Vanità delle vanità… tutto è vanità

14/02/2012 | Il libro del Qohelet
Il Qohélet è un piccolo libro, ma “pepato” in tutti i sensi, tanto che ci si chiede come mai
esso sia finito fra i libri ispirati, nel cànone ebraico e cristiano. Questa è una domanda legittima, ma
non ha suscitato grandi dubbi (maggiori sono stati per il Cantico dei Cantici!). Il Qohélet è entrato
nella liturgia ebraica assieme ad altri rotoli (“libri”) per la Festa delle capanne (festa per la raccolta
in autunno dei prodotti della terra: olive e frutta). E’ uno dei cinque rotoli, assieme al libro di Ruth,
con cui si ringraziava il Signore e si invocava la pioggia dopo la semina che veniva fatta in quel
periodo (ottobre).
Si propone un’ampia bibliografia per chi vuole poi continuare la lettura. Ci sono testi di
carattere scientifico e altri divulgativo (più semplici).
Il primo è rappresentato dagli Atti di un convegno svoltosi a Palermo, curato da
G. BELLIA e da A. PASSARO (Direttore di una rivista biblica), Il libro del Qohelet – tradizione,
redazione, teologia, Paoline, Milano 2001;
G. CERONETTI è uno scrittore e linguista che ha fatto una traduzione dall’originale del Qoelet,
pubblicata da Einaudi nel 1990 e poi ha fatto anche un commento intitolato Qohélet. Colui che
prende la parola, versione e commenti, Adelphi, Milano 2002. Ceronetti è di matrice ebraica
e quindi traduce in modo letterale direttamente dall’ebraico. “Colui che prende la parola” è la
traduzione forse più esatta della parola Qoélet (che poi è femminile, così che specialista della parola
sarebbe una donna);
V. D’ALARIO (è un altro biblista che ha scritto la tesi sul Qoélet), Il libro del Qohélet. Struttura
letteraria e retorica (Supplementi alla Rivista Biblica 27), Dehoniane, Bologna 1992;
P. DE BENEDETTI, ha collaborato con Gabriele Caramore nella rubrica del sabato o domenica
Uomo nei profeti . Ha raccolto poi i commenti nella pubblicazione Qohelet, a cura di G. Caramore,
Morcelliana, Brescia 2004. E’ legato alla famiglia De Benedetti, forse ha radici nel mondo ebraico,
di cui conosce molto bene la letteratura e la cultura;
R. LOHFINK (gesuita tedesco) Qoelet, Morcelliana, Brescia 1997;
G. RAVASI, Qohelet. Il libro più originale e scandaloso dell’Antico Testamento, San Paolo, Cinisello
Balsamo (MI) 1988 (ma ha fatto numerose riedizioni successive);
B. SALVARANI è presidente dell’associazione del dialogo ebraico-cristiano e organizza incontri
culturali. Ha pubblicato un commento C’era una volta un re…, Paoline, Milano 1998. In esso
attribuisce a Salomone il ruolo di “sponsor” di tutta la letteratura sapienziale;
VILCHES LINDEZ J., Qohélet, Borla, Roma 1997. E’ uno spagnolo che ha lavorato assieme al gesuita
p. Alonso Schöckel, grande biblista, letterato ed esteta, esperto di poetica ebraica, insegnante al
Pontificio Istituto Biblico a Roma.
Il Qohélet è un libro di appena 12 capitoli, ma è molto letto e studiato, prezioso per la sua
capacità di riflessione e lettura disincantata della realtà, tanto che sembra vicina al modo di pensare
dei moderni occidentali, figli dell’Illuminismo francese e della razionalità tedesca. Qohélet cerca di
leggere la vita attraverso il significato delle varie esperienze culturali, umane e religiose e sembra
concludere che nulla ha consistenza, tutto finisce. La morte è una specie di falce che azzera tutti:
re, principi e sacerdoti. Un’immagine di questo pensiero si trova in pitture ed affreschi del
medioevo. La falce miete tutti: vescovi, papa, re, mentre gli angeli con le trombe annunciano la
fine. E’ un invito, non
solo medioevale, a non darsi troppo da fare, a non preoccuparsi di
accumulare, perchè alla fine cosa resterà di quanto fatto?
La conclusione del Qohélet non è quella dell’agnostico, cioè del non credente o
dell’indifferente. L’unica “cosa” sicura che resta è Dio. Senza di Lui la vita non ha senso. Tutto il
resto è relativo, ma non per questo privo di significato. C’è nel libro un grandissimo senso di
religiosità non fatta di riti e formule, ma del senso ultimo della vita. Avere esperienza di fede non è
credere in alcune cose, ma è orientare la propria vita secondo l’agire di Dio. A questa conclusione
possono essere arrivati nei secoli i grandi cercatori di Dio, cioè i mistici. Essi diranno che anche le
esperienze migliori che servono a realizzare i desideri umani, in realtà non soddisfano. Uno di
questi pensatori, abbastanza mistico nel suo profondo è Agostino di Ippona. Egli ha riflettuto sul
senso della vita ed ha cercato di organizzare e difendere la sua chiesa dai contestatori del suo
tempo. Ha scritto molti libri polemici, ma le sue Confessioni sono una specie di ricerca di Dio e del
senso della vita.
Del Qohélet non sappiamo molto: dobbiamo basarci su quanto egli (o lei stessa) ha scritto
nel libro. Qohélet (scritto anche Qoélet) significa in ebraico “colui che parla nell’assemblea”
o “colui che raduna, convoca l’assemblea”. Deriva dal verbo ebraico qāhāl, “convocare, riunire”.
Nel Deuteronomio, con “qāhāl” viene indicata la “santa convocazione” sul monte Sinai e viene
tradotta in greco con έκκλησíᾳ. Dal termine latino “ecclesia” deriva fino agli anni ’70 il nome
italiano di questo libro: “Ecclesiaste” (mentre “Ecclesiastico” è l’attuale “Siracide”). Il Qohélet è
una raccolta di riflessioni, una specie di diario o raccolta di pensieri sul senso della vita. Si presenta
con una specie di prologo che sembra anche un’intestazione messa dall’editore che ha pubblicato il
rotolo:
Parole di Qohèlet, figlio di David, re a Gerusalemme.
Sembra più una nota fatta da chi ha un manoscritto e scrive il titolo o catalogazione per collocarlo
nello scaffale giusto. Per gli ebrei il primo scaffale è per la Torah, il secondo per i Profeti (Nebím)
ed il terzo per gli scritti (Ketubím). Noi che abbiamo adottato i generi letterari dei Greci,
distinguiamo la Bibbia in Libri storici, profetici, sapienziali, poetici. Mentre gli ebrei hanno tre
blocchi: usano T per Torah, N per Nebim, K per Ketubim, così che la Bibbia ebraica viene
chiamata Tanàk. Non la chiamano “Bibbia”. Essa è parente stretta del Coràn (che vuol
dire “proclamare”). Non si può chiamarla “Bibbia ebraica”, perchè nella raccolta ci sono anche libri
in greco e in aramaico.
Qohélet è una parola femminile. Potrebbe essere “la parlatrice”. Se si scoprisse che Qohélet
era una donna, sarebbe una delle poche figure femminili che hanno scritto nell’AT. (Qualcuno ha
perfino tentato di attribuire ad una donna la Lettera agli Ebrei ed anche il Vangelo di Giovanni!)
Qohélet si nasconde dietro lo pseudonimo Salomone (<Shalom = pace) , “figlio di David, re
di Gerusalemme” (Qo 1,1). Costruttore del tempio, organizzatore delle finanze e
dell’amministrazione, Salomone è considerato lo “sponsor” della letteratura sapienziale, perchè era
un poeta. La regina di Saba, andandogli a far visita, rimase ammaliata infatti dalle sue poesie, dalla
sua competenza botanica e zoologica.
Salomone è considerato l’ispiratore del Qohélet, dei Proverbi, del Cantico dei Cantici e di alcuni
Salmi. L’Autore del Qohélet è probabilmente un anonimo, ma si è definito figlio di David per darsi
autorevolezza. Ha creato una scuola. Per avere un’idea del nostro Autore leggiamo quello che è
stato scritto alla conclusione del libro: una specie di lasciapassare perchè il libro possa far parte di
quelli ispirati.
Qo 12, 9-14: Oltre a essere saggio, Qohélet insegnò al popolo la scienza, ascoltò, indagò
e compose un gran numero di massime. (Le “massime” permettono di dire in poche parole
l’esperienza che vale per la vita, tratta dall’insegnamento degli anziani. E così riescono a trasmettere
in poche parole la sapienza. Le massime sono anche i proverbi, di cui erano esperti i nostri vecchi:
piccole sentenze e piccole frasi in cui è concentrata la sapienza, l’arte per coltivare le relazioni, la
terra, la famiglia, per poter vivere in modo giusto e felice). Si noti la sequenza dei verbi: ascoltò,
meditò e poi scrisse. (E’ un principio fondamentale, infatti, saper ascoltare e parlare poco… giusto il
contrario di quello che avviene oggi, perchè si parla molto, si pensa meno e non si ascolta mai!).
Qo 12, 10: Qohélet cercò di trovare parole piacevoli e scrisse con onestà parole veritiere. Le cose
vere si possono dunque dire anche in modo piacevole. E continua:
Le parole dei saggi sono come pungoli; come chiodi piantati le cose sicure: sono date da un solo
pastore… (cioè da Dio). Le parole sono “pungoli” (come quelli che servono a sollecitare i buoi
ad andare avanti) perchè piene della saggezza del passato. Il pastore è il re; nel linguaggio biblico è
Dio, che guida il suo popolo come un gregge. La sapienza dell’unico saggio è la parola di Dio.
Qo 12, 12-13: Ancora un avvertimento, figlio mio. Non si finisce mai di scrivere i libri e molto
studio affatica il corpo. Conclusione del discorso, dopo aver ascoltato tutto: temi Dio (Si ricorda
che “temere” non indica la paura, ma il senso reverenziale – che coincide con l’amore – verso
Dio) e osserva i suoi comandamenti,… Bisogna dire subito che il Qohelet non cita molto la
tradizione (Abramo, i Patriarchi), per cui anche un laico che non sa nulla di Bibbia, può leggere
questo libro. Infatti esso riflette sulla vita, il matrimonio, i tribunali, i processi, la vita religiosa
fatta di tante preghiere (invitando a non affaticare Dio con tante promesse che poi non si riesce
a mantenere!)…perchè qui sta tutto l’uomo. Tutta l’esistenza è nel rapporto con Dio e fare la Sua
volontà. “Temere Dio” non è solo uno stato d’animo, ma anche una pratica di vita.
Qo 12, 14: Infatti Dio citerà in giudizio ogni azione, anche tutto ciò che è occulto, bene o male.
Nel Qohelet non c’è nulla sui comandamenti. Dio alla fine giudicherà tutto, anche le cose
nascoste saranno esposte alla luce davanti a Dio. Sei responsabile, devi rispondere della vita. Non è
un libro per incutere paura, ma per invitare la persona a vivere con consapevolezza.
Nella tradizione l’Autore del libro è stato considerato un critico radicale – solo Dio conta, tutto il
resto è niente! – attento osservatore della realtà, accusato di volta in volta di essere contraddittorio,
pessimista, scettico, cinico, agnostico e fatalista. E pensando che tutto è niente, c’è da domandarsi
se valga la pena vivere. Ma il Qohelet si difende da solo perchè in fondo ha un grande senso di Dio;
ha una personalità forte e sana.
Tutte le cose umane, anche quelle più splendide sono, alla fin fine, solo cose. Ciò che rimane è
Dio: l’assoluto di Dio che, abbiamo detto, è l’esperienza dei mistici. Per questo hanno fatto bene a
mettere il Qohelet nel cànone.
Il libro più che una raccolta di pensieri e di sentenze, è una specie di diario, di testamento
spirituale. Come genere letterario è un miscuglio a forma di dialogo interiore, di dibattito con un
ipotetico uditorio. L’Autore immagina di porre delle domande ad un circolo di persone che
ipotizzano delle risposte. E’ scritto in un ebraico non classico, che ha subìto le influenze della lingua
parlata (cioè dell’aramaico) con contatti almeno culturali – se non lessicali – col mondo greco. E’
stato scritto verso la fine del III secolo e l’inizio del II a. C., (cioè all’epoca dei Maccabei, dopo il
ritorno dall’esilio) in Palestina e, molto probabilmente, a Gerusalemme, perchè l’Autore è una
persona benestante, colta, bene in salute (al contrario del povero Giobbe, ammalato). Il libro si
leggeva durante la festa delle Capanne (ebr. Sukkòt) che durava otto giorni.
Come struttura si potrebbe ipotizzare la suddivisione del libro in cicli o blocchi. Inizia con
una cornice (1,1-3) Vanità delle vanità, dice Qohelet, vanità delle vanità, tutto è vanità! e conclude
ancora con una cornice (12, 8):Vanità delle vanità, dice Qohelet, tutto è vanità. Questa
forma “circolare” (inclusione) è un modo di comporre sia i poemi greci che le sinfonie musicali: si
inizia e si conclude con lo stesso motivo per dare un senso di completezza. Fra il primo versetto e
l’ultimo Vanità delle vanità… c’è tutta la riflessione raccolta attorno a temi o nuclei. C’è una
riflessione sul cosmo, sul mondo, sulle leggi cosmiche (noi diremmo sulla natura) (1,4 – 11);
una sull’antropologia, cioè sugli essere umani in generale: genitori, figli, ecc. (1,12 – 3,15);
sulla vita sociale fatta di ingiustizie perchè i prepotenti hanno sempre la meglio ed i poveracci non
ce la fanno e devono soccombere (3,16 – 4,16);
sulla religione (4,17 – 5,6);
ancora sulla società (5,6 – 6,10);
sull’ideologia ed il senso del vivere (6,11 -9,6);
sull’etica ed il significato del bene e del male (9,7 -12,7).
Se si fa un primo percorso che va dal primo capitolo, secondo, terzo, al quarto ed al quinto
si trova al centro l’esperienza religiosa, che l’autore antico ha circondato di promesse a Dio e di voti
(per ottenere grazie). Alla fine dopo tanto affannarsi resta la sentenza Vanità delle vanità, dice
Qohelet, tutto è vanità. Tutto è niente, zero! Ma vale la pena leggere un libro per concludere in
questo modo? Si tratta di aprire gli occhi e guardare il mondo in modo disincantato, disilluso, senza
fanatismi e saper vedere le cose buone. Il Qohelet non è un disfattista, sembra piuttosto uno
scettico, un agnostico; ma alla fine dice che ci sono cose buone, date da Dio, da prendere senza
problemi. Si tratta di vivere il quotidiano come dono di Dio. Gesù dirà che “a ciascun giorno basta
la sua pena“: non serve fare tanti programmi, come nella parabola del contadino che dopo aver fatto
un raccolto eccezionale, vuole ingrandire i granai e pensa di poter finalmente godere e mangiare.
Ma quella notte Dio gli rende conto. Questa parabola di Gesù ha origine dal Qohelet, che racconta
di un padre che si è fatto ricco e poi il figlio ha mangiato tutto in un giorno. Vale la pena lavorare
tanto per lasciare che il figlio consumi tutto in una vita disordinata?
Queste riflessioni del Qohélet sono il senso vero e profondo della vita. Ma è religione questa? E’
rivelazione di Dio? Dio si manifesta anche attraverso la sapienza e le parole sagge.
Iniziamo a leggere il primo capitolo, proposto in forma poetica. Non si dimentichi che il
sapiente – Qohelet – presentato da un suo amico è uno che non solo ascolta, pensa, medita, ma sa
anche comporre e scrivere. La composizione non è fatta in modo disordinato, ma in forma
simmetrica, al cui centro sta il cosmo, la vita umana e la società. Dentro l’universo e nella nostra
società viviamo da esseri umani davanti a Dio.
Il libro si presenta abbastanza organico, senza dare l’idea di un pensiero filosofico: lontanissimo
dalla filosofia è il suo modo di leggere la vita. Il Qohelet non è un filosofo in senso tradizionale: è
un sapiente, saggio, interessato più alle cose pratiche.
Inizia con una dichiarazione programmatica: una specie di esclamazione (anche se nel testo
non c’è): Vanità delle vanità, dice Qohelet, vanità delle vanità, tutto è vanità! Il termine vanità è
ripetuto cinque volte. In ebraico hével è la parola chiave, la sigla di tutta la raccolta di riflessioni sul
senso della vita umana. La ricorrenza di hével (38 volte rispetto alle 70 complessive dell’AT),
associato alle immagini del vento, fumo, vapore e soffio (= caducità, inutilità, non-senso,
inconsistenza) porta a concludere che “tutto” è hével, infinito, nulla o vuoto, inconsistenza totale.
La precarietà dell’essere umano, segnato dalla morte, ridimensiona ogni pretesa di assoluto,
attribuita all’esperienza umana. Si ricordi che il nome dato al secondo figlio di Adamo ed Eva è
Abel “un soffio, fragile, debole” – un nome che indica la tragicità del suo destino.
Gli ebrei non hanno aggettivi. Per fare un aggettivo, usano il genitivo. Per es. “Spirito
Santo” viene espresso con “Spirito di santità“, perchè non esiste l’aggettivo “santo”. Così nel nostro
caso “vanità delle vanità” indica la vanità totale, assoluta. Le immagini usate dal Qohelet sono
quelle del soffio, del nulla, del vuoto totale rispetto alla realtà unita di Dio. Il vuoto e inconsistenza
totale nascono da una consapevolezza profondissima della fragilità umana, messa in evidenza dal
fatto che l’essere umano è consapevole di morire – come tutti gli altri esseri viventi. La morte
azzera tutti: anche i ricchi ed i potenti. Di fronte a questo – si chiede Qohélet – che cosa rimane? E
questa è la domanda centrale anche per chi vuole vivere l’esperienza umana in modo sensato.
All’annuncio tematico iniziale, segue l’interrogativo tematico e quindi una prima parte che è
l’osservazione del cosmo (natura) a cui seguirà una lettura dell’esistenza umana. E’ interessante
questo confronto o specie di parabola o metafora, applicata all’esperienza umana.

Quale guadagno viene all’uomo
per tutta la fatica * con cui si affanna sotto il sole?
E’ una domanda che si trova più volte in seguito! Cosa serve accumulare, fare, agire (anche in temi
religiosi)? Che valore ha? La parola “guadagno” ricorre più volte ( in Qo 2,11.13;3,9; 5,8.15; 7,12;
10,10.11): il ritornello è una specie di “spina nel fianco”: Ho considerato tutte le opere fatte dalle
mie mani e tutta la fatica che ho fatto per realizzarle: ed ecco tutto è vanità ed un correre dietro al
vento: non c’è alcun guadagno sotto il sole. Anche la parola “fatica” /cāmāl ricorre 34 volte; indica
il lavoro dello schiavo, la dura fatica, fatta da chi è costretto. “Sotto il sole” è in riferimento al sole
del Mediterraneo, non certo del Nord Europa! Segue l’osservazione sul cosmo (parola più precisa
di “natura”) – Un’espressione analoga si trova anche in Sir 14,18.
Una generazione se ne va e un’altra arriva,
ma la terra resta sempre la stessa.
Questa affermazione è un programma che verrà poi illustrato in riferimento a tutte le cose che
succedono sulla terra. Viene da pensare ad una catena di esseri viventi uno dopo l’altro. Nei
Proverbi si legge che ci sono alcune che non si capisce: la voragine della morte, che tutto divora; le
generazioni che si susseguono, la terra che resta sempre la stessa.
Segue il versetto che ha inguaiato Galileo Galilei quando affermò che la terra girava attorno al sole
e non viceversa:
Il sole sorge, il sole tramonta
e si affretta a tornare là dove rinasce.
Questo versetto è stato utilizzato dagli avversari di Galilei per affermare che la terra sta ferma.
E’ un’immagine antica: anche i greci immaginavano che il sole dopo il tramonto facesse un giro
sotto la terra e riapparisse sempre dalla stessa parte all’alba. E prosegue:
Il vento va verso sud e piega verso nord.
Gira e va e sui suoi giri ritorna il vento.
Anche il vento era importante perchè dai suoi spostamenti dipendeva la pioggia ed il sole. Il vento
sarà usato per dire la “vanità” (nel senso di “non consistenza”).
Anche Gesù riprenderà l’immagine del vento che si sente, ma non si sa da dove viene e dove vada.
Altra immagine è quella dell’acqua:
Tutti i fiumi scorrono verso il mare,
eppure il mare non è mai pieno:
al luogo dove i fiumi scorrono,
continuano a scorrere.

Sole, vento e mare sono tre elementi del continuo muoversi ed esprimono l’inconsistenza
dell’ affannarsi dell’essere umano che ha negli eventi cosmici la sua metafora.
L’applicazione di queste osservazioni cosmiche alla vita umana è in Qo 1,8 -11:
Tutte le parole * si esauriscono (* de barîm, “cose”)
e nessuno è in grado di esprimersi a fondo.
La “parola”, ma anche la cosa si esprimeva con de bar (barîm è plurale). Quando Luca (2,19)
ricorda che “la madre conservava tutte queste cose”, in realtà ha usato un’espressione che vuol
dire “parole”, perchè nella lingua semitica della Bibbia, per dire cose si usa anche l’espressione
de bar (parola). Il versetto ora citato significa dunque che tutte le parole e le cose (o l’esperienza
umana) si esauriscono. Il versetto prosegue:
Non si sazia l’occhio di guardare
né l’orecchio è mai sazio di udire.
In proposito è bene ricordare dal libro dei Proverbi il versetto 27,20:
Come il re dei morti e l’abisso non si saziano mai,
così non si saziano mai gli occhi dell’uomo.
La morte consuma e non è mai sazia e divora, come la terra non è mai sazia d’acqua. Così anche
l’orecchio umano non è mai sazio di ascoltare. Le esperienze sono state sempre le stesse.
Quel che è stato sarà
e quel che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
Si passa dunque in rassegna la precarietà, l’inconsistenza, la volubilità, il continuo movimento del
sole, dell’acqua, del vento. L’esperienza umana si ripete e nulla di nuovo c’è sotto il sole!
C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
“Ecco, questa è una novità”?
Proprio questa è già avvenuta
nei secoli che ci hanno preceduto.
11Nessun ricordo resta degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso quelli che verranno in seguito.
Si sa che tutti hanno l’ossessione di lasciare un segno nella storia, ma non ne è rimasta
traccia negli anni o nei secoli. Qohelet come il Siracide non crede nell’aldilà, ma solo in Dio, per
cui la morte non viene superata attraverso l’idea che qualcuno si ricorderà di noi: non c’è ricordo.
Essa cancella tutto. D’altronde anche nel Sal. 39 si prega: “prima che me ne vada e di me non resti
più nulla.” Dunque il pensiero del Qohelet non è così isolato! L’unica “cosa” che rimane è Dio ed il
nostro rapporto con Lui. La vita non è un’energia che rimane nell’universo e può emigrare in altri
corpi, come pensano quelli che credono nella reincarnazione: il futuro è il rapporto con Dio. Anche
se il Qohelet non crede nell’immortalità dell’anima, ritiene che lo spirito che Dio ci ha dato, poi
ritorna a Lui. Ognuno di noi, in quanto creatura, non ha consistenza. Ma l’insegnamento del Qohelet
è di vivere con serenità, equilibrio, senza fanatismi e disperazione: cioè col buon senso della gente.
Il bene ha senso non perchè ne parleranno le generazioni future, ma perchè serve alla vita nel
progetto di Dio.
( 28.01.2012)
(continua)