione fragile, il senso di umiltà, la riverenza di fronte alla  grandiosità di Dio. E’ un peccato che spesso, quando si parla di “timore di Dio”, si pensa di “non offenderlo, sennò si arrabbia”!

15Quello che accade, già è stato; quello che sarà, già è avvenuto. E’ quello che abbiamo letto già nel capitolo  primo riguardo alle attese dell’uomo.

Solo Dio può cercare ciò che è scomparso. Solo Lui può riprendere le cose fin dall’inizio.

            Così siamo arrivati alle considerazioni  sulle contraddizioni della vita sociale.  Quanto abbiamo riflettuto finora è un po’ astratto, ma l’Autore ha i “piedi per terra”, è anche concreto come un contadino che si domanda “perchè faticare tanto per vivere?”  Così qui l’Autore si pone il problema della morte, che è la vera sfida dell’uomo. La prima considerazione che farà sarà quella delle contraddizioni che si palesano per la prima volta considerando la realtà sociale.

La seconda considerazione è quella sulla morte, che è quella più cruciale nel Qohelet.

E concluderà col solito ritornello che non c’è nulla di meglio sotto il sole. 

16Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’iniquità. 

            E’ l’eterno problema che gli empi trionfano ed i giusti sono calpestati. Geremia si pose lo stesso problema e chiese a Dio: “una domandina sola: perchè ai malvagi va tutto bene ed ai giusti le cose vanno sempre storte??”  Dov’è l’agire di Dio?

Qui il riferimento non è tanto alla sorte, al destino, alle malattie, ma all’amministrazione della giustizia, dove i giudici di allora – forse anche come quelli di oggi – erano comprati, venduti: chi aveva denaro, vinceva sempre le cause!

17Ho pensato dentro di me:”Il giusto e il malvagio Dio li giudicherà, perchè c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione”.  Ma alla fine c’è il giudizio di Dio per tutti. Dio interviene poi, in futuro.  Per il Nostro – come anche per Giobbe – il futuro è l’aldilà e dunque Dio ed il suo giudizio.

Per i profeti il giudizio di Dio è quello finale, anche se parlano di un giudizio fin da ora  (per esempio quando il popolo d’Israele è punito con la deportazione). Per l’Apocalisse è quello escatologico, che sta oltre.

18Poi, riguardo ai figli dell’uomo, mi sono detto che Dio vuole metterli alla prova e mostrare che essi di per sé sono bestie.  19Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa:… (Riflettendoci, è vero: anche gli animali nascono, vivono e muoiono)…come muoiono queste, così muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. L’uomo non ha alcun vantaggio sulle bestie, perchè tutto è vanità. 20Tutti sono diretti verso il medesimo luogo:

tutto è venuto dalla polvere

e nella polvere tutto ritorna. 

            Sullo sfondo di questa dichiarazione è il famoso racconto, messo come pagina chiave di tutta la Bibbia: è la storia del giardino dell’Eden (Gen 2,7; 3,19): Dio plasma l’uomo, gli soffia il suo spirito (ruàh) ed esso diventa un vivente. Solo che, venuto dalla polvere l’uomo ritorna polvere, dopo aver tentato di diventare un “piccolo Dio”, con la scorciatoia del potere totale.

Per parlare della vita il Nostro usa qui l’espressione “soffio vitale”, anche se in ebraico il termine è ruàh (che è lo Spirito ed anche il modo di agire di Dio. Quello che non si sa è se questo soffio ricevuto da Dio, va nella fossa (dove “fossa della terra” è solo un simbolo, una metafora).  Poi concluderà il suo libro al cap. 12,7-8.

…il soffio vitale torni a Dio che gliel’ha dato.

            Questo capitolo termina con due domande: Dove va il soffio vitale dell’uomo” e “Perchè Dio ha messo nel cuore dell’uomo  il senso di eternità e noi non riusciamo ad abbracciare l’inizio e la fine della sua azione”?  Questo tormento nel cuore è ciò che distingue l’essere umano dalla bestia.

21Chi sa se il soffio vitale (ruàh) dell’uomo sale in alto, mentre quello della bestia scende in basso, nella terra? (cfr. Qo 12,7; Prov. 15,24).

Il tema del senso di vivere e morire si trova anche in altri testi (per es. in Sir 16, 29): “Quando Dio da principio creò le sue opere…e il dominio per ogni generazione”  ed anche nel famoso Salmo 104 (della creazione): “Tu mandi il tuo spirito e rinnovi la faccia della terra…. tu ritiri il tuo spirito e tutto ritorna nella polvere.”  Il Nostro ha presente questo modo di parlare e di esprimersi e lo ha raccolto in questa meditazione.

            Così siamo arrivati all’ultima sentenza:

22Mi sono accorto che nulla c’è di meglio per l’uomo che godere delle sue opere, (cioè quello che Dio gli ha dato da fare, cioè di vivere la vita e ricevere tutto come un dono) perchè questa è la parte che gli spetta; e chi potrà condurlo a vedere (cioè avere esperienza della realtà storica) ciò che accadrà dopo di lui?

            L‘ultima domanda è dunque: perchè non siamo in grado di sapere perchè ci sfugge l’inizio e la fine e soprattutto che cosa ci attende dopo la vita? Ogni cosa ha senso per ogni uomo che viene al mondo e vive in una determinata epoca.

            Concludendo, il Qohelet ci invita non tanto a dare risposte che non sappiamo: perchè siamo nati e se c’è un oltre. Lascia le domande aperte, perchè chi lascia la domanda aperta è il credente. Chi chiude è l’ateo. Il credente che riflette sul senso della vita umana e del mondo davanti a Dio, pone una serie di domande che tengono aperto il dialogo e la ricerca. L’esperienza ordinata (cioè il nascere ed  il morire), ma nello stesso tempo enigmatica e ambivalente del mondo e della vita, fanno intravvedere il mistero dell’agire di Dio – creazione iniziale e giudizio ultimo – di fronte al quale l’essere umano si pone in umile e consapevole attesa riverente (E l’umile e attesa riverente è il “timore di Dio”).

(17 marzo 2012)